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Capitolo I.
Stare Bene
Faceva strano essere di nuovo lì. Camminare per il viale d’accesso alla scuola, in mezzo agli studenti freschi di vacanze estive e al grigio delle loro divise, dopo un anno passato a incrociare gli sguardi di medici, psicologi, assistenti sociali e compagni di sedute… era come riemergere in superficie dopo troppo tempo trascorso in apnea. Una sensazione nuova e, al tempo stesso, familiare.
Courfeyrac si guardò intorno e sorrise tra sé e sé, mentre camminava a passo spedito dietro suo padre, trascinandosi dietro la propria valigia.
Il collegio gli era mancato da morire. Aveva sentito nostalgia di qualunque cosa lo riguardasse: la fontana a pochi passi dal portone d’ingresso, il parco, i campi da gioco, l’allegro chiacchiericcio dei compagni, perfino le lezioni e i rimproveri dei professori. Era bello essere tornati alla vecchia vita.
Più di ogni altra cosa, gli erano mancati i suoi amici, per questo, da quando era sceso dall’auto dei suoi genitori, Courfeyrac aveva cominciato a passare in rassegna i volti di chiunque avesse incontrato sulla sua strada. Aveva salutato alcuni vecchi compagni che lo avevano accolto con amichevoli pacche sulle spalle e anche qualche occhiata preoccupata, ma di Enjolras e Combeferre neanche l’ombra.
Probabilmente sono già nel dormitorio pensò, varcando finalmente la soglia dell’edificio.
Monsieur de Courfeyrac, si voltò verso di lui e tirò un sospiro.
«Bene» disse «eccoci qua».
Suo figlio annuì, non sapendo bene cosa rispondere.
Suo padre prese a sventolare alcuni documenti che teneva in mano: «Io devo passare in segreteria a consegnare questi. Meglio che tu vada a mettere a posto le tue cose»
«Certo» sorrise Courfeyrac e, senza sapere bene perché, si slanciò verso di lui e lo abbracciò. «Ti voglio bene, papà»
«Anche io ti voglio bene, Matthieu».
Fu più un sussurro che una vera e propria dichiarazione, ma a Courfeyrac bastò, così come gli bastò il bacio che suo padre gli posò delicatamente sulla fronte.
Continuava a pensare di non meritarsi tutto quell’affetto. Dopo quello che aveva combinato, dopo tutto quello che gli aveva fatto passare…
Fu un congedo così pieno di sentimentalismo che un paio di lacrime non poterono a fare a meno di scendergli lungo le guance.
Courfeyrac si affrettò ad asciugarle prima che qualcuno, chiunque, notasse che stava piagnucolando e si avviò su per le scale, diretto verso i dormitori per gli studenti dell’ultimo anno.
Aprì la porta della stanza assegnatagli e, non appena vide il proprio compagno steso su uno dei due letti, cacciò un urlo di pura felicità.
«Lo sapevo!»
Marius si mise a sedere e allargò le braccia: «Sapevo che saremmo stati di nuovo coinquilini!»
Un attimo e Courfeyrac gli fu addosso con tutto il corpo, intrappolandolo in un abbraccio affettuoso.
«Mi sei mancato da morire!» esclamò, riempiendogli di baci il volto lentigginoso.
Era dannatamente vero: Marius Pontmercy era il suo migliore amico, il suo fedele compagno di peripezie, una delle persone alla quale si era più legato nel corso della sua travagliata carriera scolastica. Durante quell’anno difficile, avevano tenuto una corrispondenza per telefono nonché per lettera.
Parlarono parecchio, mentre sistemavano i loro abiti nei rispettivi armadi. Chiacchierarono del più e del meno, a malapena si fermarono per riprendere fiato. Dopotutto, avevano dodici mesi da recuperare…
«Mi dispiace di non essere mai passato a trovarti» esordì a un tratto Marius, facendosi più serio.
«Accidenti, Marius, quel posto era maledettamente lontano!»
«Che diavolo vuol dire? Avrei potuto prendere un treno, portarti un regalo, fare qualcosa…»
«Non avresti davvero voluto vedere dove stavo. Fidati. C’era così tanta tristezza…»
«Tu stai bene?»
