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La nostra storia inizia in un regno che non mi è dato nominare -ma che potete chiamare banalmente Dartford-, dove vi regnava la nobile famiglia Jagger.
Il re e la regina avevano un'unica figlia primogenita, Michela, che si presentava a tutti col nome di Mick, a detta sua molto più bello e 'meno regale'.
La principessa non era la classica fanciulla che rispettava le buone maniere e che trattava le persone con riguardo, al contrario, era un vero e proprio maschiaccio.
Era ribelle e non seguiva affatto le lezioni di economia domestica che le proponevano. Non si sedeva nemmeno in modo composto e, se glielo facevano notare, divaricava le gambe mettendo in bella vista i mutandoni di pizzo.
Si diceva anche che la principessa a volte si travestisse da cantastorie maschio e desse spettacoli in piazza per i bambini, accompagnata dalla sua fedele chitarra e dalla sua voce chiara e con una particolare sfumatura mascolina.
Il suo seno poco prosperoso la aiutava parecchio per questa sua immagine, invece i suoi fianchi erano larghi e sinuosi, molto femminili.
In questi piccoli momenti di svago si sentiva sé stessa, si sentiva libera dalle preoccupazioni che la affliggevano.
Una di queste era... l'imminente matrimonio che stavano finendo di organizzare i suoi genitori.
Lei era contraria a tutto questo, né la cerimonia né lo sposo erano voluti da lei.
Lo sposo era il principe di un regno vicino -che potete chiamare Liverpool-, le faceva la corte da un paio d'anni e si chiamava John, John Lennon.
La principessa non lo sopportava, lo trovava odioso e pieno di sé. Infatti si credeva una divinità scesa in terra e della ragazza gli importava poco niente, solo la sua straordinaria bellezza e ricchezza.
Questo ai genitori di lei non importava, affatto, perché erano un'ottima coppia... per unire i due regni e diventare più forti economicamente parlando.
Questa cosa faceva star male parecchio Mick, perché -dato che era donna- era considerata un oggetto, un oggetto da cui trarre vantaggio per avere più terreni su cui esercitare potere e per avere eredi, possibilmente maschi.
Ma la ragazza riusciva a trovare la felicità, grazie al suo migliore amico, si chiamava Keith ed era il figlio del cocchiere della sua famiglia.
Passavano ogni giorno a suonare insieme nella stanza di Mick oppure nell'immenso giardino del castello. A volte componevano brani che poi adoravano esibire in mini concerti e come spettatori avevano le bambole di ceramica che la principessa collezionava.
La sua vita era bella nonostante le piccole incomprensioni da parte dei suoi genitori e -se dovesse essere sincera- qualcosa la vorrebbe cambiare. Ma un giorno incontrerà qualcuno che le stravolgerà completamente la vita...
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Mick era seduta sul davanzale della finestra con la schiena posata su uno dei lati della cornice di essa. Aveva le ginocchia strette al petto con le dita delle mani intrecciate fra loro in grembo.
Il vestito che indossava era piuttosto comodo, non era sfarzoso o pieno di pizzo, era di lino tinto di rosso e aveva una gonna che arrivava fino a metà polpaccio della ragazza.
Il vento le scompigliava leggermente i capelli castani che lei, di tanto in tanto, cercava di sistemare, ma invano.
Quella lieve brezza mattutina le accarezzava dolcemente il viso dai tratti dolci e delicati e le punzecchiava la pelle liscia e perfetta.
Stava guardando malinconicamente le persone del regno passeggiare per le strade in compagnia di parenti o amici, venditori che andavano al mercato e bambini giocare spensieratamente con un pallone di cuoio piuttosto trasandato.
Le sarebbe piaciuto scendere in paese e potersi dare ad una giornata in stile 'vita mondana', ma non oggi.
Infatti di lì a poche ore doveva incontrare il suo futuro marito per mettersi d'accordo su alcuni preparativi per la cerimonia nuziale che non avevano ancora organizzato.
La ragazza sbuffò leggermente al pensiero di quello che la stava aspettando, non ne aveva affatto voglia e per lei sarebbe stata una tortura restare in una stanza silenziosa con il principe Lennon, i suoi e i propri genitori.
Cercò di immaginare una vita diversa, con preoccupazioni differenti da quelle che la affliggevano quotidianamente e chiuse gli occhi rilassata, lasciandosi trasportare dall'immagnazione.
Si immaginò come una ragazza normale -una ragazza del paese per intenderci- che andava a fare la spesa al mercato per prendere gli ingredienti per cucinare il pranzo per la famiglia. Ovviamente, immaginò anche un ragazzo ideale per lei e non quello con cui era obbligata a maritarsi.
Cercava di fantasticare sul volto del suo fidanzato immaginario, ma più ci provava e più vedeva... Keith.
Provò a scacciare via quell'immagine dalla sua mente, insomma, era il suo migliore amico! Non avrebbe mai osato fare questo tipo di pensieri su di lui. Ma non riusciva a fermare la sua fantasia che continuò ad andare avanti e avanti.
Vedeva scorrere in successione delle immagini che dovevano rappresentare questa pseudo-vita, si vedeva pranzare in una casa normale, passeggiare insieme a Keith, pomiciare con lui e anche... anche spingersi oltre con lui.
Questi episodi mai avvenuti, ma verosimili, non si fermarono fino a quando una voce la chiamò.
Riconobbe subito Keith e questa cosa la fece voltare di scatto verso di lui.
Era in piedi davanti la porta che la stava guardando indeciso se avvicinarsi o meno. I suoi capelli lunghi e corvini gli ricadevano sulle spalle e i suoi occhi scuri la scrutavano, mentre stava con una spalla poggiata allo stipite della porta e il piede sinistro posto poco più avanti del destro.
