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«Oi.»
Gyro spuntò da dietro uno dei tanti alberi del bosco piuttosto innevato in cui si trovavano, le braccia che reggevano una quantità di legna sufficiente per ben due falò.
Sorrideva, sembrava contento.
Si avvicinò al punto in cui Johnny era impegnato a preparare la loro cena, una lepre, che poco prima aveva preso grazie a Tusk, propio davanti a una piccola rientranza sulla parete di roccia e terra alle loro spalle, che formava una piccola grotta sul cui terreno non c’era neve, in cui i due avevano appoggiato i bagagli.
«È una serata fortunata, non credi?»
Gyro si piegò, e lasciò a terra i rami e il vario legname che aveva raccolto.
Poi si sedette, accanto a Johnny, e cominciò a mettere in piedi, abilmente, un sistema che potesse cuocere per bene la lepre, uno spiedo improvvisato.
Johnny alzò le spalle, non del tutto convinto dell’affermazione dell’ormai amico.
«Sì, non è male.»
Riconobbe, ed appoggiò l’animale ben scuoiato e pronto ad essere cotto su un pezzo di corteccia da lui recuperato qualche minuto prima, che facesse da piatto.
Gyro quasi non gli diede il tempo di adagiare il corpo sulla superficie, perché lo prese un secondo dopo, per metterlo sullo spiedo.
L’americano prese poi uno straccio, inumidito dalla neve sciolta, e ci si pulì le mani, con attenzione.
«Forse qualcuno ci sta ricompensando per...»
Sgranò leggermente gli occhi, e fermò ogni suo movimento.
Strinse le labbra, e sospirò, scacciando la sensazione di sconforto che respirava fin troppo vicino al suo collo.
«Beh, per l’altro giorno.»
Concluse, e lanciò a Gyro uno sguardo di intesa.
Questo era troppo occupato ad accendere il fuoco sotto lo spiedo per ricambiare, ma annuì, mugugnando un assenso.
Ci fu la scintilla buona, e il falò nacque lentamente.
Gyro ringraziò tutto ciò che esisteva, per avergli fatto trovare della legna asciutta, ben protetta da un cumulo di foglie.
Un vero colpo di fortuna.
Batté e strisciò le proprie mani tra loro, per provare a rimuovere un minimo di sporco e polvere da queste.
Finalmente guardò Johnny, ora impegnato a tentare di pulire lo straccio, strofinandoci della neve.
«Forse. Insomma, ce lo meritiamo, soprattutto tu.»
Gyro si avvicinò al compagno, colpendolo con la spalla, sulla spalla, con fare scherzoso.
Johnny reagì voltandosi verso di lui, la sua solita faccia seria da far paura fece sorridere nuovamente il più grande.
Ormai era in confidenza, con Johnny, e le sue minacce silenziose parevano non avere più effetto su Gyro.
E l’americano non era per nulla contento, della cosa.
Era il suo unico modo per farlo tacere, prima, ora chi lo fermava più?
Roteò gli occhi, e guardò la neve, davanti alle sue ginocchia, cercando disperatamente un qualcosa da fare, per non dare l’impressione di non voler guardare Gyro.
Sentiva che far scontrare i loro occhi gli avrebbe riportato alla memoria lo sguardo che l’italiano aveva assunto quando...quando stava venendo assorbito dal muro, quando si stava tramutando in un albero.
A Johnny vennero i brividi.
«Potevo fare di meglio.»
Mormorò.
Gyro alzò le sopracciglia.
«Potevi?»
Domandò, con tono ironico.
Johnny si sentì attaccato, dal modo che sentiva tagliente in cui l’italiano aveva risposto.
Tanto che si girò verso di lui, scordandosi della sua paura del passato.
Si guardarono negli occhi, con sguardo di sfida, e il più giovane voltò anche il corpo verso l’altro.
«Potevo colpire quell’uomo a tradimento.»
Cominciò, e il fuoco omicida che aveva dentro fece scintillare i suoi occhi, dando loro quel che di spaventoso.
«Potevo inseguirlo fino a dopo l’alba e riprendermi i resti. Potevo...forse potevo uccidere quella ragazzina, forse avrebbe aiutato...»
