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Il senso di colpa

Summary:

"Era quello il futuro che desiderava per sé?
-Lo ammetto- sussurrò tremolante- non è quello che avevo immaginato ma io amo Manuel, stiamo insieme da quando eravamo poco più che bambini. Lui è – si trattenne dal completare la frase prima che Alessandro potesse smentirla. -non sta bene in questo periodo, lo sai tu come lo so io, ma questo non vuol dire che sarà così per sempre. Hai sentito il medico, con il mio aiuto può uscire da questo tunnel, possiamo essere felici insieme, come lo eravamo da ragazzi.-". Amicizie sbagliate e giri oscurano il sogno d'amore di Isabella costringendola a convivere con il timore di non aver fatto abbastanza per salvare l'uomo che ama. Come uscire dal tunnel della colpevolizzazione? Una figura dal passato, in circostanze inaspettate, sembra essere la chiave per ricominciare a vivere.

Work Text:

We could have had it all...

"You had my heart inside of your hand
And you played it
To the beat".
Adele, Rolling in the deep

 

Questa storia ha inizio un pomeriggio ventoso di novembre, il cielo plumbeo su un mare irrequieto e grigio come in una poesia decadente. Una giornata emblema della negazione dell'immagine che Isabella aveva costruito con cura nella sua mente. Anni e anni di lavoro notturno, ore spese a pensare a un sole vivace e sorridente, al profumo degli oleandri appena sbocciati, alle lamentele degli invitati per la temperatura incandescente. Un sogno frantumato. In fondo a lei andava bene anche così, non era mai stata una persona pretenziosa nella vita, si accontentava di quello che aveva senza mai chiedere oltre le possibilità. E quando Manuel aveva richiesto novembre tra uno sbadiglio e l'altro anche Isabella aveva annuito ignorando l'incupirsi degli occhi della wedding planner che aveva assunto sua nonna.
Sospirò nella sua stanza d'hotel vista mare, l'albergo più bello ed elegante della Riviera le aveva assicurato Rodolfo, il compagno della nonna. Si chiese cosa avrebbe provato affacciandosi a quello stesso balcone in un giorno d'estate, se il profumo della salsedine sarebbe stato ugualmente pungente e se la sensazione di allungare una mano per lasciarsi bagnare dagli spruzzi delle onde sarebbe stata la stessa. Forse. Richiuse la porta vetrata alle sue spalle e si guardò allo specchio lisciandosi con una mano il tulle della gonna. Teneva molto a quell'abito bianco come la neve, aveva almeno cinquant'anni, ma sotto la luce dei faretti risplendeva. Era l'abito da sposa della nonna Elvira, poche modifiche della sarta lo avevano reso più moderno ma lo scollo morbido e la gonna ampia come quella di Grace Kelly erano originali.
-Nonna non posso, non voglio rovinarlo, è il tuo abito da sposa.-
-Sono sicura che tuo nonno sarebbe orgoglioso di vedertelo addosso. Pensalo come un modo per averlo con te, avrebbe tanto voluto accompagnarti-.
Erano bastate poche parole per convincerla.
Il pendolo risuonò quattro volte, mancava mezz'ora all'inizio della cerimonia. Isabella iniziò ad agitarsi per la stanza, la nonna e la mamma l'attendevano già in chiesa insieme agli altri invitanti, Rodolfo sarebbe passato a prenderla entro pochi minuti. Si controllò ancora una volta allo specchio non in un atto di vanità ma nel tentativo di mantenere la situazione sotto controllo. Certo, non era esattamente il matrimonio che sognava da bambina, ma era il suo giorno e quello che mancava in emozione sperava che potesse recuperare nello spettacolo di una cerimonia senza sbavature.
-Posso entrare? Ho bussato ma non mi hai sentito-. Il volto di Alessandro fece capolino dalla porta di legno bianca che conduceva al corridoio. Era perfetto nel suo smoking blu scuro, i capelli chiari più corti del solito, e l'espressione esitante. Dall'esterno qualcuno avrebbe potuto confonderlo per lo sposo se non fosse stato per l'ombra scura che si agitava nei suoi occhi cristallini.
