Chapter Text
A G. e a tutte le donne
che ce l'hanno fatta.
1.
Giugno, 1972.
Lo scatolone era impolverato.
Morgana batté con la mano per togliere la polvere in eccesso e lo prese tra le braccia per tirarlo fuori dall’armadio sbiadito in cui conservava i faldoni dei suoi vecchi casi. La stanza puzzava di muffa e la parete era mangiata dalle macchie di umido; era fortunata che nell’armadio non si fosse nascosto qualche Molliccio. Seduta per terra rovistò dentro la scatola. Scosse la testa non avendo trovato ciò che cercava. Da quella ricerca dipendeva la sua futura carriera, se non addirittura la salvezza del mondo magico. Mise da parte lo scatolone e passò al successivo. I ricci biondi sfuggiti allo chignon dietro la testa continuavano a caderle davanti agli occhi; sbuffò, sistemandosi una ciocca dietro l’orecchio.
Bussarono alla porta. Si girò: Nicholas era entrato senza aspettare risposta.
«Sei sicura di non volerti cambiare?»
Diede una rapida occhiata al vestito color perla che le fasciava il petto e ricadeva morbido sulle gambe; non era la cosa più comoda da indossare, ma non voleva perdere minuti preziosi per la sua indagine.
«No, no. Devo fare questa cosa ora. Mentre eravamo alla festa mi sono ricordata di un dettaglio che mi era sfuggito in quel vecchio caso dello stregone, ti ricordi? Sono sicura di star facendo lo stesso errore adesso con Tu-Sai-Chi. Non andrò a letto tranquilla fino a che non avrò trovato i miei appunti.»
«Va bene, amore. Non fare tardi.» Si chinò e raccolse le scarpe eleganti che Morgana aveva abbandonato all’ingresso della stanza: «Queste le prendo io.»
«Grazie. Fammi un favore, vai a controllare tu che Margaret stia dormendo.»
Il marito si avvicinò e le diede un bacio sulla fronte.
«Lavori troppo.»
«Senti chi parla» lo canzonò lei.
Quando suo marito se ne fu andato riprese a rovistare tra le vecchie scatole. Lui la prendeva sempre in giro dicendole che era un’accumulatrice seriale; eppure, in casi come questi, catalogare in scatole divise per anni gli appunti di tutti i casi che aveva investigato non poteva che essere un bene. Il suo cervello ricordava benissimo ogni data, ogni sospettato, ogni vittima: era praticamente una macchina.
Quello di cui stava parlando era uno dei primi casi di cui si era occupata e anche una delle sue prime vittorie. Affiancava un Auror più esperto, ma facendo di testa sua erano riusciti a catturare l’assassino – aveva anche rischiato di essere sospesa dal servizio, ma suo padre era intervenuto per impedirlo. Rifletté un attimo: trattandosi degli inizi della sua carriera, avrebbe dovuto prendere una delle scatole più difficili da raggiungere. Si alzò in piedi e con un incantesimo di levitazione sgomberò il passaggio. Sul fondo apparve impolverata la scatola etichettata “1952”; vicino a essa c’era un baule che catturò la sua attenzione.
Hogwarts.
Non ricordava di aver portato con sé, quando si era trasferita, il baule con i suoi libri e appunti di scuola; probabilmente se ne erano occupati i suoi genitori. Mise un attimo da parte la sua ricerca, voleva rinfrescare un po’ la mente pensando agli anni passati alla scuola di magia. Il baule era ancora lo stesso: di cuoio rosso, rettangolare, con il lucchetto a forma di testa di leone. Ci soffiò sopra per togliere un po’ di polvere, poi lo aprì. Fu investita dall’odore dell’inchiostro e della pergamena. I suoi genitori – sapendo quanto odiava buttare le cose – lo avevano riempito con i libri dei sette anni. Quella gentilezza le scaldò il cuore. In tutti quegli anni non si era mai preoccupata di aprirlo e controllare che non mancasse nulla: tirò fuori i vecchi tomi, giusto per guardarli e rimetterli a posto dopo aver dato loro una spolverata. Sapeva che avrebbe passato la notte con quelle scatole.
