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La stanza era buia, le tende ancora tirate in un vano tentativo di evitare che la camera cominciasse a scaldarsi già col primo, cocente sole di inizio luglio. Mimì stava frugando a tentoni nel primo cassetto del mobile di fronte al letto, alla ricerca di quell’orologio col cinturino di tessuto che era certo di possedere, quello che aveva comprato apposta per quelle afose giornate estive in cui indossare un cinturino di pelle significava dire addio al polso a causa del sudore.
Ovviamente l’orologio non aveva intenzione di farsi trovare, e Mimì era in ritardo. Se non l’avesse trovato nei successivi trenta secondi se ne sarebbe dovuto scordare; poteva già immaginare Salvo che lo aspettava in ufficio con quell’aria scocciata che Mimì ormai conosceva fin troppo bene.
Cacciò le dita della mano sinistra nell’angolo più remoto del cassetto, e sentì sotto le dita un pezzetto di metallo non meglio identificato. E questo adesso cos’è, si chiese. Lo tirò fuori per osservarlo alla poca luce che filtrava dalle tende, poi si mise a ridere.
Era il suo orecchino d’argento. Erano mesi che lo cercava, da quando era tornato a Vigata e si era trasferito nell’appartamento che ora occupava. Evidentemente si era perso nel trasloco. Se lo rigirò tra le dita, brillante per quel poco di luce che riusciva a riflettere. Lo portò all’orecchio sinistro, dove aveva il buco, e si guardò allo specchio, constatando che si, in effetti gli stava proprio bene. Che beddu ca si, Augello. Non era tipo da vantarsi, ma certe cose erano, d’altronde, innegabili.
Erano mesi che non lo indossava. In ufficio non c’era praticamente nessuno, con quasi tutti gli agenti in ferie prima di tornare in tempo per gestire il pienone di turisti estivi. Lui e Salvo quel giorno non dovevano vedere nessuno di particolare, solo un appostamento in un paesino vicino Vigata; sarebbero rimasti in macchina, al massimo sarebbero scesi a prendere un caffè. Non c’era nessuno da incontrare che avrebbe avuto da ridire, di quello era certo, e speranzosamente il buco ancora non gli si era richiuso.
Mimì osservò l’orecchino.
Perchè no?
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No, fu la prima cosa che Salvo pensò alla vista del suo vice poco dopo. No, non lo reggo.
Mimì pareva una visione, con addosso solo una camicia bianca, le maniche tirate su, gli avambracci esposti e gli occhiali da sole tra i capelli. Se non fosse stato per il raggio di sole che era scintillato sull’orecchino non appena Mimì era sceso dalla macchina, Salvo sarebbe stato troppo distratto ad osservare il polso stretto nella linea scura dell’orologio per accorgersene. Ma quando se ne accorse per poco non inciampò nei gradini del commissariato da cui stava uscendo.
Fin dal primo giorno in cui l’aveva conosciuto Salvo non si era fatto problemi ad ammettere a sè stesso che Augello era un bell’uomo. Ora, però, la cosa stava assumendo una piega quasi ridicola. Mimì con l’orecchino non era un bell’uomo, pareva direttamente un’allucinazione mistica provocata dal caldo che già solo alle nove di mattina opprimeva le strade. Salvo santiò.
Così non poteva andare avanti.
Prima che potesse soffermarsi ulteriormente sull’aspetto del suo vice, quello gli si avvicinò. “Scusa il ritardo, Salvo, non-“
Salvo lo interruppe alzando una mano. “Avanti, andiamo, le scuse risparmiatele ch’è meglio.”
“Ci siamo svegliati bene stamattina, vedo.”
“A tia i fatti tuoi ti stanno proprio antipatici, eh?”
Mimì alzò le braccia, falsamente arrendevole. Salirono entrambi nella macchina di Salvo, che subito accese l’aria condizionata. Nonostante fosse stata parcheggiata al sole non più di un quarto d’ora, la temperatura all’interno somigliava già a quella di un forno, e Salvo si allentò il nodo della cravatta per sfuggire al caldo asfissiante.
“Ma perchè minchia ti mettesti pure la cravatta, Salvo? Non hai sentito che caldo fa?”
