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«Scusa, hai detto un'oca?»
Geto allungò lo sguardo verso il report che Utahime teneva stretto nella mano sinistra. Gojo non le fece quella cortesia e glielo strappò via senza troppi complimenti, sfruttando gli indubbi privilegi della sua statura.
«Utahime, perché leggi come fanno gli anziani?» il ragazzo sventolò i fogli bene in alto, per burlarsi ancora di lei. Geto sospirò in maniera impercettibile: ogni volta era così, Gojo che lanciava l'amo e Utahime che abboccava, cedendo alla rabbia.
«Che cosa vorresti dire?!» vedendo i fogli agitarsi in alto, Utahime rispose a quell'istinto come un gatto, stiracchiandosi, ma afferrando solo l'aria. Non ci arrivava neanche mettendosi sulle punte, solo che saltare l'avrebbe fatta sembrare davvero disperata.
Gojo la ignorò e continuò a leggere il report tenendolo ben oltre il suo naso, borbottando qualche esclamazione ambigua.
«A parole tue, Gojo.» La voce di Shoko si intromise in quello scambio, tentando di riportare la conversazione sul piano pratico.
«A quanto pare, di tutte le maledizioni di San Valentino la più temibile di tutte si manifesta come un'oca. Un'oca!»
«Qualcosa contro i pennuti, Satoru?» Mei si arrotolò un ciuffo tra le dita, con aria di sfida.
«Corvi e oche non sono mica la stessa cosa.» Suguru le lanciò un'occhiata di traverso, e gli sembrò di vedere l'accenno di un sorriso su quel volto algido.
«Le oche sono aggressive. Da bambina sono stata aggredita da una di loro, vi assicuro che sono creature spaventose!» Utahime si rabbuiò al solo ricordo, ma Gojo come sempre non sentì opportuno provare alcuna empatia.
«La tua opinione non conta Utahime, tu hai paura di tutto.»
Un frullio di ali interruppe l'ennesimo battibecco prima ancora che si innescasse. Forse era il ricordo che aveva appena rievocato a renderla così suscettibile, ma Utahime dovette mettersi una mano davanti alla bocca per non urlare. L'istante dopo Mei stava accarezzando premurosa il corvo che le si era appollaiato sulla spalla destra. Nessuno si sarebbe sognato di togliere di mano i fogli a lei.
«Sentite questa: l'oca della predestinazione solitamente appare in caso due amanti non riconoscano l'affetto che provano reciprocamente. La violenza con cui si scatena questa maledizione può essere o meno proporzionale all'intensità del sentimento provato dai soggetti così come dalla loro energia malefica.»
«E cosa c'entra l'energia malefica con l'amore?» Shoko si accese una sigaretta.
Il blu degli occhi di Gojo baluginò per un istante dietro i suoi occhiali da sole.
«Oh, Shoko. L'amore è la maledizione più contorta di cui l'essere umano possa cadere vittima.»
***
Le prime ore del mattino del 15 Febbraio, cinque giovani stregoni erano su un treno diretto a Chiba. L'obiettivo era un Luna Park itinerante attualmente chiuso a seguito di un'indagine ufficiale. Il complesso era arrivato in città i primi giorni di Gennaio, probabilmente per scacciare dai cuori degli abitanti la tristezza che si accompagna alla fine di un anno ed accalappiare l'entusiasmo dei buoni propositi. C'erano stati dei disservizi fin dal primo giorno: inspiegabili cali di corrente, guasti agli impianti, zucchero filato che marciva nel momento stesso in cui si avvolgeva intorno al lungo stecco di legno. Quei disagi non erano stati sufficienti a fiaccare l'entusiasmo delle persone, e nemmeno l'intraprendenza dei gestori che ce l'avevano messa tutta per ricavare un profitto. Nel tentativo di recuperare le perdite, avevano deciso di offrire uno speciale sconto per coppie 2X1 in occasione di San Valentino.
«Ma scusa, come facevano a controllare che fossero davvero una coppia?»
«Ah, Utahime, come sei ingenua. Era solo un modo per non rimetterci. Non possono mica guardare la fede. Molti ci vanno con l'amante, sai?»
«Mei, ma cosa dici!»
«Io sarei andato con chiunque solo per avere un biglietto gratis! A saperlo prima!»
«Tsk, io non pago mai niente a prescindere quando vado a un appuntamento. Sono gli uomini come te a dover sborsare i soldi, Gojo.»
«Vuoi così tanto che mi metta un vestito? Guarda che ho delle gambe più belle delle tue.»
«Ragazzi, smettete di fare chiasso, siamo arrivati.»
