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Respirare e sanguinare

Summary:

Sentiva ancora il peso del Capitano Mehta su di lui, la mano sulla nuca che lo costringeva a terra quando l'unica cosa che voleva fare era alzarsi e correre da lui, proteggerlo, salvarlo, qualsiasi cosa.

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O il promo per la 4x13, quindi spoiler, mi ha fatto scrivere un Buck nella sala d'attesa dell'ospedale.

Notes:

La traduzione di questa storia in inglese fa parte della serie "The waiting room".

Work Text:

Buck non riusciva a respirare.

Sapeva che lo stava facendo, altrimenti sarebbe già svenuto, ma ogni volta che cercava di prendere un respiro profondo il dolore al petto si faceva così forte da obbligarlo a espirare. Una voce fin troppo simile a quella di Hen gli suggeriva che poteva avere almeno una costola incrinata, tutt'altro che impossibile visto quello che era successo, ma non aveva importanza. Buck non poteva e non riusciva a preoccuparsi per se stesso. 

Sentiva ancora il peso del Capitano Mehta su di lui, la mano sulla nuca che lo costringeva a terra quando l'unica cosa che voleva fare era alzarsi e correre da lui, proteggerlo, salvarlo, qualsiasi cosa. 

La porta della sala d'attesa si aprì con un lieve fruscio e Buck si voltò di scatto, aspettandosi di vedere Mehta, anche se era perfettamente consapevole che lui avesse la sua squadra di cui preoccuparsi, che probabilmente si trovava in un'altra sala d'attesa in un altro ospedale, come lui. Allora forse era Bobby quello che sperava di vedere arrivare, ma non c'era modo perché lui potesse già sapere cos'era successo. Solo Buck avrebbe potuto avvisarlo e ancora non aveva trovato la forza di farlo.

Si alzò in piedi e cominciò a camminare avanti e indietro per la sala, il suono delle sue sneakers come unico stacco dal silenzio pesante che lo circondava. Buck non aveva nemmeno il coraggio di guardare in basso, sapendo che avrebbe visto le sue scarpe non più bianche e pulite come le teneva sempre, così si guardò attorno. Pur essendo in uno degli ospedali più grandi di Los Angeles, lì a fargli compagnia c'era solo una giovane coppia con un bimbo di appena un anno addormentato sulle gambe e un anziano, la testa piegata in avanti e appoggiata al bastone. Era una calma innaturale, che sembrava prudere sulla pelle di Buck, lui sempre incapace di stare fermo. 

Fece per portarsi le mani al viso ma le fermò a mezz'aria, vedendo il sangue che ancora le macchiava, e seppure fosse stato capace di prendere un respiro profondo dopo quella vista si sarebbe sicuramente dimenticato come fare. Strozzò un singhiozzo sul nascere perché non poteva lasciarsi andare, non lì, non ancora, così in due lunghi passi raggiunse il piccolo bagno e, lasciando la porta aperta per non rischiare di perdersi qualcosa, cominciò a grattarsi via il sangue dalla pelle.

Non fu delicato, si sfregò con le unghie mentre l'acqua sempre più calda si faceva rossa, lasciando scie sul pallido lavandino. E mentre Buck osservava, come se non fosse lui a compiere quei gesti, non riusciva a non pensare a cosa era appena successo.

La sua mente non era mai stata gentile con lui, non gli regalava ricordi chiari e ordinati, no, preferiva il caos, il disordine, flash di momenti in cui non poteva tornare, in cui non poteva fare più niente.

Come il peso del corpo tra le sue braccia, inerme mentre urlava il suo nome per tenerlo sveglio, le mani premute sulla ferita che non voleva smettere di sanguinare.

L'eco del proiettile che rimbalzava tra i palazzi e il silenzio che lo aveva seguito prima delle urla di terrore dei passanti, la voce alla radio frenetica e spaventata che però Buck non riusciva ad ascoltare, non sopra il rumore del suo stesso cuore che gli esplodeva in testa.

