Chapter Text
Vieni da papà gli aveva scritto Andrés e lui aveva approfittato dell'assenza del professore di matematica per raggiungerlo. Era già mezzogiorno e il sole picchiava senza pietà sulla sua testa. Quando lo vide in piedi sulla tomba del padre, roteò gli occhi: perché doveva essere così teatrale da scegliere il cimitero per parlare di quello che era successo?
Si fece avanti per sistemarsi al suo fianco, e il fratello si accorse di lui senza nemmeno voltarsi. "Non ci venivo da troppo tempo, ne avevo bisogno."-disse, prima che potesse contraddirlo, e Sergio annuì silenziosamente. Poi Andrés si voltò a guardarlo. "Mi dispiace, Sergio. Ho fatto un casino." Lui fece spallucce, ricambiando quello sguardo melanconico. "Se hai già un piano per sistemarlo, conta pure sul mio aiuto." Gli sorrise. Faceva così caldo che iniziarono a incamminarsi per cercare un vicino riparo all'ombra. "È troppo denaro, Sergio. Anche se trovassi un nuovo lavoro oggi stesso, non riuscirei mai a guadagnarne tanto. All'inizio ho provato a giocare. Ho chiesto di abbassare il prezzo, non sono stati comprensivi. Poi sono venuto a sapere che c'è una cosa che gli interessa più dei soldi. I soldi di un tipo in particolare. Si tratta di una famiglia molto benestante, è nuova da queste parti. Credo ci siano stati dei precedenti burrascosi tra loro, magari interessi comuni. Se riesco a prendere quei soldi..." "Dovrai rubarli?" "Devo aprirgli la strada perché possano rubarli, si."-lo corresse. "C'è questa cassaforte..." Sergio si stropicciò gli occhi. "Lo so, lo so che non è il massimo come soluzione, ma non potevo rifiutare! Se è un modo per togliermi fuori dai guai, correrò il rischio." "Va bene, va bene, ma come pensi di fare? Non capisco, Andrés." Lo afferrò di nuovo per le spalle per calmarlo. "Abitano qui vicino, potrei entrare quando voglio, sai bene che ne sono capace. Ma sono persone importanti, se qualcosa andasse storto..." "Si, ho capito" Ripresero a camminare, e finalmente trovarono un albero sotto cui sistemarsi. "Ma vorrei sapere perché mi stai dicendo tutte queste cose." Andrés continuò a spiegare. "Lui è un diplomatico, un uomo d'affari. Diego Berrote. Si è appena trasferito con la famiglia a Madrid, è sempre in viaggio per lavoro. Sua moglie è morta e ha due figli. Frequentano entrambi la tua stessa scuola. Se solo riuscissimo ad avvicinarci a loro in modo da rendere le cose più facili..." "Chi sono? Non credo di conoscerli." "Probabilmente è perché sono nuovi, forse non li hai nemmeno mai visti. Ma è ancora più facile così. Se sono nuovi a scuola e da queste parti, non avranno tanti amici. Raquel e Martin, mi pare si chiamino. Lui dovrebbe essere più grande di te di qualche anno, ma lei è tua coetanea, questo lo so per certo." Sergio ascoltava e annuiva. "Va bene, Andrés. Se è solo avvicinarmi a loro di cui hai bisogno... Non dovrebbe essere difficile, vero?" Il fratello scosse la testa, sorridendo di gioia. "Grazie fratello. Grazie davvero."-disse e fece per abbracciarlo, ma il più piccolo non glielo permise, indietreggiando. "So che è una buona causa la tua Andrés, voglio crederlo. Ma cerca di non finire come lui."-disse, con un certo astio nelle sue parole, e si allontanò dal cimitero.
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Era stata una mattinata movimentata.
Certo da quel momento in poi avrebbe dovuto fare più attenzione alle persone in strada, chiudere bene la porta di casa e portarsi un bastone sotto le coperte prima di andare a dormire, pensare attentamente ad una strategia, ad un modo per aiutare Andrés a fare quello che andava fatto senza ripercussioni e, dopo averlo fatto, portare sulle spalle e sulla coscienza quel peso, il peso di un'azione sbagliata, anche se inevitabile, ed essere pronto ad accettare tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato, materiali o immateriali che fossero. Ma, fino ad allora, restava comunque un normale studente e domani ancora il giorno del compito di latino.