“Ma che mi pigliasti per cretino? Devo vedere il questore nel pomeriggio, per quello la misi.”
Mimì annuì in silenzio. Salvo mise in moto la macchina e guidò per qualche minuto in silenzio, non resistendo alla tentazione di girarsi ogni tanto di sfuggita per guardare l’orecchino di Mimì. Era incongruo agli occhi di Salvo, così abituati a un Mimì vestito sempre elegante, di tutto punto, baffi curati e capelli altrettanto. Era trasgressivo, un elemento discordante, e di sicuro non sarebbe andato d’accordo con la giacca e la cravatta che di solito Mimì indossava. Ma così, con addosso solo la camicia e le maniche arrotolate, donava a Mimì un’aria giovanile e smaliziata, fin troppo intrigante.
Salvo non riusciva a togliergli gli occhi di dosso.
Il che era un problema, perchè stava guidando e voleva evitare di morire appresso ad un’infatuazione idiota per il suo vice commissario. Doveva cercare di distrarsi in qualche modo. Pensò a qualcosa da dire per riempire il silenzio pigro che era calato nell’abitacolo.
“Tu piuttosto” disse Salvo, “che minchia t’è saltato in testa co st’orecchino?”
Ottima mossa, Montalbano; così sicuro ti distrai.
Mimì, sovrappensiero, replicò con un mormorio confuso e rispose dopo qualche secondo, portando una mano all’orecchio per strofinare tra indice e pollice il cerchietto d’argento.
“Questo dici? Ma nenti, l’ho ritrovato stamattina che lo cercavo da mesi, allora ho pensato di controllare che il buco fosse ancora aperto.”
“E perchè lo tenesti? Se qualcuno ti vede così diventiamo gli zimbelli di tutta la provincia, Mimì.”
Mimì sorrise.
“Perchè, male mi sta?”
Tutto il contrario, pensò Salvo, ma non disse niente.
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Si fermarono dieci minuti dopo nello spiazzo di fronte alla casa del sospettato.
“Che faccio, scendo a prendere un caffè e te lo porto?”
“Volentieri, Mimì. Aspetta che ti trovo le mone-“
“Lascia stare, faccio io. Il solito espresso macchiato?”
“Si, con-“
“Una bustina di zucchero, lo so,” lo interruppe Mimì, alzando gli occhi al cielo; “me lo dici ogni volta, Salvo.”
Quest’ultimo sbuffò.
Nei pochi mesi da quando si erano conosciuti, Mimì aveva colto fin troppe cose di Salvo. E lui glielo aveva lasciato fare, distratto com’era dall'osservare senza cercare di essere visto. Ogni tanto se ne pentiva, l’idea di essere conosciuto lo infastidiva; altre volte, come quella mattina, gli faceva fin troppo piacere sapere che quelle minuzie Mimì se le ricordava, le teneva a mente. Lo faceva sentire importante; lo illudeva di quello che tra loro non sarebbe mai potuto esistere, date le manifeste ed ostinate tendenze eterosessuali del suo vice. Salvo, ormai, era rassegnato ad osservare da lontano.
(Non che se ne lamentasse, specialmente se significava poter assistere alla meraviglia che era Mimì con addosso un orecchino.)
“Minchia che camurria che sei.”
Mimì gli sorrise, quel suo sorriso aperto e sbeffeggiante che Salvo amava e odiava allo stesso tempo. Poi aprì la portiera e scese. Mentre si allontanava, Salvo lo richiamò.
“E non ci mettere due ore ad aspettare le brioche calde come tuo solito o ti mando a dirigere il traffico, Mimì!”
Alla fine anche Salvo aveva speso abbastanza tempo ad osservarlo da memorizzare anche lui fin troppi dettagli. E davvero, così la faccenda non poteva andare avanti.
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Faceva caldo. Troppo caldo.
Salvo era siciliano, c’era abituato, ma questo non rendeva la temperatura nell’abitacolo meno opprimente.