"Non volevo disturbarti, ma ero preoccupato...", dichiarò, poi -vedendo l'espressione confusa di Mick- continuò, "... ho bussato tre volte però non rispondevi, quindi sono entrato. Stai bene?".
La ragazza scese elegantemente dal davanzale avvicinandosi con passo leggero a lui e annuì semplicemente, senza dire altro. Questo comportamento tranquillo nei confronti del migliore amico era inusuale da parte sua, infatti il ragazzo non si tranquillizzò e le accarezzò il viso dolcemente.
"Ne sei sicura, Mick?", chiese quindi premurosamente alla ragazza. Lei -notando che erano troppo vicini- si spostò velocemente di lato, facendo separare le dita del ragazzo dalla propria pelle della guancia.
"Ho detto di sì, Keef", rispose lei, secca e diretta. A quel contatto -a parer suo molto intimo- le erano tornate in mente tutte quelle immagini ambigue e perverse che la sua mente aveva creato contro la sua volontà in precedenza e tutto ciò l'aveva messa a disagio.
Ovviamente lui non capiva il perché di questo comportamento, ma non cercò di indagare a fondo, lui le ragazze faceva fatica a capirle e di solito Mick è un'eccezione. La ragazza era solitamente chiara e diretta -a volte anche troppo-, ma stavolta no, era misteriosa e molto vaga, sembrava quasi intimidita.
"Come mai sei qui, Keef?", chiese lei d'un tratto, per distrarsi dai suoi pensieri.
Lui la guardò e poi disse tranquillamente: "Beh, per il matrimonio".
Mick si strozzò con l'ossigeno presente nell'aria e iniziò a tossire leggermente, dall'imbarazzo più che altro. Alzò lo sguardo verso il migliore amico e poi si riprese, solo per chiedere: "In che senso?"
"Il principe John Lennon è arrivato insieme ai suoi gentori", rispose Keith, nel pronunciare quel nome, si poteva notare nella sua voce una nota di disgusto e ribrezzo, probablmente verso il ragazzo in questione.
A tale annuncio, la principessa sbuffò sonoramente alzando gli occhi al cielo, non aveva voglia di subire i discorsi e i commenti -a volte inappropriati- di quello snob del cazzo.
"Mi accompagni tu alla sala, nevvero?", chiese la ragazza.
Nel mentre aveva aperto il suo grande armadio d'ebano e stava scegliendo un vestito adatto, un po' più 'formale', come dicevano i suoi.
Si tolse quello di lino che stava indossando, dando ovviamente le spalle a Keith, si era completamente dimenticata del fatto che si stesse svestendo in sua presenza. Prese un corsetto e se lo mise, cercando di allacciarlo da sola.
Quasi si spaventò quando sentì delle mani che si appoggiavano alla sua schiena e la aiutavano a stringere e allacciare l'indumento. Realizzò dopo una manciata di secondi che era Keith e a ciò arrossì violentemente.
La aiutò anche a mettersi la sottana e il vestito elegante -che le stava divinamente-, a scegliere i gioielli, quindi bracciali, collane e orecchini e addirittura a truccarsi e pettinarsi.
Sembrava quasi una delle sue ancelle, per precisione la migliore fra loro.
Mick lo baciò sulla guancia, grata della sua disponibilità e dolcezza.
Keith, con un sorriso stampato sulle labbra, la accompagnò fino alla sala dove si sarebbe tenuto l'incontro.
Lei entrò con la sua tipica camminata aggraziata e poi fece un goffo inchino agli ospiti, solo per non avere ulteriori problemi con loro.
Keith dovette abbandonare la stanza e ora Mick si sentiva sola, nonostante la presenza degli altri.
"Ben arrivata, Michela, ti stavamo aspettando", disse suo padre -Basil- con tono regale e serio.
Lei scrutò la sala che era stata sistemata in modo che ci fosse un lungo tavolo in legno e sei sedie robuste.
A capotavola c'erano i due re, alla loro sinistra le rispettive mogli e alla loro destra ci sarebbero stati i due futuri sposi.
Tutti erano vestiti nella loro forma più ufficiale, con tanto di corona da parte dei re e gioielli da parte delle regine.
"Buon pomeriggio, principessa, è un onore vederLa di nuovo dal vivo. Sono passati anni eppure sei sempre la stessa", a dire questo fu la madre del promesso sposo -Julia- che la stava scrutando da capo a piedi.
Il padre di Mick fece cenno alla ragazza di sedersi e lei lo fece, ma a modo suo, come sempre, quindi in modo scomposto e 'poco regale'.
"Cosa manca per completare i preparativi del matrimonio, Regina Julia?", chiese cortese la madre della ragazza -Eva-.
"Uhm... dobbiamo ancora scegliere gli abiti se non erro", rispose lei, "Mi tolga una curiosità. Michela è mestruata vero?".
La madre di quest'ultima si affrettò ad annuire e l'espressione interrogativa sul viso dell'interlocutrice svanì. Il principe John scrutò la principessa, la quale era arrossita notevolmente sui suoi zigomi alti e cercava di evitare lo sguardo di tutti, iniziando ad osservare uno dei tanti arazzi che tappezzavano le pareti.
"Mia figlia è fertile, darà sicuramente eredi, non si preoccupi. Ed oltre a ciò è ancora una fanciulla, una vergine, come avevate chiesto che restasse".
Mick odiava quest'argomento, con tutta sé stessa. Era stata costretta a non aver nessun tipo di rapporto sessuale con qualcuno, al di fuori dello sposo la prima notte da sposati. Lei ben sapeva delle ragazze facili che il suo futuro marito amava farsi, ma lui poteva, perché era maschio.
