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Hýbris kai Nèmesis

Chapter 7: VII - We knew it'd happen eventually

Notes:

Cover Art #7 by Kumiho5

(See the end of the chapter for more notes.)

Chapter Text

Per un lungo periodo della sua vita c'erano state solamente le lacrime.

C'era stato il bianco di un ambiente troppo pulito e troppo asettico e troppo vuoto; e un segno giallo e nero sulla porta d'ingresso, e appena un rettangolo di vetro spesso a fare da finestra sul mondo esterno. Per molto tempo, i sotterranei della Clinica Reiss erano stati il suo mondo, e il mondo dei due bambini rinchiusi là sotto assieme a lui, in quarantena.

Poi era arrivato il sangue.

 

Erwin riaprì gli occhi e osservò il volante stretto tra le proprie dita come lo vedesse solo allora per la prima volta. La macchina era ferma, e non aveva la più pallida idea di quanto a lungo fosse rimasto nel parcheggio dell'istituto di Belle Island in preda a ricordi dolorosi che avrebbe preferito seppellire – e che al tempo stesso non meritavano di essere seppelliti; non ora che quei due nomi erano tornati in superficie e avevano colorato di porpora l'acqua altrimenti limpida e tranquilla della sua esistenza.

Sospirò un'ultima volta prima di aprire la portiera e scendere dalla macchina, lo sguardo già rivolto verso l'acquario abbandonato in lontananza. Certo il giovane Marco aveva avuto una bella fortuna a trovare un Dormiente al primo tentativo, ma Erwin non credeva davvero nella fortuna, e alla luce dei burattinai che tiravano le fila di quel luogo si ritrovò a chiedersi se non ci fosse stato il modo di suggerire a Marco di recarsi proprio lì. Doveva parlare con lui, e il prima possibile.

Quattro figure iniziarono a farsi più distinte man mano che si avvicinava all'ingresso dell'acquario; ben presto potè vedere i profili più o meno familiari di Reiner, Jean e Marco e quello sconosciuto di un quarto ragazzo, chino a terra. - Ragazzi! - Li chiamò, e tutti e tre si fecero istantaneamente più seri nel vederlo arrivare. Lo sconosciuto non battè ciglio.

- Commissario. - Lo salutò Marco, andandogli incontro. Erwin pensò di prendersi un momento per chiedergli di chiamarlo per nome, ma lasciò perdere; per qualche motivo non funzionava mai. - Ha fatto in fretta. -

Jean era tutt'altra pasta, e lo dimostrò immediatamente, seguendo Marco a ruota. - Dobbiamo portarlo da un medico, Erwin. - Mormorò, indicando il ragazzo a terra. I suoi occhi verdi si fissarono in quelli azzurri di Erwin e l'uomo notò con un guizzo di soddisfazione quasi paterna la semplicità con cui sostenne il suo sguardo. Il Jean di qualche tempo prima non l'avrebbe mai fatto. - Uno sicuro. -

Scosse la testa. - Direi che non esistono più medici sicuri, dopo quello che ho scoperto. - Si chinò verso il ragazzo a terra prima che Jean o chiunque altro potesse chiedergli altro. Non c'erano medici sicuri, ovvio; ma lui non era la reincarnazione del dio della medicina per niente. Il ragazzo seduto a terra alzò due grandi occhi verdi su di lui e smise di mordersi il dito per fissarlo. - Come ti chiami? -

- Bertholdt. - Rispose. Qualcosa nella rapidità con cui lo fece lo spaventò per un solo istante. Si spogliò del soprabito e lo sollevò in direzione dei ragazzi; Marco si affrettò a prenderlo, mentre Erwin alzava le maniche della camicia.

- Devo assicurarmi del tuo stato fisico e mentale, Bertholdt. - Lo avvertì. Il ragazzo annuì, di nuovo troppo rapidamente per poter essere considerato naturale. - Posso assicurarmi che non mi farai nulla di male, se ti tocco? -

Bertholdt fece qualcosa che Erwin non si era aspettato: si mise a piangere in silenzio, annuendo di nuovo e questa volta con più scioltezza. - La prego. - Sussurrò infine. Non aveva ancora idea di cosa avesse fatto a Jean e i suoi amici, ma gli riusciva quasi impossibile pensare che costituisse davvero una minaccia. Poggiò le dita ferme ulla base del suo collo e sul pomo d'Adamo, chiudendo gli occhi. Quella che eseguiva non era certo medicina convenzionale: Hanji la definiva spesso magia, il suo professore all'università l'aveva definito un ciarlatano. Mascherò un guizzo nervoso inspirando ed espirando, e figurando le proprie energie scivolare sulla pelle di Bertholdt e danzarvi attorno, per poi insinuarsi dentro lui.

Avvertiva Bertholdt attorno a sé, ora; come fosse una serie di stringhe, numeri e codici da comprendere e sistemare – ma c'era qualcosa di più, qualcosa di più profondo. C'era la vita ad attenderlo in quel viaggio che poteva compiere esclusivamente in solitaria, e lo affascinava sempre vedere come razionalità e sentimento si unissero negli esseri umani, come su un piano spirituale e non fisico non fossero che il perfetto connubio tra reale e surreale.

Per gli esseri simili a lui era diverso. La parte composta dallo spirito – dall'anima – era più forte, più vicina al fisico e alla carne. Fu quella che andò a sfiorare, trovandola agitata e malleandola per vedere quale fosse il problema mentre nella realtà le sue mani continuavano a muoversi sul corpo di Bertholdt. Giunse a una conclusione soddisfacente nel momento in cui le sue mani si posarono sul suo costato e vi premette contro, sentendo l'anima agitarsi e contorcersi e d'improvviso scindersi in un processo simile alla mitosi.

- PRENDETELA! - Urlò; i tre ragazzi si precipitarono in avanti, del tutto ignari di cosa avrebbero dovuto afferrare. Fu Marco il più rapido, ma lasciò andare ciò che aveva preso con un urlo e quella ricadde tra le dita di Reiner. Erwin si alzò sostenendo il ragazzo che ansimava e tremava aggrappandosi a lui e si avvicinò per osservare l'oggetto tra le dita di Reiner.

