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Into the Groove

Summary:

“Vedo del potenziale in lei, e lo vedi anche tu, inutile negarlo. Coraggio, tenacia, originalità, è palese quanto abbia faticato per quei risultati. Non sarà stata la più aggraziata delle concorrenti, ma la sua motivazione… non so, per me è davvero innamorata di questa arte”.
Trish sentì un nodo all’altezza della gola. Anche se non avesse passato la selezione, non avrebbe mai dimenticato le parole che Bruno le aveva rivolto. Sentirsi riconoscere il suo valore era totalizzante, qualcosa aveva ambito per anni e che, ora, aveva finalmente ricevuto.

[English version]

Notes:

Sinceramente, se mi chiedeste come ho partorito questa fic, non saprei come rispondervi. Un giorno mi è spuntata questa idea in testa, mentre valutavo una possibile trama da ambientare negli anni '80 e con i miei babies, Narancia e Trish, come protagonisti. Ho messo nel calderone Saranno Famosi, Flashdance, slice of life, musica vintage e vestiti dal dubbio gusto estetico ed eccola qui, pronta ad essere servita.
Ovviamente non vi sono stand, tutti hanno un'età intorno ai vent'anni (tranne Bruno, Leone, Prosciutto e Risotto, che sono vicino ai trenta), vivono nel 1985 e si vestono peggio di come lo fanno già normalmente — oppure meglio, dipende dai punti di vista. Il POV sarà principalmente quello di Trish, ma lo cambierò anche con i vari personaggi, visto che non sarà lei l'unica protagonista della storia. Inoltre, dal momento che è un AU, mi sono presa la briga di modificare il background di alcuni personaggi e di inserire OC nelle loro rispettive famiglie in base a mie headcanon random.
Ammetto di aver buttato in questa fic tutto il mio amore viscerale per questo decennio e per la sua musica, ma questa è un'altra storia. Oh, c'è anche tutto il mio amore per questa coppia preziosa e underrated, e spero vivamente di rendere loro giustizia.
Non ho altro da aggiungere, se non ringraziare tutti quelli che mi hanno sopportato durante le mie crisi da mancanza d'ispirazione e mi hanno dato consigli e supporto. ♥♥♥
Oh, e ovviamente augurarvi buona lettura ♥

[Qui potete trovare la versione in inglese]

Chapter 1: Now I'm dancing for my life

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

5 Settembre 1985

 

L’odore dei cornetti caldi al mattino aveva un che di rassicurante. Era il profumo di quotidianità, di serenità, di casa . Donatella Una era la più brava del quartiere a prepararli: ogni sera, prima di dormire, metteva l’impasto a lievitare sul tavolo della cucina, e poi si svegliava all’alba per infornarli e farli trovare caldi e fumanti per sua figlia. Sebbene lei a volte saltasse la colazione, o scegliesse un pasto più leggero, Donatella non abbandonava mai quella tradizione, perché voleva che per Trish fosse parte della sua quotidianità. 

Anche quella mattina aveva preparato i suoi rinomati cornetti. Il loro profumo dolce non solo invadeva l’intero appartamento, ma si diffondeva anche per strada, facendo alzare gli occhi dei passanti affamati alla sua finestra. 

Quel giorno, però, Donatella vi aveva messo molto più impegno nel cucinarli. Ne aveva farcito qualcuno con la cioccolata al latte, altri con la marmellata, e ne aveva fatti più del necessario, forse anch’essa influenzata dal nervosismo che aleggiava in quella casa. Oppure, semplicemente, aveva particolare voglia di viziare sua figlia. Quello era un giorno speciale, e ne era perfettamente consapevole: Trish gliene aveva parlato per mesi, o meglio, anni e Donatella stentava a credere che fosse finalmente giunto. 

Dopo aver poggiato i cornetti caldi sul tavolo, si passò le mani sul grembiule rosa che indossava e guardò fuori dalla finestra. Era una bella giornata, l’estate ancora non aveva visto il suo tramonto, il sole splendeva e il cielo era terso, quasi come un buon presagio. Portò poi gli occhi all’orologio appeso al muro, notando che fosse tardi e che non vi fosse ancora traccia di sua figlia. 

Con un sospiro, si tolse il grembiule e camminò lungo il corridoio, prima di bussare all’ultima porta. “Trish, tesoro, sei sveglia?” La chiamò, con voce dolce, ma non ricevette alcuna risposta. Il suono dei suoi passi, però, era chiaro segno che fosse già in piedi. 

Donatella aprì lentamente la porta. La camera della ragazza era appariscente, dai colori rosa e giallo accesi, con i mobili bianchi in legno lucidato, i vestiti sparsi ovunque e le pareti ricoperte di poster: spiccavano quelli di Madonna, almeno un paio, uno con la locandina di Flashdance, e il più grande di tutti, quello di Harrison Ford a torso nudo. 

Sebbene l’avesse sempre sgridata per il disordine che regnava lì dentro, Donatella apprezzava molto quel tocco personale che la figlia aveva apportato al suo piccolo rifugio. Guardare la sua camera era come osservare a occhio nudo la stessa storia di Trish, ciò che l’aveva accompagnata fin dalla sua infanzia. Vi erano polaroid, tantissime, appese in ogni angolo della stanza, di viaggi, amici e momenti importanti; spiccavano le medaglie che aveva vinto da piccina, e un paio di piccole ballerine rosa pastello appoggiate a un chiodo sul muro, consumate dal tempo. Persino sua madre era consapevole di quanto fossero preziose per lei, tanto che nessuno aveva il permesso neppure di sfiorarle. 

Nonostante il tripudio di oggetti e colori che regnava in quella stanza, l’attenzione di Donatella si concentrò tutta su sua figlia, in piedi in mezzo alla camera. Era ancora in pigiama, una camicia da notte merlettata e con un’orribile fantasia a fiori, regalo della nonna, e i capelli erano fermati da almeno un centinaio di forcine e un paio di bigodini. 