Ovviamente questa è un'ingiustizia, ma non poteva farci niente, le tradizioni erano queste e doveva rispettarle, suo malgrado.
"Meno male! Ci mancava solo che fosse una poco di buono!", esclamò teatralmente la madre di Lennon, "Noi vogliamo ragazze per bene nella nostra famiglia e una prostituta non la desideriamo, affatto".
Mick decise di sfidare gli ospiti e la sua stessa famiglia, quindi si alzò dalla sedia, puntò il dito contro il principe ed esordì con una frase che rimarrà impressa a tutti i presenti:
"E' lui la puttana qui"
La reazione fu immediata.
Sua madre la rimproverò per la frase appena detta, curandosi di non alzare troppo la voce; la madre di John le stava urlando contro i peggiori insulti che le potevano venire in mente e i due re restavano immobili a fissare la scena impietriti.
"Donne, calmatevi, vi prego", disse con tono pacato John. Forse doveva essere proprio lui il più arrabbiato in quella situazione, ma si mostrava l'esatto contrario.
Andò verso Michela e le chiese: "Principessa, può venire con me un secondo? Vorrei dirLe una cosa in privato". Però non aspettò una risposta da lei, la prese per un braccio e camminò con eleganza fino a fuori dalla porta.
Erano nel corridoio, l'uno di fronte all'altra e si fissavano. Lui lasciò la presa dal suo braccio e lei assunse uno sguardo interrogativo. Stava per dire qualcosa, ma non fece in tempo che il principe la prese per i capelli e la tirò con poca delicatezza a sé, tappandole la bocca con l'altra mano.
"Come hai osato sputtanarmi davanti a tutti, eh troietta?!", lui ignorava i suoi disperati tentativi di liberarsi, anzi strinse la presa facendola mugolare di dolore. La ragazza aveva il respiro accellerato, per la prima volta aveva paura di lui.
"Loro non devono sapere che cosa faccio la sera nel piccolo quartiere malfamato travestito da pirata, e se tu solo osi fiatare...", a questo punto portò una mano alla gola della ragazza e fece pressione, per mozzarle il respiro, "...farai una brutta fine e in più dirò a tutti il tuo segreto"
Lei provò a liberarsi, graffiandogli il dorso della mano, scalciando e supplicandolo con frasi disconnesse fra loro.
Quando era sul punto di svenire, lui lasciò la presa e la guardò cadere a terra, mentre lei riprendeva fiato e tossiva disperata.
La prese di nuovo per i capelli, facendole alzare lo sguardo e poi ringhiò minaccioso:
"Hai capito, puttana?!"
La poveretta annuì freneticamente con le lacrime agli occhi e allora lui -soddisfatto del risultato- la lasciò andare.
"Torniamo dentro e ciò che è successo ora, non è mai successo, mh?"
"O-okay..."
Il principe circondò con un braccio i suoi fianchi e tornò dentro con lei, lui sorrideva come se niente fosse e lei faceva lo stesso.
"L'ho fatta ragionare, ha capito i suoi errori e mi ha chiesto perdono, io ovviamente gliel'ho concesso, la amo tantissimo", tutte baggianate ovviamente, ma era troppo credibile.
Davanti a tutti si mostrava come un bravo ragazzo, però quella era solo una fottuta maschera che indossava ogni giorno.
Lui era uno degli esseri più viscidi che Mick conosceva e credo di aver scritto fin troppe volte quanto quest'ultima lo odi.
I genitori di entrambi gli credettero e la madre della ragazza sorrise portandosi una mano al petto e dichiarando sognante: "Sei proprio il ragazzo che tutte vorrebbero!".
Lasciò i fianchi di lei e si inchinò con eleganza, gustandosi ogni lode da parte della donna.
"Le sono veramente grato, Your Majesty, senza di Lei e Suo marito non avrei una sposa così bella e graziosa come Michela"
Il padre della ragazza sorrise soddisfatto vedendo quanto il principe fosse educato -a differenza della figlia-.
"Per gli abiti cosa pensava, Regina?", cambiò discorso re Lennon, guardando la signora Jagger.
"Pensavo qualcosa di pomposo ed elegante, qualcosa che dia nell'occhio, una gonna con diamentro di due metri sarebbe carina no?", fu la risposta da parte della donna.
Mick si strozzò con l'aria sentendola. Lei odiava le gonne sfarzose ed elaborate, le davano fastidio e faceva fatica a camminarci, non avrebbe mai accettato una cosa simile. Mai.
"Io quella roba non me la metterò nemmeno tra un milione d'anni, scordatevelo!", sbottò Mick, guardando male la propria madre, "Mettitela tu quella roba, magari con delle scarpe alte, con dei trampoli, come quelli del buffone di corte!"
Re Jagger guardò la figlia facendole segno di tacere e poi disse con tono piatto e freddo: "Portale rispetto, ai genitori si dà del voi, siamo NOI a dare del TU a te, chiaro?"
In tutta risposta la ragazza gli diede le spalle andando verso la porta e la spalancò. Poi si fermò e alzò la gonna mostrandogli l'intimo e trillò con voce acuta: "Baciami il culo, vecchio!"
Detto ciò gli fece il medio e corse fuori dalla stanza ridendo e ignorando le imprecazioni e minacce da parte del padre. Se ne fotteva allegramente.
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Keith era a fare una passeggiata per il paesino dove viveva. Osservava il via-vai di carretti, persone e animali mentre lui camminava con le mani nelle tasche dei suoi pantaloni piuttosto malandati.