Dopo le lezioni andò in biblioteca per studiare in pace e, come previsto, era uno dei pochi a trovarsi ancora a scuola a quell'ora del pomeriggio. Dopo aver recuperato i libri che cercava, si sistemò su uno dei banchi vuoti della grande sala illuminata e iniziò a dare un'occhiata al suo materiale. Era completamente immerso in quello che leggeva, quando il rumore delle gambe di una sedia che veniva trascinata indietro ed una umana curiosità lo spinsero ad alzare il viso per cercare quello di chi gli si era appena seduto di fronte. Trasalì quando la riconobbe, mentre tirava fuori dal suo zaino degli appunti, in modo tale da comporvi una pila di fogli e di testi ordinata, da posizionare sul tavolo. Lei non aveva ancora alzato gli occhi su di lui nemmeno una volta, continuando invece a sistemare le sue cose. Il viaggio che compivano i due occhi era sempre lo stesso, dallo zaino al tavolo e viceversa, in un meticoloso vortice che pareva sarebbe durato in eterno. Le braccia, scoperte fino ai gomiti, si facevano carico di tutto il lavoro e, se ciò che la circondava fosse stato invisibile, di sicuro quei movimenti avrebbero immediatamente ricordato a Sergio quelli di un suonatore d'arpa. I capelli erano tirati all'indietro da un sottilissimo cerchietto nero, in un acconciatura che era stata palesemente organizzata la mattina presto, considerando che qualche ciuffo aveva ormai trovato il modo giusto per sfuggirgli.
Indossava una camicia bianca. Gli ultimi due bottoni in alto, quelli del colletto, non erano stati chiusi, forse volontariamente, ma cadevano morbidi sul collo, attorno al quale erano avvinghiati due catenine in argento con piccoli ciondoli, di cui egli non riusciva a definire la forma.
Quella ragazza aveva una grazia nel muoversi, che limitava al minimo i rumori e difatti, se si sforzava, Sergio poteva persino sentirla respirare. Era così attenta a quello che faceva, che sembrava vivere in un mondo tutto suo, di cui negava l'accesso agli altri semplicemente ignorandoli del tutto. Eppure, si era impegnato con così tanta dedizione ad osservarla, che ora, in qualche modo, si sentiva come ipnotizzato, sotto incantesimo e incapace di reagirvi, e perse la misura, continuando ad osservarla senza sosta. Certo che ti piace proprio osservare furono le parole, quasi sussurrate, che lo riportarono sul pianeta terra dopo chissà quanto tempo. "Scusa?"-gli venne di chiedere, ancora stordito. Scosse la testa per tornare definitivamente alla realtà. Allora lei sollevò gli occhi su di lui per la prima volta, e la sua mente lo riportò alla scena di qualche ora fa, in palestra. Il suo cuore perse un battito e uno strano calore, come se la temperatura nella biblioteca fosse aumentata in un secondo di almeno dieci gradi, si fece strada sulle sue guance. Gli parve, in effetti, di vivere un dejavù e, anche se il contesto era totalmente -e fortunatamente- diverso, provò lo stesso disagio di allora, e la stessa inevitabile colpa di averla ingiustamente violata con lo sguardo. "Nulla"-disse tranquillamente lei, facendo spallucce, con un sorriso che lui non ricambiò. Dopo aver deglutito, tornò semplicemente a concentrarsi sul suo libro, sfogliando una pagina che non aveva ancora finito di leggere. Ma sentiva il suo sguardo addosso e concentrarsi pareva impossibile. Alzò nuovamente il viso, incontrando il suo. Le braccia, conserte, erano state portate al petto. Finse meraviglia. "O, perdonami, ti dà forse fastidio che ti osservi senza motivo?"-chiese lei innocentemente, e Sergio alzò un sopracciglio. Certo, ora gli era tutto chiaro. "Beh, alle persone normali dà fastidio."-continuò.
Doveva chiedere scusa. Era questo che voleva da lui, vero? Ma, esattamente, perché ciò gli sarebbe spettato? Dopotutto, era lei che stava procreando in luogo pubblico, non certamente il contrario. Oppure no? Oppure c'era dell'altro dietro? "Mi dispiace, non volevo disturbarvi."-provò semplicemente e l'altra sorrise di fastidio. No, c'era di più. Era forse paura quella che l'aveva spinta fino a lì? Paura che lui parlasse e raccontasse a qualcuno quello che aveva visto, al preside magari. Era paura, certo, certo. Come aveva fatto a non capirlo subito? Ma ora doveva esserne certo.
