Chapter Text
All’entrata del Lido Nettuno, furono accolti da Mattia, il marito di Claudia, che stava chiacchierando con degli amici al bar. Era un ragazzo alla mano, sui quaranta, capelli lunghi e biondi legati in un codino e fisico prestante. Sembrava un vichingo, invece era di Benevento.
La dottoressa, con il suo fedele gonfiabile in spalla -ora a forma di anguria, regalatole da Calogiuri- si fece spazio tra la folla. Ebbe l’impressione che il gruppetto di donne attempate e scoordinate, che si muoveva sulle note di “Mueve la colita”, si voltasse all’unisono ad ammirare il suo bel maresciallo. Individuò, poi, una figura a lei nota tra la schiera di ombrelloni color panna. La chioma scura e vaporosa, le labbra a canotto super lucide, occhiali scuri a coprirle metà del volto. Il seno di una forma innaturale e immune alla forza di gravità, era coperto -si fa per dire!- da triangolini striminziti. Il sedere rotondo e sodo in bella mostra che pareva indossasse un filo interdentale, al posto degli slip. Quell’oca giuliva di Mery, che stava giocando col figlio di Claudia e Mattia, sollevò la vista verso Calogiuri e le si illuminarono gli occhi, manco avesse avuto un’apparizione divina.
“Imma! Ippazio!”. La cugina del carabiniere si sbracciava da lontano, in mezzo a quel marasma di gente in preda all’euforia dell’estate.
La vacanza era cominciata male. Anzi, malissimo. Imma, in preda a un attacco di stizza che riuscì a stento a contenere, prese a camminare più veloce e sorpassò Calogiuri, battendo le suole degli zoccoli in legno lungo la passerella e riproducendo dei suoni che assomigliavano a delle martellate. In testa a quella smorfiosa gliele avrebbe date, altroché! Fu abbracciata da Claudia che la salutò con affetto.
“Ci sta pure l’amica tua, vedo!”.
“Eh, ha rotto col finanziere e me la sono ritrovata in lacrime ieri sera, davanti alla porta. Non potevo rispedirla a casa”.
“Ci mancherebbe”, ribatté Imma con sarcasmo. Lei ce l’avrebbe mandata eccome!
“Imma, ciao!”. Mery si avvicinò con il piccolo, che restituì alla mamma con la medesima delicatezza di chi maneggiava un pacco postale. “Ti vedo in forma, sei ringiovanita!”, continuò con voce stridula, alzando il tono proprio sull’ultima parola. Il suo intento era di farla sentire fuori posto, sfruttando il banale cliché della differenza d’età. Ma occorreva ben altro per mettere a disagio la Tataranni! Rispondere alle frecciatine, era la sua specialità.
“Anche tu sei ringiovanita. Se non fosse per il tanga, avrei detto che ‘sto costume l’hai preso dal reparto bambini”.
“Sei sempre così simpatica!”, ribatté la ragazza, arricciando il nasino alla francese in una risata finta.
L’arrivo di Calogiuri, che si precipitò verso il piccolo, interruppe lo scambio di battute. “Finalmente conosco il figlio della mia cuginetta preferita! Ciao, Giona”, esclamò con dolcezza e gli sfiorò la spalla con un dito. Giona, che dapprima aveva nascosto il visino nel collo della madre, lo studiò per qualche istante e, infine, si lasciò prendere in braccio senza lamentarsi.
Claudia diede un colpetto sul bicipite di Ippazio.“Cuginetta preferita e poi manco mi saluti”.
“Nemmeno a me!”, le fece eco l’amica, con evidente disappunto, toccandolo a sua volta.
“Scusate ragazze, ma quest’ometto ha la priorità assoluta”.
Giona, intanto, lo fissava incantato. In particolare, era attratto dalla barba che cominciò a toccare e tirare, e dall’orecchio, che stritolò tra le minuscole dita.
“Di solito, piange con chiunque”, osservò Claudia. “Ma, figuriamoci… non poteva non essere innamorato di te!”.
“È che il maresciallo, qua, piace a tutti”, intervenne Imma, piccata, mentre accarezzava la testolina del bimbo con un gesto materno.
“Posso portarlo a fare il bagno?”, domandò Calogiuri, entusiasta, alla cugina.
“Basta che non me lo fai annegare”.