Trish stava ballando, tenendo gli occhi chiusi. Seguiva il ritmo della musica, che sentiva con le sue cuffie rosse, e sebbene lo spazio limitato stava eseguendo una coreografia. La madre si appoggiò allo stipite della porta, fissandola con un sorrisetto divertito. 

Le sue braccia si muovevano nervosamente, come se stesse ripassando i propri passi. Era estremamente concentrata, mimava con la bocca le parole della canzone, mentre i piedi nudi tentavano di mettersi in punta sulla moquette, sebbene il risultato fosse abbastanza goffo. Ad un tratto, Trish sollevò una gamba, piegando il ginocchio, e provò a usare l’altra per darsi una spinta e girare su se stessa, ma inciampò su un vestito buttato a terra e cadde sul letto con un piccolo verso di sorpresa.

Fu in quel momento che vide sua madre, che tratteneva a stento una risata divertita. Le rivolse uno sguardo torvo e imbarazzato.

“Da quanto tempo sei lì?” 

“Abbastanza da poterti dire che sei troppo nervosa” le rispose, con un sorriso bonario. “... e che hai decisamente bisogno di fare colazione”.

Trish sbuffò, togliendosi le cuffie e gettandole sul proprio cuscino. “Credo sia normale essere nervosi, sai com’è, questa mattina si decideranno solo le sorti del mio futuro!” Il suo tono di voce era piuttosto sarcastico e melodrammatico. Donatella vi era abituata e si limitò ad alzare un sopracciglio.

“Beh, le sorti del futuro non si decidono a stomaco vuoto. La colazione è pronta da un pezzo, se non vuoi mangiare cornetti freddi ti conviene sbrigarti” avvertì, prima di tornare in cucina. La ragazza non si mosse subito: rimase immobile per qualche istante, sguardo perso nel vuoto della sua mente, intenta a contemplare l’idea di abbandonare tutti i suoi propositi per quel giorno e rimettersi sotto le coperte. In fondo, significava solo buttare anni di allenamento e di fatica…

Sospirò pesantemente. Alla fine decise che fosse abbastanza codardo, oltre che decisamente stupido, scappare dalle proprie responsabilità e si alzò da letto, infilandosi le pantofole e raggiungendo sua madre in cucina. 

Il suo volto era velato di un forte nervosismo. Le occhiaie, d’altronde, lasciavano intendere come non avesse passato una nottata serena. Tutti probabilmente avrebbero compreso il suo stato d’animo, venendo a conoscenza di cosa l’avrebbe aspettata quella mattina. L’audizione di ballo per poter entrare nella rinomata Accademia Artistica Passione probabilmente rientrava nella lista di esperienze più spaventose al mondo... o almeno, dalla maggior parte delle persone era ritenuta così. 

Trish si era preparata a quel giorno da talmente tanti anni da averne perso il conto. Quando era piccina aveva sempre creduto che il suo fosse un sogno impossibile, una semplice fantasia irrealizzabile, e ora che mancavano poche ore a quell’evento sentiva il suo stomaco chiudersi. 

“Non ho fame” disse, dopo un lungo silenzio, quando Donatella le mise davanti la teglia di cornetti. La madre aggrottò visibilmente le sopracciglia. 

“Pensi che io ti faccia uscire di casa a stomaco vuoto? Come credi di poter dare il massimo con le minime energie?” Sospirò, versandole nel bicchiere un po’ di succo di frutta. “So che sei nervosa, insomma… tutti lo sarebbero al tuo posto! Ma non puoi permettere alle tue paure di impedirti di ottenere ciò per cui hai lottato” Trish alzò gli occhi al cielo: si era aspettata uno dei suoi classici discorsi motivazionali; la donna la ignorò, sedendosi davanti a lei e guardandola con un sorriso incoraggiante. “Fatti forza e combatti l’ansia. Devi vincere tu, non lei”.

Con palese sforzo, il suo sguardo si mosse ad incontrare quello della madre, scorgendo i suoi occhi luminosi e pieni dell’entusiasmo che la contraddistingueva. Sospirò, torturandosi le mani sotto il tavolo. “Lo so, ma… sai com’è, dopo anni e anni spesi a lavorare per questo giorno, l’idea di sbagliare mi chiude lo stomaco. Ho solo questa occasione per poter finalmente vedere i frutti della mia fatica” il suo tono di voce sembrava essere più fragile, in quel momento. La madre era l’unica persona con cui riusciva ad aprirsi in quel modo. 

Il sorriso di Donatella si fece più dolce. “Non è la tua unica occasione, tesoro. Se sbaglierai tenterai l’anno prossimo, o quello dopo ancora… non essere così severa con te stessa. Anche se passassero anni prima di entrare nell’accademia, tu continua a perseverare e vedrai che alla fine ci riuscirai” le scostò una ciocca di capelli dalla fronte, sfuggita a una forcina. “Ma sono sicura che non ci sarà rischio e che sarai bravissima come sempre” si lasciò andare a una risata spontanea.  

Fin da quando Trish era una semplice bambina, intenta a guardare con occhi sognanti le scarpette da ballo esposte nelle vetrine dei negozi più eleganti, sua madre aveva sempre appoggiato e spronato il suo sogno, mostrandosi favorevole a iscriverla a un corso di danza classica alla sola età di cinque anni — il suo primo ricordo più vivido risaliva a quando aveva imparato a mettersi sulle punte dei piedi. Donatella riconosceva l’entusiasmo e la passione che la figlia aveva sempre messo nel ballo, come se fosse nata per gli arabesque e le pirouette , e non aveva mai tentato di decidere quale strada dovesse percorrere. 

Trish gliene era sempre stata grata.

Le rivolse un sorriso sollevato e, come gesto di resa ai suoi consigli, prese un cornetto e lo addentò. Era ripieno di marmellata di arance, la sua preferita. Trish lo mangiò con gusto, sebbene sentisse ancora lo stomaco sottosopra, prima che un pensiero la colpisse come un fulmine a ciel sereno. 

“Ah… hai sentito papà, per caso?” Si incupì all’improvviso. 