- I nostri amici devono essere molto affezionati a quest'immagine ricorrente del fuoco. - Constatò, osservando la fiamma nera tra le dita di Reiner. - Potrà sembrarvi strano, ma è quella l'origine del nostro problema. -

Marco aggrottò le sopracciglia. - In che modo? Di che si tratta? -

Erwin lasciò che Bertholdt si appoggiasse meglio a lui e indicò la fiamma nera con un cenno della testa. - Quella è un'idea. - Spiegò. - Pericolosa e oscura, e corrotta. Abbastanza potente da assumere forma fisica. -

Ci fu una breve pausa in cui Marco si voltò verso Jean, e Erwin ebbe solo una breve anteprima dell'orrore sul suo volto. - Armin ha detto che noi siamo delle idee in forma fisica. - Sussurrò. Jean annuì lentamente.

- Anche quella. - Mormorò, indicando la fiamma. - Anche quella era una persona. -

 

* * *

 

Il viaggio di rientro fu straordinariamente silenzioso, l'antitesi di quello che era stato all'andata. Erwin aveva insistito affinchè Bertholdt fosse affidato alle sue cure per qualche tempo ancora, garantendo di aggiornarli quella sera stessa circa eventuali sviluppi sulla faccenda. Non aveva voluto dire loro che cosa avesse scoperto sui proprietari dell'acquario – sulle persone che avevano mandato Bert ad aspettarli. Marco passò la mezz'ora necessaria a rientrare a Detroit osservando il passaggio fuori dal finestrino senza vederlo, cercando di svuotare la mente. Non si sentiva nemmeno più in grado di fidarsi dei propri pensieri.

Si riprese solo nel riconoscere il proprio quartiere, alzando il capo dallo schienale del sedile e preparandosi a scendere. Jean lo seguì giù dal Land Rover, ed entrambi attesero che Reiner avesse abbassato il finestrino per salutarlo.

- Penso che andrò da Levi per chiedergli se ci sono notizie, se è già tornato a lavoro. - Rivelò. Marco annuì, troppo stanco per chiedere ulteriori dettagli. - Voi avete bisogno di riposarvi. -

- Io ho bisogno di vestiti asciutti. - Si lamentò Jean. Marco sorrise piano.

- La strada per l'università la conosci. Io devo andare a vedere come sta occhioni verdi. - Reiner sollevò il finestrino ignorando le proteste di Jean, e lo guardarono allontanarsi in silenzio.

Marco si morse il labbro, indeciso su cosa dire o cosa fare. - Sai. - Mormorò infine. - Puoi sempre salire a casa mia. Ti presto dei vestiti, non...uh...non devi andare a piedi fino all'università. -

Vide Jean massaggiarsi la fronte. - Come se non fosse il suo piano fin dall'inizio. Urgh. Stupido scimmione. - Borbottò. Si voltò verso Marco con una nuova risolutezza in volto. - Sai cosa? Si fotta Reiner. Sicuro che tua sorella non tenterà di uccidermi? -

Marco sorrise, frugando nella tasca della giacca alla ricerca delle chiavi di casa. - È a lavoro. - Lo rassicurò, aprendo il portone della palazzina e lasciando passare Jean avanti a sé. La signora Brzenska era nell'ingresso, impegnata a spazzare per terra. Osservò entrambi visibilmente contrariata, borbottando qualcosa circa lo sgocciolare acqua sul pavimento.

Vedere il contrasto che Jean creava con il suo appartamento era sempre uno spettacolo, ancora di più senza Ymir a interromperli. Marco gli fece strada di nuovo fino alla sala, abbandonando giacca zuppa e chiavi di casa sul divano e invitandolo a fare lo stesso. Jean si stropicciò le mani guardandosi attorno per qualche momento, prima che un miagolio attraesse la sua attenzione.

- Spero tu non sia allergico ai gatti. - Sorrise Marco, lasciandosi cadere sul divano. Per tutta risposta Jean si chinò e la sollevò senza alcuna esitazione – Marco guardò compiaciuto Chii abbandonarsi alle coccole tra le braccia di Jean, come lo conoscesse da sempre.

- I gatti mi piacciono. - Jean le carezzò la collottola e lei ruggì contenta. Lentamente si mosse verso il divano, ben attento a non disturbarla, per poi sedersi accanto a Marco. - Mi piacciono anche i cani, ma non ne ho mai avuto uno. Ne ho sempre voluto uno di taglia grossa. -

- Cerbero. - Mormorò Marco; Jean scoppiò a ridere e annuì.

- Il perfetto stereotipo del dio della morte. - Ammise, allargando le braccia affinchè Chii potesse saltare di nuovo sul pavimento. Rimase a fissarla mentre la sua espressione si faceva via via più scura e seria, e il sorriso svaniva dalle sue labbra.

- Grazie. - Lo sentì dire alla fine. Marco unì le mani sulle proprie gambe, nervoso. Grazie. Niente di più, niente di meno; nessun bisogno di specificare per cosa.

- Non è che corressi un vero e proprio rischio. Non puoi morire, giusto? -

Jean si voltò a guardarlo, gli occhi sottili pesanti a causa della spossatezza. Marco si chiese quanto del suo sonno e della sua intera vita gli costasse il fardello che gli era toccato, sicuro che nel raccontargli delle sue notti insonni Armin avesse solo accennato alla punta dell'iceberg che era la sua responsabilità. - Posso morire. - Lo corresse. - Solo che non me ne posso andare. Quindi sono costretto a tornare indietro. -

Rimasero in silenzio, e le gambe di Jean si alzarono sul divano fino a quando non furono rinchiuse tra le sue braccia, le ginocchia vicino al petto. Marco lo imitò, ignorando il tessuto bagnato sotto di loro.

- Fa davvero male. - Rivelò Jean. - Mi hai salvato la vita. Grazie. -

Marco tracciò cerchietti immaginari nel copridivano, evitando lo sguardo di Jean. - Vivrai finchè almeno uno di noi sarà in vita, giusto? -

Jean annuì. Il dito di Marco si fermò in un punto, immobile come il resto del suo corpo.