Aveva la possbilità di cambiarli, ma non voleva, perché glieli aveva regalati Mick al suo compleanno. Avevano un valore molto importante per lui e non li avrebbe mai sostituiti.
Arrivò alla sua meta: una bellissima distesa verde, tranquilla e solitaria con qualche fiorellino giallo qua e là a decorare il tutto. Vi erano anche alcuni ciliegi in fiore e dalla loro possente chioma cadevano di tanto in tanto petali rosa che poi si adagiavano gentilmente al suolo.
Si sdraiò sotto uno di questi alberi e portò le mani dietro la nuca beandosi del lieve venticello che soffiava quel pomeriggio.
Alcuni fiori si posavano con grazia sul ragazzo supino che, con gli occhi chiusi, si rilassava distraendosi dalla realtà e concentrandosi su quel paradiso terrestre.
A disturbarlo furono dei passi che si avvicinavano a lui, ma non se ne rese conto. Lo fece solo quando la persona a cui appartenevano i passi parlò.
"Mi scusi, signore?"
Keith aprì un occhio guardandolo dal basso, poi si mise pigramente in piedi stiracchiandosi la schiena. Il ragazzo che si ritrovò davanti era decisamente più giovane di lui, aveva la chioma scura legata in un codino ed era vestito in modo molto elegante.
Nonostante questo aspetto, era molto timido nei confronti del corvino e il suo tono era molto insicuro.
"Volevo chiederle un'informazione", chiese incerto.
"Chieda pure", rispose gentilmente Keith, cercando di tranquillizzarlo.
"Il mio Signore deve raggiungere il palazzo della nobile e rispettabile famiglia reale dei Jagger, saprebbe dirci la strada?"
Keith lo scrutò un attimo e poi annuì semplicemente, aggiungendo: "Volete che vi indichi la strada o vi accompagno?"
Il giovane ragazzo ci pensò su qualche secondo, poi saltellò verso la carrozza ben curata e decorata, parlando con un uomo nascosto dietro le tendine azzurre che lo proteggevano dal sole. Keith non riusciva a vedere nemmeno la sagoma di quel nobile o uomo ricco e questo gli dispiacque, era molto curioso.
Il ragazzo tornò e annunciò: "Solo indicazioni, grazie"
Keith fece cenno di 'sì' col capo e gliele diede dettagliate, poi la curiosità prevalse e domandò al moro: "Chi è il Signore nella carrozza?"
"Non posso dirglielo, non ama dare troppo nell'occhio quando ha fretta e ora dobbiamo proprio andare", detto questo scappò verso la carrozza e si sedette accanto al cocchiere, poi ripartirono.
Keith non la trovò affatto valida quella scusa, era assurda! E ora sta morendo di curiosità.
Vuole scoprire chi sia quell'uomo, ma allo stesso tempo non vuole, per non cacciarsi nei guai.
Tornò all'albero e stavolta si arrampicò su uno dei suoi possenti e solidi rami. Si accoccolò fra le foglie e i fiori sospirando rilassato ed estasiato dal profumo che emanavano.
Dopo non molto si addormentò sul quel ramo.
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Il ragazzo che aveva chiesto indicazioni a Keith ero ora seduto al fianco del cocchiere che comandava i due cavalli bianchi che trainavano la carrozza di color azzurrino per la strada.
Si guardava attorno incuriosito dal nuovo territorio che stavano attraversando con la carrozza e gli piacque molto. Il terreno era collinare, ma anche pianeggiante a tratti e vi erano molte piantagioni coi contadini che vi lavoravano. Essi, al passaggio della carrozza, si toglievano il cappello e si inchinavano in segno di rispetto.
Al misterioso nobile faceva molto piacere essere accolto così, già gli piacevano gli abitanti di quel regno. Amava essere acclamato, rispettato, temuto e adorato.
Varcarono le porte della città e passarono per le viuzze del paese, non erano molto larghe, quindi il nobile dovette scendere mettendosi un mantello azzurro col cappuccio, in modo da non farsi riconoscere.
Il cocchiere tornò indietro, uscendo dalle mura e se ne andò, sapeva bene quando tornare, il suo Signore era stato molto chiaro e non gli conveniva disubbidirgli.
Il nobile e il suo consigliere iniziarono a camminare in direzione del castello, guardandosi attorno. Osservavano gli abitanti, le bancarelle del mercato, le vetrine delle botteghe degli artigiani e i bambini correre verso la piazza.
Incuriosito, l'uomo decise di seguirli e così anche il ragazzo col codino dovette stargli al passo, insomma doveva stargli dietro, non doveva perderlo di vista.
Il nobile era stupito dal fatto che ogni bambino aveva qualche soldo in mano e voleva capire il motivo.
Arrivati alla meta videro un cantastorie suonare la chitarra e cantare una leggenda, tutta in rima. La voce era chiara e splendida, era magnetica e infondeva un senso di benessere immenso.
I bambini lasciavano i soldini nel cappello ai piedi del ragazzo e si sedevano di fronte a lui per ascoltare la storia.
Il ragazzo era particolare: aveva un velo nero a coprirgli gli occhi, ma il materiale gli permetteva di vedere. L'unica parte visibile del viso erano le sue labbra carnose e rosee da cui usciva la sua splendida voce.
Il nobile ne rimase colpito, quella dannata voce lo stregò, lo incantò e non riusciva a spostare gli occhi da quella figura tanto attraente quanto magnetica.
Stava raccontando la leggenda dell'Uomo delle Stelle, che voleva tanto visitare la Terra e conoscere i suoi abitanti, ma ne aveva paura.