«In realtà, forse è proprio per questo che si è generata tutta questa energia malefica. Potresti non essere l'unico ad aver fatto questo ragionamento, Satoru. Pensateci: un ragazzo o una ragazza portano un amico soltanto per avere lo sconto, e quell'amico crede davvero che ci sia un interesse. E se decidesse di dichiararsi?»
Il giorno di San Valentino, sedici ragazzi erano morti sul colpo perché il gancio di una giostra si era staccato all'improvviso facendoli impattare rovinosamente a terra. Almeno altri venticinque erano ancora ricoverati in ospedale con diversi esiti. La maggior parte non era ancora fuori pericolo di vita. Inutile dire che la polizia aveva immediatamente aperto un'indagine. I giostrai, disperati, avevano tirato fuori tutta la documentazione a loro disposizione per scagionarsi dalle accuse e di fatto non parevano avere alcuna responsabilità in quella che era stata una fatalità. La perizia aveva rilevato che il perno era completamente accartocciato, come se qualcuno di una forza spropositata l'avesse stretto in una morsa e quello avesse ceduto sottoposto alla pressione.
Sembrava proprio il lavoro per una squadra di giovani stregoni.
«L'amore non corrisposto è in grado di sprigionare quantità di energie malefiche pari a quelle di un lutto. Sarei sorpresa se non trovassimo almeno un paio di maledizioni in questo posto.»
«Ops. Mai fidarsi delle promozioni, che vi dicevo!»
Gojo si fece strada oltre le strisce gialle e nere che delimitavano l'area. Appena le ebbe oltrepassate si bloccò all'istante. Shoko quasi gli inciampò addosso, ma ne capì subito il motivo e si fermò anche lei a pochi passi dal suo compagno.
«Questo posto è pieno di energia malefica. Basta attraversare il nastro per accorgersene.»
«Qualche finestra ha riferito qualcosa?» Geto si guardò intorno, cercando di capire se fosse il caso di evocare il suo drago per fare anzitutto una breve ricognizione aerea.
«Per nostra fortuna è un luogo abbastanza inquietante da aver tenuto alla larga anche i curiosi. Qualcuno ha riferito di aver sentito dei rumori piuttosto inquietanti avvicinandosi alla zona. Erano distorti come se venissero dagli altoparlanti, ma ovviamente sono spenti.» Utahime ricordava sempre alla perfezione ogni dettaglio della missione. La sua voce era priva di esitazione, ma era ancora un passo indietro agli altri.
«Bene, allora direi che non abbiamo tempo da perdere. Purtroppo non vengo ancora pagata a ore.» Ci pensò Mei a sospingerla oltre il nastro. «Come ci dividiamo?»
«D-dividiamo?» Utahime quasi inciampò. «Siamo sicuri che-»
«Non ha senso andare tutti insieme, è un'area troppo vasta. Io mi muoverei sui contorni dell'area, per assicurarci che il perimetro non sia interdetto.» Shoko si accese una sigaretta, ignorando le smorfie degli altri.
«Due a destra e due a sinistra. Io vi seguirò dall'alto.» Geto mosse due passi avanti e l'istante dopo stava già volando in alto in cielo, sulla testa del Drago Arcobaleno.
«Al solito. Che culo pesante!» gli urlò appresso Gojo, alzando gli occhi verso il tiepido sole di Febbraio. «Allora signore, chi viene con me?»
Shoko non si mosse nemmeno, continuando serafica a fumare la sua sigaretta. Utahime guardò da un'altra parte.
«Non sei così popolare come credevi, Satoru.» Mei si agganciò al braccio destro di Gojo e lo condusse verso il percorso che costeggiava il lato est.
***
«Ascolta, come fai a dire che un primo appuntamento al Luna Park è da sfigati? Non è più economico di un cinema!» Gojo si stava infilando dietro ogni tirassegno e gioco della pesca, con la scusa di controllare se ci fossero maledizioni. Da quando avevano iniziato a controllare, aveva deciso di appropriarsi di un ridicolo cappellino da baseball con due piccole corna cucite in cima, una cintura con dei led luminosi sul lato e un portachiavi di un maialino che se spremuto faceva i suoi bisogni. Mei lo stava guardando come se fosse un cucciolo di qualche animale particolarmente stupido.
«È un intrattenimento da quattro soldi, che punta a farti provare emozioni intense. Facile pensare che ti batta il cuore per qualcuno, quando in realtà è solo l'adrenalina delle montagne russe.» Mei si stiracchiò la schiena, quasi annoiata. Solo un occhio attento avrebbe notato che il suo sguardo anziché vagare casualmente cercava segnali dai corvi che aveva disperso per tutta l'area.
