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Il giorno dopo, il cielo era grigio ma non minaccioso, una di quelle mattine che sembrano sospese, con l'aria fresca che ti riempie i polmoni senza fare rumore. Simone arrivò all'officina con qualche minuto di anticipo e si fermò a osservarlo da lontano.
Manuel stava chiudendo lo zaino. Casco appeso al manubrio, fronte concentrata, movimenti precisi. Sembrava sempre sapere dove mettere le mani, cosa sistemare, cosa stringere. Simone sentì una vampata di calore attraversargli il corpo e il petto farsi stretto senza un motivo chiaro.
Si avvicinò piano, il battito che accelerava ad ogni passo.
Manuel alzò lo sguardo prima ancora che parlasse, come se sapesse da tempo di trovarlo lì ma gli avesse voluto lasciare il suo tempo. "Ehi. Dormito?"
Una smorfia. "Poco."
"Per il ginocchio?" Una domanda semplice con una risposta complessa.
Simone esitò. Il ginocchio. La testa che non si ferma. Tu. "Per un po' di tutto."
Manuel annuì senza insistere. "Oggi facciamo il giro lungo." disse. "Ma tranquillo, andiamo al tuo passo."
Simone avrebbe voluto discutere, dire che stava bene, che non aveva bisogno di trattamenti speciali, ma quando iniziò a pedalare, si accorse che il ginocchio tirava già: non dolore vero, solo quell'ombra fastidiosa che gli ricordava che niente era più come prima.
Manuel se ne accorse, ovviamente. Si limitò a rallentare impercettibilmente, fino a ritrovarsi di nuovo al suo fianco.
La strada si snodava stretta tra due filari di alberi, il verde scuro delle foglie a stagliarsi contro il grigio del cielo. Ogni tanto si sentiva un cane abbaiare dall'interno di un casolare, o un'auto che passava in lontananza. Il silenzio era rotto dai loro respiri, dal rumore delle ruote sull'asfalto, dalle pedalate a ritmo diverso, anche se poi si ritrovavano sempre a fianco. Simone percepiva ogni variazione nelle ossa: Manuel che accelerava di mezza pedalata, Manuel che si faceva lasciare indietro, Manuel che si affiancava di nuovo a lui. Manuel Manuel Manuel.
Matteo gli aveva mostrato pochi esercizi di rinforzo del quadricipite, e Simone li aveva ripetuti con precisione la sera prima e poi di nuovo la mattina prima di uscire: a casa, ogni contrazione era una promessa, una piccola vittoria sulla paura che ancora gli serrava il petto.
"Come va?" Voce neutra. Troppo per essere causale.
"Va." rispose Simone, senza aggiungere altro.
Manuel lo guardò in tralice. "Se devi dire cazzate, fallo meglio."
"Non dicendo cazzate." Simone strinse la mascella, il fiato corto. "Sto bene."
Manuel lo guardò, poi sbuffò un sorriso. "Cazzo, sei uguale a quando avevi dieci anni. Testa dura come il casco."
Simone si sarebbe offeso, se non fosse stato per quelle parole familiari. Le diceva sempre sua nonna e ad un Manuel undicenne sembrava la cosa più esilarante del mondo. Il suo corpo e la sua bici si affidarono a quelle parole familiari, al sorriso che era rimasto addosso a Manuel più del dovuto: rallentò automaticamente.
Simone continuò a pedalare piano. Durante i rettilinei pianeggianti, sentiva la possibilità che la forza tornasse, ma ogni curva lo sospingeva indietro di tre settimane, costringendolo a concentrarsi e a dosare il movimento.
A pochi metri da un passaggio a livello, il ginocchio cedette. Fu un colpo secco, come una fitta di elettricità. Dopo, un dolore sordo che gli fece perdere un colpo di pedale. La bici oscillò. Simone provò a riprendersi, ma una seconda fitta lo costrinse a frenare bruscamente.
"Simò!" Manuel fu su di lui in un attimo, frenando troppo forte, la ruota posteriore che slittò un secondo. Abbandonò la sua bici a terra senza pensarci e raggiunse Simone, accovacciandosi al suo fianco.
"Dove ti fa male?"
Simone inspirò piano, gli occhi chiusi e la testa reclinata all'indietro, cercando di cancellare il ricordo. Non di nuovo, non di nuovo... "Sul lato, solito punto."
Manuel appoggiò la mano sul suo ginocchio, cauta, attenta: una pressione leggera, un tocco che sembrava chiedere permesso e cercare di leggere qualcosa sotto la pelle. Simone sentì un tremito corrergli lungo la coscia, metà paura e metà un calore che non poteva permettersi di provare, non di nuovo.
"È gonfio?" Si rifiutò di abbassare lo sguardo, sperando in una risposta che non lo spaventasse.
Manuel si prese un tempo che sembrò infinito. La sua mano era calda anche attraverso i pantaloni tecnici. Simone chiuse gli occhi un secondo. Ci stava mettendo troppo tempo a rispondere.
"Non sembra instabile, nemmeno gonfio" disse Manuel, rialzandosi. Sapevano entrambi che il gonfiore sarebbe arrivato più tardi, nel caso. "Torniamo. PIano"
Simone aprì gli occhi e lo guardò. Manuel era vicino, troppo vicino.