Il suo amico lo scrutava con un’espressione al tempo stesso severa e preoccupata.
Courfeyrac si sedette accanto a lui e gli posò una mano su una spalla, come a volerlo tranquillizzare. Effettivamente, era proprio quello che intendeva fare.
«Sto benissimo» rispose, accennando a un sorriso «sul serio, non ti devi preoccupare. Non mi avrebbero rispedito qui se non fosse altrimenti, dico bene?»
Marius annuì, stringendo le labbra.
«Sono felice di essere tornato. E sono felice di rivederti. Niente e nessuno potrà guastare questa gratificazione»
«Lo spero tanto per te, Courf. Lo meriti» Marius gli strinse leggermente il ginocchio «Promettimi solo una cosa: se mai dovessi avere qualche problema, di qualsiasi genere… se dovessi stare male, se avessi bisogno di sfogarti per qualunque motivo… non esitare a parlarmi, va bene? Sai che puoi dirmi qualsiasi cosa»
«Prometto»
«Sono serio, amico. Guardami negli occhi e dimmi che lo farai per davvero. Non come l’ultima volta»
Courfeyrac alzò lo sguardo e incontrò il color nocciola degli occhi dell’amico. Cominciava ad avvertire nuovamente il senso di colpa. Marius era così preoccupato per lui, ci era rimasto così male quando aveva scoperto tutto…. Se c’era una cosa che non sopportava era che i suoi amici soffrissero. Specialmente a causa sua.
«Te lo prometto» ripeté, questa volta con molta più convinzione «non farò più lo stupido. Non voglio ricascarci di nuovo».
~
L’ultima proposta di Marius era stata “Finiamo di sistemare questa roba e filiamo subito in sala comune”.
Aveva detto che, sicuramente, sarebbero stati tutti lì ad aspettarlo, pronti a dargli un caloroso bentornato e a sommergerlo di abbracci.
Così si erano diretti, saltellanti e indisturbati, verso l’ultima stanza in fondo al corridoio.
E, difatti, eccoli. Erano davvero tutti lì e, a quella vista, il cuore di Courfeyrac si riempì di gioia.
C’era Joly, intento a studiarsi attentamente la lingua nel suo inseparabile specchietto. Era appollaiato sul bracciolo di una poltrona, dove stava seduto Bossuet –al secolo, Lesgle de Meux- il suo migliore amico, calvo, sfortunato e sorridente.
Di fronte a loro, sul divano, Grantaire stava spaparanzato comodamente con in mano una bottiglietta di Coca –nessuno, tuttavia, escludeva che vi avesse aggiunto un po’ di rum- e, accanto a lui, un ragazzo che Courfeyrac non conosceva, dai lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo.
Accanto alla macchinetta del caffè, c’era Bahorel, che si ergeva in tutta la sua altezza e, di fianco a lui, Feuilly che imprecava a gran voce perché la suddetta macchinetta gli aveva fregato i soldi.
E poi, c’erano loro. Seduti a un tavolino, di spalle alla finestra. Enjolras, il volto fiero e marmoreo, i riccioli biondi che gli ricadevano ordinatamente sulla fronte. E Combeferre, pulito e impeccabile nella sua uniforme scolastica, con un nuovo paio di occhiali dalla montatura sottile, attraverso i quali scrutava attentamente alcuni fogli che il suo migliore amico gli stava mostrando.
Nessuno si era accorto del loro arrivo.
Pertanto, Marius si schiarì rumorosamente la gola e annunciò: «Amici miei, abbiamo nuovamente tra noi un importante elemento!»
Bossuet fu il primo a notarli. Si alzò di scatto dalla poltrona, facendo cadere per terra il povero Joly con una gomitata, e cominciò a strillare: «Oh, mio Dio, Courfeyrac!» e si lanciò tra le sue braccia.
Fu una festa.