Mimì ancora doveva tornare, e Salvo aveva avuto la malaugurata idea di spegnere l’aria condizionata un attimo per far respirare il motore. L’aveva riacceso non appena si era reso conto di quanto fosse una cattiva idea, ma era stato abbastanza per far arrivare la temperatura ad un livello insostenibile.
Il sudore gli aveva appiccicato i ricci sul collo, sulla fronte. Salvo odiava sentirsi i capelli incollati alla pelle, lo trovava insopportabile. L’aria era ferma e non c’era vento dai finestrini che li potesse smuovere dalla pelle appiccicosa di sudore.
Salvo, santiando, si trovò costretto a risolvere il problema in un modo che lo faceva sentire ridicolo, ma a mali estremi estremi rimedi.
Cacciò fuori dal cruscotto della macchina, dopo averlo cercato per qualche minuto buono, un vecchio elastico per i capelli che Stella aveva lasciato lì prima di lasciarlo. Usando lo specchietto retrovisore si sistemò i capelli in un codino disordinato, alto sul retro della testa. Fortunatamente non tagliava i capelli da qualche tempo, abbastanza da far si che fossero sufficientemente lunghi per quella terribile crocchia che ora si ritrovava addosso. Almeno si sentiva già più fresco.
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Mimì tornò fischiettando alla macchina dove lo aspettava Salvo, i caffè in una mano e le brioche calde nell’altra. Vide la mano di Salvo allungarsi nell’abitacolo per aprirgli la portiera; si piegò e risalì.
“Ecco il tu-“
Si girò; per poco non gli caddero i caffè di mano. Salvo si era legato i capelli. Mimì si sentì mancare il respiro.
“Mimì, tutt’apposto?”
Si riprese appena in tempo per evitare di dover spiegare la temporanea assenza del suo raziocinio. Salvo gli prese il caffè dalle mani.
“Tutto bene, Salvo. Tutto bene.”
Mimì sapeva che Salvo era bello. Aveva passato mesi a notarlo, a nasconderlo dietro una costante valanga di commenti su ogni donna che incontrasse. Ma Salvo così non l’aveva mai visto.
Mostrava dieci anni di meno; il riccio rimasto fuori dalla coda gli cadeva sulla tempia in un modo che pareva letteralmente invitare Mimì a sporgersi e sistemarglielo dietro l’orecch-
Contegno, Mimì, si disse. Trattieniti.
Salvo era pur sempre il suo superiore. Soprattutto, Salvo era un amico, e Mimì non aveva intenzione di rovinare tutto perchè pensava fosse bello.
Questo non voleva dire che non potesse guardare, però.
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“Mimì, mi vuoi dire che ti piglia?”
“Che vuoi che mi pigli, Salvo?”
“Non lo so, se tu che continui a girarti verso di me.”
Se credeva che non se ne fosse accorto, Mimì si sbagliava di grosso. Erano passate un paio d’ore da quando si erano fermati di fronte alla casa del sospettato. Salvo teneva gli occhi fissi sul libro che si era portato per non attirare attenzioni indesiderate, ma rimaneva attento e vigile nell’eventualità in cui il portone che stavano sorvegliando si aprisse. Il suo vice, invece, non faceva neanche finta di leggere il giornale che gli faceva da copertura, e spesso si girava nella sua direzione. Salvo sentiva il suo sguardo irritante che lo squadrava, lo faceva sentire fastidiosamente esposto.
L’altro non rispose, il che non fece altro che innervosire ancora di più Salvo, già esasperato per le ore di inattività. Odiava gli appostamenti. Specialmente a luglio.
“Avanti, parla,”
“Non ho niente da dirti“
“Non dire minchiate, Mimì, dimmi che minchia ti prend-“
“Niente mi prende!” esclamò l’altro, spazientito.
“Ah si?”
“Si! Sei tu che-“ Mimì si interruppe all’improvviso.
“Che?”
Mimì tacque.
“Prego, continua.” replicò sarcastico Salvo.
“Non fa niente.”
Ora Salvo si stava davvero incazzando. E non era una buona cosa, non quando con ogni probabilità quell’infernale appostamento si sarebbe prolungato ben oltre l’ora di pranzo, costringendo Salvo a passare il tempo ad asfissiare nell’abitacolo accanto a Mimì.