«Oh, no, no! È qui che ti sbagli, mia cara Mei Mei. Se esci con qualcuno che cerca le emozioni forti, le troverai. Come ci si può innamorare di qualcuno che ha il cuore intrappolato nel ghiaccio?» Gojo le prese una mano tra le sue, rendendo particolarmente teatrali quelle ultime parole.
Lui e Mei erano soliti punzecchiarsi, ma non c'era mai stato nessun vero interesse in quelle provocazioni che si lanciavano. Più di qualcuno vedendoli insieme aveva sospettato che ci fosse qualcosa tra loro, ma se venivano interrogati sull'argomento nessuno dei due smentiva o confermava mai apertamente. Chi li conosceva bene, però, sapeva quanto entrambi si rifiutassero di essere definiti dal bisogno di certezze altrui, anche se non avrebbero potuto essere più diversi. Mei era silenziosa e circondava del più assoluto riserbo i suoi interessi e le sue passioni, limitandosi a commenti pragmatici su qualsiasi argomento affrontassero. Tanto lei era algida e apparentemente insensibile quanto Gojo era confusionario e ciarliero. Era in grado di passare da discorsi assolutamente futili a ragionamenti contorti e filosofici, e questo lo rendeva imprendibile almeno quanto la sua compagna.
«Non credi di avere già abbastanza emozioni forti, Satoru?» Mei fece scivolare il palmo in modo da farlo aderire a quelle dell'altro. Aveva mani sottili ed esili, unghie curatissime color del sangue. «Le montagne russe possono mai dare i brividi a un uomo che cavalca i draghi?» Fece una piccola pausa. «Per esempio.» Strascicò quelle ultime parole, facendole uscire dalle labbra a voce ancora più bassa mentre intrecciava le sue dita con quelle di Gojo.
Lo spazio tra loro si chiuse, una scintilla di energia malefica che si trasmise alla schiena di Gojo. Il ragazzo rabbrividì, mordendosi il labbro inferiore. Lasciò che gli occhiali gli cadessero mollemente sulla punta del naso mentre si abbassava per sussurrare a sua volta a poca distanza dal viso di Mei.
«Hai ragione, le montagne russe non sono sufficienti. Non quando puoi avere l'intero Luna Park.» Si avvicinò ancora e la sua bocca si aprì e si chiuse, con uno scatto secco. Un morso, ad addentare solo l'aria ferma intorno al viso di Mei. E poi, quel rumore.
Fu come se tutti gli altoparlanti fossero stati colpiti da una scarica elettrica. Ognuno di essi emise un suono, unico ma lievemente discordante, una cacofonia bestiale. I due si voltarono, ancora uniti palmo contro palmo, cercando la fonte di quell'energia malefica, amplificata e distorta. Mei socchiuse gli occhi, concentrata sulle sue visioni.
«Vedo lo stormo disperdersi intorno a un punto specifico.»
«Un dominio?» Gojo si risistemò gli occhiali da sole sul ponte del naso.
«Può darsi.»
Le loro mani, infine, si staccarono.
***
«Se fossi una maledizione, ti nasconderesti nella Casa degli Specchi?»
«Sicuramente non in quella infestata. Non peccherei mai di questa banalità.»
«È una scelta ironica. Qualcuno direbbe che ci sono poche cose più spaventose del nostro riflesso, Satoru.»
«Parla per te. Io sono uno splendore.»
Se un individuo comune poteva avere qualche difficoltà a farsi strada in un labirinto di specchi, uno stregone a caccia di una fonte di energia malefica avrebbe dovuto essere attratto da quel metaforico centro come l'ago della bussola verso il Nord. Eppure, in quell'intreccio di forme che erano riusciti a illuminare riaccendendo l'impianto elettrico, Mei e Gojo erano riusciti a perdersi di vista.
«Un dominio?» mormorò Gojo al suo riflesso. La domanda era ancora senza risposta. Se si trovava all'interno del dominio di una maledizione, era peculiare che non stesse ricevendo alcun attacco. Non si sentiva affatto minacciato. Certo, questo avrebbe potuto spiegare il motivo per cui non riusciva a trovare la fonte: se fosse stato letteralmente immerso nell’energia malefica, non ci sarebbe stata alcuna direzione da seguire. Eppure la sua impressione era che ci fosse un punto di maggior tensione, quasi come... Uno strappo. Camminò accelerando il passo, cercando di assecondare quell'intuizione. Superò uno specchio, poi tornò sui suoi passi camminando all'indietro. Si avvicinò alla superficie riflettente, abbassandosi gli occhiali da sole. Il suo naso era ad appena qualche centimetro dallo specchio quando alitò sul vetro. Sorrise: nessun alone. Niente di niente. Si sfilò gli occhiali da sole e li ripose nel taschino della divisa. Poi fece un passo avanti.