Donatella la guardò con un’espressione sorpresa, colta alla sprovvista da quella domanda. Poi arricciò le labbra, infastidita. “Stamattina presto, prima che ti svegliassi. Mi ha chiamato per farmi sapere, per l’ennesima volta , che trova ingiusto dover contribuire alle spese di qualcosa che lui non approva. Ma la legge è dalla nostra parte, quindi non ha molte alternative” rispose, stizzita, quasi come se il ricordo di quella telefonata ancora la innervosisse. “Può solo sperare che tu non passi l’audizione, ma le sue preghiere non serviranno a nulla” un sorriso sornione le piegò le labbra. 

Diavolo era sempre stato difficile da capire, per Trish. I suoi genitori si erano separati quando lei aveva appena due anni e dire che i rapporti fra lei e suo padre fossero minimi era un eufemismo. Si vedevano poco, lui la trattava freddamente, e spesso sembrava addirittura ignorare la sua esistenza. In compenso, si era sempre preso la briga di commentare le scelte prese da lei e dalla ex moglie, oltre che tentare di decidere il futuro della stessa figlia. Non aveva mai approvato l’idea che Trish volesse diventare una ballerina, insistendo continuamente per farla iscrivere all’università, ripetendo che una facoltà di economia o diritto fosse l’ideale per lei; la testardaggine della figlia, però, era uguale a quella della stessa madre, e Diavolo non aveva mai avuto modo di far cambiare loro idea.

Ironia della sorte, il giudice lo aveva anche costretto a contribuire al pagamento delle tasse dell’Accademia, qualora Trish vi fosse entrata. Per Donatella era stato estremamente soddisfacente uscire dal tribunale, quel giorno.

Comunque, Trish sospirò pesantemente, passandosi una mano sul viso. “Non demorde, insomma” diede un altro boccone al cornetto, con fare quasi aggressivo. Poi un piccolo ghigno le piegò le labbra. “Allora io mi impegnerò di più per dimostrargli che sono in grado di scegliere da sola ciò che voglio fare. Se passo l’audizione, oggi, gli rinfaccerò sempre tutte le volte che mi ha sottilmente detto di essere un’incapace”.

Era agguerrita. Quando temeva di non poter riuscire a raggiungere i suoi obiettivi, pensava a tutti gli insulti che le aveva rivolto il padre, e tornava a prendere sicurezza di se stessa. Forse in quel momento doveva ringraziarlo: l’aveva resa decisamente ambiziosa. 

Donatella sorrise, soddisfatta. Non per rancore personale, ovviamente , ma la rendeva decisamente orgogliosa vedere sua figlia combattere per la propria indipendenza e contro la tirannia del padre. Anche lei aveva fatto lo stesso, diciannove anni prima. 

In quel momento, però, gli occhi di Trish si portarono all’orologio appeso al muro. Nel vedere la posizione delle lancette, quasi si strozzò con il succo di frutta nel realizzare quanto fosse irrimediabilmente tardi. E lei ancora indossava la camicia da notte, con le forcine e i bigodini in testa.

Merda ” scattò in piedi, con il rischio di scivolare sulle sue stesse ciabatte. Abbandonò il cornetto sul tavolo, prima di correre via, trafelata e nervosa. “Finisco da mangiare mentre vado lì, devo prepararmi!” Esclamò, prima di svanire dietro la porta del bagno. 

Donatella sospirò, scuotendo la testa. Sarebbe stata una lunga giornata.

 

 

Trish sfrecciava tra le vie della città con la sua bici rosa pastello. La si vedeva spesso pedalare fra i quartieri vicini al suo appartamento, per commissioni, oppure semplicemente per prendere una boccata d’aria. Ricordava ancora il giorno in cui gliel’avevano regalata, appena aveva compiuto quindici anni. Vi era caduta così tante volte che ancora portava le cicatrici sulle gambe e sui gomiti, ma non per questo l’aveva mai abbandonata. Quella bici l’aveva accompagnata nei momenti più importanti della sua vita e, in un certo senso, lo stava facendo anche ora. 

Donatella aveva insistito per venire con lei all’Accademia, ma si era rifiutata. D’altronde non erano ammessi spettatori e lei aveva bisogno di stare da sola, per riuscire a concentrarsi meglio ed evitare più distrazioni possibili. Nonostante il discorso esortativo e il grande in bocca al lupo che le avesse rivolto la madre, Trish era ancora piuttosto nervosa, tanto da pedalare con una certa foga e rischiando più volte di finire contro macchine e persone.

Era pensierosa, mentre il vento fresco sferzava il suo viso, scompigliandole i capelli. Avrebbe potuto tentare di nuovo il prossimo anno, ma aveva altro tempo da perdere? Senza contare che suo padre l’avrebbe criticata per le sue scarse capacità e per i suoi sogni impossibili. Era per quei motivi che non riusciva a placare il nervosismo: doveva assolutamente passare l’audizione, o si sarebbe demoralizzata a tal punto da finire per dare retta a Diavolo — il che era molto grave, visto che lei non lo ascoltava mai .

Presa com’era dai suoi pensieri, neanche si rese conto di essere arrivata di fronte all’Accademia Passione. Frenò di colpo, con il rischio di cadere dalla bici; riacquistando l’equilibrio, puntò lo sguardo sulla facciata. Era un palazzo antico, cozzava decisamente con il resto del paesaggio urbano: una grande scalinata portava all’accesso, un portone in legno, e vi erano tantissime finestre, da cui si poteva scorgere le aule dove si svolgevano le lezioni e alcuni ballerini intenti ad allenarsi. Il marciapiede pullulava di persone, probabilmente tutti ragazzi in attesa dell’audizione, alcuni addirittura accompagnati dai genitori.

Trish deglutì, con il cuore a mille. Ferma di fronte a quell’enorme palazzina, si sentiva piccola e insignificante. Era passata lì davanti innumerevoli volte, fin da quando era una bambina, e non avrebbe mai pensato di potervi entrare un giorno. Quel posto emanava un’aura di terrore che avrebbe fatto scappare chiunque vi si fosse presentato al cospetto, ma Trish ne era sempre stata affascinata. Si fece forza e scese dalla bici, parcheggiandola poco distante dall’ingresso. 