Ma perchè proprio oggi se lo doveva mettere sto minchia di orecchino, imprecò Salvo mentalmente.
Anzichè rispondere, Mimì diede un’occhiata fugace al suo codino. Salvo, che nel frattempo si era girato per guardarlo fronte a fronte, se ne accorse subito e immediatamente capì quale fosse il problema di Mimì. Sapeva che era ridicolo, ma non tanto da meritarsi un tale sbigottimento da parte del suo vice. Specialmente non quando era l’unica cosa che impediva ai suoi capelli di liquefarsi per il caldo ed il sudore.
Stizzito, portò una mano tra i capelli, cercando con le dita l’elastico per poterlo togliere.
“Se ti da così fastidio, Mimì, me lo levo subito. Tutto per accomodare la vostra signoria, no?”
La voce gli uscì più acida di quanto avrebbe voluto, ma quella mattina era iniziata male e stava finendo peggio; Salvo sentiva il nervosismo irritargli le terminazioni nervose.
Non appena si accorse di quello che stava facendo, Mimì portò in alto una mano in un gesto apparentemente istintivo, come per fermarlo, poi si fermò a mezz’aria. Parve pentirsi immediatamente della sua reazione.
Salvo, confuso, lasciò cadere la mano dai capelli. Arrendendosi al fatto che il suo vice sarebbe rimasto incomprensibile ai suoi occhi, dopo il fallito tentativo di risolvere la situazione, fece per riprendere a leggere. Si era distratto dall’appostamento fin troppo a lungo, ma Mimì parlò prima che potesse prendere di nuovo in mano il libro abbandonato su una coscia.
“Il codino mi piace.”
“E allora quale straminchia è il problema, Mimì?”
“Troppo, Salvo, mi piace troppo.”
Ci fu un attimo di silenzio, poi un altro.
Salvo faticava a comprendere quello che l’altro potesse intendere. Che minchia gli stava a significare “troppo”? Poi, proprio come aveva fatto davanto al commissariato, l’orecchino di Mimì scintillò sotto un raggio di sole che era entrato nell’abitacolo. Salvo non riuscì ad impedire al suo sguardo di spostarsi immediatamente sul cerchietto d’argento.
Ah.
Ah.
Prima ancora che il suo cervello potesse razionalizzare l’idea che la distrazione di Mimì fosse dovuta al suo codino nello stesso modo in cui quella di Salvo era dovuta all’orecchino, e che quindi Mimì lo trovava attraente, un’idea folle, dissennata, Salvo si sporse in mezzo all’abitacolo, sentendo il cambio conficcarsi fastidiosamente nel suo stomaco, e lo baciò.
Mimì, che aveva appena aperto la bocca per parlare, probabilmente per cercare di giustificare le sue parole di poco prima, fu interrotto dalle labbra di Salvo sulle sue. Dopo un attimo di confusione la sua mano si gettò istintivamente nella crocchia di ricci di Salvo.
Incurante dei passanti, dell’abitazione che avrebbero dovuto sorvegliare, del caldo che iniziava a diventare cocente sotto il sole di mezzogiorno, Salvo si allontanò da Mimì solo quando le spalle iniziarono a protestare insistentemente per la posizione in cui le stava tenendo. Mimì gli teneva una mano nei capelli, l’altra sulla mandibola, il pollice che gli sfiorava dolcemente il mento. Aveva le labbra più rosse del normale e i capelli sfatti per via delle mani che Salvo vi aveva fatto passare.
“Che beddu ca si, Salvuzzo.”
Salvo sorrise.
Ovviamente il sospettato, che per i tre giorni precedenti non si era fatto vedere neanche per prendere un caffè, decise di uscire in quell’esatto momento. Santiando a bassa voce si mossero allo stesso tempo, Mimì levandosi in fretta e furia l’orecchino mentre Salvo si disfaceva disordinatamente il codino.
Mimì aprì la portiera, ma prima che potesse scendere dalla macchina Salvo lo trattenne, mettendogli una mano sull’avambraccio scoperto.
“Vieni a cena da me stasera.”
Fece una pausa.
“E mettiti l’orecchino.”