***
Sembrava di stare sotto la superficie dell'acqua. Il suono dei suoi passi era attutito, lontano. Allo stesso tempo ogni suo movimento, persino un distratto ravvivarsi del ciuffo che gli cadeva davanti agli occhi, produceva un eco come se le sue azioni lasciassero un residuo. Il dettaglio più insolito però era senz'altro l'assenza totale del riflesso di Gojo: non si vedeva più in nessuno dei numerosi specchi che lo circondavano. Quello, e il fatto che letteralmente qualsiasi cosa fosse imbevuta di energia malefica lì dentro.
«Non c'è nessuno ad accogliermi?» parlò a voce alta, spavaldo. Stava cominciando a farsi l'idea che chiunque avesse creato questo dominio non fosse particolarmente in grado di controllarlo. Qual erano le probabilità che qualcuno inciampasse nel proprio riflesso allo specchio? Non sapeva se il suo ingresso avesse cambiato qualcosa nella dimensione in cui camminavano i suoi compagni, ma se era una trappola era fin troppo complicata.
Percepì un movimento. Non era solo. Continuò a camminare finché non trovò una svolta a destra: la imboccò e si appiattì contro la parete dello specchio, in attesa del suo inseguitore. Non riusciva a percepire con chiarezza l'energia malefica del portatore: aveva idea che quegli specchi fossero in grado di rifletterla e moltiplicarla all'interno di quel luogo che per il resto era in tutto e per tutto identico all'originale a un occhio inesperto. Non sarebbe stato facile uscirne, ma per fortuna Gojo non aveva alcuna intenzione di farlo.
Voltò la testa verso lo specchio davanti a sé, sperando di intravedere la sagoma di una maledizione. Il suo riflesso aveva i capelli più lunghi, una fascia nera davanti agli occhi, e una divisa dal taglio differente. Gojo cercò i tratti del suo viso ma quell'immagine allo specchio non gli rispondeva, non mimava i suoi gesti. Il riflesso si scostò la fascia dal viso, abbassandola sotto il mento. Stava piangendo.
Era un'illusione. Non poteva farsi fregare da un trucchetto come questo. Ma perché quel dominio aveva creato una copia imperfetta di lui? Se avesse voluto ingannarlo, perché creare una proiezione che non gli corrispondeva affatto? Mosse un passo verso quell'immagine di sé, e il riflesso parve reagire. Alzò gli occhi, e per un istante Gojo incrociò il suo stesso sguardo: il blu delle iridi era di un colore splendido e disturbante, i segni sotto gli occhi erano aumentati a dismisura. Il riflesso aveva lo sguardo fisso su un punto oltre la sua schiena, talmente intenso che Gojo dovette sforzarsi per non guardarsi indietro. Sapeva che avrebbe potuto sferrargli un attacco con l’energia malefica e liberarsene, ma la curiosità di comprendere quello che stava accadendo era troppo grande per farlo. Non era davvero in pericolo, non ancora.
Avanti. Fai la tua mossa.
Il riflesso saltò via dallo specchio. Si allungò via dalla sua prigione di vetro, perse consistenza e si lanciò contro Gojo, già pronto a schermarsi con il minimo infinito. Lo sentì scivolargli intorno alla barriera mentre qualcosa di freddo gli accarezzava la colonna vertebrale. Si voltò di scatto, ma il suo riflesso era già oltre, correndo in una prospettiva impossibile nella superficie dietro di lui.
***
Geto aveva controllato gli angoli più inaccessibili, come la cima della ruota panoramica e il perno su cui era stata effettuata la perizia. Di fatto, il metallo era schiacciato alle due estremità, proprio come se fosse stato pressato: c'erano ancora residui di energia malefica. Aprì la conchiglia del cellulare in maniera meccanica, non era un'informazione di importanza tale da doverla comunicare immediatamente ai suoi compagni. Non voleva distrarli.
Si fece portare ancora più in alto dal Drago Arcobaleno per poter sorvegliare l'intera zona. Mentre sentiva la brezza muovergli i ciuffi ribelli che gli cadevano sui lati del viso, rabbrividì al pensiero di come dovevano essersi sentiti quei ragazzi prima di morire. Salire in alto, sempre più in alto: l'euforia del volo era qualcosa che poteva comprendere fin troppo bene, ma il vuoto allo stomaco che si provava durante la caduta era adrenalina allo stato puro.