E abbassò i suoi occhi, che tornarono bui, come se il colpo di fucile che era la sua determinazione fosse stato sparato, producendo una scintilla, e che quella si fosse spenta subito dopo la partenza del proiettile.
«...ma non l’ho fatto, Gyro.»
Mormorò, e le sue sopracciglia, da corrugate, si rilassarono leggermente.
«Non l’ho fatto.»
Gyro lo guardò, scettico. Inalò.
«Mah.»
Alzò le spalle, chiudendo gli occhi.
«Resta il fatto che ora siamo qui, sani e salvi. Mi hai salvato tu.»
«Avrei anche potuto evitare di doverti tirare fuori dai guai, se non avessi fatto l’egoista sin dall’inizio.»
Insistette il più basso, la sua voce sempre più convinta.
Gyro fece un verso infastidito, e sbuffò subito dopo, roteando gli occhi e aprendo le braccia in un gesto teatralmente esausto.
«Piantala di lamentarti, per Dio!»
Disse, e sventolò la mano, come a cercare di allontanare il fastidioso insetto che era la paranoia di Johnny.
Dopodiché, lo guardò negli occhi, e si sporse verso di lui.
«Guarda, guardaci!»
Esclamò e aprì nuovamente le braccia, questa volta con meraviglia, guardandosi attorno, con un sorriso che pian piano si faceva strada sul suo viso.
«Siamo in gigantesco vantaggio, abbiamo cibo, un buon punteggio, sicuramente vinceremo il Sixth Stage, okay? Va bene così. Ai resti penseremo dopo.»
La sua voce, all’ultima frase, si fece più gentile, e lui guardò il più basso inarcando un po’ le sopracciglia, con sguardo comprensivo.
Poi però, tornò serio, e la sua voce si fece rimproverante, mentre alzava le sopracciglia.
«Ora goditi questo. Goditi quello che ci ha dato la nostra buona stella.»
Alzò l’indice, e lo sventolò davanti al viso di Johnny, come a volergli fissare in testa quel concetto.
Poi ritrasse il braccio, e si sedette in modo più composto, dando una girata allo spiedo, mentre guardava il fuoco con disattenzione.
Il più basso non allontanò gli occhi da lui neanche per un secondo.
Anzi, dopo aver pensato a una valida risposta, gonfiò il petto, e si sporse verso il più vecchio, volendo attirare la sua attenzione.
«Io non credo nella fortuna.»
Si puntò il pollice all’altezza del cuore, a voler enfatizzare la sua affermazione.
Ma Gyro gli rivolse uno sguardo tranquillo, mentre alzava un sopracciglio.
«Tu non credi in niente.»
Disse, e piegò la testa verso Johnny, e il sopracciglio ancora corrugato raggiunse l’altro, ora aveva quell’espressione fastidiosamente pacata, di chi sa di star avendo ragione.
Johnny boccheggiò, e alzò l’indice della mano che aveva sul petto per ribattere a tono...ma non aveva sbagliato, in effetti.
Johnny se ne rese conto sbuffando e grugnendo, rilassando la postura e abbassando il dito.
«...Giusto.»
Mormorò, tornando a guardare la neve sul terreno.
Calò il silenzio.
Gyro girava lo spiedo in un gesto quasi meccanico e distratto, Johnny disegnava sulla neve con un leggero velo di disagio, incapace di trovare qualcos’altro da fare o dire.
Le sue dita, inconsapevolmente, tracciarono sull’elegante manto bianco delle linee ben precise...quelle che pian piano andarono a formare una stella.
Johnny osservò la sua modesta opera, per alcuni istanti, poi, improvvisamente, schiuse le labbra e sgranò gli occhi: gli era tornato alla memoria un ricordo lontano, che non credeva di avere, o che forse aveva scelto di dimenticare.
«...tu hai scelto una stella?»
Chiese, rompendo in modo quasi brusco il silenzio, ancora prima che la sua mente potesse processare completamene quale memoria gli fosse giunta.
Gyro gli rivolse uno sguardo.
«Mh?»
Fece, aggrottando le sopracciglia.
Johnny alzò gli occhi, ormai il cielo era quasi completamente buio, se non per un filo di luce rimasto a illuminare l’orizzonte.