Nel momento in cui entrò dentro l’edificio, venne invasa dal caos che lì vi regnava. Decine di persone le sfrecciavano davanti, trafelate, mentre altri stavano facendo riscaldamento in corridoio, davanti alle aule dove si svolgevano le lezioni. Vi erano piccoli gruppi di ballerine, quasi tutte con abiti eleganti: indossavano body color latte e tutù dalla stoffa pregiata, con i capelli perfettamente laccati e fermati in uno chignon, che non lasciava sfuggire neppure una ciocca. 

Trish in quel momento si sentiva un po’ come la protagonista di Flashdance, durante la scena della sua prima audizione: in poche parole, un pesce fuor d’acqua. Si era presentata al provino con vestiti completamente inadatti e decisamente poco eleganti, tanto da attirare qualche occhiataccia altezzosa da un gruppetto di ragazze: con i suoi jeans larghi a vita alta, il body fucsia in bella vista e la giacca di almeno due taglie più grande, non sembrava addirsi ai canoni della ballerina modello.

Ogni secondo che passava lì dentro faceva venire a Trish la voglia di fuggire; tuttavia, continuò a ripetersi che non si sarebbe lasciata intimorire dallo sguardo di persone delle quali non conosceva nemmeno il nome. Dunque, prendendo un respiro profondo, gonfiò il petto e avanzò a testa alta per quel corridoio, sorpassando tutti quasi come se volesse farsi scivolare addosso i loro giudizi. 

Concentrò invece la sua attenzione sull’ambiente circostante, osservandolo con genuina curiosità, dal momento che aveva sempre tentato di immaginare come fosse l’interno di quella sfarzosa Accademia. I corridoi erano luminosi, spaziosi, in cui si susseguivano diverse teche: guardando attraverso il vetro lucidissimo si potevano scorgere medaglie, riconoscimenti, foto di spettacoli e dei ballerini più famosi usciti dall’accademia, oltre che di alcune celebrità, probabilmente venute a far visita in occasione di qualche evento. 

Trish si guardava intorno con un’espressione di pura meraviglia. Peccato che, più si avventurava in quel luogo e più non aveva idea di dove dovesse andare. La realizzazione di ciò la fece fermare di colpo in mezzo al corridoio, con un’espressione visibilmente spaesata. Quando aveva presentato la domanda di ammissione, la segreteria non aveva specificato l’aula nella quale dovesse presentarsi. Devo tornare indietro e chiedere informazioni , pensò.

In quel momento, però, qualcuno si parò davanti a lei. Fu un movimento così repentino che non fece in tempo ad accorgersene tempestivamente, e sussultò nel ritrovarsi davanti agli occhi la vista di una canotta con il logo dei Sex Pistols, talmente consumata e aderente da lasciare poco spazio all’immaginazione. 

“Ehi, ti sei persa?”

Alzò lo sguardo. La prima cosa che vide furono due occhi neri, contornati da ciglia folte e scure, che la squadravano con un che di sornione. Scorse poi un paio di riccioli bruni spuntare da un cappellino di lana a rombi, dal dubbio gusto estetico, e un sorriso che aveva visto sulla faccia di fin troppi uomini. Il suddetto esemplare si era appoggiato con un braccio al muro e continuava a fissarla in silenzio, attendendo da lei una risposta. 

E gli sarebbe toccato aspettare un bel po’, dato che Trish, in quel momento, stava pensando a tutt’altro che alla sua domanda. Insomma, che voleva da lei quel ragazzo? E soprattutto, quanto era alto? Abbassò dunque lo sguardo e notò che, all’effettivo, portava i pattini a rotelle, di un acceso color rosso… oh cielo, aveva anche i pantaloncini zebrati

“Allora? Per caso sei rimasta imbambolata?” Incalzò lui, con un sorriso più ampio.

Lei di rimando aggrottò le sopracciglia: quel tipo ci stava provando con lei? Dal modo in cui la guardava, sembrava proprio che fosse così. Si sentì improvvisamente infastidita da quell’atteggiamento. 

Ma anche no . E non ho di certo bisogno del tuo aiuto” rispose, velenosa, prima di decidere di ignorarlo. Lo sorpassò, riprendendo a camminare a grandi falcate per allontanarsi e levarselo di torno; peccato che il ragazzo avesse i pattini ai piedi, e che l’avesse raggiunta neanche due secondi dopo.

“Aspetta, non pensare male! Posso darti indicazioni, anche io devo fare l’audizione” le fece, affiancandola e togliendosi dalla faccia quel sorriso da schiaffi di qualche istante prima. Lei lo fulminò con la coda dell’occhio, maledicendo se stessa per essersi fermata in mezzo al corridoio e aver attirato la sua attenzione. 

“Beh, ma io so dove andare, quindi puoi anche smettere di seguirmi”. Possibile che le sue risposte acide non servissero a nulla per farlo desistere dal darle fastidio? E dire che voleva stare da sola… Aumentò ancora di più il passo, visibilmente innervosita.

“Ma davvero?” Fece l’altro, con una voce divertita. “Perché hai appena superato il corridoio a destra che porta all’aula del provino”. Trish si fermò di colpo, portando dapprima lo sguardo sulla direzione da lui indicata, poi verso il ragazzo, incontrando il suo sorriso soddisfatto e vittorioso. Maledetto

Sbuffò e, senza dargli alcuna risposta, prese la strada giusta, ormai arresa alla sua fastidiosa compagnia. Certo che il mondo quella mattina aveva proprio deciso di punirla per motivi oscuri... 

“Comunque io sono Guido Mista” si presentò, continuando a pattinare al suo fianco, evidentemente non intenzionato a lasciarla in pace. In quel momento, però, più che flirtare con lei, sembrava voglioso di chiacchierare. “È la prima volta che fai il provino, giusto? Non ti ho visto gli anni passati e, beh, mi sarei ricordato di te…” Ricevette un’occhiattaccia di risposta e Guido sussultò. “Per i capelli! Sono appariscenti” Specificò subito, mettendo le mani avanti.