Mentre infilava a posto un libro di Antiche Rune, qualcosa cadde a terra, scivolando fuori. Era un diario nero, gonfio al centro, rivestito in pelle; di buona fattura e forse anche molto costoso. La donna lo prese in mano e lo aprì. Riconobbe la scrittura affusolata, piena di riccioli; riconobbe il colore dell’inchiostro. Invece di essere sommersa dai ricordi, fu travolta da domande. Sapeva di aver scritto quel diario, ma non ricordava di averlo fatto. Pensò a una specie di scherzo: insomma, come poteva aver dimenticato di aver scritto un diario? Ma le sembrava uno scherzo davvero di cattivo gusto. L’unico modo per rispondere alle sue domande era iniziare a leggere.
E così fece.
Novembre, 1943.
«Mi è stato regalato questo diario per il mio diciassettesimo compleanno. Non so ancora bene cosa farci, in realtà. Potrei parlare della mia vita, ma parlarne implicherebbe parlare anche di Lui. E allora, dato che ci sono, potrei raccontare come l’ho conosciuto e di come abbia stravolto la mia esistenza fin dal nostro primo incontro.
Era il primo settembre del 1938 e quello sarebbe stato il mio primo anno a Hogwarts...
Morgana Diaspro sistemò il vestito rosso spiegandolo un paio di volte. Controllò che ci fosse tutto, enumerandolo nella sua testa: baule, gatto, calderone, bacchetta, libri, divisa. Era la terza volta che lo faceva. Si accorse solo allora che le mancava una cosa fondamentale: la chiave del baule.
«Mamma!» urlò dal pianerottolo. «Non riesco a trovare la chiave, non è che l’hai presa tu?»
Helen Diaspro salì le scale sbuffando, buttandosi sulle spalle il cappotto grigio che era in procinto di indossare per uscire.
Invece di risponderle, chiamò la sorella: «Cassandra, dove sei?»
Il letto di Morgana rise. La bambina si voltò e si abbassò sulle ginocchia: il viso paffuto della sorellina la fissava da sotto il letto, con le manine cicciotte davanti alla bocca sforzandosi di soffocare le risate e stretta tra le sue dita la chiave di ferro del suo baule.
«Davvero simpatica, Cassie» ribatté Morgana scocciata, riprendendosi la chiave, mentre la sorella gattonava fuori dal letto.
«Morgana!» la riprese la madre, «non trattarla così. È triste perché vai via.»
La ragazza annuì, ma in realtà non vedeva l’ora di andarsene. Voleva conoscere nuove persone, stringere amicizie per la vita. Erano anni che sognava di andare a Hogwarts e aveva riposto in quella scuola tutte le sue speranze. Il quartiere di maghi della cittadina in cui vivevano, situato tra Londra e Canterbury, non la soddisfaceva: i vicini erano per la maggior parte anziani, sembrava che l’unica coppia sposata con dei figli fosse quella dei genitori di Morgana.
Helen davanti allo specchio si passò le dita tra i capelli a caschetto per appiattirli, poi si voltò verso le due bambine: «Allora, andiamo? Papà ci sta aspettando.»
Morgana provava un’adorazione sconfinata per suo padre. Alberto Diaspro, figlio di una coppia di maghi italiani trasferitasi in Inghilterra, era stato il primo mago della sua famiglia a frequentare Hogwarts; era alto e ben piazzato, a scuola era stato un Grifondoro e nella vita era diventato un Auror. Morgana desiderava con tutto il suo cuore seguire le sue orme.
Scesero le scale insieme; Alberto le aspettava con la porta già aperta e un gran sorriso sul suo volto squadrato.
Prese Morgana tra le braccia con entusiasmo: «Chi è la mia piccola che oggi si farà smistare tra i Grifondoro?»
La bambina alzò entrambe le mani, ricambiando l’euforia.
Helen scosse la testa: «Ricordati che potrebbe anche non finire tra i Grifondoro e andrebbe bene lo stesso.»
La mamma di Morgana era stata una Corvonero e adesso faceva parte della corte del Wizengamot e non approvava affatto che il marito le avesse messo in testa tutte quelle idee sull’essere impavide teste calde. Morgana la ignorò, pregustandosi già il suo momento di gloria.
King’s Cross era enorme. I quattro componenti della famiglia Diaspro erano tutti stretti intorno a Morgana e al suo baule per non rischiare di perderla di vista o che mancassero l’Espresso per Hogwarts. Quando Morgana si trovò di fronte al binario 9¾ fece un respiro profondo prima di buttarsi a capofitto dentro al muro. La sua vita stava per cambiare.