Piano, mentre il suo sguardo si perdeva in quell’immenso manto, quel ricordo offuscato e indefinito si fece più chiaro, e l’immagine di suo fratello che guardava meravigliato fuori dalla finestra della loro casa lo fece sospirare.
«Una stella.»
Ripeté.
«Hai scelto una stella a cui pregare, o qualcosa del genere?»
Gyro tenne lo sguardo su di lui per un secondo, per poi passarlo davanti a se, e infine portarlo nel cielo.
«No, in realtà...»
Lì, passo gli occhi da un punto lucente a un altro, come se già stesse cercando quella che gli sarebbe appartenuta.
«Credevo fosse ovvio che tutti chiamassimo “buona stella” la stella polare, non sapevo si potesse sceglierne un’altra.»
Il più giovane alzò le spalle.
«Mio fratello lo ha fatto.»
Un flebile sorriso colorò la sua espressione, mentre abbassava gli occhi solo per trascinarsi più vicino a Gyro.
Questo lo guardò, curioso dal movimento, ma non fece in tempo a guardarlo in viso che Johnny alzò un braccio, e puntò l’indice contro il cielo.
Gyro seguì subito l’indicazione, anch’esso facendosi più vicino al compagno, per avvicinarsi di più al suo punto di vista.
«La, era quella.»
Mormorò l’americano, quando fu sicuro che il più alto avesse individuato il punto indicato.
L’italiano, la cui espressione era dapprima corrugata e concentrata nella ricerca, si rilassò. Il ragazzo sgranò leggermente gli occhi, mentre alzava le sopracciglia.
«La fine del Grande Carro...»
Gyro di astrologia non si era mai interessato, ma Johnny e la sua passione per quella materia gli avevano insegnato una o due cose.
Il Grande Carro, la costellazione più celebre, era quella che il più grande ricordava meglio, e che non poteva più fare a meno di notare ogni qualvolta si fosse ritrovato a guardare in alto durante la notte.
«La Stella di Nicholas...»
Quasi lo corresse Johnny, mentre abbassava il braccio, e si allontanava dall’altro, con un sospiro che gli rubò il sorriso.
Abbassò prima gli occhi, lentamente, poi la testa.
Gyro fissò quel punto luminoso per qualche secondo ancora, rifiutandosi di chiedere perché avesse scelto propio quella, in silenzio.
Poi, parlò nuovamente.
«Tuo fratello credeva nella fortuna?»
Chiese, distrattamente.
Con la coda dell’occhio, notò il più giovane annuire.
«Sì. Si rifiutava di credere in Dio, secondo lui non era così buono come tutti dicevano fosse.»
Johnny riprese il sorriso, e Gyro ridacchiò, scuotendo la testa lentamente.
«Tuo fratello era un tipo...interessante.»
Ammise, e piegò la testa leggermente all’indietro, alzando un sopracciglio rivolgendo uno sguardo all’altro.
Johnny sorrise, e sospirò una risatina.
«Lo era.»
Alzò le spalle, con tono piuttosto tranquillo ma deciso, mentre si avvicinava allo spiedo e ne rimosse la preda ormai pronta, riposizionandola sulla corteccia che avrebbe fatto loro da piatto.
Entrambi tacquero.
Johnny concentrato a preparare le porzioni per entrambi, Gyro che semplicemente aspettava e ragionava sulla propria stella.
Il più basso, una volta diviso equamente il pasto, toccò la spalla dell’altro per passargli la sua parte.
Gyro si voltò, scrutando per un attimo il viso del ragazzo, che gli indicò con gli occhi le proprie mani impegnate.
Allora anche il più alto abbassò gli occhi, e alzò le sopracciglia, prendendo gentilmente dalle sue mani la sua cena, dopo un cenno veloce con la testa per ringraziare.
Si voltò nuovamente, guardando il pezzo di carne avvolto da un tovagliolo che aveva tra le mani, piuttosto distratto.
Rimase a fissarlo per un po’, in silenzio, mentre Johnny aveva già cominciato a mangiare.
Aveva delle domande, si accorse.
«Hey.»
Chiamò girandosi, e il più più basso alzò la testa incuriosito, guardandolo.
«Come la scelgo, la mia stella?»
Chiese Gyro, e indicò con il pollice il cielo alle sue spalle.