- Allora ti prometto che non morirò mai. - Sussurrò. Vide solo con la coda dell'occhio il capo di Jean voltarsi verso di lui, rapido come un fulmine; e ignorò la sua espressione sconvolta, concentrandosi sulle parole da dire – per quanto stupide e infantili suonassero, e per quanto avesse solo una vaga idea del perchè le stava pronunciando. - Così non dovremo mai separarci di nuovo. -

Attese qualche secondo prima di farsi coraggio e voltarsi verso Jean, solo per trovarlo ancora lì – sconvolto, commosso, derubato di ogni sicurezza. Non si era mai accorto di quanto fossero lunghe le sue ciglia, di quanto fossero scure e di quanto coprissero i suoi occhi di un verde quasi giallo; né si era mai accorto di quanto fossero scavati i suoi zigomi, di quanto lo facessero sembrare spigoloso e severo – in totale contraddizione con la sua personalità. Solo una settimana prima non avrebbe mai pensato si sarebbe trovato così tanto a proprio agio con una persona come Jean; ora la sua mano scivolava verso il divano, verso lo spazio tra lui e il ragazzo più piccolo, solo per poggiarsi sulla sua. Jean non tentò nemmeno di allontanarlo, e il suo sguardo non vacillò – si fece più vicino, e le sue palpebre più pesanti, e il suo fiato più caldo e lento.

E lentamente Marco si fece indietro, sbattendo le palpebre e fissandolo confuso. - Jean. - Mormorò. Jean indietreggiò ancora più lentamente, il labbro inferiore tremante di una rabbia silenziosa. - Io credo...credo che dovresti andare ad asciugarti. Sei bagnato come un pulcino. -

Jean annuì una volta, poi due; Marco si sollevò in piedi come in trance, il cuore impegnato a consumare i battiti di una vita intera nel suo petto. Sentì Jean alzarsi alle sue spalle, e prima ancora di ragionare su ciò che stava facendo si voltò e premette il proprio volto contro il suo, lasciando che le loro labbra si sfiorassero come sarebbe dovuto accadere qualche istante prima. Ignorò la confusione e ignorò la paura, e ignorò il pentimento e la ragione a favore della facilità con cui Jean si arrese dopo l'iniziale sorpresa, a favore della morbidezza delle sue labbra e della sensazione singolare del metallo freddo del piecing appena al di sotto del suo labbro inferiore. Si rese conto di quanto aveva stretto le proprie mani nel collo della maglia di Jean per tirarlo a sé solo quando si separarono e Jean prese ad ansimare piano su di lui, per poi strattonarlo via e allontanarsi.

Qualche istante dopo sentì una porta aprirsi e richiudersi, e il rumore dell'acqua della doccia attutito dalla distanza. Era ancora fermo dove Jean lo aveva lasciato, un ginocchio e una mano posati sul divano e l'altra mano ferma sulle labbra, come se rimanere così l'avrebbe aiutato a conservare la sensazione di quel bacio. Si lasciò cadere sul divano chiudendo il volto tra le mani e mugolando piano.

Sapeva benissimo perchè lo aveva fatto – non era quello il problema. Non aveva mai avuto modo di riflettere sulle sue preferenze sessuali – non aveva mai avuto una ragazza, e nemmeno un ragazzo; e di certo non era il momento per fermarsi a riflettere sulla questione, non con soggetti potenzialmente pericolosi in giro a cercare lui e chi lo circondava, intenzionati a ucciderli.

O forse, mormorò una voce dentro di lui, è questo il senso delle parole di Armin. Forse dovresti davvero dimenticare questa faccenda della reincarnazione e concentrarti su cosa vuoi per te.

Chiuse gli occhi e il volto speranzoso e poi deluso e poi sorpreso fu nella sua mente. Se si fossero incontrati in circostanze normali avrebbe fatto lo stesso? Se Jean non gli avesse raccontato della faccenda delle anime predestinate a stare assieme avrebbe agito allo stesso modo?

Se non avessero rischiato la morte quel giorno stesso lo avrebbe baciato?

Aprì gli occhi sul soffitto bianco e li riabbassò solo nel sentire un piccolo corpo caldo e felino poggiarsi sulla sua gamba, in cerca di attenzioni; posò la mano sulla collottola di Chii e sospirò di nuovo, annoiato dalla sua stessa insicurezza e consapevole che non aveva modo di rispondere a uno qualunque di quegli interrogativi. Qualunque cosa avesse fatto, qualunque significato avesse, aveva ferito Jean – qualcuno a cui aveva promesso una solida amicizia solamente qualche giorno prima.

- Sono un po' un idiota, eh? - Sorrise debolmente al musetto ignaro della gatta, che in tutta risposta balzò per terra e proseguì verso il labirinto di vasi vicino alla finestra della sala. Marco la seguì, sedendosi a terra con le ginocchia strette al petto e le braccia posatevi sopra, pregando di poter sperare la mente anche solo per un momento.

- Ehi. -

Si voltò verso il corridoio che portava alle camere e il suo cuore saltò un battito alla vista di Jean, i capelli biondi bagnati sulla fronte e l'accappatoio grigio di Ymir indosso, appena troppo piccolo per lui – rimase a fissarlo per qualche secondo, prima di ricollegare il cervello per sentirlo parlare.

- Come, scusa? -

Jean scosse la testa infastidito. Non l'aveva ancora guardato in volto. - I miei vestiti sono un disastro. Volevo sapere se puoi prestarmi qualcosa. -

Marco annuì piano, perplesso e confuso dalla semplicità con cui erano in grado di stare nella stessa stanza come se non fosse accaduto nulla – e allo stesso tempo estremamente teso e consapevole di dover valutare ogni parola che sarebbe uscita dalle sue labbra. Si morse il labbro mentre si alzava, domandandosi ancora una volta perchè diavolo lo avesse fatto; aveva ucciso ogni possibilità di essere naturale con Jean solo per lo stupido desiderio di sentire il sapore delle sue labbra. La voce dispettosa di Ymir fece capolino nella sua testa, chiedendogli se non ne fosse valsa la pena.