A malapena si accorse dei genitori e della sorella che avevano attraversato la barriera dietro di lei perché lo spettacolo che le si parò davanti attirò la sua attenzione. Non sapeva dove guardare: ogni cosa emanava più magia di quanta ne avesse mai vista in vita sua. Sgranò i grandi occhi verdi e cercò di fermare nella sua mente quel ricordo come se fosse stata una fotografia: il treno rosso scarlatto che emetteva fumo, i bauli, le gabbie contenenti gatti o rospi o gufi, gli studenti affaccendati a salutare i genitori. Non voleva perdersi nulla. Salutò in fretta i suoi genitori e la sua sorellina, curiosa di ciò che avrebbe trovato sul treno e di quanti maghi e streghe della sua età avrebbe conosciuto. Saltellò fino al treno con i boccoli biondi che rimbalzavano dietro le spalle. Poi, prima di entrare, si voltò a guardare i suoi genitori: in Cassandra riconobbe la sua stessa espressione stupita, mentre Alberto stringeva Helen che si asciugava una lacrima dal viso. Solo in quel momento il pensiero che non avrebbe visto la sua famiglia per quattro mesi divenne reale. Alzò la mano per salutarli un’altra volta prima di infilarsi nel vagone e cercare uno scompartimento con qualcuno della sua età.
Non si addentrò troppo nel treno che subito vide una ragazza dai capelli rossi spaesata quanto lei.
«Ciao» le si affiancò, tirandosi dietro il baule, «anche tu primo anno?»
La bambina annuì, scoprendo i denti in un sorriso amichevole. Non aveva mai visto così tante lentiggini sul viso di una persona.
Le tese la mano: «Rachel Moore, per me è tutto nuovo qui.»
Morgana strinse la mano presentandosi a sua volta. Si era già fatta una amica.
Adocchiarono uno scompartimento libero, si guardarono complici e scoppiando a ridere si infilarono dentro. A Morgana sembrava che stesse andando tutto come aveva sempre desiderato.
«Quindi sei figlia di Babbani?» chiese la ragazza alla sua nuova amica.
Rachel alzò un sopracciglio: «Babbani?»
«I non maghi, si chiamano così.» Il suo gatto le saltò sulle gambe. «Questo è Rumple!»
Rachel lo accarezzò dietro le orecchie e lui si spaparanzò a pancia all’aria per farsi accarezzare anche il resto del corpo. Le due bambine scoppiarono a ridere.
«Tutta questa storia della magia mi affascina. Non credevo esistesse! A mio padre è quasi venuto un colpo quando ha letto la lettera» raccontò Rachel. «Diagon Alley mi ha lasciata senza fiato e se Hogwarts è bella anche solo la metà…»
Morgana la interruppe: «Fidati, Hogwarts è il luogo più magico che esista! Molto più di Diagon Alley.»
«Sarà, ma a me il negozio di Olivander mi ha lasciata senza parole.» La ragazza tirò fuori dalla sacca che aveva accanto una bacchetta. «Quercia rossa e corda di cuore di drago. Il signor Olivander ha detto che lei mi stava aspettando.»
Morgana tirò fuori la sua con venerazione, la considerava perfetta: le scanalature del manico guidavano la presa sulla bacchetta, il legno chiaro toccava morbido la pelle e dentro di essa percepiva un’energia antica che risuonava con il suo animo.
«Cipresso, crine di unicorno, dieci pollici e tre quarti» citò a memoria.
«Sai già fare qualche incantesimo?» Rachel le puntò addosso i suoi occhi nocciola.
Scosse la testa: «No, i miei non volevano che imparassi nulla prima di arrivare a Hogwarts.»
Rachel abbassò la testa e ripose la bacchetta nella sacca. Sembrava delusa.
Chiacchierarono della scuola per un po’, facendo ipotesi riguardo la Casa in cui sarebbero state smistate e immaginando come sarebbero stati i loro professori e i loro compagni di studi. La sua nuova amica sembrava non stancarsi mai di fare domande e Morgana la sommerse delle informazioni accumulate in undici anni di vita.
«Mi sta venendo fame» disse Rachel verso l’ora di pranzo, «forse è ora che tiri fuori il mio panino.»
