Work Text:
Take me to the lakes where all the poets went to die
I don’t belong and, my beloved, neither do you
Those Windermere look like a perfect place to cry
I’m setting off, but not without my muse
- Taylor Swift, the lakes
A Ga,
e ai lieto fine che ama
La strada era deserta, gli alberi spogli e la neve sembrava un manto fastidioso sul suolo. Wilhelm sentiva il suo corpo come se fosse stato smembrato, dopo essersi staccato da quell’ultimo abbraccio.
Le ruote della macchina creavano un leggero attrito contro la strada sterrata, ma se Wilhelm avesse girato la testa, la scuola sarebbe stata troppo lontana. Coperta da magri, secchi arbusti; il risultato di un autunno che, ormai, non c’era più.
Natale era alle porte. Normalmente, sarebbe stato felice. Era sempre stato un giorno lontano dagli sfarzi e dagli obblighi che la corte impone, un giorno dove poteva correre per il salotto - una grande sala, dal soffitto alto e dalle mura decorate minuziosamente secoli addietro -, affacciarsi alla finestra e osservare la neve cadere. Contava i fiocchi, e quando arrivava a centotre o centoquattro, decideva di essersi stufato di quel vigile contare ed osservare. Allora metteva su gli scarponi e la sua sciarpa più pesante e correva giù in giardino; se era stata una stagione particolarmente nevosa, la neve riusciva a raggiungere quasi le sue ginocchia. Si crogiolava in quel bianco e freddo manto, non troppo preoccupato dalla possibilità di ammalarsi. Teneva, poi, la neve chiusa fra le sue mani e con la lingua e coi denti ne provava il sapore. Con quella che ormai era diventata acqua gelida nella sua bocca, il giovane principe rabbrividiva. E rideva, di conseguenza, nuovo a quel brivido. Quando sembravano passate ore, Erik lo colpiva con una palla da neve (l’ennesima da quando era nato) per dirgli che la cena era quasi pronta e di andarsi a scaldare davanti al camino.
Di tutto ciò che il Natale era stato per Wilhelm, non rimaneva più nulla, né la neve fin le ginocchia, né il calore del camino o la novità di un sapore che non conosceva e di cui apprezzava il retrogusto. Gli arbusti coprivano tutto e il freddo pareva troppo rigido per ripararsi con una sciarpa ed una giacca.
La voce della madre ora echeggiava in qualche angolo vicino alle sue orecchie, ma lui non cercava nemmeno di ascoltare, di tradurre i suoni in parole e, a loro volta, in tutti i loro possibili significati. Era troppo stanco. Se si fosse messo ad analizzare il presente, probabilmente avrebbe pianto. Figuriamoci pensare al futuro, immaginarsi in un contesto ancora differente da quello che ora lo trascinava lontano da un volto che non si sentiva di ricordare. Ma Wilhelm non voleva neanche dimenticare.
In ogni caso, la cosa migliore da fare era reprimere tutto, mandare giù per la gola quell’istinto così debole, così infantile che trasforma in liquido tutti i suoi rammarichi e le sue paure, le azioni che compirebbe se non fosse legato da una morsa che gli impedisce ogni movimento.
Wilhelm non poteva dimenticare, neanche se avesse voluto. Neanche se avesse voluto avrebbe potuto strapparsi il cuore dal torace a mani nude, a costo di rimanere per ore o giorni con le mani intrise di sangue e il corpo dolorante immobile, le cui articolazioni sarebbero state solamente un vecchio ed arrugginito ingranaggio di un macchinario che ha fallito, che non funziona più. Un’ultima stasi, poi il nulla.
Malgrado tutto, ora Wilhelm era lì. In dei vestiti che non sentiva suoi, in una vita che doveva essere gigantesca, gloriosa, perché è il solo avvento che si può dare quando si nasce con la ricchezza fra le mani; quando la vita ti cade addosso, e anche il primo strozzarsi alla nascita è il preannuncio di un potere che, prima o poi, arriverà. Wilhelm pensava che, fra le mani, avrebbe sempre preferito il bianco della neve. Quello lì non doveva essere il suo posto, si ripeteva, mentre nascondeva in un pugno le dita ed immaginava di tastare quei cristalli bianchi, finché non diventavano acqua con cui abbeverarsi.