- Camera mia è sulla destra. - Mormorò, fermandosi in piedi e stropicciandosi le mani sudate e bloccate lungo i fianchi. - Puoi prendere quello che vuoi, non farti problemi. -

- Preferirei lo facessi tu. - Replicò Jean. - Non voglio...uh. Toccare roba personale. -

Marco pensò a una qualunque forma di protesta, ma represse ogni pensiero e si limitò ad annuire. Si scoprì a provare una sensazione nuova, quasi sconosciuta – la necessità di scappare da quella stanza e da quella situazione, il bisogno di allontanarsi da Jean e da quei silenzi imbarazzati. Lo raggiunse nell'anticamera e oltrepassò senza guardare, desiderando di essere solo e desiderando di vederlo scomparire quel tanto che gli sarebbe bastato a ragionare – qualcosa che la sua sola presenza gli rendeva estremamente difficile.

Camera sua era immersa in un piacevole caos, e si ritrovò a indicare distrattamente a Jean dove poggiare i piedi per evitare di calpestare fogli e vestiti fino a raggiungere l'armadio.

- Siediti sul letto. - Mormorò, cercando la maglia più scura che possedesse. - Non importa se sgoccioli, penserò io a pulir... -

- Marco. -

Marco si bloccò e poggiò lentamente la fronte contro lo scaffale più vicino, chiudendo gli occhi e lasciando che il tremolio che il modo in cui Jean aveva pronunciato il suo nome aveva causato si fermasse, ma non fu d'aiuto. Quando trovò la forza di voltarsi scoprì che Jean si era davvero seduto, e teneva le mani strette sulle ginocchia – e il modo in cui i capelli ricadevano davanti ai suoi occhi gli ricordò tanto volta in cui l'aveva trovato sotto la pioggia che Marco tremò di nuovo, involontariamente. Era bello – lo era in una maniera che lo indisponeva e lo spaventava. Lo osservò alzare il capo e fissarlo, gli occhi sottili pesanti di quello che Marco sperò non fosse pianto.

- Mi dispiace. - Lo sentì mormorare.

Oh, no. Non era così che sarebbe dovuta andare. - Sono io che devo scusarmi. Non avrei dovuto... -

- No. - Jean lo interruppe, e una rara nota di sicurezza nella sua voce indusse Marco a rimanere in silenzio. - Mi dispiace per averti allontanato ed essermene andato, ma è stato solo perchè mi hai preso alla sprovvista. -

Jean serrò le labbra e il silenzio calò di nuovo nella stanza, con Marco intento a fissare i suoi lineamenti duri contro il giallo pallido del muro della sua stanza, su cui ombre rossastre colorate dal tramonto invernale andavano creandosi. Voleva sorridere e rassicurarlo, ma non sarebbe mai riuscito a mentirgli. Non sul modo in cui si sentiva.

- Voglio dire. - Marco si riscosse dalla momentanea trance in cui era scivolato riconcentrandosi su Jean, sulle sue labbra in movimento. - Mi hai detto che vuoi essere mio amico. N-non puoi farci nulla se millenni di reincarnazioni ti hanno spinto a fare una c-cosa del genere, giusto? -

Avrebbe voluto sorridergli e avrebbe voluto essere sordo per non sentire il modo in cui la voce di Jean era incrinata dal pianto, e avrebbe voluto abbracciarlo e urlare che aveva torto.

- Perchè è solo di questo che si tratta, giusto? -

Avrebbe voluto chiudere gli occhi e non vedere il modo in cui Jean si torceva le dita nervoso, il tremolio nel suo sguardo e la sua paura di una risposta negativa. Avrebbe voluto che fosse tutto più semplice. Avrebbe voluto non avergli mai promesso nulla.

- Certo. - Marco esibì un sorriso debole e finto, appena più sincero nel vedere il sollievo sul volto di Jean. - Certo che si trattava solo di questo. Scusa se ti ho spaventato. -

Non era mai stato tanto grato di essere umano quel tanto che bastava a nascondere a Jean la propria mente e i propri pensieri.

 

* * *

 

- Tu. -

Marco alzò lo sguardo in tempo per cogliere l'espressione assolutamente disgustata di Ymir nel vedere il ragazzo in piedi davanti ai fornelli, al suo fianco. Jean, dal canto suo, si voltò con un'abbondante manciata di patatine ancora bollenti in bocca e un sorriso dispettoso sulle labbra.

- Lontano dal sangue del mio sangue e dalla mia cucina. - Sibilò lei, appoggiando le chiavi sul mobile all'ingresso senza mai spostare lo sguardo da Jean.

- Tranquillo, parla così solo perchè non ha ancora mangiato. - Sorrise Marco. Vide Ymir alzare le braccia al cielo e mormorare qualche ingiuria prima che sparisse dal suo campo visivo, probabilmente diretta in bagno. - Puoi aiutarmi ad apparecchiare? Prima sfamiamo la bestia e prima si calma. -

- Invece vi toccherà sopportarmi ancora per un bel pezzo! - Urlò Ymir dalla camera. - Impacchetta le patatine, Levi ci vuole al bar il prima possibile. -

Marco e Jean si scambiarono uno sguardo perplesso, prima di realizzare. Con tutta la confusione seguita al bacio Marco aveva quasi dimenticato il ragazzo dell'acquario, o il fatto che l'intera faccenda fosse del tutto irrisolta. Indicò a Jean uno scaffale con un tupperware e lui si allungò a prenderlo per porgerglielo, mentre Ymir tornava nella stanza vestita comoda.

- Odio dover tornare là dopo l'orario di lavoro. - Mormorò, avvicinandosi. Afferrò una patatina dal recipiente prima che Marco potesse chiuderlo. - Come se non bastasse probabilmente Levi vorrà usare la stanza delle riunioni per parlare di quello che è successo. Ehi, approposito. -

Gli occhi di Jean si sgranarono, quelli di Ymir si assottigliarono pericolosamente. Se Marco aveva imparato qualcosa nella vita, era che quando gli occhi di sua sorella raggiungevano iniziavano a somigliare a due linee con un filo di eyeliner era meglio iniziare a correre.

