Chapter Text
Il gioco non era difficile: assomigliava vagamente all’impiccato, con dei disegni al posto delle parole. Una linea per volta, uno dei tre ragazzi tentava di raffigurare un’immagine il più simile alla parola che aveva pensato, e gli altri due provavano a indovinare senza sprecare troppi tentativi.
Semplice e lineare, se i tre ragazzi in questione non fossero stati Thomas, che non smetteva di tamburellare sul tavolo con le dita come se stesse componendo un nuovo riff, Damiano, bambino egocentrico e che non sapeva perdere, ed Ethan, che era molto più interessato al proprio smalto rispetto che al gioco.
Erano stati costretti dall’unica ragazza del gruppo a rimanere in sala per quelli che sarebbero dovuti essere teoricamente solo cinque minuti ma che si stava rivelando più di mezz’ora e per questo avevano pensato di aumentare la loro affinità mentale attraverso quella stupida attività, ma nessuno ci stava mettendo moltissimo impegno – a parte Damiano, ovviamente.
Batté le mani in modo teatrale con il fine di richiamare la loro attenzione, come se fosse una classe di bambini disattenti e incapaci di svolgere una semplice addizione. “Victoria ci ha promesso un drink e dobbiamo aspettare, okay?” mugugnò con un bel po’ di disappunto nella propria voce a causa del ritardo della ragazza.
Ethan si lasciò cadere supino sul divano, con un braccio teatralmente portato sulla testa e la maglia alzata per fare vedere gli addominali. “Non pensavo che per avere un drink si dovesse giocare a uno stupido gioco di-“
“Ehi, aspetta, sembra divertente” lo interruppe una voce lievemente strascicata e più soffice delle altre due.
Apparteneva all’unico biondo del trio, quello più basso e l’unico seduto di fronte alla scatola lasciata per loro da Victoria. Era Thomas, quello probabilmente più silenzioso e quello trattato come il bambino del gruppo a causa della sua età – anche se probabilmente era più responsabile di tutti gli altri tre messi insieme.
Stava giocherellando con i propri capelli mentre, con le ginocchia ai lati della testa, assomigliava più a L di Death Note che a un reale adolescente concentrato su un gioco da tavolo.
“Forse è come Cluedo, o… non so, la scatola sembra simile” affermò rigirandosela fra le mani.
“Lo dici solo perché ha dei foglietti” commentò Damiano, fissandolo con i suoi occhi scuri. “Non è nemmeno un vero gioco in scatola, solo-“
“Non pensavo nemmeno sapessi cosa sia un gioco in scatola, tesoro” commentò Ethan, con gli occhi chiusi e il volto rivolto al soffitto. Era stanco e si annoiava, voleva solo finire il suo libro ma si era reso conto circa un’ora prima che non avrebbe mai potuto farlo con i due bambini del gruppo che bisticciavano.
Damiano fece un’espressione di disappunto. “Sono divino a giocare a Cluedo” affermò orgoglioso. “Ti ho battuto almeno tre volte questa estate”.
Finalmente Ethan si sedette sul divano, riaprendo gli occhi. Lo guardò con un sorrisetto. “Le altre novantasette ho vinto io” gli ricordò divertito.
“E Monopoli?”
“Ventuno a tre a quattro a zero” disse con una risatina. “Io ventuno, Thom quattro, Vic t-“
“Gioco dell’oca?”
“Non hai mai vinto”
“Scarabeo con i nomi delle band?”
“Non hai saputo scrivere Mayhem”
A questo ricordo anche Thomas scoppiò in una risatina che fece incrociare le braccia di Damiano davanti al petto in una delle espressioni più infantili che si possa mai immaginare. Borbottò qualcosa che suonò molto come “ho solo confuso le vocali” e poi si avvicinò ulteriormente alla scatola fatta in casa da una piccola Victoria una quindicina di anni prima.
La prese dalle mani di Thomas, facendogli emettere un verso contrariato, e sollevò la parte superiore in modo tale da rivelarne il contenuto.
Era costruita in modo molto artigianale, con semplicemente un separatore di cartone a dividere dei piccoli foglietti quadrati di dieci centimetri per lato da dei cartoncini più piccoli, circa due/tre centimetri di altezza per sei/sette di lunghezza.
I fogli erano completamente bianchi, i cartoncini riportavano ognuno una scritta a mano, una semplice parola in un corsivo un po’ tremante, simbolo della giovinezza della piccola creatrice del gioco.
C’era anche un foglio con le istruzioni:
disegnia e indovina
devi disegnare le parole scritte sul catton cartoncino sopra i fogli bianci. Vince chi indovina prima.
Il modo infantile e pieno di piccoli errori in cui era stata scritta quella manciata di parole fece sorridere intenerito Thomas, mentre Damiano cercava di capire cosa si dovesse fare precisamente.
“Sembra…”
“Se stai per dire Cluedo risolveremo il tuo di assassinio” lo interruppe immediatamente il fidanzato, ricevendo uno dei cuscini foderati di rosso dritto in faccia.
“Oh, siete dei bambini” si intromise Thomas, divertito.
Damiano dedicò a entrambi un dito medio. “Non volevo dire Cluedo” affermò impettito, con una linguaccia. “Mi ricorda l’impiccato, tutto qua”.