La paura è un sentimento quasi indistinguibile dall'euforia. Il cuore pompa più velocemente, l'aria esce a forza dai polmoni, ogni muscolo freme della minuscola carica elettrica prodotta dalle cellule del corpo. Quanti di loro avevano realizzato che stavano morendo?
Scacciò via quei pensieri: non era questo il tempo di dispiacersi per i defunti. Trovare il responsabile era l'unica cosa sensata da fare per onorare la memoria di quelle persone.
Si allontanò dalla zona centrale, fluttuando verso quella che sembrava una giostra acquatica. Le pesanti ciambelle meccaniche a forma di ninfea galleggiavano lugubri sull'acqua stagnante. Non si erano nemmeno premurati di svuotare l'acqua dalla giostra, tanta era stata la fretta di chiudere. Stava per passare oltre, quando qualcosa attirò la sua attenzione: qualcosa di candido e tondeggiante come un cuscino si muoveva lentamente sul pelo dell'acqua. Probabilmente era una giacca o una borsa che era stata gettata via nella confusione della tragedia, ma tanto valeva toglierla di mezzo. Si sistemò in ginocchio sulla testa della sua maledizione e puntò verso il basso. L'acqua si increspava al suo passaggio: il Drago Arcobaleno emanava talmente tanta di quell'energia malefica che avrebbe potuto creare una corrente se ci si fosse immerso dentro. Geto si allungò come un gatto per afferrare l'oggetto, ma con sua grande sorpresa il palmo affondò in qualcosa di soffice. Strinse con più forza, ma le sue dita cedevano come se stesse maneggiando zucchero filato. D'istinto, sentì l'energia malefica dentro di lui risvegliarsi mentre affondava dentro quella nuvola bianca fino al polso.
Uno schiocco. Ritirò la mano all'istante: se non si fosse schermato con l'energia malefica, la pressione che aveva sentito gli avrebbe spezzato una falange. Tra le dita appiccicose si ritrovò una piuma.
No. Non è possibile!
Quando alzò gli occhi, l'acqua aveva già cominciato a mulinare intorno a quell'ammasso di piume bianche che si stava contorcendo dall'interno, pulsando di un'energia malsana. Dal centro di quella bestialità informe si allungò un cono di piume, un mostruoso collo che si divise ancora, e ancora. Un becco aguzzo si affilò all'estremità di ogni collo, e sei occhi glaciali si aprirono tutti quanti su Geto.
***
Il corpo del Drago Arcobaleno era ancora accasciato a terra, uno squarcio che si apriva grondante di sangue al centro del suo lungo stomaco. L'oca si era fatta strada tra le carni della sua maledizione e aveva caricato con furia, ma la manta si era materializzata sotto i piedi di Geto e l'aveva portato in salvo per un soffio.
«Cazzo.» L'altezza gli concesse il lusso di utilizzare una manciata di secondi per pensare ad una strategia.
Far divorare l'oca a un'altra delle sue maledizioni era troppo rischioso: aveva idea che quell'animale si fosse cibato dell'energia del Drago nel momento in cui si era liberato di forza dal suo stomaco. Le zampe palmate dell'oca erano affondate nell'asfalto come se fosse fango. Poteva prendere tempo evocando qualcosa che fungesse da diversivo e direzionando l'oca verso il centro del Luna Park, dove sarebbe stato più facile accerchiarla con i suoi compagni.
Priorità. Prese il telefono tra le mani e fece schioccare di nuovo lo sportellino. Doveva avvisare gli altri del pericolo.
Compose il numero di Gojo perché era il primo nell'elenco: non raggiungibile. Controllò lo schermo per assicurarsi che non fosse un'interferenza dovuta alla presenza della maledizione, ma la linea sembrava funzionare.
Un verso bestiale distolse la sua attenzione da quella stranezza: l'oca aveva alzato le sue tre teste e lo stava puntando. I tre colli erano tesi, i becchi che puntavano verso Suguru come una freccia. Un verso mostruoso uscì dalle tre gole, uno starnazzare orrendo e cacofonico che gli fece portare le mani alle orecchie nel tentativo di proteggerle. Davanti ai suoi occhi, l'oca si gonfiò e si gonfiò, ingrandendosi a dismisura come se fosse fatta di vapore. Il solo contatto del corpo dell'animale con la struttura della giostra fece gemere le lamiere. E poi aprì le ali.