Lei si voltò verso entrambi e le sue mani corsero a fermare le loro spalle; fu solo per miracolo che Marco non fece crollare il tupperware per terra. - Io non ho idea del perchè ci sia bisogno di una riunione urgente. Che diavolo avete combinato oggi? -

- Niente. -

- Assolutamente niente. -

Ymir si sporse a fissare entrambi, per poi fermare il suo sguardo inquisitorio su Marco. Ci fu qualche secondo di pura tensione, prima che lui sbottasse tutto d'un fiato. - Abbiamo praticamente rischiato di morire e il ragazzo che ci ha attaccato è da qualche parte con Erwin. -

Jean si allontanò dalla presa improvvisamente più ferrea di Ymir squittendo come un topo in trappola; Marco non fu altrettanto fortunato. Ymir lo tirò per un orecchio verso il centro della stanza rincorrendo Jean nel tentativo e arrendendosi quando lui si nascose dietro il divano.

- Che diavolo vuol dire che avete rischiato la vita?! -

- Molla l'orecchio, mi fai male! - Protestò Marco, agitando le braccia. - Significa quel che ti ho detto. Sarei morto se non fosse stato per Jean! -

Non era del tutto la verità, ma era ciò che Ymir aveva bisogno di sentirsi dire; la sentì notevolmente più rilassata nel momento in cui ebbe pronunciato quelle parole, e lei lo lasciò andare dopo qualche ulteriore istante d'esitazione, fermandosi di fronte a lui e fissandolo cupa. La felpa a righe che aveva indosso era abbastanza lunga e larga da farla sembrare molto più piccola di lui, ma Marco non potè fare a meno di rimanere in silenzio di fronte alla gravità e all'accusa nei suoi occhi. Poi lei sospirò, massaggiandosi gli occhi.

- Non... io non... Marco. Marco, guardami. -

Lui lo fece, più per il dolore sincero e per nulla esagerato nella sua voce che per la richiesta in sé. Il suo labbro inferiore stava tremando. Anche quello era un brutto segno.

- Io non voglio tornare a casa da lavoro per scoprire che sei ferito o morto, va bene Ho già perso mio padre per questa cosa. Forse anche mia madre, per quanto poco me ne importi. Non voglio perdere mio fratello. - Ci fu una pausa, e Marco si rese conto che non avrebbe potuto smettere di fissarla nemmeno se avesse voluto. - Non ho nessun altro. -

Se il senso di colpa avesse potuto essere materiale e palpabile – e a quel punto Marco iniziava a dubitare che non lo fosse – in quel momento l'avrebbe soffocato, avvolgendosi attorno alla sua testa come una boccia d'acqua e annegandolo. C'era stato molto poco nella sua vita prima di Jean, e Ymir aveva sempre cercato di riempire gli spazi nella sua vita nel migliore dei modi. Era un'amica, una madre, una confidente. Era importante.

- Niente più bugie? - Gli domandò.

- Credevo ce lo fossimo promesso l'altra sera. -

- Io te l'ho promesso. - Lo corresse lei. - Devo sentirtelo dire, Marco. Ti prego. -

Marco chiuse gli occhi e li riaprì lentamente. - Mai più. Te lo giuro. -

Ymir annuì due o tre volte e deglutì. - Ottimo. - Lo abbracciò un momento, un abbraccio nostalgico che sapeva di casa; poi si allontanò da lui e fece il giro del divano. Marco la vide lottare per qualche istante prima di sollevare di peso un Jean decisamente spaventato. - Lui però non l'abbraccio. -

- Non lo voglio il tuo abbraccio, brutta... - Jean si divincolò dalla sua presa nell'istante in cui Ymir esibì il suo ghigno abituale, ancora più forte nel sentire le braccia di Ymir stringersi attorno al suo corpo. - Non farlo! Non farlo! Credo che potrei seriamente morire! -

Marco scosse la testa e rise, una nuova ondata di risate in arrivo per ogni lamentela di Jean nell'essere abbracciato e poi sollevato di peso oltre la sponda del divano e sui cuscini dello stesso. Era abbastanza sicuro di non aver mai provato una sensazione di calore simile a quella che provava in quel momento, ed era anche sicuro di non essersi mai sentito tanto a casa.

- Cazzo, mi suona il cellulare. - Ymir estrasse il proprio cellulare e fissò spaventata il numero sullo schermo. - È Levi. Che gli dico?! -

- Che stiamo arrivando. - Mormorò Marco. Jean stava rantolando sul pavimento, fingendo una crisi isterica a causa dell'abbraccio.

- Io ho un'idea migliore. Buttiamo Jean giù dal quinto piano, che tanto non crepa. Siamo stati indietro per rimettere assieme i pezzi in attesa che tornasse in vita. -

- TI AMMAZZO IL GATTO SE CI PROVI! - Strillò Jean, correndo dietro le spalle di Marco. Quest'ultimo alzò gli occhi al cielo e lo aiutò ad alzarsi, mentre Ymir rideva di gusto.

- Riattacca e andiamo. - Sorrise Marco, sollevando il giubbotto dall'attaccapanni. - Prima che Levi si arrabbi davvero per il ritardo. -

 

* * *

 

- Sono molto arrabbiato per il vostro ritardo. -

Quella, riflettè Marco, era la situazione più strana in cui si fosse mai trovato; molto più strano che conversare nel salotto di un appartamento di divinità greche e reincarnazioni. Tanto per cominciare la stanza delle riunioni di Levi si era rivelata essere il retro del locale, stipato fino al soffitto di merce che Marco era sicuro avesse molto poco a che fare con la gestione di un locale. Secondo, le dimensioni del posto impedivano ai dieci presenti di sedere comodi – il che nel caso di persone in gran confidenza significava stare seduti per terra uno tra le gambe dell'altro (Eren e Armin, lui ed Ymir) o non stare seduti affatto (Levi e il grosso ragazzo al suo fianco, Bertholdt).

Terzo, il recipiente con le sue patatine fritte girava tra i presenti levitando e sbattendo di tanto in tanto contro chi rifiutava di mangiare. Marco era sicuro di non aver mai masticato così nervosamente in tutta la sua esistenza.