I muscoli si irrigidirono, come a ricordargli di mantenere una posizione eretta anche da seduto. Forse, era quello l’allenamento più stancante. Essere sempre presente, stare al gioco, fingere un sorriso, trovare delle parole né troppo dirette né troppo melliflue per controbattere contro il suo eventuale interlocutore, prendere decisioni, diventare un’immagine di se stesso. E chi lui fosse, questo veramente non importava. Ci si scorda anche di quello, dopo un po’. Ci si deve scordare, prima o poi, di chi si è, si convinceva, altrimenti che altre vie ci sono per sopravvivere?
No, non avrebbe potuto strapparsi il cuore dal petto, Batteva troppo forte, nonostante tutto il peso che gravava su di esso.
Guardando da fuori, sembrava tutto così banale. Erik aveva il portamento da re. Anche quando giravano per i corridoi del palazzo o uscivano per chissà quali impegni od eventi, ad Erik sembrava venir tutto così semplice. Stare al passo degli adulti, confondersi tra la folla ma allo stesso tempo far capire che era lì, svettare tra tutti senza mai oscurare la regina ed il re. Era Erik quello nato con più ricchezza fra le mani dei due fratelli, perché sapeva coglierla e prendersene cura. Nelle mani di Wilhelm, perfino quell’onore era uno stigma. Ed un macigno ancora più pesante soffocava il peso del suo cuore labile e vulnerabile, quando si rendeva conto che era solo il rimpiazzo, il misero stuntman di un film di successo, una storia già sentita col lieto fine che il pubblico aspetta fin dal primo secondo. All’improvviso, Wilhelm era diventato il protagonista, lui che aveva sempre amato i personaggi secondari e che, alla fin fine, dei film gli è sempre importato poco. Era così convinto di poter vivere la realtà…
La sera scendeva, intanto. La macchina svoltò abbandonando completamente la via che aveva percorso fino a quel momento. La strada verso casa era ancora lontana, ed ogni secondo che passava divorava il suo tempo, le sue occasioni, Avrebbe desiderato uno specchio, allora, per vedere il suo riflesso ed accertarsi che l’ingrigirsi dei capelli e le grinze che sentiva come solchi sul suo viso non erano solo una sua vaga impressione. Sarebbe invecchiato così, ne era certo.
I cuori spezzati guariscono solo in questo modo. Col tempo che passa e le ferite che si arginano, cicatrizzando. Però il tempo non passava, ed ogni secondo che lo allontanava dal presente più chiaro che ricordava lo convinceva, attimo dopo attimo, che il ricordo lo avrebbe tormentato tutta la vita. Da quel momento in poi, tutto ciò che riusciva a prevedere era una scissione nata tra i Natali prima e dopo quello che stava vivendo.
L’inverno è così. Assopisce l’anima.
Durò molto, quel venticinque dicembre. Si sedette sul davanzale della finestra nella sua camera, contando una ad una le gocce che piovevano dal cielo. Borbottò al raggiungimento delle cinquantasette, e lanciò bandiera bianca poco prima di arrivare ad ottanta. In quel contare, c’era qualcosa che non andava. Forse, non contava più come quando era piccolo, con lo sforzo enorme che l’uso di ogni lettera richiedeva per formare un numero. O forse il problema era la pioggia, che bagnava il terreno e scompariva in esso, privando chiunque della possibilità di vedere quel fenomeno sopravvivere anche dopo una rovinosa caduta.
Mangiò del timballo scotto, alla sera. Dei regali non voleva saperne, quindi li appoggiò su una mensola in camera dove potessero prendere polvere fino a quando, preso dalla curiosità o dalla noia, non li avrebbe aperti.
Nel letto, continuò a scorrere su e giù la rubrica del telefono con tutti i contatti, in fondo sperava che magicamente il numero che cercava sarebbe riapparso. Ma anche nel caso, Wilhelm non era sicuro di ciò che ne avrebbe fatto. Il suo corpo era disteso sul materasso, amorfo. Pensò a quando si sentì più suo agio che mai nelle sue vesti, in quel corpo che altro non era se non una gabbia di ossa e arterie. Anzi, cancellò subito il pensiero dalla mente, se solo avesse perso tempo a pensarci sarebbe stata la fine. Sebbene mettere un punto alla questione fosse la cosa migliore, Wilhelm non voleva finisse. Non voleva che il ricordo marcisse nei meandri dell’anima, bagnato e rovinato da lacrime ancora più copiose di quelle che voleva versare. Si girò, quindi, dall’altro lato del letto.