"Se vuoi scusarmi, vorrei continuare a studiar-"-provò a dire, prima di bloccarsi sentendo qualcosa avergli raggiunto la gamba e salire sempre più sù. La guardò chiedendo a gran voce, anche se in silenzio, delle spiegazioni. Lei sollevò le spalle ancora una volta. Intanto quella cosa non se ne andava e, anche se cercava di respingerla in tutti i modi, una strana sensazione di piacere cresceva sempre di più attraversandogli la schiena. "Puoi smetterla?" "Perché?" "Perché è insopportabile." "Lo sarebbe se non fossimo qui, sotto gli occhi di questa gente? No, in quel caso non ti lamenteresti."-spiegò lei, prima di ritirare il piede, così Sergio poté finalmente rilassarsi sulla sedia, che prima pareva essere carboni ardenti. Poi la guardò prendere uno dei suoi libri in mano e sfogliarlo, nascondendo il viso dietro quelle pagine. "Ma ti dirò di più. Se adesso mi metto a gridare e inizio a sostenere che sei stato tu, non io, ad allungare il piede in quel modo, poi magari scoppio anche a piangere..." Con calma, gli restituì il libro. Adesso lo guardava dritto negli occhi. "Secondo te, a chi pensi crederebbero?" Sorrise malvagiamente. "Alla ragazza nuova senza amici, oppure al tipo strano con gli occhiali che nei film è sempre lo stesso a far saltare in aria la sua scuola?" Touché: tutta colpa del moderno femminismo sgretolato degli ultimi tempi, pensò. Ma con che razza di pazza stava parlando? Aveva la gola secca. Anzi no, non era pazza. Era furba. Il che era anche peggio. Ora, cosa fare? Cosa dire? In principio era lui in vantaggio, lui ad impugnare il manico del coltello, senza dubbio. Ma adesso quella ragazza si stava aggrappando alla lama, senza paura di graffiarsi. Il cuore nel petto iniziò a dare di matto: era forse adrenalina quella che stava provando?
Fece per aprire bocca, quando tutta la fierezza che lei aveva nello sguardo si sciolse in una fragorosa risata che gli tolse le parole di bocca. Durò qualche minuto, ma a lui sembrarono anni. Era così contagiosa che, verso la fine, sorrise anche lui: lo aveva preso in giro?
"Sto scherzando, sto scherzando."-iniziò, tra una lacrima e un'altra, e lui scosse la testa incredulo. "Dovresti vedere la tua faccia." Tirò un sospiro di sollievo per mandare via l'ansia. Ora era sollevato. Ma perché tutto questo? Provò a indovinare: ragazza perfetta e cocca del papà a cui la prima bravata è andata male? Dopo un po' lei continuo a spiegare. "Ti ho preso in giro però, insomma, potresti non dire nulla sul serio? Se non mi tradirai, ti dovrò un favore." Sergio annuì. "Sai, non è da me fare queste cose..." Bingo. "Nessun problema"-disse lui, ed entrambi tornarono ai loro libri: erano quelli dello stesso corso di studi.
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Dopo qualche ora, il colpo che si era preso da quei tipi incappucciati stava iniziando a prendere forma sul suo viso in un livido violaceo che partiva dalla fronte per diramarsi fino alla palpebra destra. Soltanto nello specchiarsi in bagno, notò che in effetti da quell'occhio non vedeva più così bene. E ora, a pensarci bene, il mondo assumeva le sembianze sfocate di una fotografia che non carica a causa di una cattiva connessione. Chiuse gli occhi e sospirò: quello che voleva era soltanto difendere ciò che era suo, della sua famiglia. E l'unica cosa che ne aveva guadagnato era di metterla in pericolo lo stesso. Si lavò la faccia e uscì per fare una passeggiata: era tardo pomeriggio, ma se conosceva bene Sergio- e lo conosceva perfettamente- non sarebbe tornato a casa da scuola prima di sera.
Camminava lentamente, senza badare molto a quanto lo circondava, e a testa bassa, come se i suoi piedi fossero d'improvviso diventati la cosa più interessante al mondo. In realtà, non stava guardando nemmeno quelli.