-C'è qualcosa che non va?- Domandò istintivamente Isabella pensando alla torta, alla Chiesa, forse il prete aveva l'influenza o la strada era bloccata per colpa della pioggia.
-Tranquilla, è tutto al suo posto, parola di nonna Elvira.- le parole non bastarono a tranquilizzarla. -Sei bellissima sai? Lo sei sempre, oggi un po' di più. L'abito sembra fatto su misura-. Isabella sorrise prima di sedersi sul ciglio del letto, anch'esso con la trapunta bianca, e invitare Alessandro a fare lo stesso.
-Ti ringrazio ma so che non sei venuto qui per farmi i complimenti-. Nascere a pochi mesi di distanza e crescere insieme aveva pregi e difetti, leggere l'altro come un libro aperto in quell'occasione si rivelò un pregio.
-Non so da che parte cominciare-.
-Stai per farmi una dichiarazione d'amore a venti minuti dal mio matrimonio?- provò a sdrammatizzare Isabella con l'ansia che le montava nel petto. Prima che iniziasserò a tremarle le mani le nascose sotto il vestito.
-Magari, sarei senza dubbio più tranquillo.- Alessandro trasse un profondo sospiro e chiuse gli occhi. -Tu sei proprio sicura di voler sposare Manuel? Cazzo Isa io non riesco a non pensare che questa giornata sia tutto quello che non avresti mai voluto. Quale sposo pretende di sposarsi in una giornata come questa? Chi si opporebbe a un rinfresco in collina, a una cerimonia da favola nonostante la tristezza della propria donna?-. Isabella deglutì, inutile tentare di contrastare il groppo alla gola, Alessandro aveva centrato il punto.
-Isa io non ti vedo felice-.
Il silenzio avvolse la stanza, un silenzio pesante per nascondere i dubbi e le preoccupazione che i suoi occupanti condividevano. Isabella rivide il suo volto allo specchio, gli occhi sapientemente truccati ma spenti, più adatti a un funerale che a un matrimonio. Altri occhi si affacciarono nella sua mente, occhi offuscati e confusi che aveva salutato poche ore prima senza essere nemmeno ricambiata. Era quello il futuro che desiderava per sé?
-Lo ammetto- sussurrò tremolante- non è quello che avevo immaginato ma io amo Manuel, stiamo insieme da quando eravamo poco più che bambini. Lui è – si trattenne dal completare la frase prima che Alessandro potesse smentirla. -non sta bene in questo periodo, lo sai tu come lo so io, ma questo non vuol dire che sarà così per sempre. Hai sentito il medico, con il mio aiuto può uscire da questo tunnel, possiamo essere felici insieme, come lo eravamo da ragazzi.-
Isabella non aveva il coraggio di guardare Ale negli occhi, si alzò con la scusa di prendere un po' d'aria e si ritrovò faccia a faccia con quel mare in tempesta che sembrava uno specchio della sua mente.
-Isa sappiamo entrambi che non è un momento passeggero e sai quanto mi faccia male dirtelo, Manuel era il mio migliore amico. Quel Manuel, non questo che a stento si regge in piedi e non sappiamo nemmeno come e se si presenterà alla cerimonia. Quel ragazzo non esiste più-. Un barlume di speranza si accese nel cuore di Isabella, al di là dell'imbarazzo che ne sarebbe seguito e della vergogna, forse non era detta ancora l'ultima parola.
-Dici che non verrà?-
-A dire la verità temo il contrario.- Ancora silenzio rotto solo dal risacca del mare e dal ticchettio della pioggia, le nuvole dietro la collina apparivano più scure e minacciose rispetto a dieci minuti prima. -Isa te lo chiedo ancora una volta, sei sicura di volere questo matrimonio? Sei felice?-
Avrebbe voluto rispondergli con sincerità. Aveva paura, il solo pensiero di attraversare la navata e incrociare gli occhi intossicati di Manuel la terrorizzava ancora più dell'idea di trascorrere la prima notte di notte da sola, in un hotel di lusso, con un neo sposo in giro per locali alla ricerca dello sballo. Come avrebbe potuto essere felice? Eppure nel suo cuore una voce le diceva che era forte, che Manuel in fondo la amava ancora e che una volta guarito avrebbe potuto costruire insieme la famiglia che avevano sempre sognato. "Balle" risuonò nella sua testa una voce terribilmente simile a quella della nonna, la prima antagonista di quel matrimonio. Si sarebbe quasi dimenticata della domanda di Alessandro se il suono di una ceramica gettata a terra con forza non l'avesse riportata alla realtà.
