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Summary:

Ogni santo giorno, il bimbo moro arrivava a casa.
E il marito di sua madre lo rimproverava, usando sia parole che mani.
Tutti i giorni sarebbero stati, quasi sicuramente, uguali.
O almeno così pensava Haruno, non tenendo in considerazione ciò che sarebbe potuto succedere una mattina di maggio...

(english translation coming soon)

Notes:

oneshot molto corta basata sull'au dove l'uomo che giorno salva da piccolo è risotto nero! l’ho originariamente scritta per wattpad nel dicembre 2016, ma oggi le ho apportato significative modifiche e mi andava di metterla anche qui.
english translation coming sooner or later!!

Work Text:

A Haruno non piaceva l'Italia.

Sua madre ne era innamorata. Era anche lei nuova al Paese, ma pensava che si trattasse semplicemente della sua giovanissima età, e che, molto presto, anche suo figlio avrebbe imparato ad amare la sua nuova casa. Era fatta così, la sua modalità di pensiero era “se sono felice io, lo saranno anche quelli intorno a me”. Dopotutto lei era davvero felice, con il suo nuovo consorte, e, perciò, lo sarebbe stato anche il bimbo dai capelli color cenere, prima o poi.

Il suo attuale marito era, ai giovani occhi di Haruno, un uomo alquanto bizzarro. Intorno alla donna si poteva quasi definire carismatico: usava solo belle parole, la lodava, le baciava la mano prima di andare a dormire, la faceva ridere, e quasi ogni giorno le portava doni.
Ma quando ella doveva lasciare casa, mettiamo per ‘lavoro’, shopping o qualsiasi altra faccenda, si mostrava severo e drastico. Non esitava ad alzare le mani su Haruno, fosse per una dimenticanza o un brutto voto a scuola.

Il bambino non aveva abbastanza coraggio per dirlo alla madre, e, in qualche modo... pensava fosse giusto così. Il compagno di sua madre lo puniva solamente poiché commetteva errori, giusto?

Un giorno, però, il cuore della signora Shiobana smise di battere. Fu una giornata taciturna, Haruno la passò soprattutto tra silenziosi singhiozzi, nient’altro. Di lì, lentamente, la situazione precipitò del tutto.

Ad accompagnare il quotidiano maltrattamento subito da parte del patrigno, si aggiunsero presto i bulli. Essi superavano il piccoletto in età solo di qualche anno, ma erano parecchio più robusti. Lo prendevano di mira mentre se ne tornava a casa dall'asilo, facendogli scherzi di cattivo gusto o rubandogli materiale scolastico, e a volte arrivando a prenderlo a pugni, solamente per poi lasciarlo distrutto sul marciapiede, col sangue colante dal naso.

Ogni santo giorno, il bimbo moro arrivava a casa.

E il marito di sua madre lo rimproverava, usando sia parole che mani.

Tutti i giorni sarebbero stati, quasi sicuramente, uguali.

O almeno così pensava Haruno, non tenendo in considerazione ciò che sarebbe potuto succedere una mattina di maggio...

.

Faceva parecchio caldo.

Haruno Shiobana, 6 anni, uscì di casa in maniche corte, per la prima volta dall'inizio dell'anno. Più precisamente, indossava una maglietta verde con la stampa di una coccinella. Era vecchiotta, avrà avuto due o tre anni, e l’uomo in casa aveva spesso detto al bimbo di buttarla. Forse... forse avrebbe dovuto farlo dopo essere tornato da scuola?

Perché sì, aveva ormai iniziato la scuola elementare.

Non era però ancora riuscito a farsi alcun amico. Non che gliene importasse troppo, d'altronde era stato così fin dal suo arrivo.

Camminava sul sentiero che aveva stampato in mente; la strada per arrivare all'edificio scolastico era sempre la stessa. Bisognava passare davanti al fioraio, poi svoltare a destra, tirare dritto fino alla chiesa, girare intorno all'uomo disteso sull'asfaltoㅡ

...O, forse, quello prima di allora non c'era stato.

Anzi, Haruno era sicuro di non averlo mai visto.

Rimase fermo per qualche secondo, poi decise di avvicinarsi. Non era sicuro di quello che intendeva fare successivamente, ma la curiosità lo stava mangiando vivo. Chi è? Cosa ci fa per terra? e soprattutto, È morto? erano le domande che stavano raggirando la mente del bambino in quel preciso momento.

