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Imma
“E allora dimmi qualcosa che non so”, la sua voce rotta e sussurrata. Quante volte nella sua testa Imma aveva sentito l'eco di queste parole? E quante volte aveva riformulato una risposta diversa da quella che gli aveva dato quel giorno in Procura? L'ultima volta che l'aveva visto: lui, per la prima volta in divisa e con il bel viso segnato dalle lacrime, quegli occhi azzurri, quei dannati occhi azzurri, dilatati e disperati. L'aveva lasciato andare via così...
Ed eccolo di nuovo, Calogiuri. La variabile che Imma non poteva controllare, la sua parte illogica e coraggiosa, che bussava alla porta della razionalità. Calogiuri era la sua prima volta in scooter. Era la prima volta che aveva infranto le regole, quando lo aveva portato in visita all'abbazia per rivelargli che Romaniello era vivo, nella speranza che ciò potesse lenire la sua sete di verità e metterlo al sicuro. Era quel ragazzo dallo sguardo limpido, ma per lei pericoloso, che aveva visto crescere e cambiare e diventare un uomo sicuro, audace, dagli occhi di un azzurro freddo, scuro e profondo. Da annegarci dentro. Era colui con cui aveva diviso silenzi, complicità, sguardi e brividi anche al più piccolo contatto, anche alla minima vicinanza. Era la prima dichiarazione che aveva ricevuto. Era la fame, il bisogno e tutta l'urgenza della sua prima volta che non fosse Pietro...
Ed eccolo ancora, Calogiuri. Colui che la accompagnava a guardare oltre, che non la inchiodava in un ruolo, che non la rinchiudeva in ciò che era sempre stata e nel dover essere, in ciò che tutti si aspettavano che lei fosse. Imma, rileggendo il messaggio “Dimmi qualcosa che non so”, si rese improvvisamente conto che con lui non poteva più parlare di paura, perché lui conosceva già ogni sua singola paura, perché ogni sua singola paura l'aveva respirata, toccata e sentita, vissuta sulla propria pelle. E nemmeno poteva ancora ripetergli che le mancava. Stavolta era lui lì, che aspettava una risposta. A dire il vero, una risposta lui la aspettava in silenzio da anni, dal giorno della festa della Bruna passato a scrivere avvisi di garanzia, rimasti soli in Procura, loro due, insieme, nella loro bolla, quando fuori l'intera città festeggiava. Forse lui la aspettava addirittura da sempre e quell'ultimo messaggio ne era la prova.
“Sono innamorata di te”, scrisse. E inviò velocemente il messaggio. Non una titubanza, non un cedimento, Imma si sentiva finalmente di nuovo piena e decisa, si sentiva semplicemente sé stessa, fiera di essere Imma Tataranni. Con un solo proposito in testa, andare a prendersi la cosa bella.
“Sono al comando di Bollate, a nord di Milano. Ti aspetto”, l'ultimo messaggio di Calogiuri prima che il suo cellulare riprendesse a tacere. A Imma bastava, non aveva bisogno di sapere altro.
Calogiuri
Ripensava spesso al periodo successivo al risveglio dal coma, quando ai pezzi di puzzle della sua memoria ancora non sapeva di dover aggiungere quella donna che aveva monopolizzato il suo intero essere, testa e cuore. Ma come aveva fatto a dimenticarsi di lei? Non se ne faceva una ragione e si mortificava ogni volta al pensiero di quanto tempo aveva perso, bloccato in quella dimenticanza. Ironia della sorte, era stata la Matarazzo a suonare il la dei ricordi e a spalancare di nuovo le porte a un sentimento che non voleva proprio saperne di restare chiuso. Ci aveva sperato, Calogiuri, che il suo amore potesse vivere, nella realtà. Ma quel “non voglio” di Imma, pronunciato con gelida freddezza, quasi con noncuranza, gli aveva fatto perdere in un attimo ogni appiglio. Aveva sentito, non solo il mondo, ma l'intero universo crollargli addosso. Gli era sembrato di avere davanti una donna che non conosceva...
Si malediceva per essere stato tanto inopportuno, come gli era saltato in testa di chiederle di mollare tutto e di andare via insieme? Forse non era vero che non aveva più paura: aveva sentito la sua di paura, quella di Imma, e lui aveva soltanto avuto paura di perderla.
A Calogiuri avevano imposto un taglio netto con il passato. Era costantemente monitorato dalla DIA e dalla DDA e in contatto con il Dott. Vitali. Lavorava a Bollate, ma lì nessuno, se non i suoi diretti superiori, sapeva del suo trascorso da infiltrato e dell'operazione che lo aveva visto coinvolto. Gli avevano concesso contatti soltanto con la sua famiglia di origine a Grottaminarda, riservandogli una nuova utenza telefonica da usare con parsimonia, e poco altro. Oltre a Vitali, con il quale di certo non intratteneva rapporti confidenziali, a Matera gli rimaneva soltanto Capozza, del quale già in passato aveva testato la fedeltà, nonostante fosse stato proprio il collega a rivelare alla Dottoressa che il maresciallo stava indagando per conto suo sull'attentato e sul traffico di rifiuti. Anzi, proprio quel cecio che Capozza non si era tenuto in bocca, rappresentava un'assicurazione sulla sua fedeltà: Capozza si era comportato da amico, da amico preoccupato. Calogiuri aveva anche pensato di rischiare un contatto con Diana, che era però troppo coinvolta con Imma. Così, Calogiuri si accontentava di seguire la sua Dottoressa a distanza, attraverso gli occhi di Capozza.