I bambini erano rapiti dalla sua musica e praticamente pendevano dalle sue labbra, anche il Signore lo era.
Alla fine dell'esibizione i bambini dovettero tornare a casa e intanto il cantastorie stava sistemando le offerte in un sacchetto di cuoio che aveva alla cintura che gli teneva su i pantaloni larghi.
"Ronnie", mormorò il nobile, facendo trasalire il ragazzo -Ronnie- che non si aspettava affatto di essere chiamato.
"Sì, Your Majesty?"
"Vai da quell'uomo e digli che voglio parlargli"
Il ragazzo andò verso il cantastorie e si schiarì timidamente la voce per richiamare la sua attenzione. L'uomo sistemò il cappello sulla testa, senza spostare il velo dagli occhi e lo scrutò al di sotto di esso.
"Salve, signore... lei... uhm... ha fatto un'esibizione a dir poco fantastica e ehm... il mio Signore vorrebbe scambiare due parole con lei... se è possibile"
Il cantastorie guardò verso l'uomo incappucciato e poi annuì.
"Mi porti pure da lui".
Aveva una voce molto strana sembrava maschile... ma anche femminile, era indescrivibile.
Ronnie lo portò dal nobile ignoto, quest'ultimo fece cenno al ragazzo di lasciarli soli e quindi se ne andò.
Il cantastorie accarezzava distrattamente il manico della chitarra mentre l'uomo incappucciato lo studiava da capo a piedi.
"Lei chi è signore?", chiese il musicista curioso.
L'altro rispose abbassando il cappuccio e rivelando una chioma biondo cenere ben curata, il viso pallido -quasi bianco- e il pezzo forte furono gli occhi: uno era azzurro come il cielo di quella meravigliosa giornata con la pupilla piccolina e l'altro verde come le foglie d'ulivo con la pupilla più dilatata.
Era di una bellezza sovrannaturale e il cantastorie rimase a bocca aperta di fronte a lui, senza riuscire a proferire parola, era incantato.
"Io sono il Duca di Brixton, David Jones, detto anche Bowie", si presentò il biondino facendo un inchino molto aggraziato.
"Curioso come soprannome", puntualizzò il musicista.
Il suo interlocutore ridacchiò: "Bowie come il famoso pugnale, perché sono freddo e tagliente come una lama, ma ora dimmi, tu chi sei?"
L'altro rimase in silenzio per un po', non sapeva che cosa rispondere. Come molti di voi avranno intuito non è un semplice cantastorie, bensì la principessa Michela travestita come suo solito.
Non sapeva se dire la verità o inventarsi una bugia al momento.
Quell'uomo -all'apparenza freddo- si era presentato con cordialità, perché non avrebbe dovuto farlo anche lei?
Optò per dire la verità.
"Io non sono un musicista di strada, signor Duca...", detto questo alzò il velo mostrando i propri occhi color verde acqua e poi aggiunse sussurrando -in modo che solo lui la sentisse-, "sono la principessa Michela Jagger, anche detta semplicemente Mick".
David la guardò leggermente stupito da questa rivelazione e le guardò gli occhi, li trovò immediatamente irresistibili e restò senza fiato nel notare quanto fosse bella.
Lei riabbassò quel piccolo pezzo di velo e mormorò: "Non lo dica a nessuno, La prego", aveva una sfumatura di supplica nella voce e -notandolo- il Duca annuì.
"Lo terrò segreto"
La principessa gli sorrise con cordialità e poi domandò: "Come mai da queste parti, signor Duca?"
Lui scrollò le spalle e guardò altrove, sovrappensiero.
Questo fece alterare la principessa che sbattè un piede a terra per attirare la sua attenzione.
"Dimmelo dimmelo dimmelo, tanto so che me lo dirai, dimmelo dimmelo dimmelo!!!", non gli dava più del lei, sembrava una bambina viziata che protestava per qualcosa che secondo lei era ingiusto.
Il Duca sbuffò davanti a quel suo atteggiamento così infantile e con tono freddo sbottò: "Cerco moglie. Volevo chiedere ai reali di questo regno se avessero una figlia femmina per maritarmi con lei"
Lei smise di fare quella scenata e lo guardò stupita, beh lei era figlia unica, quindi se cercava moglie lei era l'unica donna nobile a non essersi sposata.
"Se vuoi La accompagno da loro, signor Duca...", mormorò Mick, "...sono loro figlia dopotutto come... come Le avevo accennato"
David alzò un sopracciglio guardandola in viso, era stupito, ma non voleva farlo notare.
"Mi scusi, non lo avevo affatto capito, quando ha detto 'principessa' pensavo scherzasse, insomma Lei non sembra aggraziata ed educata come una principessa vera..."
Mick si offese e sbattè un piede a terra con violenza, stringendo i pugni e trasformando la sua espressione timida ed impacciata in un'espressione incazzata e ferita nell'orgoglio.
"IO SONO UNA FOTTUTISSIMA PRINCPESSA, CHE LE PIACCIA O NO!", lo aveva strillato, non si era trattenuta, impossibile per il suo ego ignorare quella considerazione del duca e lui scoppiò a ridere, posando una mano davanti alle labbra per apparire più educato.
"Lo vede? Questo non è regale", constatò lui e -prima che Mick potesse insultarlo ulteriormente- aggiunse: "e mi piace, molto oserei dire"
La ragazza rimase senza parole guardandolo confusa e sorpresa allo stesso tempo: nessuno glielo aveva mai detto, nessuno le aveva mai detto che apprezzava la vera lei, il suo vero carattere e questo la fece arrossire, borbottando parole sconclusionate e prive di senso.