L'acqua eruppe dagli argini metallici che si accartocciavano contro le piume, distruggendo completamente la giostra. Lo spostamento d'aria che quel movimento era stato in grado di generare sollevò detriti, liquidi e minuti frammenti di ferro che investirono Geto come una tempesta.
Com'era possibile che fosse diventata così grande? Non riusciva a vedere il corpo del Drago Arcobaleno, ma era impossibile che l'oca fosse riuscita ad assorbire tutto quel potere. Si aggrappò alla manta con tutte le sue forze, mentre la bestia avanzava ancora verso di lui: ormai sarebbe stato impossibile oltrepassarla. Che stesse difendendo qualcosa o qualcuno?
Una parte della coscienza di Geto riuscì a percepire il rumore del telefono che squillava. Sicuramente avevano sentito lo starnazzare mostruoso dell'animale. Si allontanò dal mulinello generato dalla bestia nel tentativo di far sentire la sua voce al telefono.
«Non è un buon momento.»
«Suguru, i miei corvi la vedono. Devi andartene di lì» La voce di Mei Mei non tradiva alcuna emozione.
«Perché? Io credo che sia a guardia di qualcosa.»
L'oca mosse un altro pesante passo.
«Sta succedendo qualcosa nella giostra degli specchi. Credo che le due cose siano collegate.»
Suguru si azzardò a distogliere lo sguardo dal suo avversario per puntare verso quella che immaginava fosse la direzione di Mei Mei.
«Gojo?»
L'oca emise un altro verso terribile, ma Geto strinse il telefono all'orecchio con tutte le sue forze. La vide abbassare la testa, preparandosi a caricare.
«Nella giostra. Credo sia all'interno di un dominio.»
Suguru si abbassò, appiattendosi contro la manta.
«Fammi strada.»
Click.
***
I riflessi non emettono suoni e non proiettano ombre. Gojo aveva usato tutta la sua concentrazione per non perdere di vista l'immagine di sé stesso, che ogni tanto cambiava direzione perdendosi in uno specchio. Un corridoio dopo l'altro, si era trovato infine in un vicolo cieco. Nessun riflesso. Eppure era sicuro di non essersi sbagliato.
Fece per voltarsi e cambiare strada, ma la spiacevole sensazione di non essere solo gli pizzicò nuovamente la schiena. Guardò meglio davanti a sé. Un minuscolo punto si ingrandì, finché non fu di nuovo una sagoma, due braccia, due gambe, due occhi così estranei e così familiari. In un istante, il suo riflesso gli fu addosso. Gli entrò dentro, come se Gojo stesso fosse lo specchio in cui saltare. Cadde riverso sul pavimento, gli occhi puntati verso un soffitto incapace di restituire il minimo bagliore di luce.
***
Geto sfrecciò tra le contorte evoluzioni delle montagne russe, sperando che tutto quel metallo avrebbe rallentato almeno un po' il passo marziale dell'oca. L'energia malefica del corvo era trascurabile rispetto a quella che emanava la bestia, quindi doveva fidarsi soltanto dei propri sensi per non essere mandato fuori strada e arrivare da Mei Mei il prima possibile. La bestia dietro di lui sollevava polvere ad ogni passo, lasciando una scia di distruzione dietro il suo cammino. Sperava solo che Shoko e Utahime non si trovassero la strada sbarrata.
Vide con la coda dell'occhio il corvo puntare verso il basso: non distingueva ancora la sagoma di Mei Mei ma doveva essere vicino.
«Ma cosa...?»
Davanti a lui, la giostra degli specchi si era trasformata in un iceberg di superfici riflettenti, così rifrangente da rendere difficile guardarlo nonostante la scarsa luce invernale. Il cartello dell'attrazione era divelto e gli specchi strabordavano all'esterno, in ogni direzione. Sembravano essersi riprodotti all'infinito, come i cristalli all'interno di un fiocco di neve. Si distingueva a malapena un ingresso in una struttura ormai alta e imponente quasi come un ghiacciaio di vetro. Sotto di lui, Mei Mei cercava di farsi strada tra quelle superfici ma dall'alto Geto vedeva chiaramente che il vetro infranto si posava a terra e generava, come un albero di luce, nuovi specchi. Presto sarebbe stata circondata.
«MEI!» Geto planò a tutta velocità, creando una strada che la sua compagna potesse percorrere all'indietro.