«Se aspettiamo il carrello dei dolci avremo anche il dessert» consigliò Morgana.
A Rachel si illuminarono gli occhi: «Anche i maghi hanno i dolci?»
«Certo!» rise Morgana, stupita della sua esclamazione. «Io adoro le Cioccorane, non smetterei mai di mangiarle.»
Rachel si avventò sulla porta dello scompartimento per guardare fuori. «Non vedo l’ora di provarle!»
Un cicaleggio non troppo lontano segnalò l’imminente arrivo della signora del carrello. Morgana e Rachel si precipitarono fuori e trovarono altri studenti in fervida attesa. Morgana camminò verso il carrello e l’uscita di altri studenti dagli scompartimenti la separò da Rachel.
Si voltò verso di lei per avvertirla, riconoscendola dai capelli rosso fuoco: «Prendo una Cioccorana per tutte e due, okay?»
Rachel alzò un pollice.
La signora del carrello la vide venire verso di lei e la accolse con un sorriso benevolo: «Cosa vuoi, cara?»
Morgana fece il suo ordine e pagò con gli Zellini che aveva in tasca. Si voltò di scatto, entusiasta di tornare nel suo scompartimento, e per poco non andò a sbattere contro un ragazzo che si faceva largo tra la folla. Si fermò, attirata in maniera istintiva da lui, e aspettò che ordinasse qualcosa dal carrello. La signora gli chiese con tono gentile che cosa volesse, ma lui rispose sgarbato di non avere soldi. Solo dopo che il ragazzo lo disse, Morgana notò l’uniforme stinta che gli cadeva sformata sul corpo magro e rimase scioccata dall’informazione: non credeva che ci potesse essere qualcuno così povero da non potersi permettere un dolcetto. Un moto di compassione le inondò il cuore e gli si avvicinò.
«Tieni, prendi questa, io ne posso comprare un’altra.»
Il ragazzo la guardò disgustato senza risponderle.
Morgana non riuscì a insistere, colpita dalla sua bellezza. Aveva occhi celesti come il ghiaccio, in contrasto con i capelli neri che gli cadevano in maniera scomposta sulla fronte, un naso dritto, labbra sottili e zigomi affilati.
Lo continuò a osservare mentre le voltava le spalle e rientrava nello scompartimento. E lei rimase con la Cioccorana tra le mani, senza sapere cosa farsene.
...fu così che conobbi Tom Riddle. In quel momento non sapevo nulla di lui, non sapevo che lui della compassione degli altri non sa che farsene. Con il tempo ho imparato a conoscerlo e, sfortunatamente, a capirlo.»
Dopo aver letto quelle due pagine, le mancò il fiato. Si portò una mano al petto senza riflettere, come se dovesse stringere qualcosa pur non essendoci nulla.
Non era possibile. Ciò che aveva appena letto non era possibile. Conosceva Tom Riddle: si ricordava di lui e sapeva chi era ora, per quanto fosse cambiato. Dalle pagine dei giornali il suo volto scheletrico dagli occhi scuri fissava con estremo disprezzo chiunque osasse guardarlo; aveva perfino il suo mandato di cattura in ufficio a ricordarle qual era la loro priorità in quel momento. Ricordava di aver frequentato Hogwarts con lui, ricordava di aver ammirato spesso la sua abilità in Incantesimi o in Pozioni e, certo, come tutte le altre, aveva parlato di quanto fosse affascinante, ma la cosa non era mai andata oltre.
Eppure quel diario sembrava far pensare che tra loro due ci fosse stato qualcosa, che fossero stati amici – o peggio. Non riusciva a credere che potesse esserci stato un tempo in cui lei e Lord Voldemort avevano avuto un legame, di qualsiasi tipo esso fosse. Rilesse le ultime due righe: addirittura capirlo? Come avrebbe mai potuto comprendere quel mostro?
Gettò il diario lontano da lei. Non avrebbe dovuto aprirlo. Sbatté un pugno contro l’armadio, rischiando di svegliare Nicholas. Non era pronta a parlarne con suo marito, doveva prima capire da sola quanto la situazione fosse grave.
Decise che tanto valeva continuare a leggere piuttosto che rimanere con il dubbio di ciò che avrebbe trovato all’interno. Si fece forza e riaprì il diario, riprendendo la lettura da dove l’aveva interrotta.