Johnny strinse gli occhi in due fessure, abbassando la testa, concentrandosi per riuscire a ricordare come avesse fatto suo fratello, tanti, tanti anni prima.
«Nicholas diceva che te lo devi sentire.»
Cominciò, e tornò a concentrarsi sull’amico.
«Deve essere la prima su cui poggi lo sguardo, l’ultima che vedi quando ti addormenti. Sarà lei.»
Spiegò, e guardò in alto, dietro l’italiano.
Gyro fece lo stesso, istintivamente.
Fissò il cielo.
Ragionò per bene su quello che aveva detto il più giovane...ma una fastidiosa realizzazione gli fece storcere il naso.
La verità era che quelle lucine erano tutte troppo simili.
Non sentiva sua nessuna di loro, non sentiva che ci fosse particolare attrazione.
Mancava quella scintilla improvvisa che Johnny aveva citato.
Aveva pregato alla stella polare, a volte, ma si rendeva conto che non poteva essere lei, perché per quanto più luminosa, non era quella giusta.
Era lì, a brillare più delle altre e ad ascoltare impassibile i desideri di tutti coloro che speravano nella fortuna, non esaudendone neppure uno.
Gyro non voleva essere uno di quelli, in parte quella stella gli ricordava suo padre.
Ecco, ora non la avrebbe più guardata con gli stessi occhi.
Magari una stella meno “affollata” avrebbe funzionato meglio.
Ma le altre erano insignificanti.
Quelle del grande carro non erano poi così speciali, e una apparteneva già a Nicholas, non si sentiva di rubargli la costellazione.
Forse, per trovare quella giusta, avrebbe dovuto provare a pregare ogni stella visibile...ma di stelle visibili ce ne erano a miliardi, gli ci sarebbe voluta più di una vita, ma la fortuna gli serviva da subito.
Non aveva mai appoggiato lo sguardo su una stella prima di dormire.
Tutto quello che vedeva, prima di addormentarsi, era Johnny, molto probabilmente.
Johnny, e la sua faccia imbronciata.
Johnny e i suoi capelli che parevano un mare di miele pieno di onde.
Johnny e le sue unghie azzurre, a volte mancanti, perché magari recentemente sparate.
Johnny e la sua boccuccia dipinta di blu, dagli angoli perennemente abbassati.
Johnny e il suo sacco a pelo con motivi...stellati.
Johnny e la sua voglia a forma di...stella...alla base del collo...
Johnny e i suoi occhi luminosi...che parevano...piccoli punti che emanavano luce propria...che parevano...
Stelle.
E Gyro ebbe l’illuminazione.
«Ho scelto.»
Disse, con voce ferma, e gli occhi spalancati.
Johnny emise un piccolo verso sorpreso, prima di appoggiare ciò che era rimasto della sua cena sulla corteccia, e trascinarsi vicino a Gyro.
«Qual è?»
Chiese, curioso, già con lo sguardo proiettato verso l’alto.
Allora Gyro appoggiò il pasto neppure toccato vicino a quello dell’amico, in un gesto esageratemente veloce, come se avesse avuto paura di dimenticarsi quale stella avesse scelto.
Guardò in alto, poi, e alzò un indice, pronto ad indicare.
Il suo braccio si mosse, e Johnny era pronto a seguirlo...ma quando si trovò quell’indice puntato contro, passò velocemente gli occhi dal dito al suo possessore, confuso.
Assottigliò lo sguardo, rendendolo forse un po’ minaccioso, mentre spostava il viso leggermente di lato.
«...è una delle tua gag?»
Chiese, e i suoi occhi passarono un ultima volta dall’indice agli occhi di Gyro.
Questo aggrottò ulteriormente le sopracciglia.
«Sono mortalmente serio.»
Johnny strabuzzò gli occhi, scuotendo leggermente la testa.
«Per tua- informazione»
Cominciò, e aggrottò le sopracciglia.
«Dato che pare tu non lo abbia notato»
Aggiunse, chiudendo gli occhi per un attimo. Poi li riaprì, e guardò nuovamente il suo strambo interlocutore.
«Le stelle stanno in cielo.»
Concluse, e alzò un dito, ad indicare ciò che stava sopra di loro.