Trish sospirò. Era inutile continuare a trattarlo male con la speranza che si eclissasse, quindi tanto valeva indagare su di lui. In fondo, visto che anche quel ragazzo ambiva ad entrare all’Accademia, era a tutti gli effetti un suo rivale. “ Anni passati ? Questo non è il tuo primo tentativo?” Gli chiese, ora incuriosita.

“Oh, il mio sì. Sono le mie sorelle ad averci già provato, tutte e tre. Le ho accompagnate ogni anno perché ero incuriosito da questa Accademia, ma alla fine nessuna di loro è passata. Adesso sono io a tentare l’impossibile, magari sarà la volta buona” il suo sorriso era decisamente fiducioso. “Nostra madre ha questa passione dirompente per il ballo, e ce l’ha messa in testa anche a noi. Mio padre voleva che lavorassi in officina con lui, ma alla fine non fa per me sporcarmi le mani nel grasso dei motori…” Si strinse le spalle. “Senza contare che mi hanno detto che ho un bel culo, ed è un requisito importante per un ballerino” era serio mentre pronunciava quelle parole.

Trish alzò un sopracciglio. Ma che soggetto le era capitato di fronte? Senza contare il fatto che le aveva appena raccontato la storia della sua vita — non richiesta — neanche due minuti dopo essersi rivolti parola. Ma doveva ammetterlo, il chiacchierio di Guido, nonostante nuocesse alla sua concentrazione, servì a distrarla dal nervosismo che si sentiva addosso. 

“Non credo che avere un bel culo sia fondamentale per entrare nel mondo dello spettacolo” gli rispose, con un piglio divertito. “Comunque, io sono Trish. Non ti racconterò la storia della mia vita” fece, con un sorriso provocatorio. La sua espressione, però, mutò velocemente. “Ma ti dico solo che è la prima volta che metto piede qui dentro e l’ansia mi sta letteralmente divorando” 

Guido arricciò le labbra, vagamente dispiaciuto. “Posso capire, almeno due delle mie sorelle sono scoppiate a piangere prima del provino. Comunque, non devi preoccuparti! Prendila come viene, mica ti mangiano viva”. Sembrava piuttosto tranquillo e Trish si chiese se fosse davvero motivato a passare la selezione o fosse lì per puro e semplice passatempo. In compenso, sebbene non si fidasse molto di lui, magari poteva credergli quando diceva che non era poi così terribile.

In quel momento arrivarono di fronte all’aula dell’audizione e si trovarono di fronte a una situazione a dir poco desolante. Alcuni ragazzi stavano seduti a terra con un’espressione da funerale, altri avevano le mani fra i capelli, una ragazza corse via in lacrime non appena uscì dalla porta dell’aula, probabilmente a provino concluso.

Trish deglutì rumorosamente. Non era di certo rassicurante vedere tutte quelle vittime di fronte al luogo del delitto e tale visione non fece altro che peggiorare la sua ansia. Si voltò a guardare Mista, con un’espressione eloquente.

“... Ok, forse si erano messe a piangere dopo il provino” si corresse, passandosi una mano sulla nuca. “L’ostacolo principale è uno degli insegnanti di danza classica che fa parte della commissione…” Il suo tono si fece più basso e confidenziale. “A quanto so quasi nessuno riesce ad entrare nelle sue grazie e dispensa critiche che sembrano più insulti. Non dico che sia il motivo per cui molti non passano…” si scostò da lei, tornando a parlare con un tono di voce discretamente alto, stringendo le spalle “… ma diciamo che dà un grosso contributo”.

Trish affondò il viso nelle mani, improvvisamente scoraggiata. Se prima era nervosa, adesso a malapena riusciva a respirare regolarmente, attanagliata dall’ansia. Doveva aspettarselo che non sarebbe stato facile, ma averne la conferma non la faceva certo stare meglio. Provò a prendere un respiro profondo, prima di riscuotersi e portare le mani a stringere con forza la cinta del borsone che portava in spalla. 

“Beh, a questo punto non ho più niente da perdere. Cercherò almeno di non piangere appena uscita di lì, insomma, per orgoglio personale”.

Guido annuì, con un sorriso spontaneo. “È inutile agitarsi, tanto ormai non si torna più indietro”.

A quel punto, però, il ragazzo sembrò notare una persona in mezzo alla folla e i suoi occhi si fecero più luminosi. “Oh, vado a salutare un mio amico. In bocca al lupo!” Le fece, prima di pattinare via di lì e avvicinarsi a un ragazzo dai capelli corvini, fermati da una fascetta. Era girato di spalle, dunque Trish non riuscì a vederlo in viso, ma non indagò ulteriormente.

Sospirò, prima di dirigersi verso gli spogliatoi per cambiarsi. Non mancava molto prima che arrivasse il suo turno e, a quel punto, Trish non vedeva l’ora che quell’agonia avesse fine. 

 

 

Era ferma, di fronte a una schiera di persone. L’odore acre del fumo riempiva le sue narici, provocandole fastidio, ma il volto di Trish non si mosse di un muscolo. Il suo corpo tonico era rigido, fasciato da un body aderente fucsia, da calze color bianco latte e da un paio di scaldamuscoli di un acceso color prugna. In mezzo ai toni antichi e quasi cupi che dominavano quell’aula, dava decisamente nell’occhio. 

La commissione era composta perlopiù da professori di danza giovanissimi. Spiccava, seduto al centro del tavolo, un ragazzo di qualche anno più grande di lei, con dei particolari e curatissimi capelli corvini a caschetto. Trish stava concentrando tutta la sua attenzione su di lui, dal momento che era intento a leggere il foglio della sua domanda di partecipazione. 

Al suo fianco vi era un altro insegnante, dai capelli color grano e dallo sguardo gelido, capace di mettere in soggezione chiunque. Stava fumando, ma nessuno sembrava intenzionato a rimproverarlo di ciò — anzi, a giudicare dal numero di sigarette spente nel posacenere, sembrava averne già consumato un intero pacchetto. 

Trish si sentiva il suo sguardo addosso, simile a quello che le avevano rivolto poco prima le ballerine lungo il corridoio dell’accademia. Ogni centimetro di quel viso sembrava criticarla silenziosamente, ancor prima che lei potesse muovere un passo. Doveva essere lui l’insegnante di cui doveva avere paura, a detta di Guido.