Una cosa, però, Calogiuri si concedeva quasi ogni sera. Riaccedeva, per qualche minuto, al suo vecchio numero di telefono. Si limitava a leggere i messaggi che riceveva, così, giusto per sentirsi ancora parte di un passato, ormai, sempre più distante e inafferrabile. Gli amici di Grottaminarda, finanche Maria Luisa e la Matarazzo ancora gli scrivevano per sincerarsi che lui stesse bene. E di tanto in tanto riceveva messaggi di Diana, che gli scriveva senza mai accennare alla Dottoressa, ma sempre riempendolo di infinita dolcezza. Lui leggeva e non rispondeva. Nel rispetto degli ordini superiori che aveva ricevuto, e forse per un istinto di autoprotezione, aveva pure disattivato la conferma di lettura, le spunte blu. Non doveva lasciare alcuna traccia di sé, si muoveva e si sentiva come un infiltrato nella sua stessa vita, quella del passato che non doveva appartenergli più.
E così capitò anche quella sera, quando, tra i messaggi ricevuti, trovò il suo.
“Imma...”, pronunciò il suo nome in un lieve sospiro. Aveva aspettato e sperato così tanto in un suo cenno, che un sorriso subito gli si stampò sulle labbra. Ne era certo, sapeva che prima o poi sarebbe accaduto. In fondo, l'attesa era la costante che l'aveva accompagnato dal primo momento in cui il suo cuore l'aveva incrociata.
In un primo momento, a dire il vero, dopo quel distacco così violento e il suo trasferimento, aveva dubitato di lei, aveva cercato con rabbia e con tutte le sue forze di tenerla fuori dalla vita che stava cercando faticosamente di portare avanti, lontano da Matera. Forse l'aveva anche odiata, avendo creduto a quelle due parole, per lui dure come granito, e aveva pensato che fosse tutto finito, anzi, che tra loro non fosse mai iniziato nulla. Si era convinto di essere stato solo un'avventura, una passione esaurita una volta consumata, un diversivo che per lei non contava niente. Calogiuri, però, conosceva la vera Imma e l'aveva vista affranta nel giorno del loro addio, ricordava le sue lacrime. E no, Imma non era la donna che l'aveva ferito a morte quella mattina in agriturismo.
Ricordava tutto di lei. Ricordava, per esempio, il suo leggero indietreggiare, a volte, quando le si avvicinava oppure il suo allontanarsi all'improvviso quando la tensione tra loro si faceva troppo carica di cose che, allora, lei non poteva capire. Ricordava ogni loro sguardo in cerca di conforto, intesa, complicità, sostegno, protezione, ricordava quando i loro occhi indugiavano un po' troppo a guardarsi. E la ricordava mentre gli sorrideva... Ricordava ancora il fremito che sentiva dentro. La vera Imma lo aveva spronato, incoraggiato e protetto, anche a costo di sbagliare. Aveva vegliato su di lui nei lunghi mesi del coma. Si fidava di lui incondizionatamente, tanto da mostrargli le sue spigolosità, ma anche le sue debolezze. E la vera Imma gli aveva urlato in faccia quanto fosse disperata, quanta paura avesse di perderlo, giusto poco prima di fare l'amore lì, al tramonto, in mezzo al nulla della gravina. L'ammissione più viscerale di quanto lo amasse. Calogiuri, però, voleva sentirselo dire, stavolta chiaramente, che lei lo amava, senza più paure, senza remore né indugi. Ne aveva bisogno. L'aveva atteso invano durante il loro ultimo saluto in Procura.
“Dimmi qualcosa che non so”, fu la sua risposta a Imma, riprendendo proprio il loro ultimo momento insieme. Si era concesso qualche giorno, prima di scriverle, per elaborare il tumulto che di nuovo gli scoppiava dentro, non voleva spaventarla ancora con l'irruenza che in passato aveva preso il sopravvento. E un po', doveva ammetterlo, voleva farle gustare il sapore dolce amaro dell'attesa...
"Sono innamorata di te", il messaggio di Imma che leggeva e rileggeva con le lacrime che inondavano, stavolta di felicità, i suoi occhi azzurri. Per quanto il suo cuore lo sapesse già, leggere quelle parole era una cosa nuova, finalmente la cosa bella. E mentre le scriveva dov'era, chiudendo con un "Ti aspetto" di rinnovata attesa, ne era certo, la cosa bella erano loro e anche Imma ormai lo sapeva. Anzi, erano la cosa giusta e la cosa bella, insieme.
