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Takeshi parte per il liceo
La pioggia cadeva copiosa, i pavimenti della stazione erano umidi e costellati da pozzanghere, le persone senza ombrello cercavano riparo sotto le pensiline.
Un giovane uomo stava salutando un ragazzino, mettendogli una sciarpa al collo. Entrambi avevano gli occhi rossi.
«Takeshi, mi raccomando a scuola, stai attento» disse Tsuyoshi, in piedi sotto una delle pensiline.
Takeshi sorrise, strinse a sé la valigia e gli rispose: «Sarò a Tokyo, potrai venire a trovarmi al nostro Taki's sushi vicino alla scuola ogni volta che vorrai». Vide il padre singhiozzare e risalì alcuni gradini. «Sapevi che sarei partito. Lo dicevi sempre tu che questa era la scuola con la miglior squadra di baseball, sin da quando ero piccolo».
«Sì, Taki ed è così» rispose Tsuyoshi si sforzò di sorridere. «Vivi i tuoi sogni, mia piccola pioggia».
Takeshi salì sul treno, continuando a sorridergli e chiuse la pesante porta di scatto, nascondendo gli occhi lucidi al genitore che si era allontanato dai binari. "Tanto verrà al Taki sushi di Tolyo" pensò.
Tsuyoshi vide il treno allontanarsi e si diresse verso casa sotto la pioggia, percorse Namimori a piedi senza ombrello fino al suo negozio di sushi. Entrò gocciolante, avendo provato a pulirsi i piedi sulla stuoietta davanti alla porta.
Anche altre persone, compreso il giovane con gli occhi rossi, aveva salutato i ragazzini che andavano a Tokyo.
Vide la moglie intenta a spazzare, mangiando una mela.
«Oggi non sei venuta a salutare Taki» le fece presente.
La pronta risposta fu: «Non credo mi volesse, non vado molto a genio a nostro figlio. Forse non sopporta che lo abbia abbandonato», il torsolo venne lanciato con un centro perfetto nella spazzatura.
«Perché non ti conosce bene, si ricorda poco di te» disse Tsuyoshi, recuperando una stuoia da sotto il bancone. «Sei stata ad Atlantide tutti questi anni».
Lavanda lo guardò iniziare a pulire il bancone stesso. Borbottò: «Al contrario di te, che hai abbandonato il boss e dato Manuel per morto, io sono rimasta al suo fianco».
«Preferendolo alla tua famiglia» sbottò Tsuyoshi.
Lavanda posò la scopa contro il muro con malagrazia. «Si chiama fedeltà. Poi tentare di scappare sarebbe stato inutile. Vedevo la mia gemella provarci, ne ricavava solo delle frustate» si alterò.
Tsuyoshi ignorò l'occhiata in tralice di lei. «A maggior ragione dovevi provare al suo fianco, insieme magari potevate riuscirci. I gemelli fanno tutto insieme».
Lavanda si sedette su uno sgabello a braccia incrociate. «Per fare cosa? In quel momento non avevamo neanche i nostri veri corpi», il viso deformato da una smorfia di fastidio.
«A tuo figlio serviva una mamma, ti avrebbe accettato anche se non fossi riuscito a ridarti il tuo vero corpo, cosa che invece ho fatto». Tsuyoshi passò a pulire le finestre impolverate.
«Oh andiamo, è lui a non accettarmi, e anche tu mi fai passare per colpevole.
Tsu, io ti amo, ma la mia fedeltà a Manuel viene prima. Sono la sua pioggia. Non è amore quello verso di lui, però...» si scusò lei. "All'inizio mi è sembrato facile riallacciare i rapporti, ma questa routine mi soffoca. Non è veramente essere civili, perché lui attira troppo l'attenzione. Però non è neanche essere noi stessi, perché si è adagiato in una finta normalità".
"Preferirei tu amassi il mio gemello, così da volerci insieme. Invece usi lui contro di me. Sono convinto, inoltre, che anche lui avrebbe preferito tu non mi abbandonassi" pensò Tsuyoshi. "Ora che Taki è lontano e non posso ferirlo non devo fingere che questo matrimonio stia rimanendo in piedi".
