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amalgama

Summary:

Dopo quarantotto giorni di viaggio il vecchio doveva essere a corto di liquidi, perché quella pensione poteva essere anche al Bayn al Qasrayn ma aveva i muri tutti scrostati, come rosicchiati, e il mobilio emanava un giallore nauseabondo.

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

Dopo quarantotto giorni di viaggio il vecchio doveva essere a corto di liquidi, perché quella pensione poteva essere anche al Bayn al Qasrayn ma aveva i muri tutti scrostati, come rosicchiati, e il mobilio emanava un giallore nauseabondo. Ossimoricamente Jotaro si bea di quell’atmosfera: fantasticava di arrivare, un giorno, all’età quei mobili. Anche metà dell'età di quei mobili sarebbe abbastanza.

Meglio non pensare dove sarà quando calerà il sole domani, specialmente se ci sarà ancora. Il tappeto su cui è disteso ha un vello rigido e irto e quel pizzicore lo aiuta a spostare la sua attenzione su piani più pragmatici. È buono perché non vuole farsi divorare dai pensieri. Attorno a lui i suoi compagni, i loro corpi ingombranti si susseguono in un cerchio come la corolla di un fiore. I cuscini però sono di fattura molto pregevole, e di colori fantastici, e di fantasie geometriche, e quello che ha preso gli accomoda meravigliosamente il collo e pensa che quasi potrebbe dormire.


Sono nel salotto e la proprietaria, riferisce Abdul, stasera soffre di una terribile emicrania e non può intrattenerli come una padrona di casa dovrebbe. Jotaro ricorda la faccia di quell’anziana quando li ha visti entrare in trafila, tutti e cinque, bruti e rozzi e provati dal viaggio e ha cercato con gli occhi appena dietro di sé, giusto per vedere se la statua annicchiata della Vergine la guardava di rimando. Panaghia Odighìria , recitava la targhetta metallica ai suoi piedi. La signora era greca e si chiamava Marianna, e Abdul aveva dovuto giurarle sul proprio onore che avrebbero lasciato intonsa la pensione, non avrebbero rotto neanche un bicchiere per sbaglio. Forse per questo li guardava con quegli occhi spiritati- per riprenderli se si muovevano male, temeva di perdere la faccia per una stronzata.


In mezzo a loro un piatto zeppo di atayef, probabilmente cucinati per la colazione di affittuari mai arrivati. Erano ancora buoni. Polnareff ne raccoglieva due, tre, quattro tra le dita spesse e bianche come la crema della farcitura. Il fumo aleggiava su di loro consistente come una cupola. Fumavano tutti dallo stesso pacchetto- tranne Kakyoin, che era così immensamente ligio da astenersi. Joseph alzava la voce già abbastanza tonante: “Dai, forza, che rinvigorisce. Di cosa ti spaventi?” e poi gli passava la cicca, ancora intonsa, e lui si allungava a prenderla e le sue mani erano ali e volano via da lui

“Forse in realtà si vergogna- vero, Kakyoin?” deve averlo detto Polnareff, perché storpiava il nome con il suo spiccato accento francese; sicché pronunciava il più delle volte kakyoìn , e se Jotaro non ostentasse sempre una tale seriosità probabilmente scoppierebbe a ridere. Alla radio passava una cantilena che sembrava meravigliosamente dolente, ma qui tutto sembra dolente. Abdul la conosce, quello che non dice è che quando, appena ragazzo, talvolta la ascoltava e sua madre si allarmava credendolo innamorato.

Dunque Kakyoin porta la sigaretta alle labbra e Joseph lo applaude con la sua mano metallica, ma più che un applauso sembra un clangore strano e inorganico. Prima di accenderla passa una mano fra i capelli; lo fa una, due, abbastanza volte da trascinarli tutti indietro. Poi sorride ancora con quelle sue labbra piatte ed è un sorriso che ha del disonesto. Poi la sua voce si abbassa di due ottave, le sue spalle stanno su dritte e il petto si sporge all’infuori, e puntando dritto negli occhi di Jotaro mugugna il famoso intercalare, yare yare . Polnareff urla all’Oscar, ma Kakyoin è già entrato nel personaggio e tutto quello che può dedicargli è un’occhiata torva e un’alzata di spalle.

Se tutti si stupiscono è perché Jotaro non è infuriato e non gli ha ancora piazzato una manata sulle spalle e neanche un calcio dritto al femore. Invece sta lì disteso e placido, intorpidito da chissà quale forza maggiore. Jotaro in realtà pensava a ieri, quando Kakyoin gli aveva detto che una volta tornati in Giappone sarebbero andati nella stessa scuola e magari avrebbero studiato insieme qualche volta, e poi lo avrebbe portato a vedere la sua Atari 2600 e avrebbe dovuto comprare un bento più grande così che potessero dividerselo meglio. Jotaro immaginava, a quel punto, che i confini tra le loro fisiologie si sarebbero confusi e lui avrebbe preso a comportarsi come Kakyoin e Kakyoin come lui. A salvarlo di nuovo al rincorrersi febbrile, e spesso delirante, dei suoi pensieri è uno stimolo pragmatico, stavolta un rumore squarciante. Kakyoin al primo tiro tossisce come se stesse vomitando un polmone, ha i capelli arruffati e giura vendetta sanguinosa su tutti gli altri che stanno ridendo di lui

Enta omri , tu sei la mia età, canta ancora Umm Kulthum dall’altra parte della radio e non stecca mai neanche una nota.

Notes:

vorrei aggiungere alcune note in merito, solo delle chicche:

- bayn al-qasrayn è il nome di un quartiere storico del cairo, ma anche il nome del primo di una serie di romanzi bellissimi di naghib mahfouz!
- anche marianna è ispirata ad un personaggio di mahfouz, però di un altro romanzo, miramar
-panaghia odighitria (Παναγία Oδηγήτρια) si può tradurre come "la vergine che indica la via", ed è la vergine che guida i viaggiatori quindi pensavo che magari potesse starci con gli stardust crusardes
- gli atayef, dicitura dialettale di qatayef, sono dei dolci diffusi in medio oriente e in nordafrica, sono praticamente delle frittelle farcite con del formaggio fresco. non so descrivere le cose rip
- Enta Omri è una canzone bellissima! la linko qui, anche se non so se si attivi l'intertesto perché sono tecnologicamente una schiappa: https://www.youtube.com/watch?v=XPGHpBOt5sE

detto questo ringrazio chiunque sia arrivato qui sotto a leggere questo delirio eheh vvb vi do uno smooch