Boccheggiò, due o tre volte. L’aria era troppo fine per respirare regolarmente. E poi, respiri più grandi, l’unico rumore percepibile in quella stanza silenziosa, austera, quasi sconosciuta. Il sonno lo tradì, a quel punto, quando lo schermo ancora illuminava il suo viso e la pioggia batteva insistente su un Natale che annunciava la fine della giovinezza.
Fu il nuovo anno, a portare il sole.
Il primo gennaio diede la buonanotte a chi si rintanava in un letto o in una qualsiasi superficie che potesse assomigliarci e il buongiorno a chi si svegliava ancora stordito da una serata insolitamente lunga con un caldo sole, benché fosse pieno inverno. Un sentimento agrodolce investì Wilhelm quando, ancora mezzo addormentato, vide i suoi genitori all’ombra di un pino come tanti che circondavano la dimora. Quella visione, in un modo o nell’altro, lo sollevò, un po’ perché gli avevano permesso di dormire più tardi delle nove e un po’ perché quella era la gemella di un’immagine che collegava all’infanzia. Da piccolo, sarebbe sceso con solo il suo pigiama a sfidare in giardino il clima invernale, ma ora il presente era cambiato, di conseguenza, non provò ad uscire. Tuttavia, si sforzò di credere che quella sola vista bastasse a perdonare i suoi genitori e la loro vita.
All’inizio, girò per il palazzo. Lo perlustrò in lungo e in largo, come se fosse un mondo a parte da scoprire ed ammirare. Girovagò per quelle stanze sfarzose ed eleganti nel suo pigiama in pile, facendo scorrere le sue dita su ogni muro che percorreva. Nel suo salire e scendere scale e aprire porte e cassetti vuoti, permise a se stesso di ricordare. Wilhelm lasciò che si ricordasse di un lago non lontano da scuola, non molto grande e, probabilmente, neanche particolarmente profondo, Lo colpì il sentiero percorso e l’amara, stupida certezza che quella fosse la realtà, Non c’era motivo per credere il contrario, semplicemente, però, non era la sua. Non era destinato a quel tipo di contatto, dal primo istante la sua vita era davanti ad una macchina fotografica che cattura, sì, ma non sempre mostra la verità.
Corse giù dalle scale e chiese di andare al lago, da solo. D’altronde, la mattina del primo gennaio è difficile trovare gente in giro. Si coprì meglio che poté, ricordando il freddo che faceva, Al petto che si espandeva in un calore inaspettato, contro ogni previsione.
Suo padre insistette per accompagnarlo, dicendo che una mattina fuori avrebbe potuto essere un beneficio al suo umore. Presero la macchina che suo padre solitamente usava per i giri in montagna, ritenendola troppo grezza per accompagnarli verso impegni più importanti. Il re mise allo stereo uno storico canale radio che trasmetteva musica del secolo scorso, o qualunque canzone che più generalmente avesse passato la soglia dei vent’anni e che avrebbe potuto evocare un po’ di nostalgia verso i tempi passati. Wilhelm si chiese se in vent’anni qualcuno avrebbe ancora parlato di lui, e se così fosse stato essere che cosa avrebbero detto. Che nome gli avrebbero additato. Il futuro era incerto, faceva paura. Voleva allungare il presente, senza rendersi conto che è solamente un futuro non vissuto, non costruito.
Rifletté che se a suo padre si fosse mai spezzato il cuore, lui non se n’era mai accorto. O almeno, non lo notava più. Magari era questo il famoso prezzo da pagare che diventare adulti pretendeva, oppure, magari, era il costo di allungare il presente e viverci attraverso. Avere una vita programmata non vuol dire vivere il futuro, vuol dire solo navigare nella routine, nella banalità, scappare da se stessi perché la scelta è tra il potere, la ricchezza e tutto il resto. No, non poteva davvero incolpare i suoi genitori. Però anche perdonare, anche quello era troppo.