"La prego, stia zitto e mi segua", sentenziò lei quando si riprese, non era abituata ai complimenti di questo genere -ne riceveva solo sulla sua innaturale bellezza-.
Detto questo, il Duca si fece condurre assieme al proprio consigliere verso il castello della ragazza e durante il viaggio non riuscì a distogliere lo sguardo da lei che -per precauzione- si era rimessa quei travestimenti.
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Erano passati alcuni giorni da quell'incontro che vi ho appena narrato e Mick era distrutta, emotivamente e fisicamente.
Aveva dovuto provare il suo abito da sposa per l'imminente cerimonia nuziale e questo significava anche provare le scarpe. Questa fu la parte peggiore per lei.
Erano scare con un tacco molto alto -troppo secondo lei- e calzarle era stato orribile, immaginate camminarci.
Continuava a lamentarsi e a frignare.
L'abito le era stretto in vita, faceva fatica a muoversi, la gonna era troppo lunga, il velo pesante, eccetera eccetera eccetera...
Insomma, lo odiava con tutta sé stessa e di certo non mancava a farlo notare a sua madre e alla sarta di corte.
Nonostante ciò, la ignoravano dicendo che era stupenda, bellissima e altri complimenti con cui lei ci si puliva il culo volentieri.
Ora finalmente era davanti alla porta di camera sua, quelle ore d'inferno erano finite e lei ne era sollevata.
Abbassò la maniglia della porta e la aprì. Dio, non lo avesse mai fatto!
Davanti lei c'era lo scenario più macabro che avesse mai visto.
Una scia di sangue la conduceva verso il suo letto a baldacchino che era impregnato di rosso e le tendine di esso gocciolavano.
Si sentivano dei lamenti e dei singhiozzi provenire da quella direzione.
La principessa, intimorita, andò verso il proprio letto e strillò dall'orrore.
Sul comodo materasso, avvolto nelle coperte calde, vi era un corpo di una persona ancora in vita che stava morendo dissanguata.
La ragazza corse per il corridoio gridando aiuto, era scioccata e non voleva avere niente a che fare col responsabile di quel teatro di sangue.
In poco tempo, Keith la raggiunse spaventato dalle sue urla e le chiese dell'accaduto, ma lei non gli rispose e gli fece cenno di seguirla.
Portato sulla scena del crimine, il ragazzo per poco non vomitò. Ormai il corpo non si muoveva più ed emanava già un cattivo odore.
"Mick, stai tranquilla, vado a chiamare immediatamente le guardie, tu aspettami qui", ma la ragazza si strinse forte al suo petto, tremante di paura, e lui non potè fare altro se non abbracciarla e cullarla fra le proprie braccia.
Il suo respiro iniziò a regolarsi, tornando normale e la principessa rilassò i muscoli, passando le mani sul suo petto donandogli carezze affettuose.
Keith arrossì leggermente al gesto e si separò da lei, prendendola per mano e correndo peri corridoi con lei.
"Your Majesty!!!", esclamò il ragazzo appena trovò i genitori della ragazza, "Your Majesty, nella stanza di Vostra figlia, c-c'è un corpo, molto probabilmente morto e sangue, tanto sangue!"
Il re chiamò immediatamente le guardie che corsero verso la stanza della ragazza.
Una di loro, prese un lembo della coperta e la tolse dal cadavere. Il corpo era irriconoscibile, era tutto coperto di sangue e vi erano anche delle tracce di terra e erba.
Pulirono il viso della vittima con la coperta -ormai impossibile da pulire- della principessa.
Riconobbero immediatamente la persona che qualche minuto prima era in vita.
Era il principe John.
Mick guardava con orrore il corpo martoriato del suo 'fidanzato' e si aggrappò a Keith per non svenire dallo schifo, le faceva molta impressione.
Immediatamente il ragazzo la aiutò ad uscire dalla stanza andando verso le cucine, per farle bere un sorso d'acqua.
Il re e la regina erano preoccupati, ma più che per il ragazzo, lo erano per il futuro del regno e della dinastia. Ci tenevano proprio tanto a lui, eh?
In ogni caso, davanti a loro, s'era posto un nuovo problema: chi sarà il nuovo sposo della ragazza? Lei oramai aveva ventiquattro anni compiuti, doveva trovar marito!
I due genitori avevano già in mente un sostituto perfetto per il principe.
Magari quell'affascinante Duca era ancora disponibile...
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Keith odiava quel Duca. A parer suo era snob, pieno di sé e soprattutto un ostacolo.
Con lui in giro non avrebbe avuto speranze di conquistare Mick e questa cosa lo faceva stare male.
Lui aveva una cotta per la ragazza da anni ormai e, dopo anni a fantasticare, gli si presenta finalmente la possibilità di chiederla in sposa.
Doveva solo trovare il modo di liberarsi del biondino, come avevano fatto col principe Lennon.
Sapeva bene che i genitori di lei stavano pensando di maritarla col Duca, ma lui non accettava questa cosa, voleva Mick tutta per sé e l'avrebbe avuta.
Andò dai genitori di lei e si inchinò rispettoso, per poi guardarli e porre loro la fatidica domanda:
"Vorrei sposare vostra figlia, lei è tutto per me. E' bella, talentuosa ed intelligente, lei è tutto per me e la tratterei con riguardo, come un gioiello prezioso"
I due reali si guardarono per qualche secondo, poi il re -voltandosi verso Keith- disse:
"Signor Richards, lei sa perfettamente che nostra figlia è già promessa sposa al Duca di Brixton, ci rincresce, ma non è fattibile..."
"E se decidesse la principessa chi maritare fra me e lui? Andrebbe bene?", chiese Keith speranzoso e testardo.