Il posacenere barocco dell'hotel giaceva in frantumi accantò al comò di legno azzurro, in stile provenzale. A colpirla non furono i pezzi di ceramica scomposti e irrimediabilmente separati ma le mani tremanti di rabbia di Alessandro, i capelli così perfetti vittime di una tormenta. Gli occhi poi, quegli occhi chiari così furibondi non li aveva mai visti, tristi e delusi mille volti ma irati mai.
-Non sarò io ad accompagnarti all'altare, mi dispiace-.
-Sei impazzito? Cosa, come- non poteva abbandonarla, non quel giorno in cui tutto sembrava vorticare velocemente verso il fallimento. La sua àncora non poteva lasciarla affogare, non Ale.
-Non posso, non posso essere io a consegnarti all'infelicità. Dovrei essere qui ad asciugarti lacrime di gioia e a immaginare con te il suo sguardo estasiato. Non ti accompagnerò sapendo che stai soffrendo e che in fondo non è quello che vuoi, perché anche se non lo ammetti so leggerti meglio di quanto tu creda.-
Isabella deglutì sentendosi sola come mai le era capitato nella vita, il freddo dell'autunno inoltrato improvvisamente si fece più pungente e insopportabile colpendole la schiena poco coperta. Odiava la decisione di Alessandro ma la comprendeva, al suo posto avrebbe fatto lo stesso.
-D'accordo- concluse risoluta rincorrendo con il dorso della mano una lacrima che dispettosa minacciava di rovinarle ore di trucco. -Chiederò a Rodolfo di accompagnarmi-.
-Mi sembra la scelta migliore. Adesso vieni qui-. Allungò le braccia e la strinse al petto con una tale forza da lasciarle per qualche istante i segni sulle spalle. Era un abbraccio fraterno, soffocante d'amore e di dolore per non essere stato capace di intervenire prima, di salvarla, un abbraccio di disperazione per la paura che nel giro di un'ora nulla sarebbe più stato lo stesso. Ma anche un abbraccio di quelli che fanno ci fanno sentire in qualche modo compresi e meno soli.
Isabella ricordò le volte da bambina in cui era corsa tra le braccia di Alessandro dopo essere caduta dall'altalena, la stretta nel lettone dopo il primo brutto voto a scuola, dopo il primo bacio dato con trasporto ma non ricambiato. Allora come in quel momento era stata la sua presenza costante a darle la forza di rialzarsi, capì che con Alessandro accanto avrebbe superato anche la caduta peggiore indipendente dall'esito della funzione.
-Allora? Siamo pronti? Cosa fate ancora così, Elvira mi ha già chiamato tre volte.- Il suono allegro e brillante della voce roca di Rodolfo riportarono la serenità nella stanza, un fugace sguardo all'orologio testimoniò il ritardo sulla tabella di marcia.
-Colpa mia Dolfo, come sempre. Vi aspetto davanti alla macchina- mormorò Alessandro prima di uscire in corridoio con la testa bassa senza nemmeno pettinarsi i capelli o sistemarsi la camicia.
-Stai tranquilla Isa, è solo emozionato-.