- Ma abbiamo portato le patatine. - Protestò Ymir, afferrandone una manciata al volo e ficcandosele in bocca. - Tu gnon hai gnemmeno offerto da bee. Gnano spiloccio. -

- Sei licenziata. - Mormorò Levi, senza scomporsi. - Passiamo al motivo per cui vi ho chiamato stasera. -

Allungò un braccio verso Bertholdt e lo costrinse a fare un mezzo passo avanti, ignorando lo sguardo omicida di Ymir e la sua espressione sconvolta. - Presentati, omaccione. -

Bertholdt si strinse la manica del maglione che indossava come se fosse la sua ancora di salvezza. I suoi occhi saettarono da Marco a Jean, e da lui a Reiner. Infine si posarono su Erwin, che fece un cenno d'assenso con la testa. - Mi chiamo Bertholdt Fubar. Ho ventidue anni e n...non ricordo molto altro. - Rivelò. Era tutto ciò che era stato in grado di spiegare anche a loro. - Il signor Smith mi ha raccontato la situazione, ma è tutto così confuso e non capisco cosa stia succedendo, io... -

Bertholdt lasciò andare il proprio braccio e lo alzò ad asciugare una lacrima sul nascere; tirò su col naso e prese a guardarsi le dita, non più in grado di alzare lo sguardo su chiunque.

- Voglio solo andare a casa. - Sussurrò. - Ma non so nemmeno se ne ho una. -

Ci fu un momento di silenzio sconvolto generale, prima che Erwin si schiarisse la gola e alzasse in piedi, allontanandosi da Hanji e Reiner. - Ho fatto un controllo negli archivi della città, ma non esiste nessun Bertholdt Fubar nato a Detroit. Stavo per chiedere a qualcuno che può arrivare più in là di me quando si tratta di certe cose, poi mi sono reso conto di una cosa. - Si voltò verso Bertholdt e gesticolò verso le sue mani. Bertholdt annuì esitante prima di girarle per mostrarle ai presenti.

Per un momento Marco non comprese cosa ci fosse da guardare; le dita di Bertholdt erano normali, anche se un po' rovinate sui polpastrelli. Poco più in là Armin inspirò e sgranò gli occhi, e Marco si voltò a guardarlo. - Cancellazione delle impronte digitali? - Domandò.

Erwin annuì. - Proprio così. E non è tutto. Hanji dice che non sono opera di un qualche acido, ma che sono state bruciate in modo da essere rese irriconoscibili. E a giudicare dallo stato delle ustioni è successo molto, molto tempo fa. -

Ancora il fuoco. Sempre e solo il fuoco. Marco sentì un brivido percorrergli la schiena e lo sguardo di Jean su di sé, come se osservare la sua reazione fosse in assoluto la cosa più importante da fare. Si voltò a ricambiare lo sguardo e lo resse per un lungo istante – un lungo istante in cui sentì la propria barriera mentale cedere, e un unico pensiero scivolare dalla mente di Jean alla sua.

Lascia che ti aiuti.

Riabbassò lo sguardo e sorrise imbarazzato. Ne riparliamo, pensò, e a giudicare dall'espressione soddisfatta sul viso di Jean doveva essere riuscito a comunicarglielo. La loro connessione sembrava più stabile e semplice da usare ogni volta che la usavano.

- Te la senti di raccontare ciò che mi hai detto circa chi ti ha chiesto di essere all'acquario abbandonato di Belle Island? - Stava domandando Erwin. Bertholdt annuì, e riprese a tormentarsi la maglia.

- Non ricordo nemmeno quando sia successo. Potrebbe essere questione di m-mesi o giorni...forse è successo solo ieri. Ma ricordo un uomo che mi ha chiesto di dirigermi a Belle Island e rimanere lì, solo che suonava più come...un ordine. -

Fece una pausa e Marco si sporse solo un po' in più avanti, curioso. Bertholdt riaprì i grandi occhi verdi spaventati e fissò il pavimento.

- Come fosse l'unica cosa sensata da fare, il mio...destino? In ogni caso, sono andato e...sono rimasto lì. Credo sia stato molto più di un giorno, però, perchè ricordo la sete e la fame, e ricordo che non riuscivo ad allontanarmi dall'acquario nemmeno desiderandolo con tutto me stesso. -

Prese a tremare come se solo il ricordo di quella lenta agonia la rendesse nuovamente reale. Prima che chiunque potesse fare qualsiasi cosa Reiner si alzò e gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla. Faceva sembrare basso anche lui. - Vieni, andiamo fuori. - Lo esortò. Bertholdt annuì e lasciò che Reiner lo guidasse fuori dallo stanzino, chiudendosi la porta alle spalle e lasciando il resto dei presenti a rimuginare in silenzio.

- Quel ragazzo era fisicamente e mentalmente provato. - Intervenne Erwin. Marco rivolse lo sguardo nella sua direzione, rendendosi conto per la prima volta di quanto sembrasse lui stesso stanco e disilluso. La luce bianca della stanza faceva risaltare occhiaie pesanti sotto gli occhi, e in quel momento aveva le spalle basse come non le rilassasse da tempo. - Abbiamo deciso che starà da Reiner fino a quando non sapremo di più. -

- Non c'è il rischio che sia pericoloso? - Domandò Eren. - Che ci attacchi nuovamente o porti da Reiner chi sta dietro a tutto questo? -

Erwin non rispose per un lungo momento; abbastanza perchè i più giovani si rendessero conto che nella domanda di Eren si celava una domanda molto più grande e importante. Chi aveva imprigionato Bertholdt a Belle Island, e com'era possibile che fosse successo giorni prima che decidessero di andare lì?

Marco si strinse nelle spalle, confuso e onestamente spaventato. Aveva la sensazione pressante di occhi che lo stessero guardando, il timore di non potersi fidare dei suoi stessi pensieri e delle sue decisioni. - Signor Smith. - Mormorò, senza quasi rendersene conto. - Oggi pomeriggio ha detto che...non esistono più medici sicuri. Lei sa qualcosa. -

Come le stesse guardando al rallentatore, vide le espressioni dei tre adulti nella stanza spegnersi e farsi più cupe. Levi si appoggiò all'unico muro libero della stanza e incrociò le braccia davanti a sé, ma fu Hanji a prendere la parola – con una serietà nella sua voce che Marco non aveva mai sentito prima.