Fortunatamente, suo padre non fece domande quando imboccarono la stessa strada che portava alla scuola. Sviarono poco prima che l’istituto fosse visibile dalla macchina e si fermarono vicino all’imbocco per il bosco, siccome, a quanto pare, la macchina era quasi a corto di benzina e non sarebbe bastata per il ritorno. Decisero che Wilhelm avrebbe aspettato il padre davanti al lago, tanto era questione di minuti riempire di nuovo il serbatoio.
Da solo, allora, Wilhelm si avvicinò alla riva del lago, mentre ancora una volta chiudeva in un angolo della sua mente tutto ciò che potesse ricordare. Immerse una mano nell’acqua. Era ancora fredda; neve sciolta. Chiuse le mani in un pugno, ma appena le fece uscire dall’acqua, non rimase più nulla all’interno. Si sedette per terra, beandosi del sole che girava nel cielo. Se solo non fosse stato lui, qualunque cosa questo volesse dire, ora sarebbe tutto diverso. Magari si sentirebbe più al suo posto, magari avrebbe ancora il desiderio di scappare ma avrebbe la speranza di farlo. Rischiare costa troppo, ad un principe. E lui di calcoli e paragoni, non ci capiva quasi nulla.
Credette fosse suo padre di ritorno dal benzinaio più vicino, nel momento in cui sentì uno sguardo su di sé. Ma non era suo padre e lui non poteva più fingere di non ricordare.
Simon.
Dovette ripetere il suo nome tra sé e sé qualche volta, per essere sicuro di ricordarselo e per essere sicuro che non fosse un’allucinazione dovuta a quel poco di alcol che aveva deciso di bere per Capodanno. Era proprio lui. Ed era davanti a lui. Anche se a ricordarlo, quel nome suonava lontano anni luce, sembrava appartenesse ad un’altra parte di mondo fuori dall’Europa e fuori da quella misera ed infima ricchezza con cui era nato e che gli stava costantemente alle calcagna.
Ormai sapevano le regole. O se ne andava uno, o correva via l’altro. Le regole erano queste, le aveva imposte lui stesso. Tuttavia, nessuno dei due si spostò. Vide Simon sedersi sempre vicino alla riva, distante da lui quanto bastava per far credere che non avessero nulla a che fare l’uno con l’altro. Che per caso, in un tiepido mattino del primo dell’anno, si fossero ritrovati a condividere un po’ di spazio, sulla stessa sponda dello stesso lago.
Ricordava tutto, avrebbe voluto dirgli in quei minuti. Ma sarebbe stato inutile, già lo sapeva che per entrambi dimenticare era impossibile. In meno di una settimana, sarebbero iniziate le lezioni e avrebbero dovuto adattarsi entrambi alla loro presenza. A stare nello stesso luogo e fingere di non conoscersi. Quello era il patto. Soffocare tutto in qualsiasi angolo del corpo che lo permettesse, poi esplodere, sì, ma lontani.
Wilhelm, quello che doveva dire, lo aveva già detto. E quello che non si erano detti, già lo sapevano. Era l’ennesima conferma dello stesso finale. Quindi, permettete della sorpresa, quando Simon si alzò ma non per andarsene. Bensì, per abbracciarlo e andava bene così, a Wilhelm andava bene così anche se stavano sbagliando di nuovo. Anche se tra qualche giorno, sarebbe stato ancora più difficile ricominciare.
Ma allora, forse, un finale alternativo esisteva. Non ora, ma nel futuro c’era, era possibile scriverlo. Forse questo gli stava dicendo, senza usare le parole. Quando l’abbraccio finì, Wilhelm non si sentiva smembrato come era successo prima di Natale; al contrario, si sentiva rinvigorito, più in forze.
“Ci vediamo, allora. Credo.”
Simon lasciò Wilhelm senza fiato. Che brutto finale sarebbe, quello appena vissuto. Si sdraiò per terra, la neve sporcava la sua giacca. Alla fine, tutto ciò che voleva era una tiepida giornata di inverno come quelle della sua infanzia.