“Se non ci sei riuscita tu in questi mesi… e, comunque, io mi sono cresciuto a mio fratello Michele e ai figli di Carmine. Sono un babysitter referenziato, cosa credi?”, replicò il giovane, seguendole il gioco.
“E infatti s’è visto come so’ venuti su bene!”. Claudia esplose in una risata che attirò l’attenzione dei vicini di ombrellone e lui non poté fare a meno di imitarla. Prendersi in giro a vicenda, era il loro modo di dimostrarsi affetto. Da piccoli, si facevano i dispetti e litigavano di continuo, ma non riuscivano a stare lontani per molto. I due, tanto diversi, quanto inseparabili, ne combinavano di tutti i colori e scatenavano l’ira di Titina che li rincorreva con la cucchiarella e li minacciava di rinchiuderli in casa per settimane. Nati a quattro giorni di distanza, festeggiavano il compleanno insieme nel giardino della nonna. Per Calogiuri, Claudia era più di una cugina, era la sorella che non aveva mai avuto, la sua migliore amica e confidente, la prima persona a cui aveva confessato di avere un debole per la sua dottoressa.
Anche Mery scoppiò a ridere. Presa da un moto d’invidia per la complicità che non riusciva ad avere con Ippazio, si aggrappò al suo collo, stampandogli un bacio sulla guancia. “Visto che non ti decidevi a salutarmi…”.
Nessuno fiatò, ma ci fu una danza di sguardi tra Claudia, Imma e Calogiuri. Quest’ultimo, colto di sorpresa, era rimasto immobile e, per mettere fine a quel momento imbarazzante, scappò con Giona a riva.
La piemme aveva osservato la scena con le narici dilatate e il fumo che le fuoriusciva dalle orecchie. “Calogiù, dove vai? Ti devi mettere la protezione solare, che sennò ti scotti”.
“Agli ordini, dottoressa”. Affidò Giona a Claudia e Imma lo trascinò per il braccio al loro lettino, sul quale si sedettero entrambi.
“Togliti la maglietta”, gli ordinò perentoria e lui eseguì, percependo la sua rabbia sottile, ma ingombrante. “Se la becco di nuovo ad arrampicarsi su di te, potrei non rispondere delle mie azioni. Di questo passo, mi arresteranno per tentato omicidio! E stai attento pure tu, che non ci metto niente a farti avere un foglio di via. Non ti faccio mettere più piede a Matera!”. Gli spalmava la crema sulle spalle con veemenza, quasi a volergli fare male.
“Credo che tu stia esagerando”. Calogiuri tentò di calmarla, spostandole un ricciolo ribelle dietro l’orecchio. “Non riesci proprio a capire che io voglio solo te… che delle altre non mi interessa nulla?”.
Imma curvò impercettibilmente le labbra e lui fece scivolare il palmo della mano sulla sua coscia, che nel loro dizionario delle parole non dette, stava a significare che voleva rassicurarla.
La conversazione fu interrotta da Mery, che gli sfilò davanti con l’andatura di una miss di paese. “Stasera abbiamo organizzato un aperitivo con altri ragazzi del lido, vi unite a noi?”.
Imma la scrutò con un sopracciglio alzato. Ma che teneva quella siliconata, che era fissata con gli aperitivi?
Calogiuri lanciò un’occhiata alla sua dottoressa, sapeva che lei li odiava. Lo aveva imparato una volta che, incazzata come al solito, gli aveva spiegato che non sopportava quella via di mezzo tra un pasto e uno spuntino. Se doveva mangiare, preferiva di gran lunga una cena. “In realtà, noi avremmo un impegno stasera”, rispose Ippazio e, di conseguenza, sul viso di Mery si palesò la delusione. Si defilò, sconfitta, però di sicuro non si dava per vinta. Di faccia tosta ne aveva da vendere!
Imma corrugò la fronte, non era al corrente di nessun impegno, ma fu contenta di vedere che Calogiuri non aveva ceduto.
“Io vado a fare il bagno con Giona. Vieni con me?”.
“No, Calogiù, non mi va. Magari più tardi”.
Il carabiniere tornò dal bimbo e Claudia lo aiutò a infilarlo in un salvagente giallo, di quelli con la mutandina che tengono bene a galla i piccoli bagnanti.
“Fa’ attenzione, Ippà, che sto coso si accappotta e manco te ne accorgi! Non lo perdere di vista, nemmeno per un attimo!”.