Il sangue sulle mani del Capitano Mehta mentre lo spingeva a terra e gli intimava di stare fermo, di aspettare perché non era sicuro, l’asfalto caldo sotto al naso che gli opprimeva ogni respiro.

Lo sguardo di Eddie, fisso nel suo da sotto il camion, pieno di paura e angoscia, ma Buck sapeva, allora come adesso, che non era verso se stesso che si preoccupava, bensì verso di lui.

In altre circostanze forse avrebbe riso, perché lui, colpito da un proiettile, solo ed esposto, era preoccupato per Buck che era perfettamente incolume. Coperto di sangue, sì, ma non era il suo, non come Eddie.

Chiuse l'acqua ed eliminò le ultime tracce di sangue dalle mani e dal viso con quei pezzi di carta ruvidi che ogni ospedale offriva per asciugarsi, lasciando scie rosse per lo sfregamento sulla pelle. Ma non gli interessava, si sarebbe scuoiato pur di eliminare ogni traccia del sangue di Eddie.

Ritornò nella sala d'attesa dove nulla era cambiato, l'aria fredda dell'ospedale che sembrava far dimenticare il caldo di Los Angeles, le luci al neon quasi inumane, l'unica differenza era che ora l'uomo anziano lo stava osservando, curioso e triste.

Buck abbassò lo sguardo, immaginando che effetto potesse fare. Se di solito indossava una divisa che lo identificava immediatamente come pompiere, lì, coperto di sangue poteva essere chiunque. I capelli ormai non più trattenuti dal gel, la pelle rovinata per quanto se l'era grattata, sicuramente gli occhi rossi, anche se non aveva avuto il coraggio di guardarsi allo specchio, e soprattutto i vestiti coperti di sangue, mentre continuava a camminare per la stanza incapace di stare fermo o anche solo di prendere un vero respiro. Sapeva che avrebbe dovuto cercare di calmarsi, ma in ventinove anni di vita doveva ancora imparare come e con Eddie così vicino eppure così lontano non era certo di poterlo fare.

Un lieve battere attirò la sua attenzione. Era l'uomo anziano che bussava con il bastone su un sedile accanto a lui, invitandolo a sedersi. Per chissà quale motivo, Buck non esitò, lo raggiunse e si lasciò cadere, con un piccolo verso di dolore mentre si portava una mano sul petto. Anche se avesse avuto davvero una costola incrinata i medici non avrebbero comunque potuto farci niente, quindi che senso aveva farsi controllare?

"Chi stai aspettando?" Chiese con un accento strascicato e gentile.

Buck fu preso di sorpresa da quella domanda. Certo si trovavano in una sala d'attesa, aspettare era nel nome stesso e sapeva che ognuna delle persone che avessero mai occupato quei sedili avevano avuto qualcuno di cui preoccuparsi, eppure sentirselo chiedere così chiaramente lo spiazzò.

Ma non fu per quello che non rispose subito. C'era solo un modo per poter spiegare chi stava aspettando, una parola, un nome che richiudeva in sé tutto quello che loro due erano.

Eddie.

Però quell'uomo non avrebbe potuto capire, così come non aveva capito Mehta quando gli aveva impedito di correre da lui. Dire che era il suo collega, il suo partner, il suo migliore amico non scalfiva nemmeno quella che era la loro relazione. Nemmeno con ore e giorni di tempo Buck sarebbe riuscito a spiegare quello che erano. Come poteva? Eddie gli aveva salvato la vita in modi che nemmeno lui ancora era in grado di articolare, e sperava di aver ricambiato il favore almeno la metà delle volte, che fosse proteggendo Chris da un disastro naturale o presentandosi a casa loro con la cena pronta. Come poteva spiegare quella sensazione di sicurezza che provava ogni volta che era in sua compagnia? O il modo in cui loro due fossero capaci di comunicare con un solo sguardo? 