Ma Gyro, imperterrito, alzò le sopracciglia con fare sicuro e pacato.
«Esistono o no le stelle cadenti?»
Chiese, e nel mezzo della domanda alzò un po’ il mento.
Johnny lo guardò con scetticismo, ma non sapendo davvero cosa rispondere a quell’affronto.
Così abbassò la testa.
«...Perché io?»
Chiese, in un sussurro. Non concepiva come Gyro potesse sentirsi al sicuro vicino a un omicida come lui.
Non riusciva a capire dove trovasse la fortuna in tutto quello che aveva fatto Johnny fino a quel momento.
«Sei l’ultima che vedo quando vado a dormire, ogni volta che prego tu faccia qualcosa, la fai, e mi hai salvato diverse volte.»
Spiegò, con enfasi, il più alto, e alla fine abbassò la testa a sua volta, impensierendosi.
«Diamine, sei la mia buona stella portatile!»
Disse, con il tono contento di qualcuno che si è appena accorto di qualcosa di grosso, mentre alzava nuovamente gli occhi sul più giovane.
Johnny, al contrario, contorse ancora la sua espressione in confusione.
«...Sei un-un-»
Cercò di insultarlo, gesticolando in un modo fin troppo scomposto, che non pareva appartenergli.
La verità è che non sapeva davvero come insultare il più alto.
Sembrava così convinto delle sue stesse parole, così infantili, ma al tempo stesso mature.
Avevano inconsciamente toccato il profondo del cuore dell’americano.
«...mio Dio, non ho parole.»
Concluse, scuotendo la testa con fare arreso.
Poi tacque, e guardò un punto casuale alle spalle dell’amico, forse evitando il suo sguardo.
Gyro parlò subito dopo.
«Però non puoi negare che abbia ragione. E non pensare sia una cosa romantica, no, io dico davvero, stella.»
Puntualizzò, aprendo la mano, rivolgendo il palmo verso il suolo, e facendo un movimento non troppo lento, come fendendo l’aria.
Johnny, ora davvero scosso, sgranò gli occhi mentre lo guardava.
«”stella”? Fai sul serio, Gyro?»
Chiese incredulo, e l’altro annuì ancora, sempre più convinto.
«Te l’ho detto, nessuna gag, stasera, non si scherza sulla fortuna.»
Il più anziano lo indicò, con fare serio, e sinceramente Johnny non credeva che qualcuno potesse essere così determinato su un argomento del genere.
Ma che ci poteva fare? Era Gyro. Se Gyro aveva un’idea sua, Gyro aveva un’idea sua.
Nessuno sarebbe riuscito a togliergliela, e propio quel suo modo di essere lo aveva portato a partecipare alla corsa.
Allora, il più giovane sospirò.
«Io non porto fortuna a nessuno.»
Disse, arreso, e si trascinò lontano da lui, sotto la piccola rientranza nella parete naturale, dove avevano lasciato le loro borse e i loro bagagli, e tra questi vi era il sacco a pelo del ragazzo.
Così lo prese tra le braccia, e lo srotolò.
«Infatti non sono Ulisse, stella, sono Gyro, e ormai ho deciso che tu porterai fortuna a me.»
Esclamò Gyro, e si portò una mano al petto, con fare autorevole, quasi.
Johnny scosse la testa.
«Allora spero di poterti portare fortuna, Zeppeli.»
Mormorò, mentre si appoggiava il sacco a pelo sulle spalle, rannicchiandosi contro la parete della rientranza, chiudendo gli occhi.
L’italiano si concesse qualche secondo per ammirare la sua piccola stella, prima di farsi scappare un sorriso, mentre abbassava gli occhi, e si voltava per riportarli nell’immensa volta celeste.
«Lo hai già fatto.»
Sospirò, soddisfatto della giornata, di sé, e delle sue scelte.
Quei piccoli punti luminosi su cui il suo sguardo si scontrava non avevano più prezzo, li guardava solo perché erano in qualche modo affascinanti.
Ora, era deciso che tutta la sua fortuna fosse nella stella alle sue spalle, quella piccola stessa stella che per l’italiano brillava più delle altre.
Johnny lo avrebbe portato lontano, lo sapeva.
Johnny era l’unica stella che contava nel cielo di Gyro.