Joly si rialzò da terra, scattante, e corse verso di lui. Gli prese il viso tra le mani e cominciò a tartassarlo di domande: stai bene? Oh, mio Dio, non ho più avuto tue notizie, credevo fossi morto! Sono stato in panico per un sacco di tempo, davvero. Che ti hanno fatto in quella clinica? Non c’erano malati terminali, vero? e via dicendo, tanto che, se avesse potuto, Courfeyrac avrebbe allungato all’istante le mani verso le sue parti intime per scaramanzia.
Per fortuna, giunse Grantaire in suo aiuto, strappandolo di mano a Joly e offrendogli la sua Coca-Cola.
«Bentornato tra noi, amico mio» sorrise, circondandogli le spalle con un braccio «Vieni, voglio presentarti una persona».
Gli fece strada fino al divano dove stava ancora seduto il ragazzo dai capelli lunghi.
Grantaire lo introdusse come Jean Prouvaire e Courfeyrac gli strinse la mano, affabile.
Jean Prouvaire aveva tratti delicati, quasi femminili, e un timido sorriso dipinto sulle labbra. Sedeva a gambe incrociate e teneva un libro di poesie poggiato sul ginocchio. A Courfeyrac fece subito tenerezza.
Bahorel e Feuilly lasciarono perdere il caffè e corsero a sollevare il loro amico, portandolo in giro per tutta la sala e schiamazzando. Fu solo quando la voce autoritaria di Enjolras ordinò loro di rimetterlo a terra che loro eseguirono.
Courfeyrac alzò lo sguardo verso il suo amico: si era alzato dal suo posto e stava venendo verso di lui. Quando gli fu davanti, gli porse la mano e tutto quello che disse fu: «Bentornato tra noi, Courfeyrac».
Tipico di Enjolras: non si lasciava mai andare a sentimentalismi, nemmeno quando si trattava dei suoi amici. Nelle sue lettere si era premurato di assicurarsi più volte che tutto fosse ok e Courfeyrac sapeva che anche lui si sentiva triste per via di quella situazione. Semplicemente, non aveva idea di come esternare le sue emozioni.
Ma andava bene così. Era Enjolras, dopotutto. Alexandre Frédéric Enjolras, il bellissimo leader di marmo.
Non appena Courfeyrac ricambiò la stretta di mano, lo trascinò verso di sé e lo strinse in un abbraccio.
Mentre tutti intorno a loro scoppiavano a ridere, Enjolras rimase per un attimo rigido, senza sapere bene cosa fare, cosa dire, come comportarsi. Poi, finalmente, sembrò rilassarsi un poco e ricambiò il gesto.
«Sono così felice di rivederti» sorrise Courfeyrac, mentre si separavano.
Notò un vago colorito roseo sulle guance di Enjolras, incredibilmente fuori luogo per uno come lui, prima che questi aggiungesse: «Stai bene?»
Era l’ennesima volta che qualcuno glielo chiedeva, quel giorno. Se non si fosse trattato di Enjolras, probabilmente Courfeyrac avrebbe alzato gli occhi al cielo, esasperato, e sarebbe passato oltre.
Ma per lui poteva fare lo sforzo di rispondere.
«Sto benissimo» disse e, abbassando un poco la voce, aggiunse: «Ho ricominciato a mangiare regolarmente. Niente vomito».
Enjolras annuì, sollevato, e gli diede una pacca sulla spalla.
Mancava una persona all’appello.
La più importante, quella che smaniava di rivedere da un anno intero.
Combeferre era in piedi, ma teneva ancora le mani appoggiate al tavolino.
Courfeyrac resistette all’impulso di rovesciare quel maledetto treppiedi, saltargli addosso, baciarlo appassionatamente e scoppiare a piangere sul suo petto.
Quante cose aveva da dirgli, quante…
Stava per muovere il primo passo, quando fu Combeferre a venire verso di lui, passo leggiadro ma deciso, tipico di una persona dalle stesse caratteristiche.
Courfeyrac stava per aprir bocca e gridare ai quattro venti quanto gli fosse mancato, quanto in tutti quei mesi non avesse fatto altro che pensare a lui… quando un ceffone ben assestato lo colpì in pieno viso.