E soprattutto anche se fosse riuscito a far capire una minima parte di quello che erano, come poteva quell'uomo anziano accanto a lui comprendere il terrore che provava da quando il primo proiettile aveva tagliato l'aria dividendoli, Buck dietro al camion, protetto da Mehta, e Eddie da solo, esposto e vulnerabile. Come poteva spiegare a uno sconosciuto che lì, in quel momento, mentre aveva visto Eddie cadere a terra l'unica cosa che si era trovato a desiderare era di essere al suo posto. Buck poteva rischiare, Eddie aveva Christopher, la sua famiglia, Ana, aveva finalmente trovato il suo posto. Buck avrebbe rinunciato a tutto per salvarlo.

"Ehm... Eddie." Alla fine sussurrò semplicemente quel nome, che nelle ultime ore aveva urlato e pianto così tanto che gli sembrava di non poter più dire altro.

L'anziano parve capire, lentamente si spostò sul sedile accanto al suo e gli posò una mano sulla spalla, quasi sapesse che era esattamente quello che gli serviva. E Buck finalmente crollò.

Si coprì il volto con le mani e lasciò che le lacrime sgorgassero senza più trattenerle o nasconderle, lasciò che si portassero via gli ultimi residui di sangue che ancora gli macchiava la pelle. Fu doloroso, il petto che si stringeva a ogni respiro togliendogli il fiato, eppure catartico. Aveva voluto essere l’unico a portare quel dolore, l'attesa straziante di una notizia, il più a lungo possibile per quello si ripeteva di non poter chiamare nessuno, non finché non ci fosse stato qualcosa di certo da dire, eppure condividerlo in quel modo con l'uomo gli diede un senso di speranza.

Per la prima volta da quando aveva lasciato andare la mano di Eddie si permise di pensare a dove fosse in quel momento. Al di là delle porte, dopo un lungo corridoio, in una sala operatoria, magari la stessa in cui gli avevano salvato la gamba quasi due anni prima. Buck aveva visto abbastanza documentari sulla chirurgia da sapere che non per forza avrebbero tolto il proiettile, non se non era in una posizione pericolosa, ma sapeva che in quel momento stavano cercando di sistemarne i danni, che Eddie era addormentato, con un tubo in gola e il petto aperto. Chissà se avrebbero trovato anche il cuore di Buck, lì, che ormai gli apparteneva da tanto.

Una parte di lui era consapevole che si sarebbe dovuto preoccupare anche per il cecchino, che era ancora in giro per le strade di Los Angeles a prendere di mira i suoi colleghi del dipartimento, ma riusciva a pensare solo a Eddie. E a Christopher. A lui aveva pensato subito, appena le porte dell'ambulanza si erano chiuse dietro di lui, quando era riuscito a osservare il volto di Eddie stravolto dal dolore pur nella sua incoscienza. 

Christopher non poteva vedere suo padre così, non quando c'era ancora il rischio che lo perdesse, Buck poteva proteggerlo, ancora per un po' e lo avrebbe fatto a qualunque costo. Così aveva rimandato anche quella chiamata, almeno per un altro po' e un altro po' ancora, finché non avesse avuto qualcosa da dire.

"Qui hanno i migliori medici dello stato." La voce dell'anziano lo riscosse dai suoi pensieri e Buck si trovò a sorridere. Certo era un sorriso triste, che non si alzava al di sopra degli angoli delle labbra, ma era qualcosa. Perché lui sapeva perfettamente quanto fossero bravi quei medici. Lui che aveva rischiato di perdere la gamba e ora, due anni dopo, a parte una lunga cicatrice era tornato come prima.

"Grazie." Rispose con un filo di voce, alzando lo sguardo sull'uomo accanto a lui. Era certo di avere gli occhi rossi, iniettati di sangue e gli zigomi lucidi per le lacrime, ma era davvero grato che qualcuno si fosse fatto avanti per aiutarlo. 