“Sta’ tranquilla, non ti preoccupare”.
Non c’era neppure bisogno di dirlo, perché Claudia si fidava ciecamente di lui. Era serena nel sapere suo figlio con Calogiuri, ma era pur sempre una neomamma. Assicuratasi che fosse tutto a posto, si diresse verso Imma. “Mi dispiace per prima, Mery certe volte è proprio inopportuna!”.
“Stai usando un eufemismo!”.
“Non capisco perché si comporti in quel modo… sa di non avere nessuna chance. E tu non devi temere nulla, Ippazio ha occhi solo per te. Io lo conosco bene, è innamorato perso”.
Era ciò che le ripeteva Diana ogni santo giorno, ma Imma, forse per insicurezza, non riusciva a mantenere la calma, davanti a scene come quella a cui aveva assistito poco prima. Il carattere passionale e impulsivo, spesso, le impediva di vedere la realtà e, in fondo, c’era il timore latente che qualcuna potesse portarle via Calogiuri e che la loro relazione finisse da un momento all’altro.
Decise di provare a rilassarsi con un libro, quindi si stese sul lettino per immergersi nella lettura del romanzo giallo che aveva acquistato apposta per il viaggio. Durante una pausa, rimase a osservare Calogiuri che giocava con Giona e le si strinse il cuore. Quanta tenerezza c’era nel suo uomo. Era dolce e buffo, batteva le mani e il nipotino lo emulava, mostrandogli in continuazione un sorriso sdentato e agitando contento le gambette sott’acqua. Imma prese il cellulare e scattò una foto, notando un’intrusa dal display. Aguzzò la vista. In un baleno, pescò il binocolo dalla borsa e vide che Mery aveva nuovamente raggiunto il suo maresciallo.
Lui, troppo buono per mandarla a quel paese, le dava retta, ma si sentiva piuttosto a disagio.
“E bravo Calogiuri”, mormorò Imma tra i denti. Vederlo coinvolto a chiacchierare con quella svampita, che faceva di tutto per ammaliarlo e farsi guardare il generoso décolleté, le provocava l’acidità di stomaco. Avvertì un bruciore improvviso, un incendio che divampava rapido dentro di lei, insieme alla furia che cresceva alla stessa velocità. Prese un bel respiro e, con la sua anguria, si tuffò lontano da loro. Non li voleva manco vedere, altrimenti andava a finire che avrebbe dato i numeri in spiaggia e non era il caso.
Con un po’ di difficoltà, si arrampicò impacciata sul gonfiabile e vi si abbandonò stremata dopo la fatica. Chiuse le palpebre e in testa non aveva che insulti indirizzati a quella poco di buono. Era sovrappensiero, persa tra i meandri della sua mente, quando percepì una presenza accanto a lei. Spalancò gli occhi ormai infuocati, spaventata, e vide Calogiuri riemergere dall'acqua, giusto al suo fianco. I capelli bagnati e le goccioline sul volto lo rendevano più affascinante del solito. Le iridi azzurre, col riflesso dei raggi solari che si specchiavano nel mare, brillavano come non mai.
“Che fai qui tutta sola, dottoressa? Lo sai che è pericoloso? Le correnti del Sele ti possono portare lontano”.
Imma si voltò dall’altro lato.
“Sei arrabbiata”.
“No”.
“Sì, invece. Perché mi sono messo a parlare con Mery”.
“Ah, mo esaminare i cocomeri delle belle ragazze si chiama parlare? Che poi, è rifatta da capo a piedi!”.
“Confesso di aver ceduto”, riconobbe subito il maresciallo. ”In alcuni frangenti, non sono riuscito a evitarlo, non sapevo dove guardare e lei stava lì attaccata a me… Ero a disagio e ho sbagliato a darle corda. So quanto ti da fastidio, Imma, hai tutte le ragioni del mondo per sentirti così. Mi dispiace di averti ferita, ti chiedo scusa”. La sua voce si addolcì, era sincero. Calogiuri era l’unica persona che capiva e accoglieva la sua rabbia, senza svalutarla o dirle che stava esagerando. ”Lo sai che io guardo solo te”
Rimasero qualche istante in silenzio.
“Anzi, mi sa che devi farmi fare un ripasso, perché è da tanto che non mi fai vedere che ci sta sotto il tuo reggiseno…”.