«Sto bene.» Mei non si voltò nemmeno: probabilmente lo stava percependo con i suoi corvi. «Non ho idea di cosa stia combinando Gojo lì dentro, ma forse dovrei preoccuparmi dell'ospite che mi hai portato.» Con una spazzata dell'ascia si guadagnò uno spazio per liberarsi dagli ultimi cristalli e saltò su una delle poche superfici in lamiera che non erano ancora state colonizzate dal vetro. Si alzò in piedi su quella fragile struttura per osservare il mostro che ormai si era ingigantito al punto da oscurare la vista della ruota panoramica. Suguru si portò accanto a lei, riconquistando la posizione eretta sul dorso della manta.
«Gran bell'uccello.» Mei si scostò un ciuffo bianco dagli occhi, convogliando l'energia nei suoi corvi per tenersi pronta all'inevitabile scontro. «Sai spiegarmi perché è grosso come un palazzo?»
«Vorrei tanto saperlo. Era delle dimensioni giuste quando l'ho trovato.» Suguru aprì e chiuse di nuovo la conchiglia del telefono. Non aveva senso chiamare Gojo, dovevano fidarsi di qualsiasi cosa stesse combinando dentro quell'inferno di specchi. «Shoko e Utahime?»
«Stanno bene, ma sono dalla parte opposta di questo disastro. Potrebbero metterci un po'.» Mei fece scivolare lo sguardo sul profilo composto del compagno.
«Perché non sta attaccando?»
Geto era in attesa, i muscoli pronti a scattare, ma l'oca si era fermata. Si era piazzata tronfia davanti alla scia di distruzione che si era lasciata alle spalle, le zampe divaricate. Aveva inalato l'aria con tanta forza che ne avevano percepito lo spostamento prima di venire di nuovo assordati da quel suono intollerabilmente acuto e stridulo.
«Mei. Che cosa vuole l'oca della leggenda?»
«Mnh? Che intendi?»
«L'oca appare in caso due amanti non riconoscano reciprocamente l'affetto che provano, giusto? E per esorcizzare la maledizione che cosa bisognerebbe fare, riunirli? Che cosa vuole l'oca?»
I due rimasero in silenzio. Le implicazioni di quel ragionamento erano fin troppo pericolose per delle persone che intrattenevano solo silenziosi rapporti di sguardi. Come in un duello, ognuno stava valutando i segreti celati all'interno del cuore dell'altro. Nessuno dei due però sentiva di avere una pistola carica e pronta a sparare.
«SUGURU!» Un grido spezzò quel silenzio. Una voce maschile gutturale e rotta dal pianto venne rimbalzata da un miliardo di specchi.
***
La schiena di Suguru.
Un abito da bonzo.
Sangue.
«Avresti potuto almeno maledirmi.»
Morte.
Una parte lontana della sua coscienza gli sussurrò che era intrappolato all'interno di un'illusione, ma Gojo non riusciva a uscire da quella spirale di dolore. Non importa che parole usasse, perché non riusciva a sentire nulla di ciò che usciva dalle sue labbra.
Suguru gli dava ancora una volta le le spalle e da lì quell'incubo si manifestava ancora e ancora, una spirale di sangue che si concludeva soltanto con la morte di uno di loro o di entrambi. Solo che non morivano fianco a fianco, come compagni. Eppure la morte aveva sempre i loro occhi.
***
Geto si era fatto strada tra gli specchi, evocando ogni maledizione in suo possesso.
«SATORU!» Gli aveva risposto solo l'eco vibrante dei cristalli. Aveva spaccato superfici fino a sanguinare, riempiendosi di schegge di vetro sotto lo sguardo attonito di Mei che aveva tentato invano di recuperarlo prima che venisse sommerso da una parete di specchi.
Chiuso in quella prigione di cristallo, Geto sbatté entrambi i pugni contro il soffitto e lo trovo stranamente morbido. Sussultò nel vedere che le sue mani erano sparite fino ai polsi all'interno dello specchio.
Sapeva che quello che stava facendo era pericoloso, ma forse era l'unica soluzione. Richiamo a sé ogni maledizione, e si avvolse di tutta l'energia malefica che possedeva. Si tuffò nello specchio e ci affondò dentro.
***
Se questa era l'unica fine possibile, tanto valeva cancellare uno dei due elementi dell'equazione. Se il loro destino era uccidersi, forse l'unica soluzione era farlo prima che accadesse.
Di chi era la voce che stava sussurrando nelle orecchie di Gojo? Ma era la sua, ovviamente. Era la sua stessa voce, la voce di quell'uomo dagli occhi stanchi che aveva visto troppe cose. L'unico da cui avrebbe potuto accettare un consiglio in fondo era sé stesso, no? Si era goduto abbastanza la sua giovinezza. L'età adulta non aveva nulla da riservargli, niente. Tutto sarebbe finito prima ancora di aver realizzato quanto fosse prezioso.
