Work Text:
Una nebbia fitta e alta.
Proprio così. Questa era la metafora azzeccata per descrivere i brontolii persistenti che infestavano la sala.
Erano piacevoli in parte, principalmente lo erano stati all’inizio quando l’eccitazione e il nervosismo lo stavano mandando su di giri e non sapeva tenere a bada il sorriso senza mordersi le labbra. A tre ore dall’inizio della mostra avevano preso a tormentare le sue orecchie come il ronzio di una mosca fastidiosa di cui non riusciva a liberarsi. Non poteva salvarsi andando da nessuna parte, il parlottare era ovunque.
Perciò Kim Taehyung stava in piedi nel cuore dei discorsi, dando le spalle al suo capolavoro, e gli arrivava tutto quello che dicevano, assorbiva ogni parola come una spugna assorbe il sapone e se ne compiaceva.
Stava andando tutto secondo le sue previsioni: la sua azzardata creatività aveva nuovamente fatto freccia nel cuore della gente e il suo stile distintivo aveva catturato gli occhi dei più cinici. Le persone sono affascinate dall’immaginazione, Taehyung era astuto: aveva scovato un metodo per far eccellere la sua e solleticare quella degli altri. Aveva predetto un successo del genere.
Forse avrebbe dovuto pensarla in maniera più umile. Qualcuno gli avrebbe detto che non era solo merito suo se si trovava dov’era, ma che la gente a cui piaceva la sua arte meritava un riconoscimento. Forse non si sbagliava. Per compensare, però, doveva ammettere che non si aspettava potesse piacere fino a questo punto nè tantomeno si aspettava un entusiasmo di questi livelli.
Era circondato da sguardi meditabondi, dibattiti sotto forma di sussurri e sorrisi poco convinti che si sforzavano di trovarci il bello. Un brivido gli rizzò i peli delle braccia. Era esattamente questo a cui aveva sempre puntato.
Mentre teneva sott'occhio l’intera sala, si dondolava sui talloni, una mano nascosta dentro la tasca dei pantaloni del suo tailleur cucito su misura e l’altra libera a contorcersi. Lanciò un’occhiata alla finestra alla sua destra e controllò il suo aspetto riflesso sul vetro: la camicia gli cadeva ampia, la fantasia particolare di certo spiccava con i suoi colori sgargianti e infilata dentro la vita dei pantaloni faceva risaltare la sua silhouette, la chioma nera era ingellata all’indietro con solamente due piccole ciocche penzolare sopra la sua fronte; era da far girare la testa. Assomigliava ad un delirio su due piedi – qualcuno lo avrebbe descritto. Un volto fresco e pulito spianato dalla bellezza di un’altra epoca, le iridi dense del peso della noia e un’anima che aveva bisogno di guarire.
Aveva una bella faccia pericolosa.
“Kim Taehyung! Posso farle una foto?”
Il primato di quella voce sulle altre raddrizzò le sue orecchie, lo fece voltare con un sopracciglio inarcato e ben presto i lati della sua bocca si estesero in un piccolo ghigno.
“Anche due.” scherzò, tirando ancora di più le labbra e ammiccando un occhiolino. Aveva solo bisogno del suo charme e del suo profumo quotidiano per far cadere tutti ai suoi piedi.
Rimase nella stessa posa sciolta, cadde il ghigno dalle sue labbra e guardò l’obiettivo con un’espressione impassibile e uno sguardo vuoto. Non sorrideva davanti ad un obiettivo da troppo tempo. Non aveva più motivo di esprimersi di fronte ad una fotocamera. Non piú.
Il rumore dello scatto gli corrose i timpani, il flash lo accecò. La mente fece un tuffo nei ricordi.
E per quanto riguarda il cuore…
-
“Jungkook?”
Si guardò intorno. La stanza era vuota. Nessuna risposta, nessun suono proveniente dalle altre stanze, nessun rumore di passi.
“Juuungkooook?” chiamò di nuovo con una intonazione petulante, quasi ululando.
La mancata risposta lo fece accigliare. Corrucciò la fronte e uno sbuffo soffiò fuori dal suo naso. “Ma ci sei ancora?” domandò poi in maniera più irritata.
Dopodichè udì un gemito frustrato e delle lagne, poteva scorgere il rumore felpato dei passi di un paio di piedi scalzi farsi più vicino finché quello spilungone di Jungkook non fu sotto la traversa della porta, la spalla appoggiata allo stipite in legno, una tazza in una mano e un libro nell’altra. I suoi vispi e curiosi occhi lo osservavano da dietro la tazza, la quale era arrivata fin sopra il naso.