Il viaggio in macchina fu più rilassato del previsto grazie al cd di canzoni anni '60 trovato in autogrill dalla nonna poco prima della trasferta ligure. Rodolfo cantava spensierato suonando ogni due minuti il clacson per mostrare orgoglioso ai cittadini e turisti annoiati di essere l'autista della sposa. "La più bella d'Italia" gridava di tanto in tanto dal finestrino. Era una piccola gioia per il cuore provato di Isabella che pur di non incrociare gli occhi di Alessandro preferiva godersi l'ultimo viaggio da nubile tra le strade di Alassio. Osservò famelica il parco giochi dove trascorreva ogni sera da bambina, la pasticceria d'angolo che sfornava alle undici del mattino i bomboloni più buoni che avesse mai mangiato. Un raggio di sole superò la coltre di nubi in prossimità della rotonda stranamente vuota, gli occhi si posarono sfuggenti sul piazzale della stanzione con un sentimento agrodolce di nostalgia e desiderio. Là sotto la pianta più colorata e più profumata le sue labbra avevano toccato per la prima volta quelle di un uomo. Non era mai accaduto in dieci anni che la mente tornasse ad una tiepida sera d'inizio estate, un paese silenzioso e intimo avvolta dall'oscurità della notte, il brusio dei ragazzi che dormivano alla stazione in attesa dell'ultimo treno che li avrebbe portati a Milano. Era passato così tanto tempo che nemmeno Isabella era più la stessa di allora. Via i lunghi capelli scuri e il rossore sulle guance, persino gli occhiali erano spariti dopo il laser correttivo insieme all'entusiasmo e al desiderio di scoprire un mondo fatto di brividi e carezze. Per dieci lunghi anni il pensiero era rimasto silente, bloccato tra un'esitazione e uno "scusa" mormorato tra i denti prima di voltarsi, ma quel giorno, forse per l'ultima volta, si concesse di rimuginare. Cosa sarebbe successo se...? Impossibile, si convinse, si sarebbe ritrovata nella stessa situazione. Per un'istante un calore dimenticato le avvolse il corpo e la fece sorridere dandole la forza necessaria per annuire all'esclamazione di Rodolfo e prepararsi al grande ingresso.
La macchina rallentò in prossimità del Duomo ma Isabella si accorse subito di qualcosa che non andava, la piazzetta era affollata di invitati dagli abiti colorati che si affrettarono a entrar in chiesa non appena videro la macchina.
-Cosa succede?- mormorò -Perché gli invitati erano ancora fuori, dovrebbero essere già seduti...-
-Tranquilla- sussurrò in risposta Alessandro prendendole una mano tra le sue gelate. -mandiamo a Rodolfo a controllare mentre noi aspettiamo ancora un po'. Che sposa saresti se non arrivassi con qualche minuto di ritardo?-.
Continuava a piovere nonostante si fosse attenuato il vento, in quella piazza vuota e silenziosa il ticchettio delle gocce sulla carrozzeria dell'auto era quasi rilassante.
-Se non ti conoscessi direi che sei più agitato di me- Isabella non poteva ignorare i piccoli scatti nervosi di Alessandro, la velocità con cui muoveva la testa per tentare di capire cosa stesse succedendo in chiesa.
-Se non ti conoscessi ti darei ragione-.
Pochi minuti dopo Rodolfo risalì nell'abitacolo e mise in moto la macchina.
-Dimmi la verità Dolfo-
-Nulla di preoccupante Principessa, un piccolo ritardo sulla tabella di marcia. Ti va un giro sull'Aurelia?-
-Incredibile, non ci posso credere-. Il mormorio di Alessandro non passò inosservato. Erano le 16:40, dieci minuti prima avrebbe dovuto percorrere la navata per raggiungere l'uomo della sua vita. Isabella comprese che Manuel non si era ancora presentato e il suo cuore sprofondò, tutto si stava svolgendo esattamente come nei suoi incubi peggiori. Provò a immaginare il motivo, scartò immediatamente l'incidente in moto sapendo che qualcuno l'avrebbe avvisata, inoltre dietro le colonne della navata aveva intravisto Angela, la sua futura suocera, avvolta in un elegante completo azzurro. Nulla di grave, quindi, solo il solito Manuel.
Isabella divenne furiosa per la mancanza di rispetto non tanto nei confronti suoi quanto verso sua madre, sua nonna, che l'avevano accolto come uno di famiglia e attendevano quel giorno da tutta la vita.
Girarono per almeno dieci minuti sotto gli sguardi stupiti e curiosi dei passanti, non capitava tutti i giorni di vedere una sposa percorrere avanti e indietro la via Aurelia, Alessandro passò il tempo con lo sguardo al cellulare e un accendino nell'altra mano impaziente di scendere e godersi un'altra sigaretta. Pensare che un mese prima aveva smesso di fumare. Scesero tutti e tre nella piazzetta, Isabella tremante e Rodolfo paterno, non esitò un secondo nell'avvolgerle il viso tra le mani e baciarle la guancia.