“Trish Una, ventun’anni, diploma conseguito nella scuola di danza classica locale” Ripeté il moro, squarciando il silenzio, mentre teneva ancora gli occhi puntati su quel pezzo di carta. Trish deglutì, non sapendo di preciso se le avesse rivolto una domanda, o se fosse una pura e semplice constatazione. Rimase in silenzio, pugni stretti dietro alla schiena, mentre fissava l’insegnante, nell’attesa disperata che le desse il permesso di iniziare.

Finalmente l’uomo alzò lo sguardo, puntando i suoi occhi color blu cobalto in quelli di Trish. Per quanto apparisse severo, non la metteva così tanto in soggezione, a differenza del suo collega dai capelli biondi. “Prego, può iniziare” le annunciò, con un piccolo sorriso di incoraggiamento, prima di abbassare di nuovo il viso per segnare qualcosa su un foglio di appunti. 

Trish sembrò risvegliarsi all’improvviso da quello stato di tensione e annuì, avvicinandosi al giradischi. Il vinile con il brano che aveva scelto era già pronto e le bastò solo posizionarlo sul piatto per poterlo far partire. 

Quei brevi istanti di silenzio che precedevano l’inizio della coreografia furono i più lunghi che avesse mai vissuto in tutta la sua vita. Nella mente di Trish sembrò come se ogni suono esterno si fosse annullato e avvertisse unicamente il rumore del battito del suo cuore e del suo respiro, che stava tentando di regolarizzare. La mente ripassava i passi della coreografia a una velocità disumana, mentre posizionava le gambe in modo che fossero unite e dritte, con i talloni a contatto, e le braccia piegate in dentro — la prima posizione, première , con cui aveva sempre dato inizio ai suoi balletti.

Quando il giradischi suonò le prime note del brano, Trish iniziò a ballare. Chiunque dentro quella stanza avrebbe riconosciuto l’iconica voce di Irene Cara nella sua performance più famosa, quella per il film di Flashdance. Il suo inizio lento dava a Trish l’occasione di mostrare la sua bravura nell’eseguire i passi canonici della danza classica, su cui si era allenata ogni giorno fin da quanto era una bambina. 

Leggiadra e composta, Trish volteggiava in mezzo a quell’enorme aula, lasciando scivolare le ballerine sul legno lucido del pavimento. Si teneva sulla punta dei piedi ed eseguiva piroette, fouetté , piccoli salti eleganti e perfettamente calcolati. 

Nel momento in cui la musica prese vita, però, anche Trish sembrò animarsi di una nuova, dirompente energia. I suoi passi di danza classica si fecero meno eleganti, più vivi e dinamici, lontani dalle rigide regole che le avevano sempre imposto le sue vecchie insegnanti. Il suo corpo si muoveva come se nuotasse nella musica, fluido, perfettamente in tempo con le note del brano. Mescolava antico e moderno, in uno stile completamente provocatorio ed efficace.

Trish, se fino a qualche istante prima era dilaniata dall’angoscia, in quel momento sembrava estraniata dal mondo circostante, completamente presa dalla musica e dal ballo, quasi come se nessuno la stesse osservando. Il brano la caricava, tanto che ad un tratto si ritrovò a cantarlo, impossessata da uno spirito che la faceva danzare senza sosta. 

Dopo aver eseguito due, tre, quattro piroette di fila, si accasciò in ginocchio a terra, schiena inarcata all’indietro e braccio sollevato in aria, proprio sulle ultime note del brano. Calò il silenzio, e Trish rimase immobile per qualche istante, con il fiato corto, il battito del cuore accelerato e un sottile strato di sudore a imperlarle la pelle. Lentamente tornò alla realtà, e si rese conto che il suo provino fosse finito, più in fretta di quello che si sarebbe aspettata. La consapevolezza le fece stringere lo stomaco, improvvisamente ansiosa di sentire i giudizi degli insegnanti e di sapere il loro responso.

Si sollevò in piedi, incontrando gli sguardi della commissione, che la osservava senza pronunciare parola. Trish non si era di certo aspettata un applauso da parte loro, ma in quel momento si sentiva piuttosto in soggezione. 

Fu il moro a parlare per primo, interrompendo quel silenzio carico di tensione per l’ennesima volta. “Complimenti, la sua è stata un’ottima esibizione” le fece, sorridendole, con fare sincero. “Ho apprezzato molto il modo in cui ha coniugato danza moderna e danza classica, si vede che si è allenata duramente in entrambe le discipline”.

Nel sentire quelle parole, Trish ebbe un tuffo al cuore. Non si sarebbe mai aspettata di udire complimenti del genere da parte di un insegnante di una delle più prestigiose scuole del paese e la faceva sentire terribilmente orgogliosa. Fece per replicare alle sue parole e ringraziarlo per aver riconosciuto il suo sforzo, quando la voce dell’insegnante biondo la interruppe. 

“Sei troppo buono come sempre, Bucciarati”. Con voce roca, l’uomo spense la sigaretta nel posacenere e puntò i suoi occhi chiari verso la ragazza, squadrandola con fare critico. “Qui non siamo a Flashdance e non realizziamo i sogni impossibili di ragazzine che hanno deciso di buttarsi ispirate da un filmetto insulso”.

Bruno Bucciarati, il moro , si voltò a guardare il collega con un’espressione perplessa. “Non capisco cosa tu voglia intendere, Prosciutto”.

“Questa ragazza manca di originalità, si ispira a modelli fittizi quando non capisce il vero senso di quest’arte” rispose, con un verso di scherno. “Ne ho visti fin troppi, come lei, che sfioriscono non appena dopo due settimane passate qui dentro. Non ne vale la pena”.

Non ne vale la pena . Quelle parole colpirono Trish come un getto d’acqua fredda, facendola pietrificare sul posto. Si era preparata ad accettare le critiche di quello stronzo , poiché non vi era altro modo per definirlo, ma quella frase sembrava aver fatto scattare qualcosa in lei, riportandola all’immagine del padre che la guardava dall’alto, con disgusto, e le ripeteva la stessa identica cosa. 