“Hey.” strascicò le lettere con un tono basso, “Ero andato a bere del latte.” lo informò, dopo l’espressione confusa di Taehyung aggiunse: “Mi viene sempre fame dopo che facciamo sesso, lo sai.”
Taehyung scosse il capo e allargò le gambe, alzando un sopracciglio e offrendogli uno sguardo come a dire “ Sono proprio qui! ”.
“No, Tae.” Jungkook si affrettò a dire ponendo le mani in avanti, “Non posso cibarmi solo di te.”
Contrariato, Taehyung chiuse immediatamente le gambe e reclinò la testa all’indietro, lasciando andare un pesante sbuffo. Quando la riportò dritta aveva un adorabile broncio stampato in viso. Il ragazzo in piedi non gli stava prestando attenzione, così assorto nella lettura di quel libro che i suoi occhi erano sgranati e tremava nel portare la tazza alla bocca. Non era attento nemmeno quando propose a Taehyung di prendere un sorso della sua bevanda, tanto per ribattere con “Non te l’avrei dato comunque.”
Taehyung non aveva ben chiaro come quel ragazzo ci fosse finito in casa sua, né tantomeno capiva come facesse a starci così bene là dentro. Come se non l’avesse mai fatto accomodare ma fosse sempre stato qui, parte integrante del mobilio. Ogni volta che lo guardava aveva l’impressione di averlo rivisto un centinaio di volte e allo stesso tempo non conoscerlo affatto. Forse era per questo che era il benvenuto in casa sua: perché veniva scalfito da una nuova sfumatura di uno stesso colore ogni volta; c’era sempre qualcosa di nuovo che non lo annoiava.
Si abbinava meravigliosamente alla sua casa. Non era sempre con lui, però quando lo era ci stava come se fosse una nozione prestabilita che il suo posto si trovasse lì; proprio come la luce dei lampioni che penetra dalle serrande e ricade sulla stessa porzione di muro, ocra e cupa.
Taehyung piegò una gamba e appoggiò il gomito sopra il ginocchio, mordicchiando un’unghia e squadrandolo da cima a fondo. Le gambe incrociate, le cosce sode e il petto asciutto e tonico, i tatuaggi che ricoprivano l’intero braccio, i lunghi capelli ancora scompigliati cadergli davanti le palpebre socchiuse. Nudo con un libro in mano; uscito direttamente da un sogno. Gli occhi gli si erano oscurati con lussuria.
“Che leggi?”
“Costumi di civiltà antiche, credo.” Jungkook rispose distratto, aggrottando la fronte e arricciando le labbra appena.
“Come mai sei ancora nudo?”
Stavolta scrollò le spalle e disse “Non mi andava di vestirmi. Senti!” esclamò dopo aver finito tutto in un sorso il latte e aver posato la tazza sopra la cassettiera a lato. “Qui dice che il bacio è stato inventato dai latini! Gli uomini avevano il diritto di baciare le labbra della parente donna per assicurarsi che non avesse bevuto vino.”
Taehyung corrucciò la fronte. “Mh?”
“Le donne non potevano bere vino a quanto pare. Credevano che le avrebbe portate a tradire i mariti, venivano punite con la morte.”
“Addirittura?”
“Già, crudele. Il vino veniva considerato al pari dello sperma.” sia Jungkook che Taehyung fecero una faccia sorpresa. “E poi c’è sotto un elenco di tutti i nomi delle varie tipologie di baci… Ma che cazzo, sono tantissimi?!” scannerizzò velocemente i due fogli con gli occhi spalancati dallo stupore.
L’attimo in cui levò gli occhi a Taehyung ci si immerse totalmente. Viaggiarono in lungo e in largo sul suo corpo stravaccato, nudo, il sorrisino impercettibile a malapena sulla sua faccia risoluta, quel tipico atteggiamento da vanitoso di cui non si rendeva neanche conto uscisse fuori. Setacciò la sua figura su e giù, ancora e ancora, con foga, manco stesse riascoltando ad oltranza la stessa canzone. Una sensazione deliziosa levigò il nodo nel suo stomaco. Jungkook richiuse le pagine del libro.
“Sai, assomigli proprio ad una poesia.” gli disse in un tono convinto, genuino allo stesso tempo.
La reazione di Taehyung fu immediata e incontrollata: sollevò le sopracciglia e le labbra si estesero spontaneamente in un sorriso intrigato. “Uh? E che tipo di poesia?” borbottò, mordicchiano l’unghia del mignolo.
Gli diede un’ulteriore occhiata prima di rispondere.