Non fece in tempo ad alzare il tallone del piede, che sentì una voce provenire da dietro l'angolo. Una voce da uomo, bassa. Presto se ne aggiunsero altre, sempre maschili, e il piccolo le avvertì sempre più vicine.

Arrivò un’altra dozzina di uomini, tutti vestiti ugualmente. Quello davanti a tutti, il più alto e robusto, teneva in mano una rivoltella, ancora fumante.

Avevano tutti notato Haruno, ma, evidentemente, non gli avevano dato importanza; finché uno di loro, sulla mezza età, pallido e completamente pelato, gli rivolse la parola, mettendogli una mano sul capo.

《Figliolo, non è che hai visto qualcuno di sospetto passare per di qui?》

Il bambino non comprese subito la domanda. Pensò a chi aveva davanti, poi a cosa stava per fare un momento prima, e, infine, a cosa potevano aver intenzione di fare quelle persone.

Beh, avrebbe detto quello che sapeva.

《...Ho notato un uomo vestito di nero che stava correndo in quella direzione.》

... Oppure no.

Indicò una via, che si apriva subito al lato sinistro della chiesetta.

La maggior parte degli uomini partì all'istante, ma l'uomo di mezza età tirò fuori qualcosa dalla tasca destra e la diede a Haruno, chiudendola nella sua manina.

Solo dopo che anch’egli fu scomparso, il piccolo controllò ciò che stava tenendo in pugno: una caramella al limone.

Haruno odiava le caramelle al limone, quindi la gettò.

A quel punto, continuò ciò che aveva iniziato prima, ovvero esaminare la figura distesa. Sapeva che stavano cercando lui, ma pensava... di essere in una situazione simile; anche lui solo, privo di qualcuno che lo difendesse da coloro che usavano la violenza. Fu per questo che mentì a quegli uomini? Probabilmente sì.

Una cosa che prima non aveva notato: l'uomo era coperto di erbacce, completamente mimetizzato. Non aveva la minima idea di essere stato proprio lui stesso a nasconderlo. E non lo avrebbe capito per almeno un’altra decina di anni.

Avrebbe voluto avvicinarsi ancora, ma la persona si mosse. Poi, si alzò lentamente, facendo uno sforzo in più dovuto alla ferita da arma da fuoco sull'addome, che, per fortuna, pareva essere soltanto stato preso di striscio.

Era completamente diverso dall’uomo che gli aveva rivolto la parola prima... questo avrebbe avuto sui diciotto anni. Portava una lunga giacca nera che gli arrivava ai piedi, e degli strani pantaloni a righe. Il suo petto era completamente scoperto, eccezione fatta per delle bretelle nere che sembravano usate come chiusura della giacca. Il ragazzo era poi chiaramente albino, con ciuffi color latte che gli cadevano sulla fronte. E fino a qui potrebbe anche essere stata una descrizione realistica, se non per un solo dettaglio, quello che colpì più Haruno (non nel senso che lo spaventò, ma che ne rimase parecchio intrigato): quella persona non aveva per niente degli occhi che si vedono ovunque, essendo infatti l'iride completamente pallido, e la sclera nera pesta.

Il bambino continuava a osservarlo, come aspettando che gli rivolgesse la parola. Come se gli avesse letto nella mente, nel vicolo risuonò una voce che non aveva nemmeno finito di svilupparsi del tutto... senza dubbio, la voce del giovane uomo.

《Sei stato tu? A nascondermi con queste erbacce...》 chiese l'albino con voce rauca, abbozzando un sorriso.

Haruno non ne aveva idea. Quindi non rispose, e si limitò ad aiutare il ragazzo ad alzarsi, in modo che non inciampasse.

《Me la sono vista davvero brutta... Ma come ti chiami? Mi hai salvato, sai, picciriddu.

《...Haruno. Sono Haruno Shiobana...》

Il ragazzo sorrise di nuovo.

Ha-ru-no. Non è un nome italiano, eh? Mi piace. Ah, io sonoㅡ cioè, uh, puoi chiamarmi Risotto.》

Dicendo le ultime parole, Haruno si accorse che “Risotto” aveva assunto una strana espressione. Si può dire che cercasse di sembrare serio? Qualunque cosa fosse, gli diede sicuramente un aspetto più maturo.