Si era detta che avrebbe accettato qualsiasi critica in silenzio, ma non ce la fece, non dopo aver sentito quelle parole. “Mi scusi se mi permetto, ma non credo che la scelta di un brano influenzi la mia originalità” rispose, guardando Prosciutto dritto negli occhi. “Se posso dire il mio punto di vista, non ho mai tratto ispirazione da un film e la scelta del brano è dovuta al fatto che io mi rispecchio molto in questa canzone e la considero speciale, per me”. L’espressione dell’insegnante si fece più dura, ma lei continuò a parlare, senza lasciarsi intimorire. “Mi dispiace che lei non sia riuscito a vedere ciò” si sarebbe pentita della sua faccia tosta, ma non era riuscita proprio a trattenersi.

Prosciutto dischiuse le labbra, oltraggiato. Raramente uno studente si era rivolto a lui in quel modo e l’idea lo convinceva ancora di più a bocciare quella mocciosa impertinente.

Bruno rimase a sua volta sorpreso di fronte a quella risposta sfacciata, poiché raramente qualcuno aveva avuto il coraggio di ribattere al suo collega. Tuttavia, sembrava più propenso a difendere quella ragazza. “Io la penso come lei, credo che tu ti stia basando su un’impressione del tutto errata”. Parlava come se Trish non fosse lì presente, rivolgendosi unicamente al suo collega. Lo guardava con un’espressione tirata, addirittura innervosita, e chiunque li avrebbe visti avrebbe dedotto che il loro rapporto non fosse dei più rosei. “La sua esecuzione non è stata perfetta, questo lo devo riconoscere. Ha sbagliato la posizione dei piedi nell’ultimo fouetté, alcuni passi erano troppo rigidi, si vede che è ancora una principiante” 

L’altro rispose con un verso di scherno. “Ha piegato troppo le gambe nel plié, e i suoi passi erano rozzi ” lo corresse, con un tono di voce duro. “Qui non cerchiamo principianti, cerchiamo professionisti , e questo dovresti saperlo bene anche tu”.

Bruno sospirò. “Prosciutto, capisco il tuo punto di vista, ma non sono d’accordo” spostò lo sguardo nuovamente sulla ragazza, prendendosi qualche secondo per osservarla: quasi inconsciamente, Trish raddrizzò la schiena, cercando di mantenere una posa composta.

“Parli dei sogni come se fossero un errore, ma non è del carattere quello che cerchiamo?” Il biondino socchiuse le palpebre, quasi come se volesse intervenire, ma sorprendentemente lasciò continuare il collega. Dall’espressione di Bucciarati, anche lui ne era altrettanto stupito, ma proseguì. “Vedo del potenziale in lei, e lo vedi anche tu, inutile negarlo. Coraggio, tenacia, originalità, è palese quanto abbia faticato per quei risultati. Non sarà stata la più aggraziata delle concorrenti, ma la sua motivazione… non so, per me è davvero innamorata di questa arte”.

Trish sentì un nodo all’altezza della gola. Anche se non avesse passato la selezione, non avrebbe mai dimenticato le parole che Bruno le aveva rivolto. Sentirsi riconoscere il suo valore era totalizzante , qualcosa aveva ambito per anni e che, ora, aveva finalmente ricevuto.

Ma quel momento idilliaco fu bruscamente interrotto dalla voce di Prosciutto, che aveva mantenuto un’espressione piccata per tutto il tempo. “Continua ad accettare degli incompetenti nella nostra scuola, Bucciarati, e farai cadere il nostro nome” gli rispose, velenoso, prima di accendersi un’altra sigaretta.

Il battibecco sarebbe continuato in eterno, probabilmente, ma un altro degli insegnanti li interruppe prontamente, ricordando loro che avevano altri ragazzi fuori la porta in attesa di fare il provino e non potevano continuare a discutere.

Bruno sospirò, prendendo la domanda di Trish e poggiandola di lato, insieme ad altre scartoffie. “Tra un paio di giorni le sarà inviata una lettera con il responso di questo test. Nel frattempo veda di non agitarsi troppo, due giorni passano in fretta” le sorrise, rassicurante, decretando così la fine del suo turno.

Trish deglutì rumorosamente, prima di annuire. “S-sì, la ringrazio infinitamente” furono le uniche parole che riuscì a pronunciare in risposta, titubante. Infine, con una certa fretta, recuperò le sue cose e uscì velocemente da quell’aula, senza neanche degnare di uno sguardo gli altri ragazzi che la fissavano e lo stesso Guido, che aveva tentato di avvicinarsi a lei ed era stato completamente ignorato.

In quel momento provava sentimenti contrastanti. Non aveva idea di come fosse andato effettivamente il provino e, in quel momento, pensava solo a come si fosse finalmente liberata dell’angoscia che si portava dietro da giorni. Una cosa era certa: anche se non fosse passata, si sarebbe comunque sentita soddisfatta del risultato e sarebbe stata orgogliosa delle parole che quell’insegnante le aveva rivolto. Le erano sembrate sincere, e sperava vivamente che le avrebbe permesso di poter entrare in quell’accademia e coronare il suo sogno.

Di un’altra cosa era certa: quei due giorni di attesa sarebbero stati infiniti, per lei.

 

 

Trish era distesa sul suo letto, sguardo perso ad osservare le stelline fluorescenti che decoravano il soffitto della sua camera. Alle orecchie portava le sue solite cuffie e in mano teneva il suo walkman rosa, che riproduceva Material Girl di Madonna a volume piuttosto alto. Era mattina presto, ma non sembrava intenzionata ad alzarsi da letto, neppure al richiamo dei cornetti di Donatella.

Erano passati due giorni dall’audizione, ma ancora non aveva ricevuto risposta dall’Accademia. Se nei giorni addietro aveva tentato di svagarsi e trovare delle distrazioni per non pensarci, in quel momento si sentiva letteralmente morire all’idea di aspettare ancora e ancora. Sospirò pesantemente, girandosi di lato e rannicchiandosi. Presto o tardi sarebbe impazzita, o sarebbe corsa dagli insegnanti a chiedere loro di rifiutarla subito, piuttosto che torturarla in quel modo.