“Una intensa, e sofferta. Una che fa sussultare il cuore per una miriade di emozioni e ti lascia senza fiato per la sua bellezza.” intanto il ragazzo tatuato era avanzato verso l’altro, in punta di piedi per non fare rumore, trascinato da una insicurezza che intralciava il ritmo naturale del suo incanto, “Che tu vuoi spiegare cosa ti ha colpito, ma nessuna parola sarebbe in grado di darle giustizia.”
La risonanza delle lusinghe lo mandarono in estasi. Socchiuse gli occhi e sorrise in modo dolce. Collo dritto e petto in fuori era la posizione per attendere che Jungkook lo raggiungesse.
“Sembra una poesia molto bella. Chi l'ha scritta?”
Taehyung stese alla seduzione. Jungkook ricambiò il sorriso con uno altrettanto affascinato, rovinato solamente da una piccola chiazza di titubanza. Allungò una mano verso la gamba distesa di Taehyung, percorse la lunghezza solleticandola con le dita, dalla caviglia sino all’interno coscia. Seguì tutto il processo con lo sguardo, arrivò a incrociare quello del pittore soltanto alla fine, non appena la sua mano giunse a posarsi sopra il suo fianco. Stavano in una posizione che li incastrava l’uno l’altro, in qualche modo pareva naturale.
“Io.”
Jungkook aveva riferito nel momento in cui le mani di Taehyung gli circondarono il collo e gli strofinarono il mento, successivamente la mascella. Taehyung notò come il naso gli si arricciò al sorrisetto trionfante, come i suoi occhi si socchiusero e delle rughette ai lati sbucarono fuori. Non poteva descrivere il fitto sollievo che percepì farsi strada nel suo costato, sentiva stesse corrodendo le ossa delle costole. Mai prima di Jungkook aveva provato un’emozione del genere – e per giunta la provava ogni qual volta stava con lui. Per riassumerla in una parola: sembrava giusto.
Tirò fuori un sorriso prima di baciarlo, questo restò pure dopo che si erano staccati.
“Ah, sì?”
“Mh mh.”
“E perché non me la reciti? Sono curioso di sentirla.”
Jungkook allontanò il busto di un po’, aveva alzato lo sguardo al soffitto con un broncio riflessivo. Poco dopo si era proteso di lato a Taehyung, buttandosi di schiena sul materasso. Le mani sorreggevano il capo e la fiammeggiante concentrazione non aveva abbandonato le sue pupille.
“Sono più bravo-” cominciò balbettando, “a parlare con gli occhi / e a lasciare che tu mi tocchi. / Non mi puoi sentire / ma mi sembra di svanire, / nei tuoi silenzi, / quando nessuno sa che pensi, / quando sei distratto / e pari un ritratto. / Sorridi di rado, / come in uno scatto rubato.”
Il braccio di Jungkook si estese, si comportava come se la mancanza di un contatto con Taehyung lo potesse asfissiare. La mano accarezzò la coscia, poi andò al fianco, poi lo strinse al suo corpo, poi Taehyung si protese sul più giovane. Represse il suo cuore fomentato mordendo il labbro inferiore, nel frattempo trascinava l’indice lungo tutta la linea dei suoi pettorali.
“A volte… mi domando se mi pensi, / se mi senti, / se mi parli…” lo sguardo del più giovane si appesantì, lo teneva fisso nel punto in cui le sue dita creavano cerchi sulla carne del suo amante, le palpebre erano basse come la sua voce. “... se i miei “ti amo” riesci ad ascoltarli.”
E così, il cuore smise di battere all’improvviso. La mano si paralizzò, le affusolate dita tremarono dalla paura. Trattenne il fiato nella speranza di poter risucchiare tutte quelle emozioni nell’oblio. Riacquisì la lucidità appena sentì la sua mano venire afferrata e le sue dita incastrate strette con altre dita tatuate che non erano sue. Funzionò a placarle.
Taehyung lo guardò negli occhi. “È bellissima, tesoro.”
Jungkook trasportò le mani alla sua bocca, ci posò sopra un leggero bacio e poi le appoggiò giusto sopra il cuore. “Ti piace?” sorrise accarezzandole. Aspettò di vedere Taehyung annuire per scoppiare in una grossa risata. Non seppe cosa gli fosse preso, le sue guance si erano arrossate e i capelli arruffati, stava ridendo così tanto che piegò il collo all’indietro, lasciò Taehyung interdetto.
“Per caso hai bevuto, Kookie?”
“Vuoi controllare?” le risa ci avevano messo un po’ a dileguarsi del tutto. Jungkook aveva rialzato il collo e mostrato il sopracciglio inarcato e infine aveva replicato con un tono di sfida. La proposta allettò Taehyung, il quale si abbassò ostentando un ghigno, e non ebbe neppure il tempo di godersi la discesa che l’altro ragazzo, la sua splendida musa, lo incontrò a metà strada.