«Satoru!» Gojo sentì come in un sogno la voce di Suguru. No, non voleva vederlo dargli le spalle ancora una volta. Basta, basta, non avrebbe tollerato un'altra visione.
«Satoru!» Dov'era? Era lì con lui? Non riusciva a muovere le labbra. Non sentiva alcun residuo di energia malefica dentro di lui. Era un fiammifero spento.
«Satoru, svegliati! TI DEVI SVEGLIARE!!» Era venuto a cercarlo. Allora c'era la possibilità di farlo tornare indietro? Gojo si irrigidì. Doveva esserci.
Sbarrò gli occhi, il corpo scosso dai tremiti. L'immensità delle possibilità entrò in ogni molecola del suo corpo. Respirò ogni particella di ossigeno che fosse mai stata creata, morì e nacque innumerevoli volte in un secondo percorrendo infinite linee temporali in un istante. Morte. Maledizione. Sangue. Tradimento. Morte.
Doveva essercene una, una soltanto.
Eccola lì.
Lui e Suguru che ridevano stesi su un prato. Una stella cadente. Un bacio. Mano nella mano. Stregoni di primo livello. Insegnanti. Sukuna. Fianco a fianco. I loro corpi uniti uno all'altro. Lacrime. Altri baci. Sangue. Disperazione. L'unico amico che abbia mai avuto. L'immensità del male. Sacrificio. Solo tu e io. Morte.
Gojo sorrise. Era solo una possibilità. Se la sarebbe fatta bastare.
***
Quando il corpo di Gojo smise di scuotersi dalle convulsioni, tutti gli specchi esplosero in una sinfonia di scoppi argentei. Geto si strinse al corpo dell'amico, tentando di schermarlo dalla pioggia tagliente, ma quei minuscoli frammenti si dissolsero in aria come se non fossero mai esistiti. Il dominio era scomparso.
Geto rimase immobile: sentiva il cuore di Gojo battere di nuovo ad un ritmo regolare. L'aveva trovato freddo come una statua, ma appena l'aveva scosso per tentare di rianimarlo ciò che era successo al corpo che teneva fra le braccia era stato ancora più spaventoso.
«Mnh... Non dirmi che la festa è finita e mi sono perso tutto il divertimento.» La voce di Gojo era rotta dalla stanchezza, ma pervasa da una strana nota di euforia.
«Niente di che, sono solo venuti giù i palazzi» Geto lo liberò dalla sua stretta, aiutandolo ad appoggiarsi su ciò che rimaneva di uno specchio.
Gojo rovesciò la testa e rise a quella battuta stupida. Cercò a tentoni gli occhiali nella tasca prima di aprire gli occhi.
Suguru era davanti a lui, i capelli incrostati di sangue e sporcizia, il labbro spaccato. Due occhi scuri che lo inchiodavano. Li aveva visti milioni di volte, in ogni possibile linea temporale, e ora tutte quelle possibilità si erano sovrapposte in quel singolo istante. Il presente in cui lui lo stava guardando.
Scacciò via tutte le altre vite e allungò la mano verso di lui.
«Ehi ragazzi, tutto bene?»
La voce di Mei Mei fece voltare Suguru di scatto.
Gojo si era già coperto gli occhi, ma Geto avrebbe giurato di aver visto un riflesso incredibile dentro quelle iridi. Aveva guardato il suo amico decine, centinaia di volte: non gli sarebbe sfuggita una sfumatura inedita in quel blu profondo. Avrebbe voluto almeno qualche altro istante solo per sé.
«Alla grande!» Gojo alzò un braccio, rialzandosi in piedi come se nulla fosse. «Non ringraziatemi, qualsiasi cosa io abbia fatto era talmente noiosa che mi sono addormentato.» Mentire, e ancora mentire. Non aveva senso raccontare quello che aveva visto.
«Dov'è l'oca?» Geto si guardò intorno, ancora teso.
«Scomparsa. Non chiedermi com'è successo. Ho mandato i miei corvi a cercarla, se è ancora qui la troveremo.»
***
«Ehi, Satoru.»
«Mnh?»
Gojo accorciò il passo, sistemandosi meglio gli occhiali.
«Cos'hai visto nella casa di specchi?»
«Modi pessimi di utilizzare il tempo, direi.»
Geto calciò un sasso davanti a lui.
«Ti ho sentito.»
«Cosa?»
«Ti ho sentito chiamare il mio nome.»
«E tu sei venuto.»
Geto si fermò.
«Tu che dici?»
Gojo sorrise.