Sul volto di Imma comparve un sorriso, benché si stesse sforzando di mantenere il punto, ancora girata dall’altra parte. “Ma se mi hai vista nuda ieri sera, Calogiù. Hai la memoria corta?”.
“Sì, però era passato comunque troppo tempo dalla volta precedente”.
“Una settimana”.
“Appunto!”.
All’improvviso, Imma cominciò a schizzarlo. “Sei un paraculo”.
“Vuoi la guerra?”.
“Calogiù, non farti venire strane idee, che poi te la faccio pagare cara!”.
Con un gesto rapido, il maresciallo ribaltò l’anguria e lei scivolò in acqua, mentre rideva e lo implorava di fermarsi. Nel momento esatto in cui tornò a galla, si sentì afferrare per i fianchi e si ritrovò stretta al suo corpo muscoloso in una presa salda. La sua vicinanza, le provocava inevitabilmente un brivido.
“Hai freddo?”.
Imma scosse la testa.
“Ti va se mi faccio perdonare stasera a cena?”. Le rivolse uno sguardo da cucciolo irresistibile. “Mattia mi ha aiutato a trovare un ristorantino solo per noi”.
“Allora, è vero che siamo impegnati?”.
“Io non dico mai bugie, dottoressa, dovreste saperlo”. E le schioccò un piccolo bacio sulle labbra.
***
Qualche ora più tardi, Calogiuri parcheggiò l'auto in una stradina nei pressi della spiaggia, a pochi chilometri dall’hotel. Indossava camicia e pantaloni di lino bianco che esaltavano il colorito rosato comparso sulla sua pelle, dopo una giornata sotto il sole cocente.
Imma era entrata in bagno, mentre lui stava finendo di sistemarsi i capelli e le si era fermato il respiro. Abbronzato era proprio uno spettacolo. Lei, invece, aveva optato per un abitino a fiori attillato con un’arricciatura sul petto, che aveva acquistato tempo addietro con i saldi.
Appena varcata la soglia del ristorante, una giovane cameriera li accolse e li accompagnò a un tavolo sulla terrazza che dava sul mare.
La dottoressa si guardò intorno e rimase a fissare l’orizzonte scuro. Un’arietta leggera le spostava i boccoli dal viso.
“Ti piace?”, domandò Calogiuri, speranzoso.
In risposta, lei lo prese a braccetto e lo strinse forte, in una tacita approvazione.
Si accomodarono e, intanto, li raggiunse un uomo di mezza età che aveva tutta l’aria di essere il sommelier. “Maresciallo, signora. Gradite un po’ di vino?”.
“Sì. Bianco, per favore”, rispose Calogiuri, sicuro che Imma non avrebbe rifiutato.
“Come fanno a sapere che sei maresciallo? Ti conoscono?". Ecco che cominciava col terzo grado.
“Glielo avrà detto Mattia. Lui e Claudia sono clienti da anni”.
“Di’ la verità, ci hai portato qualcuna?”, azzardò la dottoressa, col suo celebre piglio da investigatrice.
“Sempre a pensare male, stai…”, replicò lui a tono.
“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Era così, no?”.
"Stavolta mi tocca proprio dirti che ti sbagli”.
Nel frattempo, il sommelier tornò con una bottiglia di bianco di Paestum, che fece assaggiare a Calogiuri, l’esperto di vini della coppia.
“Perché non ci sta nessuno in questo ristorante? È sabato sera e pare un deserto”, domandò di nuovo Imma, vedendo l’uomo sgattaiolare in cucina.
“Ho chiesto al proprietario di metterci in un posto tranquillo, lo so che non ti piace la confusione”.
“Hai prenotato l’intera sala?”.
“No, però mi sono assicurato che, almeno per un’oretta, i tavoli attorno a noi siano liberi. Voglio che tu sia rilassata”.
La dottoressa avvertì uno sfarfallio nello stomaco, quel chiaro segnale di innamoramento che si rinnovava, ogni volta che Calogiuri la sorprendeva con la sua meticolosa attenzione ai dettagli. Titubante, allungò il braccio sulla tovaglia di tessuto pregiato, fino a incontrare la sua mano grande e forte. Con un solo tocco, la faceva vibrare, perché nella maniera in cui la sfiorava c’erano migliaia di parole, alle quali non avevano bisogno di dare voce. Imma disegnò il contorno delle sue nocche con la punta dell’indice, finché le loro dita non si unirono in una stretta rassicurante.