Questa volta i due annuirono, guardando con occhi lievemente diversi il gioco, sinceramente curiosi di capire che cosa avesse catturato l’attenzione di una bambina di quattro o cinque anni a tal punto da farglielo conservare per così tanto tempo.
Ethan inclinò il capo e Thomas riprese a tamburellare con le dita sul tavolo. “Chi vuole iniziare?” chiesero allo stesso tempo, senza nemmeno farci troppo caso.
Damiano scrollò le spalle, prendendo una delle matite che erano sparse sul tavolo in modo disordinato. “Inizio io” propose pescando uno dei cartoncini e iniziando a disegnare, una linea per volta, la parola corrispondente.
Thomas impiegò solo un paio di minuti a riconoscere una macchina, Ethan successivamente un albero e poi ancora Thomas una barca. Per Damiano non sembrava complicato vincere alcuni turni, e sorrideva allegro nel rendersi conto di essere abbastanza bravo almeno ad un gioco da tavolo.
Durante quello che i tre avevano deciso sarebbe stato l’ultimo turno – dopodiché sarebbero andati in cucina, violando l’ordine di Victoria di non disturbarla, per controllare che la casa non stesse andando a fuoco -, fu proprio Damiano a pescare uno dei cartoncini.
Ne scelse uno con una stella rossa dipinta in un angolo: i tre si erano resi conto che erano le parole più difficili, come elicottero, pantera, gru, ascensore. Nascose la parola nel palmo della mano e con l’altra iniziò a disegnare linee sempre più confusionarie, facendo aggrottare la fronte sia ad Ethan che a Thomas.
“Scivolo?”
“Piscina?”
“Montavivande?”
“No, è troppo complicato, idiota”
“Idiota lo dici a tua madre, stronzo” replicò l’altro, con la r arrotondata che fece ridacchiare come al solito il fidanzato, Damiano.
“Robot?”
“Macchina?”
“Non vedi che-“
Ethan roteò gli occhi. “Macchina è inteso in senso generale, come apparecchio meccanico, okay?” borbottò contro il chitarrista, il cui movimento delle dita aumentò come per segnalare il suo nervosismo.
Damiano guardò Ethan. “Non penso io ti possa dare degli indizi su ciò che ho disegnato” mormorò con un sorriso vittorioso, notando che gli altri due non si erano minimamente avvicinati alla soluzione finale.
Il ragazzo con i capelli lunghi lo guardò male. “Ma è uno scarabocchio, amore!” protestò indicando quell’insieme di linee. “Si vede solo un… pulsante? E cos’è questo, un manubrio?”
L’altro ridacchiò. “Nessun indizio” cantilenò.
“È impossibile capirlo, è un disastro!” mugugnò a voce più alta, gesticolando nella direzione del foglio.
“Era la parola difficile”
“Non può essere una parola così difficile, Dam, sei solo-“ lo contraddisse, venendo interrotto dal suo corpo che veniva schiacciato da quello del fidanzato.
“Ho ragione io” mugugnò iniziando a fargli il solletico, facendo tamburellare ancora più nervosamente le dita di Thomas. “Siete solo troppo scarsi, si capisce benissimo il mio disegno”.
Le risatine di Ethan e i suoi movimenti a scatti causati dalle dita di Damiano furono l’unica cosa che si sentirono in quella stanza fino a quando Victoria non decise di fare loro l’onore della sua presenza.
In cucina, i cetrioli che aveva tagliato Victoria e che poi aveva buttato via non si riuscivano nemmeno più a contare, e la ragazza teneva vittoriosamente in mano un bicchiere con due dita del suo succo.
Il moscow mule era senza alcun dubbio il suo cocktail preferito, ma non le era mai capitato di rimanere senza ingredienti, e lei adorava il succo di cetriolo.
Mixare la vodka, il ginger beer, il succo di lime e lo zenzero pestato insieme al ghiaccio sminuzzato fu incredibilmente facile – almeno se confrontato con tutte le imprecazioni portate dai suoi tentativi di estrarre qualcosa di liquido da quelle verdure infernali.
Canticchiò addirittura mentre stringeva tra le mani il mixer, e non sentì minimamente la discussione che stava avvenendo tra Damiano, Thomas ed Ethan.
Fu fiera di se stessa nel riempire i quattro bicchieri da drink destinati al gruppo, senza minimamente rendersi conto che era ormai un’ora e mezza che litigava con coltelli, cetrioli ed estrattori.
Li pose su un vassoio circolare insieme a due ciotole con patatine e salatini, poi con passo sicuro andò dai suoi amici, con il vassoio d’argento in equilibrio sul palmo della mano destra.
Sorride nel notarli giocare con quel set che aveva costruito insieme a sua nonna tempo addietro. “Uh, quella è una delle parole da adulti” commentò sedendosi al fianco di Thomas e indicando il disegno per il quale Damiano ed Ethan stavano litigando da un quarto d’ora. “L’idrovolante, giusto?”
Damiano le batté il cinque mentre Ethan emetteva un verso esasperato.
Tracannò il proprio drink in un solo sorso, borbottando un: “Non sei in grado di perdere, amore”.