- Avrai notato che non abbiamo tutti la stessa età. - Iniziò. - Questo significa che quando ci siamo reincarnati, i nostri corpi sono... mutati per adattarsi a questo cambiamento. Io ed Erwin e Levi ci conosciamo solamente perchè quando eravamo bambini siamo stati rinchiusi in quarantena in una clinica privata. I medici credevano fossimo portatori di un nuovo virus. -

- E anni dopo abbiamo scoperto che era tutta una scusa per tenerci sotto controllo. - La interruppe Levi. - E gli autori di questo stupido piano erano il direttore della clinica e altri due uomini. -

- E questi tre uomini potrebbero essere dietro al lavaggio mentale di Bertholdt? - Ymir boccheggiò per qualche secondo. - Con che cazzo di mostri abbiamo a che fare? Chi è in grado di fare questo?! -

- Gli stessi uomini che aprono la testa a un bambino di nove anni senza anestesia tanto per vedere com'è cambiato il suo cervello? - Marco sentì Ymir irrigidirsi e smettere quasi di respirare. - Vuoi i nomi per andarli a cercare personalmente? Uno di loro è un mio parente. L'ultima volta che l'ho visto avevo dieci anni e stava sgozzando un uomo. È quello che fa per vivere. -

Il silenzio si fece più grave, più serio; Eren fissava il pavimento con un'intensità tale da poterlo sciogliere. - Non siamo pronti. - Mormorò, sbattendo le palpebre un paio di volte prima di rialzare lo sguardo su Levi, serio. - Ma potremmo esserlo. Se sono riusciti ad attirare Marco, Reiner e Jean in una trappola possono farlo di nuovo. Dobbiamo allenarci. -

Armin posò una mano su quella di Eren. - Non solo fisicamente. Anche mentalmente. Bertholdt è stato preso perchè era solo. -

Percorse i volti dei presenti con lo sguardo, e ad ognuno rivolse un sorriso carico di una pallida ma crescente fiducia. Marco sentì il petto gonfiarsi di uno strano moto d'orgoglio nel ricambiare il suo sguardo, sicuro di aver capito cosa Armin intendeva.

- Noi non siamo soli. - Disse infine. Strinse la mano di Eren, che ricambiò la stretta. - E io non ho intenzione di arrendermi. -

- Molti di noi hanno qualcosa da perdere. - Rispose Erwin, secco. - Questi uomini hanno contatti ovunque: in politica, con l'esercito, con la malavita. -

Fu il suo turno di guardarli tutti, serio e austero. Non stava sorridendo, ma aveva una luce negli occhi che, Marco pensò, lo rendeva disumano; un fuoco che brillava carico d'energia, che bruciava ogni stanchezza dai suoi lineamenti e lo riportava in piedi, forte e sicuro.

- Ma se davvero volete combattere io vi aiuterò ad allenarvi. - Annuì. - Farò tutto ciò che è in mio potere per aiutarvi. -

 

* * *

 

Il campanello del negozio trillò con una potenza tale da costringerlo a coprirsi le orecchie con le mani e correre alla svelta verso il bancone. - ABBASSATE IL VOLUME DI QUELLA...QUELLA COSA! - Strillò in direzione di Marie.

Lei lo fissò con le sopracciglia inarcate. - Ok, Marco, mi preoccupi. Mi aspettavo una reazione del genere da Boris, ma da te... - Sospirò, osservando il campanello sopra la porta. - Dovrò chiedere a Nile di aggiustarlo. Come ti senti? -

Era una domanda a dir poco superflua; Marco era sicuro bastasse osservarlo per capire quanto fosse spossato. Dopo essersi salutati la sera prima Armin l'aveva trascinato il più distante possibile dal The Styx – e da un Levi vagamente innervosito con Erwin – e con quella scusa erano finiti a casa sua a conversare del piano d'azione da adottare. Era sicuro di essersi addormentato in piedi, mentre portava da bere agli altri. Quando Ymir lo aveva svegliato gli altri erano già tornati a casa; non aveva neanche salutato Jean, ma Ymir lo aveva sbattuto fuori casa ancora semiaddormentata urlando in versi strascicati tutta la sua insofferenza verso le “lamentele inutili”. Senza nemmeno dargli l'occasione di fare colazione.

- Sto scoprendo i contro dell'avere una sottospecie di vita sociale. - Borbottò, girando attorno al bancone per abbandonare la tracolla dietro ad esso. Nel farlo si rese conto di una novità – c'era un tavolino verde decorato con piccoli fiori colorati dipinti a mano, e uno sgabello dello stesso stampo.

- Uuuh. Marie. Sono stato via per un giorno e la tua pancia è ancora al suo posto. Che mi sono perso? -

Marie rise e scosse la testa. - No, no, non è mio. Cioè, il tavolo è mio, è la bambina che non è mia. Un caro amico mi ha chiesto di tenergli la piccola, ha un giorno libero dopo mesi e voleva passarlo recuperando il sonno perso. -

Marco annuì, guardandosi attorno alla ricerca della bambina in questione; il trillo del campanello d'ingresso lo interruppe – sussultò di nuovo e si ricoprì le orecchie, mentre una fitta di mal di testa lo riassaliva. Boris rimise in scena la sua fuga dalla porta di qualche secondo prima, girandosi per un solo istante a tirare un calcio alla porta per farla chiudere più rapidamente. Se Marco sembrava un cadavere ambulante, Boris era conciato anche peggio.

- Periodo nero? - Domandò, mentre girava attorno al bancone. Boris lasciò cadere la propria borsa accanto a quella di Marco e si massaggiò il volto.

- Esiste un colore più scuro del nero? No? Ok, allora è nero. - Mormorò. - Fossero solo gli esami. C'è questo idiota al campus che si diverte a dare feste ogni santa sera. Non si sa nemmeno chi sia, ma giuro che lo troverò e lo ucciderò... -

Marco era sul punto di ricordargli che l'omicidio era un reato – superfluo, considerando che Boris studiava per diventare avvocato – quando una mano piccola si posò sulla sua gamba. Si voltò per osservare chiunque stesse silenziosamente chiedendogli di spostarsi, premendo con determinazione e forza contro la sua coscia: una bambina con capelli biondi di media lunghezza, la frangia tenuta indietro sulla testa da un fermaglio a forma di ali bianche e nere. Quando lei alzò il capo per guardarlo in volto Marco quasi cacciò un urlo – la bambina aveva un volto straordinariamente familiare, con grandi occhi azzurri e la linea della bocca serrata in un'espressione troppo dura e seriosa per un volto così piccolo e infantile. - Mi scusi, ti puoi spostare? - Domandò. - Voglio andare a disegnare zia Marie. -