"Avevi detto che saremmo andati al mio passo..." sussurrò Simone, come se stesse cercando qualcosa dentro di lui.
"Questo è il tuo passo."
Manuel lo guardò irrigidire la mascella, prendere la rincorsa per ribellarsi, e gli posò entrambe le mani sulle sue spalle, nello spazio tra la clavicola e il collo, un gesto istintivo e protettivo. Quel contatto scosse Simone più del dolore al ginocchio. "Ti ho detto che non mi devi dimostrare niente."
Il tono era fermo, ma negli occhi di Manuel c'era una dolcezza che Simone non ricordava di aver mai visto così chiaramente. Gli venne da pensare che fosse sempre stata lì, ma che lui, preso a correre, non l'avesse mai davvero guardata.
Le dita di Manuel lo accarezzavano piano, massaggiando via l'ansia da prestazione. "Torniamo?"
Simone annuì, la voce bassa, gli occhi pure.
Manuel, prima di lasciarlo andare, gli sfiorò il mento, un gesto quasi impercettibile, un secondo di contatto. Simone trattenne il respiro senza riuscire a evitarlo.
Rientrando, Manuel gli rimase sempre accanto, a una distanza che sembrava misurata al millimetro. Simone non sapeva se era per tenerlo d'occhio o per altro, ma ogni frenata era leggera, graduale, sincronizzata. Ogni curva era fatta in due. Quando arrivarono all'officina, Manuel appoggiò la propria bici sul cavalletto e gli fece cenno di seguirlo. "Hai bisogno di ghiaccio."
"Ho bisogno di stretching." Si ribellò.
Manuel gli lanciò uno sguardo che era metà rimprovero, metà qualcos'altro. "Simò... se ti spacchi di nuovo, è finita."
"Lo so."
"Eh, se lo sai, dammi retta."
Manuel lo fece sedere su un bancale e si chinò davanti a lui, prese il ghiaccio dal piccolo freezer che teneva dietro il bancone e glielo poggiò sul ginocchio. Le dita esitarono una frazione di secondo contro la sua pelle e Simone sentì ogni centimetro di quel contatto rotolare attraverso ogni nervo e corrergli dritto lungo la schiena.
"Cosa ti fa paura?" Chiese Manuel, senza girarci intorno.
Simone sentiva l'odore della sua pelle, un misto di sudore e terra bagnata. "Non..."
"Io ho paura che esageri. Che non rimani lucido." Una pausa. Poi, più piano: "E di non sapere come aiutarti se..."
La frase rimase sospesa tra loro, insieme al fiato caldo di Manuel, così vicino che Simone avrebbe potuto contare le sue ciglia.
Prima che Simone potesse rispondere, il telefono squillò nella tasca di Manuel. Simone lo vide guardare lo schermo, irrigidirsi, rimetterlo in tasca e lasciarlo vibrare fino a spegnersi. Il volto gli si era chiuso in un'espressione indecifrabile.
"Richiama se vuoi."
"No." Era ancora vicino, la mano appoggiata sul ghiaccio, il ghiaccio appoggiato sul ginocchio, ma improvvisamente non più abbastanza da poterlo raggiungere.
"Tutto bene?"
"Sì." Manuel si alzò in piedi troppo in fretta. "Solo lavoro."
Simone lo guardò in silenzio, mentre gli voltava le spalle, le spalle tese, contratte, come se stesse trattenendo qualcosa di pesante. Era una bugia evidente. Una bugia che non capiva, un'ombra che lo aveva portato lontano, dove Simone non poteva seguirlo.
"Quando spingo di più, mi tira. Non è un dolore forte... È un dolore che ti ricorda che... " Simone tentò di riportarlo a sé, a riportarlo lì, ma non sapeva come descrivere quello che sentiva.
Manuel sospirò, incapace di ignorarlo, nonostante tutto. "Te ricorda che te sei rotto."
Simone annuì, il sollievo di sentirsi capito mescolato al sollievo di incrociare di nuovo i suoi occhi, seppure dall'altra parte della stanza. Resta qui, Manuel. Resta con me. "Ho paura che non regga. O che succeda di nuovo. Che... resti rotto."
Manuel inspira. "Te posso dire una cosa?"
"Dimmi."
"A volte i pezzi rotti si riparano, a volte no. Ci sono cose che per quanto ci provi non torneranno mai come prima... Ma non significa che sei meno forte, significa solo che... sei cambiato."
Sembrava una stronzata poetica, ma detta da lui non lo era. Da lui era vita vera, mani scorticate dai raggi e occhi troppo abituati a tenere duro.
Simone si alzò, attraversò lo spazio che li separava senza dire una parola e lo abbracciò.
Manuel rimase rigido un secondo, poi si lasciò andare. Simone lo sentì appoggiare tutto il suo peso contro di lui, come se non dormisse da giorni.
La fronte contro la sua spalla.
Il respiro caldo sulla sua maglietta.
Il suo torace che si espandeva, rilasciando un respiro trattenuto troppo a lungo.
Simone lo strinse, trovandosi invece a trattenere il respiro.
Cazzo.