-Lascia stare Ale, è solo nervoso, vorrebbe vederti felice. Tutti lo vorremmo-. Quelle parole instillarono un dubbio nella mente di Isabella. I sorrisi, le carenze dei giorni precedenti, i sorrisi tirati riemersero con prepotenza e rabbia. La sua famiglia era triste, forse delusa, di sicuro la felicità messa in scena quei giorni non era altro che una farsa. Cosa stava facendo? Era tutto un enorme sbaglio. Le campane suonarono cinque volte mentre Rodolfo le stringeva il braccio e con delicatezza la conduceva verso la scalinata in marmo: era l'ora della recita.
Un passo strisciato sull'asfalto ancora bagnato attirò l'attenzione e Isabella, convinta che Alessandro avesse cambiato idea, si voltò. Era lo sposo, invece, con la cravatta azzurra allentata e la camicia bianca firmata stropicciata e per metà fuori dai pantaloni. Gli occhi scesero verso le scarpre nere ed eleganti, e la camminata svogliata e un po' stanca di chi non dorme da ore.
Era solo, sua madre uscì di corsa e lo raggiunse prendendolo sottobraccio per raddrizzarlo prima che con una spinta leggera l'allontanasse. Il volto di Angela era più rosso di rabbia e imbarazzo di quello di Isabella mentre Manuel non provò nemmeno a non incrociare gli occhi delle due persone in attesa, alzò la testa con sfida e fu allora che Isabella vide il suo volto: gonfio, rosso, un ematoma sullo zigomo risaltava sulla carnagione pallida accompagnato dagli occhi lucidi.
"No", pensò Isabella, "non oggi per favore". Il corpo prese a tremare e gli occhi truccati si riempirono di lacrime. Quando sarebbe finita quella tortura? Non ebbe il coraggio di voltarsi verso Alessandro o avrebbe abbandonato tutto e sarebbe scappata.
Attese con Rodolfo che Manuel entrasse, sistemò il boquet senza alzare gli occhi finché Rodolfo non la prese sotto braccio invitandola con un cenno della testa a ricambiare.
-Ale?- Si avvicinò lentamente dopo aver spento l'ennesima sigaretta. La guardò negli occhi, serio come mai l'aveva visto prima, determinato e maturo. Un uomo. Non dovette parlare perché sia Rodolfo che Isabella avevano già compreso che non avrebbe assistito alla cerimonia, forse li avrebbe aspettati in macchina o più probabilmente si sarebbe nascosto in qualche vicolo in attesa che la cerimonia terminasse. -Ti voglio bene, sempre-. Alessandrò annuii prima di baciarle fraternamente la fronte e calarle il velo sul viso come un fratello maggiore.
-Ci sono io principessa- Sussurrò Rodolfo inspirando profondamente prima di salire i gradini di marmo della chiesa. Lungo la navata Isabella non riuscì per un secondo a distogliere lo sguardo dall'altare, dal completo scuro stropicciato e persino strappato del futuro sposo che, traballante, non riusciva a stare fermo. Nemmeno una volta Manuel alzò gli occhi dal pavimento per guardarla, neanche dopo le parole sussurrate del suo testimone evidentemente imbarazzato. Isabella non si accorse, così, degli occhi bassi dei parenti che dall'Alessandrina si erano trasferiti al mare con lei per le due settimane dei preparativi delle nozze. Massimo, il cugino più vicino a cui aveva chiesto di fare da testimone le sorrise forzatamente all'altare prendedole il boquet, le strinse le mani ma non appena lei si voltò strinse i denti scuotendo la testa. Nessuno avrebbe voluto per lei un matrimonio simile.
Dalla parte di Manuel regnava il silenzio, i pochi parenti presenti erano attoniti, imbarazzati da quello che stava succedendo davanti ai loro occhi. Quel ragazzo perfetto che in camicia bianca e pantalone elegante sedeva a Natale e intratteneva le cene di famiglia con i suoi discorsi illuminati dov'era finito?