In quel momento la sua porta si spalancò di colpo. Trish si alzò di scatto a sedere, vedendo sua madre irrompere nella sua camera con un’espressione che denotava il più completo panico. In mano teneva una lettera e, alla realizzazione, la ragazzina sembrò sbiancare. Gettò via le cuffie e si precipitò da lei, con il rischio di caderle addosso.

“È arrivata poco fa, ho tenuto d’occhio la cassetta delle lettere per tutta la mattina e per poco non facevo prendere un infarto al postino quando è passato” le disse la madre, trafelata, mentre Trish le prendeva il pezzo di carta dalle mani.

Non attese nemmeno un istante: strappò subito la busta e la gettò dietro di sé, aprendo la lettera con mani che fremevano d'impazienza. 

Calò il silenzio per qualche istante, mentre il suo sguardo sfrecciava lungo il foglio ad una velocità inaudita. Poi un urlo squarciò quella pace, svegliando le poche persone nel vicinato che ancora erano abbandonate fra le braccia di Morfeo.

“SONO PASSATA! SONO PASSATA!” Urlò Trish, seguita subito dall’grido acuto della madre. La prese per le spalle, iniziando a scuoterla e a improvvisare un balletto, completamente presa dall’entusiasmo e dalla gioia di quella notizia.
Era davvero un sogno che si realizzava; fino a qualche mese prima lo avrebbe definito impossibile, ma ora era più reale e concreto di quanto immaginasse. 

Donatella la strinse a sé, così forte che rischiò quasi di soffocarla. “Sono così orgogliosa di te. Sapevo che saresti passata, non ho mai avuto dubbi su questo” le fece, sul punto di scoppiare in lacrime, prima di scoccarle un sonoro bacio sulla fronte.

Trish, dal canto suo, era così su di giri che a malapena riusciva ad esternarlo. Si lasciò stringere dalla madre, con un sorrisone sulle labbra e occhi luminosi come mai prima di allora. Pensava solo a cosa l’avrebbe aspettata lì da quel momento in poi, a tutte le possibilità che si sarebbero presentate al suo cospetto. Faticava ancora a crederci, sembrava un sogno fin troppo vivido. 

Pian piano, quel momento di euforia sembrò placarsi. Donatella ancora stringeva la figlia a sé, quando venne colpita da un pensiero improvviso. Le mise le mani sulle spalle, scostandola dolcemente da sé, per poterla guardare negli occhi, ancora lucidi di emozione.

“Dobbiamo andare a fare compere, tesoro” le annunciò, serissima, tanto da lasciarla decisamente perplessa. “Non esiste che ti presenti lì con i completini che indossavi quando andavi al liceo. Oh, ti servono anche nuove ballerine? Un borsone più capiente?”

Trish la fissò con evidente confusione. Sua madre stava partendo in quarta, lo si poteva intuire dal modo in cui si stava agitando, euforica e improvvisamente carica di mille pensieri. Era fatta così, le piaceva viziare la figlia, soprattutto quando otteneva risultati che la rendevano decisamente orgogliosa. 

“Non è necessario, mami ” le rispose, con una risatina divertita. Sembrò poi valutare la sua proposta, toccandosi il mento. “Anche se… forse mi servirebbe un nuovo body. Ne avevo visto uno con delle stampe molto carine…”.

“Beh, allora cosa stiamo aspettando? Dai, vestiti, così usciamo subito e abbiamo tutto il giorno a disposizione. Ne approfittiamo anche per passare all’Accademia e confermare la tua iscrizione” Donatella sprizzava energia da tutti i pori. Mentre parlava, aveva già iniziato a raccogliere i panni buttati a terra e a dirigersi verso il bagno, per metterli a lavare. 

Prima di uscire dalla sua camera, però, voltò il viso verso la figlia, tornando improvvisamente seria. “Mentre tu ti prepari, io chiamo tuo padre. Devo avvertirlo, visto che anche lui attendeva notizie”.

Trish sussultò dalla sorpresa. Già, presa dall’entusiasmo, si era completamente dimenticata di Diavolo. Invece di provare soddisfazione all’idea che lui venisse a sapere del suo successo, sentì all’improvviso un moto di ansia e nervosismo, che le fece stringere lo stomaco. “Lo chiamo io” disse alla madre, ma non riuscì ad apparire decisa, anzi la sua voce tentennò.

Donatella se ne accorse subito e scosse la testa. “No, tu pensa a goderti questo momento. Non voglio che lui ti faccia arrabbiare, non adesso” la guardava intensamente, con quel tono di voce che riusciva a convincere chiunque. “Non preoccuparti, oggi è la tua giornata, non gli permetterò di rovinartela” le sorrise, con dolcezza. A quel punto, senza lasciarle la possibilità di insistere ulteriormente, uscì da quella camera, chiudendosi la porta alle spalle.

Trish rimase per un lungo istante in silenzio, a fissare il punto dove fino a qualche secondo prima era appoggiata la madre. Poi, in un sospiro, si distese sul suo letto, tornando a fissare sempre lo stesso soffitto decorato dalle stelline fluorescenti.

Era al settimo cielo per la notizia ricevuta, quello era indubbio, ma non riusciva a liberarsi di una sensazione sgradevole che, lentamente, si stava facendo in spazio in lei: come avrebbe reagito suo padre, venendo a conoscenza di quella notizia? Di solito non aveva paura di lui e, anzi, gli mostrava i suoi successi con orgoglio, ma sentiva che in quel caso fosse completamente diverso. C’era in ballo qualcosa di importante, e non voleva che qualcuno le mettesse i bastoni fra le ruote. Strinse un pugno, colta da un forte moto d’ansia. 

Diavolo avrebbe avuto davvero il coraggio di rovinare tutto, e l’idea la terrorizzava come mai prima di allora.

 

Notes:

Le canzoni citate nel capitolo: click♪ & click♫!

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