Era sul punto di ricambiare il favore, rigirare la domanda e offrirgli quanto poteva dargli, quando entrambe le porte della sala si aprirono. Alla sua destra, dall'esterno, c'era Bobby, sconvolto pur nel suo contenimento, ma Buck lo conosceva, vedeva le rughe attorno agli occhi, il passo affrettato e lo sguardo che freneticamente lo cercava nella sala.

Alla sua sinistra, invece, una dottoressa, la divisa azzurra che sapeva essere per la sala operatoria e una mascherina candida a coprirle metà del viso.

"Buck!" "Mr. Buckley?" Le due voci si sovrapposero, entrambe a pretendere la sua attenzione, e seppur Buck non volesse altro che farsi stringere e crollare tra le braccia di Bobby per un minuto o un'ora, con un paio di lunghi passi raggiunse la dottoressa, il terrore di nuovo nel sangue. 

In quel momento, e solo in quel momento, realizzò che non aveva ancora preso in considerazione la possibilità di perdere Eddie. Aveva pensato che fosse grave, lo aveva visto e sentito con le sue stesse mani, era stato lui a premere sulla ferita fino all'arrivo dei paramedici, aveva visto il sangue. Ma aveva dato per scontato che, in un modo o nell'altro, Eddie sarebbe sempre tornato da lui. Come quando era rimasto intrappolato nel pozzo, era riuscito a salvarsi da solo e, anche se quella volta avrebbe avuto bisogno di più aiuto, ne sarebbe uscito. Un po' meno incolume ma vivo.

Per un istante solo immaginò una vita senza di lui, senza i suoi Diaz e fu preso dal panico. Per fortuna prima che il mondo gli crollasse addosso la mano di Bobby si posò sulla sua spalla riportandolo indietro, con tutta la rassicurazione che anche solo la sua presenza sapeva sempre dargli. Per quanto Buck volesse salvare tutti da quel dolore, avere Bobby lo faceva stare meglio, e non perché non era più da solo, ma perché anche lui teneva altrettanto a Eddie, era parte di quella sua grande famiglia allargata che continuava a finire in ospedale, in un modo o nell’altro.

“Eddie?” Riuscì a sussurrare, quel nome che aveva urlato un milione di volte appena qualche ora prima adesso sembrava fragile sulle sue labbra, quasi temesse fosse l’ultima volta che lo lasciava andare. Gli occhi della dottoressa si assottigliarono, in un’espressione che per colpa della mascherina ancora non riusciva a capire. E Buck si scoprì a voler urlare, a voler superarla e correre fino a trovare il suo Eddie e vedere da solo che stava bene, perché non poteva che stare bene.

“Mr. Diaz ha superato egregiamente l’intervento e se la caverà.”

Di colpo nulla aveva più importanza. La sua costola? I vestiti coperti di sangue? Le scarpe che non sarebbero mai più tornate bianche? Eddie sarebbe stato bene. 

Sapeva che la dottoressa stava ancora parlando e confidava in Bobby per ascoltare, perché Buck riuscì appena a raggiungere una sedia prima di crollare, le gambe che non lo reggevano più. Si passò le mani sul viso, sentendo la pelle ancora umida per le lacrime di prima che tornarono a scendere, ora più leggere, e poi infilò le dita tra i capelli, una marea di riccioli ormai incontrollabili. 

La paura e l’adrenalina lasciarono il posto al sollievo, ad una felicità fragile ma pronta a prendere il volo appena fosse riuscito a vedere Eddie, a vederlo parlare e sorridere e sicuramente preoccuparsi per lui. Qualunque cosa fosse successa da quel momento in poi Buck non aveva più paura, non si sarebbe più nascosto né messo da parte, non con lui. Gli avrebbe dato quello che gli serviva e di più fino alla fine dei suoi giorni. E quella non fu una realizzazione shockante o imprevista. Era come se avesse raggiunto il limite e lo avesse superato lentamente, un momento alla volta. Ora era pronto, e nulla lo avrebbe più fermato.

E finalmente riuscì a respirare.

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