Il re stava per controbattere, ma fu la regina a parlare per prima: "Va benissimo, la informeremo."
Keith dovette uscire dalla sala del trono per poter lasciare i due reali da soli e pensare al loro lavoro.
Il re guardò la moglie -scettico- col sopracciglio alzato.
"Sarà davvero Michela a decidere chi maritare?"
La donna scosse il capo in segno di negazione, guardandolo come se fosse la cosa più ovvia al mondo.
"Noi faremo finta che voglia stare col Duca, insomma Richards è solo il figlio del nostro cocchiere, lei merita di meglio che un semplice plebeo come lui"
Il marito annuì, pensando che quell'idea fosse geniale, ma una cosa che entrambi non sapevano era che qualcuno stava origliando alla porta.
Quel qualcuno era ovviamente Keith che subito si offese -giustamente-.
Il ragazzo andò da Mick e le si avvicinò con cautela.
La ragazza era seduta sul proprio letto a suonare a vuoto le corde della sua fedelissima chitarra.
Era ancora scossa da ciò che era successo nella propria camera e oramai aveva quasi paura ad addormentarsi lì da sola.
Keith si sedette vicino a lei stando a non fare movimenti bruschi e le sussurrò: "Disturbo?"
Mick posò la chitarra accanto a sé voltandosi verso il suo migliore amico.
"Non mi disturbi affatto, mai, dimmi pure"
"Sai... io ho una cotta pazzesca per te da anni oramai e io... beh a me piacerebbe averti in sposa, ti amo tanto Mick, ma purtroppo c'è di mezzo il Duca biondino. Ho quindi chiesto ai tuoi e..."
Keith stava per fare una cosa che non aveva mai fatto nei confronti della ragazza, ovvero mentirle -a fin di bene ovviamente-.
"E hanno detto che dovremmo sfidarci in un duello, io farei anche questo per te e-"
Non finì la frase, non ci riuscì, perché un paio di calde e morbide labbra si posarono sulle sue. Sentì le mani della ragazza accarezzargli il viso dolcemente e quindi si lasciò andare ricambiando il bacio che aspettava da anni.
Keith portò le mani sui fianchi della ragazza, avvicinandola di più a sé e lei a ciò non si oppose, anzi, si mise a cavalcioni su di lui, schiudendo le labbra per il ragazzo.
Lui intrufolò timidamente la lingua fra le sue labbra, mentre lei lo rassicurava accarezzandogli il viso, come a dirgli che poteva continuare.
Keith, però, si separò piano dalle sue dolci labbra, riprendendo fiato con la bocca e guardandola in viso.
Mick gli sorrise con uno sguardo carico d'affetto.
"Keef, io non voglio che tu ti batta per me... non sai combattere, non sei mai stato capace e io... non voglio perderti. Sei l'unico che mi abbia mai capita e accettata per quello che sono e per questo io ti amo, tantissimo aggiungerei...", la principessa non si separò dal corpo del ragazzo, non ora che aveva fatto questa rivelazione.
Keith rimase a bocca aperta, non se lo aspettava affatto, e le sue parole lo riempirono di gioia ed emozione.
Lei lo ricambiava, non poteva chiedere di meglio.
La strinse al proprio petto con amore, passando timidamente le dita fra le sue ciocche di capelli lunghe e castane.
Posò un bacio sulla fronte della ragazza, mormorandole dolcemente che anche lui la ricambiava.
Lei sorrise contentissima e spostò le mani sui suoi pettorali, per lasciare delle carezze anche lì.
"Allora dirò ai miei genitori che io voglio essere la tua sposa"
Keith era al settimo cielo, non poteva quasi crederci: uno dei suoi più grandi sogni si stava avverando.
Mick all'inizio credeva che avere una relazione col suo migliore amico fosse strano e anche sbagliato, ma aveva capito che per lui provava un sentimento più forte e profondo della semplice amicizia e complicità.
Infatti loro si amavano.
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Era successo tutto in fretta.
La madre di Mick urlava contro il povero Keith, il padre sgridava la ragazza severo e i due ragazzi si tenevano per mano, complici delle loro azioni.
Avevano rotto un'importante tradizione, infatti erano stati a letto insieme prima del matrimonio.
E poi i genitori di lei erano contro la loro unione, quindi erano ancora più arrabbiati di quanto non lo fossero mai stati.
"Spettava al Duca essere la prima volta di Michela, brutto pervertito!", continuava a gridare la regina.
Suo marito invece ripeteva alla figlia di essere una donna di facili costumi e che lo disgustava.
I due ragazzi non li stavano minimamente ascoltando, anzi si baciarono di fronte ai reali, dedicandogli il dito medio e mandandoli categoricamente a 'fanculo.
Rimasero a bocca aperta guardando i ragazzi baciarsi con passione e amore.
Mick si separò dalle labbra del ragazzo e guardò i genitori.
"Piuttosto che rinunciare a lui, rinuncio al trono", annunciò lei, solenne.
I genitori la guardarono sbigottiti, insomma, non avevano altri eredi e lei era l'unica che avrebbe potuto portare avanti la stirpe reale.
"Resto solo se accettate l'unione fra me e Keith", ribadì spavalda, era seria e determinata e non avrebbe accettato una risposta negativa da parte loro.
"Ne abbiamo già parlato, tu non sposerai quel poveraccio straccione!", sbottò suo padre, rivolto a Mick.
Lei in tutta risposta diede le spalle ai genitori e uscì dalla sala con Keith.
"Hai davvero intenzione di andartene?", chiese il ragazzo interdetto.