Ad ogni incrocio prendeva la strada che più gli sembrava giusta: non aveva una meta, non ne voleva nemmeno trovare una. Desiderava solamente distrarsi, eppure ricordava troppo bene quelle strade per sceglierle a caso: le sue gambe avevano un piano che la sua testa ancora non conosceva. Nel frattempo le assecondava, e pian piano la sua ombra, proiettata sul marciapiede, svaniva assieme al sole, e prendevano il suo posto nuovi giochi di luce, quelli dei lampioni e dei fanali delle auto per esempio. Alla fine capì dove voleva andare, dove il suo cuore lo stava portando, quando si ritrovò nel vecchio parco giochi in cui da bambini spendevano di buon grado interi pomeriggi. Il loro antico paradiso, tuttavia, era ormai soltanto un prato come tanti altri, privato di quegli obsoleti divertimenti che conosceva a memoria. Era stata preservata invece qualche panchina, attorno a cui sedevano disordinati gruppi di ragazzi, e la fontana su cui Sergio si sistemava per osservare i pesci rossi e disegnarli con i suoi mille pennarelli. Al pensiero, trattenne un sorriso. Ricordava quei giorni come se li avesse vissuti solo ieri: lui che correva come un pazzo e il vento che lo spingeva nella direzione opposta, e il più piccolo seduto a guardarlo, non potendo sforzare il cuore malato per inseguirlo. Quando lo guardava, leggere nei suoi occhi il desiderio di correre non era mai stato troppo difficile. Si morse il labbro: dopotutto, oggi le cose non erano poi così tanto diverse. Lui faceva lo stupido e Sergio lo guardava esterrefatto: se saltava rideva, se cadeva si spaventava e andava in suo soccorso. Scosse la testa per interrompere il flusso di ricordi in cui stava annegando.
Ora, ai piedi della fontana, sedeva un bambino intento a leggere un libro. Sorrise spontaneamente nel vedere quanto gli ricordasse suo fratello. La sua espressione cambiò in un baleno quando un paio di ragazzini, probabilmente più grandi del primo, lo raggiunsero per levargli il libro dalle mani. Anche lui e Sergio avevano vissuto episodi simili. E ora ecco che li vedeva agitare quel libro in aria, mentre il più piccolo si dimenava per riprenderlo: avrebbe voluto correre in suo aiuto, ma con la rabbia che si ritrovava in corpo, avrebbe fatto più di quanto gli fosse stato concesso. Dopotutto quel bambino non era suo fratello, perciò, semplicemente, non fece niente. Si voltò allora per andarsene, quando un ragazzo più grande, forse della stessa età di Sergio, raggiunse spedito i bambini e fermò i più grandi, mandandoli via e restituendo il libro al proprietario. Poi gli diede qualche colpo sulla testa.
Ora, non seppe dire se lo aveva solamente immaginato, se era stato tutta una farsa messa sù dalla sua testa laboriosa, oppure se era successo realmente, se davvero, per un millesimo di secondo, i suoi occhi avevano incontrato quelli del ragazzo misterioso e viceversa, se lui gli aveva sorriso come credeva, e se aveva sentito, proprio in quel momento, uno strano formicolio nella pancia come gli era parso di aver sentito, ma sembrava troppo reale per essere tutto una sua fantasia.
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Andrés gli aveva mandato un indirizzo perché si incontrassero lì e ora si trovava di fronte una grande villa a due piani ad aspettarlo, senza nemmeno sapere bene perché. Per poter vedere la casa, doveva sforzarsi di guardare più in alto degli alberi che la circondavano, al di là di un cancello in ferro nero. Il sole stava ormai tramontando e il cielo aveva iniziato a macchiarsi dei colori del vespro. Si avvicinò all'entrata. Al lato del cancello, della stessa tipologia e dello stesso colore del resto delle inferriate, sovrastava il muro una cornice in ceramica di medie dimensioni con inciso sopra l'indirizzo della abitazione, e più sotto il cognome della famiglia che vi abitava. Riuscì a leggere Berrote prima di venire abbagliato dai fari di un automobile nera che, non appena il cancello si aprì, rallentò per entrare. Quando il finestrino oscurato del sedile posteriore fece per abbassarsi, rivelandogli un viso ormai familiare, iniziò a sudare freddo. "Ma allora sei uno stalker"-disse la ragazza della biblioteca, sfoderando un grande sorriso. Non sembrava dispiaciuta affatto, in effetti.
Per qualche interminabile secondo egli non seppe cosa rispondere, mentre meditava in fretta una scusa qualsiasi da raccontarle. Sollevò gli occhiali sul naso con il pollice, stava per aprire bocca, quando lei lo fece per lui. "Il mio nome è Raquel, comunque."-confessò. Poi il finestrino si sollevò, l'auto ripartì e il cancello si chiuse davanti ai suoi occhi lasciandolo solo e confuso. Intanto gli tornavano in mente le parole del fratello al cimitero: quella ragazza si chiamava Raquel. La vide scendere dalla macchina ed entrare nella maestosa casa. Raquel Berrote. E deglutì.