Ordinarono diversi piatti di pesce, tra cui tartare di salmone, spaghetti alle vongole, pezzogna alla brace con patate e una frittura di bianchetti da leccarsi i baffi. Mentre si gustavano la cena, si scambiarono opinioni sui casi che stavano seguendo e fecero programmi per i weekend a seguire.
Gli altri clienti arrivarono soltanto quando loro erano già al dolce, un bel cannolo cilentano che Imma, ovviamente, mandò giù in un sol colpo.
Con il pollice, Calogiuri raccolse un po’ di crema all’angolo della sua bocca e ne approfittò per accarezzarle il viso. “Hai voglia di fare una passeggiata in riva al mare?”.
Lei annuì.
Fecero entrambi per alzarsi, ma il carabiniere la fermò. “Stasera offro io”, annunciò e, senza darle il tempo di replicare, si avviò deciso verso la cassa, dove scambiò qualche battuta con il proprietario del locale. Quel ragazzo di provincia dai buoni sentimenti era benvoluto da tutti, rifletté Imma. In qualunque posto andassero, riusciva sempre a fare una buona impressione. Conversava con facilità, nonostante la timidezza che, poco a poco, era andata a scemare. Al contrario di lei, che zittiva chiunque con il suo umorismo tagliente e sprezzante.
Giunti in spiaggia, i piccioncini -come li chiamava Diana-, si diressero verso il bagnasciuga. Calogiuri aiutò la sua dottoressa a destreggiarsi con gli immancabili tacchi, porgendole il braccio e alla fine tolsero entrambi le scarpe per stare più comodi. Avvinghiati e in silenzio, si incamminarono sulla sabbia, fino a che lui non si decise a parlare. “Imma… io ti volevo dire una cosa”.
La Tataranni si fermò e sgranò gli occhi. Eccallà, quando la chiamava per nome, si trattava di roba seria. Era troppo bello per essere vero, la maledizione delle streghe della procura si era abbattuta su di lei senza pietà. “Che succede, Calogiuri?”.
“Visto che la settimana prossima sarà l’anniversario del nostro primo appuntamento a Metaponto e lavoreremo entrambi, ho pensato che questa poteva essere una buona occasione per festeggiare. Lo so che a te non piacciono queste cose… ma io ci tenevo”.
Imma tirò un sospiro di sollievo. Per un attimo, aveva temuto il peggio e il cuore le era balzato in gola. “Beh, abbiamo festeggiato bene, no? Anzi, grazie per la cena, è stata… siamo stati bene”. Gli accarezzò il viso e lui avvicinò la fronte alla sua.
“Benissimo, però manca qualcosa”. La baciò con quella tenerezza disarmante che non si risparmiava mai e che a lei faceva venire la pelle d’oca.
La piemme trattenne il respiro.
“Non ti spaventare, dottoressa”.
“Madonna, Calogiù, se mi dici così mi spavento eccome! Che è successo? Devi partire per una missione dall’altro lato del mondo? Ti mandano a catturare un mafioso in incognito?”.
Il maresciallo le prese le mani, divertito, e intrecciò le loro dita, poi portò la sinistra alle sue labbra e sfiorò il dorso di essa con delicatezza. “Poiché sull’anulare c’è un solco”, esordì, riferendosi al segno della fede che Imma aveva portato per più di vent’anni, “ho pensato che ci starebbe bene un nuovo anello”.
La piemme lo fissava ammutolita e lui estrasse dalla tasca dei pantaloni un piccolo astuccio di velluto bordeaux. Lo aprì e, al suo interno, comparve un discreto solitario che brillava sotto la luce fredda e tenue della luna e che lasciò la dottoressa di stucco.
“Non ti sto chiedendo di sposarmi, lo so che non è il momento e che è un discorso sul quale è meglio tornare tra un po’… ma sono due anni che stiamo insieme e volevo farti un regalo. Ti amo, Imma, e non mi stancherò mai di dirti che voglio passare il resto della mia vita con te”.
“Ma sei impazzito? Quanto hai speso per ‘sto coso? Non avevamo deciso che dovevamo mettere i soldi da parte per la casa?”. Come da copione, la reazione della piemme fu tutt’altro che riconoscente.