"Sì, Keef, io voglio stare con te, non con quel biondino... non è il mio tipo", dichiarò lei.
"Ora vado in camera mia a prendere il minimo indispensabile e a metterlo in un sacco, scapperemo stanotte, amore", soffiò Mick sulla sua pelle.
Keith non poté fare altro se non annuire.
"Vado a preparare anche io le mie cose, Mick"
La ragazza gli sorrise teneramente e poi gli disse: "Stanotte nasconditi sotto il mio letto con le tue cose, così fuggiremo insieme e non dovremmo cercarci a vicenda, io... io voglio che vada tutto per il meglio"
Keith fece un cenno d'assenso col capo e corse per il corridoio per andare a prepararsi.
Lei entrò nella propria stanza e chiuse la porta, sospirando con un sorriso stampato sulle sue labbra perfette.
Percorse con lo sguardo la propria camera e per poco non urlò dallo stupore.
David -il Duca- era nella stanza a guardare fuori dalla finestra, sembrava attenderla e i fatti, appena sentì la porta chiudersi, si voltò verso di lei.
"Buon pomeriggio, principessa", la salutò lui, con un inchino.
Lei non si mosse e non ricambiò nemmeno il saluto.
"Cosa ci fa Lei in camera mia?", chiese solo, con tono freddo.
"Aspetto i suoi ringraziamenti nei miei confronti"
Lei inizialmente non capì, poi lui prese da sotto il suo mantello un fazzoletto di stoffa impregnato di sangue, lo aprì e le mostrò un coltello insanguinato e incrostato del medesimo liquido ormai secco.
"Sono stato io a liberarla da quel principe, perché avevo notato che Lei non lo sopportava affatto", dichiarò lui, "Io non la voglio come mia sposa, perché so che non mi amerebbe, perciò le chiedo di non denunciarmi per un atto così... disumano e inconcepibile, perché tutto quello che ho fatto l'ho fatto per lei, Michela"
La ragazza lo guardava a bocca aperta, stupita dalle sue parole e da quella confessione inaspettata.
Gli sorrise leggermente mormorando un timido 'grazie'.
Lui ricambiò il sorriso, rimettendo in una delle tasche del suo mantello l'arma del delitto.
"Credo che questo sia un addio, principessa, sono felice di averla aiutata e la mia missione è compiuta"
Ora Mick era curiosa e stava per chiedergli di che cosa stesse parlando, ma lui oramai era sparito in una nube di polvere di stelle.
Restò a fissare quei granellini brillanti aleggiare nell'aria e posarsi, piano piano, sul pavimento.
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La coppia ora viveva in pace e serenità da soli, distaccati dal resto della società. Solo qualche Domenica scendevano in paese per qualche piccola commissione o semplicemente per portare il loro figlio -di poco piùdi tre anni- a giocare con gli altri bimbi in qualche piccolo campo o anche per le stradine poco affollate della periferia.
Il loro bambino, in onore di quel magnanimo Duca, si chiamava David ed era solare e testardo, come la madre. Ma con gli sconosciuti mutava: diventava freddo e distaccato se lo sconosciuto in questione non gli andava a genio e qui manifestava un comportamento simile a quel nobile biondo.
Ora era seduto sul davanzale di camera sua a guardare il cielo notturno, costellato da migliaia di stelle brillanti che lo incantavano e affascinavano.
Mick si sedette di fianco a lui e gli baciò la fronte con affetto, accarezzandogli i capelli corvini come quelli del padre.
A quel contatto, il bimbo si strinse alla madre, posando il viso sul suo petto accogliente.
"Davie, vieni un attimino", mormorò lei con dolcezza.
Il bimbo si lasciò prendere in braccio dalla madre e lei si alzò, andando in giardino dove suo marito la attendeva seduto sul prato.
Aveva una lanterna con sé e anche un vasetto pieno di polvere.
Il piccolo David guardò con curiosità gli oggetti che aveva suo padre e non poté resistere dal chiedere a che servissero.
Keith sorrise in risposta aspettando che anche Mick si fosse seduta accanto a lui col bambino in braccio.
"Vedi, ometto, oggi sono esattamente cinque anni che io e la mamma ci siamo allontanati dallo stile di vita che la nobiltà ci aveva riservato e vogliamo festeggiarlo rendendo onore a colui che ci ha aiutato"
Il piccolino si accoccolò al petto della donna guardando il padre con curiosità.
"Chi vi ha aiutato?"
"L'uomo che ti ha donato questo nome, Davie", sussurrò Mick dolcemente, accarezzando il pancino al bambino, "Era un Duca misterioso che ci ha aiutato a realizzare il nostro sogno d'amore e oggi lo ricordiamo simbolicamente con quella polvere magica"
Il bambino guardava il vasetto con curiosità ed era impaziente di vedere cosa sapeva fare quella polvere magica.
Keith aprì il vasetto e posò la lanterna sul prato, poi prese un pizzico di quella polvere e la sparse con attenzione sopra e intorno alla lanterna.
La polvere era color oro e la luce che emanava il fuocherello racchiuso dal vetro della lampada la aiutava a scintillare, dando l'impressione di essere piccole stelline.
"Questa io e papà l'abbiamo chiamata Stardust, ovvero polvere di stelle, per ricordare come lui se n'è andato dopo averci aiutato, infatti è sparito in una nube di stelline"
David guardava incantato i brillantini che cadevano dalle dita del padre e svolazzavano attorno alla luce, guidati dal venticello di quella meravigliosa serata.
Sopra di loro, il leggendario Uomo delle Stelle, vegliava su di loro coi suoi splendidi occhi asimmetrici, grato per quel piccolo rituale che gli riservavano ogni anno.