- Greta! - Trillò Marie, con un tono che rivaleggiava con quello del campanello. Marco si spostò e la bambina corse tra le braccia di Marie, che la abbracciò e le stampò dei baci sulle guance paffute. - Non è un tesoro, Greta? È la bambina più intelligente che conosco! -

Boris annuì (“Un amore!”) e si voltò per nascondere un'espressione disgustata, spingendo poi la porta del retro alla velocità della luce. Marco, al contrario, si avvicinò a Marie mentre Greta sfuggiva dalle sue attenzioni e sistemava fogli di stampante e matite colorate sul tavolo, bene in ordine. - Marie, so che è una domanda strana ma... suo papà è un tuo amico, giusto? Per caso questo tuo amico è della polizia? -

Marie aggrottò la fronte, portando una mano al pancione e rialzandosi aggrappata al bancone. - Il fatto che conosci Erwin potrebbe significare qualcosa di terribilmente bello o terribilmente orribile. - Ridacchiò. - Non sei nei guai, vero? -

- No! - Marco si affrettò a scuotere la testa.

- Ottimo, perchè la mia torta con lima non è ancora perfetta e non posso permettermi di perdere un commesso a questo punto della gravidanza. - Scherzò. Marco notò che Greta aveva smesso di disegnare e si era voltata a guardarli, interessata al discorso. Doveva avere sui sei o sette anni, ma sembrava molto più grande. - No, davvero, come fai a conoscerlo? -

Marco aprì la bocca in cerca di una scusa, ma fu la vocina sottile di poco prima a intervenire. - Marco e papà si conoscono perchè Marco è amico di papà Levi. - Spiegò, con tono saccente. - E di zia Hanji. E suo. Me lo ha raccontato lui. -

Marie alzò lo sguardo da Greta a Marco sbalordita, almeno quanto Marco stesso. Erwin aveva una figlia? Erwin aveva parlato a sua figlia di loro...?

Papà Levi...?

Per la terza volta il maledetto campanello trillò e Marco, notando che il nuovo arrivato era un cliente e che Boris non era nei paraggi, si affrettò a raggiungerlo sul retro per indossare il grembiule del negozio. Nell'entrare vide la porta antipanico che dava sul retro del vicolo tenuta aperta da un mattone – Boris doveva essere uscito a fumare. Aprì il suo armadietto con in testa il volto della piccola e tirò fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni, deciso a chiedere informazioni a Jean.

Il cellulare tornò nella sua tasca nell'istante in cui tornò in negozio e prese a lavorare, senza che Jean lo degnasse di una risposta. Marco non diede molto peso alla cosa – doveva essere a lezione, e inoltre stava iniziando ad abituarsi a quel tranquillo compromesso tra la sua vita di tutti i giorni e quella...divina, o comunque avrebbe dovuto definirla. Le parole di Armin della sera prima avevano avuto un effetto fantastico su ogni suo timore; lo avevano fatto scivolare nella speranza che fosse possibile calibrare due mondi del tutto diversi, abituarsi. Le lamentele di Boris, la voce di Marie un po' troppo acuta mentre canticchiava qualunque canzone che passava alla radio e persino il campanello d'ingresso erano piccoli elementi di quotidianità a cui non sapeva rinunciare, e di cui era grato di poter godere.

Fu per questa calma che non sentì il cellulare squillare; non subito, almeno. Stava duettando una stupida canzone pop con Marie quando si accorse della sua suoneria, che stonava con la radio.

Marie abbassò il volume ridacchiando e lui rispose, sullo schermo il numero di Ymir. - Pronto? -

- Pronto, parlo con Marco Bodt? -

Quella che gli aveva risposto era la voce di una ragazza, ma troppo fine per essere quella di Ymir. Si prese un momento per controllare di aver letto bene il mittente della chiamata, prima di rispondere. - Sì, sono io. C'è qualche problema? -

Ymir poteva aver perso il cellulare. Poteva aver avuto un incidente. Poteva aver deciso di fargli uno scherzo idiota. Una collega poteva averlo chiamato per avvisarlo di qualunque cosa.

La voce al telefono si fece più cupa, più roca. - Torna a casa immediatamente, Persefone. E non provare a chiamare i tuoi amichetti. Non vuoi che a tua sorella accada niente di male, giusto? -

Marco sentì il cellulare scivolargli tra le dita, e poi silenzio.

Notes:

Ho un problema serio. Si chiama “Non sono soddisfatta finchè un capitolo non finisce esattamente quando finisce la canzone che sto ascoltando in quel momento”.
Stavolta è successo, ed è successo con Du Hast dei Rammstein. Quindi sono felicissima.
So che non è un capitolo particolarmente d'azione, ma succedono molte cose importanti e il personaggio che compare alla fine – cinque euri e un buono omaggio per la sagra della porchetta di Busto Arsizio per chi indovina di chi si tratta, dai che non è difficilissimo – da un calcio alla trama che non vi dico, per cui sono felice sia arrivata! Magari voi sarete un po' meno felici ma
ecco
possiamo lavorarci su, datemi tempo
Coooomunque! Non ho molto da dire, se non che se volete saperne di più su Greta per pura curiosità c'è la storia extra Eruri che potete qui trovare qui su EFP (il titolo è “Starry, Starry Night”) dove viene raccontato chi sia la madre della bimba e che fine abbia fatto (e tante belle cose eruri eruri eruri eruri ma cioè lo avete letto il capitolo 72 ma quanto so belli madonna non sono degna di scrivere di loro)
E per il resto attendo un parere sul capitolo, se vi è piaciuto e se vi ha fatto ca'a non fa differenza! Sarò comunque felicissima di sapere che ci siete, anche per un saluto :D qui come su Facebook, AO3, Tumblr, Ask, pagina Facebook... c'è l'imbarazzo della scelta e vi lascio i link qui sotto!
Spero di poter aggiornare presto e grazie a tutti voi che seguite, vevebè, siete tutto ciò che mi da la caricah
Al prossimo capitolo!
- Joice

 

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Notes:

Un'altra fottuta long
e con questa siamo a TR E
io
devo
imparare
a stare ferma con le mani
JEANMARCODIMERDA

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