L'odore dei fiori saturava la chiesa, pesante, quasi nauseante nonostante l'azienda che li aveva sistemati avesse assicurato che il profumo dei gelsomini fosse perfetto. Persino il parrocco con un tono cantilenante e le parole sillabate che donavano un effetto paternalistico sembrava stanco, poco interessante a portare avanti la cerimonia. In men che non si dica raggiunse il climax della cerimonia, con un gesto delle mani spronò gli invitati ad alzarsi e inizio a pronunciare:
Vuoi tu prendere come tua legittima sposa la qui presente Isabella Poggio, per amarla, onorarla e rispettarla, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, finché morte non vi separi?- In chiesa regnava il silenzio interrotto soltanto dal ticchettio della pioggia sulle vetrata. Faceva freddo lì dentro, era umido, di quell'umidità fastidiosa che spinge per entrare nelle ossa e non le abbandona per ore. Un tuonò squarciò il silenzio, alcuni invitati sobbalzarono mentre Manuel si mise a ridere. Una risata isterica, penetrante, da folle rimbombò lungo la navata, rideva così tanto che gli occhi presero a lacrimargli nonostante le gomitate del testimone e lo sguardo severo di sua madre. Asciugandosi le guance umide e continuando a ridacchiare tra sé e sé Manuel dischiuse le labbra per rispondere. Isabella, invece, giocò nervosamente con la gonna del suo vestito. Anche il suo viso era bagnato, sì, ma di lacrime di umiliazione che bruciavano a contatto con le gote arrossate. Fu allora che l'eterna indecisa, la bambina dal carattere mite e poco scontroso, raggiunse il massimo della sopportazione. Come un tappo adagiato su una bottiglia che salta all'improvviso per una cambio di temperatura spaventando chi gli è intorno, la voce di Isabella ruppe la tensione della chiesa con un tono limpido, chiaro, impossibile da fraintendere, prima ancora che Manuel potesse rispondere.
-NO!- esclamò a gran voce producendo un sobbalzo nel parroco con gli occhi ancora puntati verso Manuel. Nella prima fila a sinistra Rodolfo alzò lo sguardo, sorpreso e al tempo stesso orgoglioso della sua Principessa.
-Isabella, non sono ancora arrivato a- provò a intercede il prete. Manuel aveva smesso di ridere, gli occhi gonfi e lucidi oscurati dal dubbio e dall'incomprensione. Furono sufficienti a dare ad Isabella la spinta necessaria per continuare.
-Non c'è bisogno Don Davide, può fermarsi qui, risponderò io per tutti e due. La risposta è no, no non lo voglio come marito e no, lui non mi vuole come moglie. Il matrimonio è saltato-. Con gli occhi fiammeggianti, determinati e irremovibili recuperò il bouquet dal cugino, ringraziandolo con un breve cenno della testa, e senza volgere lo sguardo dalla parte destra neanche per un istante percorse a ritroso la navata. Il passo veloce, agitato e un po' trascinato di chi è consapevole di star perdendo il controllo ma cerca di nasconderlo il più a lungo possibile la portarono all'ingresso della Chiesa. Sentii dietro di lei l'incedere altrettanto agitato di una scarpa elegante, da uomo, forse Rodolfo, ma non vi badò. Prese a camminare più velocemente, saltò a piedi uniti giù dai gradini e con le lacrime che scorrevano veloci fino al collo supplicò Alessandro di portarla via. -Ovunque, ma via da qui-.
Non si voltò mai verso l'ingresso, salì dal lato del passeggero strappandosi il velo dall'acconciatura e iniziando a trafficare per rimuovere la moltitudine di forcine che le pungevano la testa. In men che non si dica Alessandro imboccò la via Aurelia, percorsero chilometri e chilometri di lungomare con la radio spenta e la pioggia battente sul parabrezza a colmare il silenzio. Isabella con i capelli sciolti e il trucco di sfatto aprì il finestrino nonostante fosse novembre e per la prima volta quel giorno si concesse di respirare. Scacciò dalla mente i pensieri di quello che sarebbe successo dopo, gli invitanti, il ricevimento, rivolse un breve pensiero a sua madre e a sua nonna pur sapendo che non appena si sarebbero fermati Alessandro avrebbe mandato loro un messaggio.
-È finita- pensò -la prigione è crollata-.