“Hai ragione, ma l’ho visto in vetrina vicino alla procura a Bari e non ho resistito”, ammise Calogiuri sottovoce. “Se non lo vuoi, lo riporto in gioielleria e mi faccio ridare i soldi”.
“No!”. Imma lo accarezzò di nuovo e, alla fine, si sciolse. Le premure di Calogiuri la mandavano in tilt. Non riusciva ad abituarsi alla cura con cui la trattava. Sembrava maneggiare qualcosa di fragile, ma al contempo, la prendeva di petto. Non si faceva di certo intimorire dal suo carattere, definito forte e scomodo da chiunque le gravitasse intorno. Lui l’amava, nonostante tutti gli spigoli appuntiti che agli altri incutevano timore. Non tentava di smussarli, li accoglieva con maturità. “È un bellissimo regalo, Calogiuri. Scusami, io…” balbettò, alla ricerca di una frase di senso compiuto. “Non me l’aspettavo”, disse semplicemente. Una lacrima le rigò la guancia. Era ora di coprire quel vecchio solco, ricordo di un legame che le aveva arrecato sofferenza e delusione, con un nuovo anello, come un cerotto a curare una ferita. Davanti a lei non c’era più un uomo pronto a rinfacciarle ogni scelta e che approfittava di qualsiasi difficoltà per una scappatella… ora, c’era un uomo che la vedeva per ciò che era davvero e non le aveva mai chiesto di cambiare o di accontentarsi. Calogiuri camminava al suo fianco, non stava né davanti, né dietro. Era colui che aveva fatto affiorare i suoi lati più nascosti, la dolcezza e le fragilità che faticava a gestire e a mostrare. Scegliendolo, Imma aveva capito di aver scelto se stessa, mettendosi al primo posto. Spezzare le catene che l’avevano legata a un matrimonio fatto di insoddisfazione e risentimenti, era stato un atto di coraggio. Perché ce n'era voluto tanto per lasciare andare la sua vita prevedibile e controllata, sfidando i propri principi, in nome di un destino incerto. Piano piano, ogni cosa stava trovando la giusta collocazione e quei contorni della sua esistenza che non erano stati altro che una macchia sfocata per anni, stavano diventando sempre più nitidi.
“Stai piangendo”, osservò Calogiuri, mentre le infilava il solitario.
“No, Calogiuri, io non piango mai”. E le lacrime continuarono a scendere copiose.
“Vieni qua”. La strinse tra le braccia e la baciò. “Adesso tutti sapranno che sei impegnata, così non c’è pericolo che a qualche bellimbusto venga l’idea di corteggiarti”, scherzò, per alleggerire l'atmosfera.
“Allora, chi dovrebbe portare l’anello sei tu che tieni la fila dietro!”.
Risero insieme, con le bocche incollate l’una sull’altra.
“Come hai fatto a indovinare la misura?”.
“Diciamo che mi sono servito di un aiutino”.
Diana! Ecco perché le aveva fatto provare a forza quell’orribile pataccone e mandava vocali di nascosto. Mo, le toccava pure ringraziarla!
Rimasero abbracciati a lungo, ascoltando in sottofondo il mare che si scontrava sul bagnasciuga e i loro respiri sincronizzati. Imma si fece coraggio, dopo aver contemplato la piccola pietra preziosa che le brillava sul dito. “Anche io voglio passare il resto della mia vita con te, Ippazio”. Affondò la testa nella sua spalla, perché nelle rare occasioni in cui si apriva e gli permetteva di intravedere il suo mondo interiore, si rifugiava nel contatto fisico, per sentire il calore e l’odore della sua pelle. Era il suo posto sicuro, l’unico luogo in cui poteva far uscire le parole, abbandonando la paura di essere ferita. Era come fare un salto nel vuoto e avere la certezza che a salvarla ci fosse lui.
Tornarono in albergo, assaporandosi con fervore e, incapaci di staccarsi, arrivarono al letto, respirandosi e spogliandosi a vicenda. Fecero l’amore due, tre, quattro volte…. dandosi l'uno all’altra, senza riserve. A notte fonda, la dottoressa si stese sfinita accanto a Calogiuri, ancora col fiatone e lui poté finalmente realizzare il suo minuzioso ripasso. La osservava con la solita devozione, accarezzando il corpo longilineo e abbronzato. Imma era nuda, solo l’anello a fasciare l’anulare sinistro. Al suo interno una data: diciotto luglio duemilaventiquattro.