Il bimbo annuì, come a dire che non avrebbe dimenticato il suo nome.
Poi indicò l'area della ferita sullo stomaco del nuovo amico, e disse:

《Stai ancora sanguinando... Uhm... Ti porto a casa mia. Abito insieme al marito di mia madre, ma a quest'ora lavora...》

Risotto avrebbe voluto dire qualcosa, come un classico “Ma io sto bene” oppure “Non ce n'è bisogno”, ma, essendo o lui troppo lento nel rispondere, o Haruno troppo frettoloso nel prendere decisioni, si trovò subito trascinato via da una piccola mano nella direzione di casa Shiobana.

Nel tragitto chiacchierarono, parlando del più e del meno, anche se con alcune pause silenziose. Risotto era curioso di sapere da dove provenisse Haruno, che cosa ci facesse in Italia, eccetera. E anche ascoltando le spiegazioni del bambino con molto interesse, all'albino stesso non piaceva parlare di sé, e se gli era posta una domanda rispondeva in modo vago passando subito ad altro (Haruno riuscì a scoprire solamente che il suo cognome era Nero e che era nato e cresciuto in Sicilia).

A casa del bambino moro continuarono a discorrere (mentre Risotto si disinfettava la ferita), fino a circa mezzogiorno, l'orario in cui il patrigno di Haruno doveva tornare.

《Grazie ancora, picciriddu. Senza di te sarei morto. Non lo dimenticherò mai.》

Si abbracciarono. Era un abbraccio un po' imbarazzante, ma sapevano che fosse necessario.

《Tornerò presto a trovarti. E non buttare quella bellissima maglietta!》 sorrise Risotto, prima di agitare la mano in saluto e scomparire.

Haruno sapeva che sarebbe davvero tornato.

E infatti il ragazzo veniva a fargli visita, se poteva anche un paio di volte al mensilmente.

Nei mesi seguenti la vita del bambino sembrò migliorare molto: quei 'bulli' volevano ora diventare suoi amici, offrendogli merende e giocattoli, e persino suo padre diventò “buono”, non osando più ad alzare le mani su di lui.

Né Haruno, né Risotto Nero, avrebbero mai dimenticato quell’incontro, poiché se non fosse successo, le loro vite sarebbero state alquanto peggiori (e nel caso di Risotto, sarebbe stata vera fortuna il rimanere in vita).

Rimasero, quindi, per sempre ottimi amici, fino alla fine.

.

Costa  Smeralda, 5 Aprile 2001

《Grazie ad Abbacchio, abbiamo ora almeno un'idea precisa di come sia fatto il viso del Boss.》 dichiarò Bucciarati, con voce rauca. Si stava ancora mordendo il labbro, lo aiutava a rimanere composto.

《Suppongo sia un'idea migliore, però, ricontrollare qui intorno. Mista, Narancia, voi andate verso la scogliera. Io e Trish esamineremo meglio le tracce lasciateci da Moody Blues, che…》

Fece una pausa per concedersi un respiro profondo, mentre Narancia Ghirga e Guido Mista si avviavano già per dove li era stato indicato di controllare, non aspettandosi assolutamente che il capo completasse quella frase.

Harunoㅡ, cioè, Giorno Giovanna, si sentiva a disagio. Sapeva che l’inaspettatissima morte di Leone Abbacchio lo aveva colpito come uno schiaffo, ma… c’era anche un qualcosa nell'aria. Qualcosa di famigliare.

《E Giorno,》 proseguì il leader dai capelli lisci, 《tu guarda, per favore, nella zona dove Aerosmith ha colpito l'uomo che combatteva contro il Boss.》

Il quindicenne camminò fino al luogo indicatogli, sentendo quella sensazione aumentare sempre più nella sua testa.

E lo vide.

Lì disteso, come quella volta in strada.

Con ferite, però, non lievi come dieci anni prima.

Una singola lacrima scese dagli occhi del ragazzo biondo;

《Non hai proprio imparato… eh, picciriddu?》

 

 

 

Né quel giorno, né mai, ci fu qualcuno che si chiese il vero perché dei suoi silenziosi singhiozzi.