Era difficile da decifrare la propensione che lo tirava verso di lui e quella voglia quasi infantile di averlo tutto per sé, e di scavargli a fondo conoscendo tutte le parti inesplorate del suo intimo affinché potessero diventare esclusivamente solo l’uno dell’altro. Il bacio si riempì di foga in fretta, con Taehyung che premeva la nuca di Jungkook contro di sé e non si saziava della sua lingua.
“Pensavo che Shakespeare fosse morto secoli fa.” Taehyung scherzò, seguito a ruota da una roca e fresca risata l’instante in cui Jungkook lo ribaltò e lo fece piombare con la schiena sul letto, il bacino in mezzo alle sue cosce.
“Quale Shakespeare! Sono il Catullo del 21esimo secolo.” Jungkook si aggiunse alla bolla di risate, approfittando del distacco per andare a lasciare delicati baci sul petto dell’amore suo, scendere sugli addominali, bloccarsi sul ventre ad un passo dal suo pene, dove sapeva che gli avrebbe mozzato il fiato, e infine ritornare in alto.
“Sei un sogno, Taehyung.” gli disse contro le labbra, la voce lasciva e ancora impastata dal bacio, “Dovrei farti una foto, immortalarti per sempre così.”
L’artista si trascinò seduto, il viso di Jungkook era rimasto abbracciato dalle sue mani e i suoi occhi si spostavano da una parte all’altra. La luce offuscata del tramonto penetrava tra gli infissi della finestra, colorava il volto di Jungkook di un tenue rosa sotto cui il nocciola dei suoi occhi splendeva come fuoco. Sguardi di questo tipo addosso consumavano la pelle, il cuore, la testa, l’anima.
“No. Tu sei un sogno, Jeon.” sussurrò Taehyung, vagheggiando il volto caro e immacolato sotto i suoi polpastrelli come se fosse un quadro dalla pittura ancora fresca.
In un batter d’occhio la sua espressione divenne tormentata. “Non dimenticarmi.” lo supplicò a bassa voce, lo sguardo addolorato come se cercasse un appiglio sul viso di Taehyung. Affondò le dita sulla carne dei suoi fianchi, afferrando qualsiasi accenno di promesse e sicurezza che si illudeva di trovare.
“Come potrei, amore mio?” il cuore di Taehyung si rattristì. Sgomento e stupore si palesarono sopra il suo volto e fece il più possibile per rassicurarlo tramite le sue carezze e il calore della sua voce. “Sei l’unico in questa terra per me.”
Sbatté le ciglia a quel volto rosato, delineato dal sole e dal ritmo delle sillabe. Aveva la sensazione che i battiti del suo cuore andassero a tempo con gli spazi della loro intimità.
“C’è qualcosa di te che ha assolutamente senso...” aggiunse sottovoce, il tono e lo sguardo divennero improvvisamente sconsolati. Non sapeva quale fosse il motivo per cui il suo nome stesse già scalfendo la sua memoria.
“Arriverò tardi alla cena.” annunciò di punto in bianco, saltando via dalle gambe di Jungkook e trascinandosi la sua presa al polso fino a che non fu troppo distante dal letto per poterlo prendere.
“Non andare!” gli piagnucolò dietro.
“Perché non dovrei?” Taehyung rispose dal corridoio.
“Perché sei mio e devi stare seeeempre con me.”
Taehyung fermò i passi e fece dietrofront, sbirciando solo la testa dentro la camera da letto. Jungkook era disteso a pancia in giù sulle lenzuola bianche, la folta chioma spettinata accarezzava dolcemente la pelle del suo volto, un braccio sotto alla sua guancia e l’altro penzolante sul pavimento. Il tramonto aveva dipinto il suo intero corpo di ghirigori ondulati di rosa, arancio e giallo. Il cielo attirava i suoi occhi assopiti nella sua meraviglia; non stava prestando attenzione a nient’altro, nè a lui nè a se stesso, solo al sole scomparso, nella stessa maniera in cui si comportava un girasole.
Era una visione incantevole. Lo fece sorridere con amore.
“Un sogno…”
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“[…] È un piacere poterla intervistare oggi! Sono un grande fan delle sue opere, ho sentito che la sua ultima mostra è stata un successo.”
Le affusolate dita accarezzavano la rivestitura della poltrona. Scrutò il set su cui si trovava, i visi delle persone che stavano lavorando e infine la donna che lo stava intervistando, con il suo sgargiante sorriso di plastica e la sua piega seccata dalla troppa lacca, alla quale dedicò più tempo degli altri.
“È finita giusto ieri, è stata un’esperienza incredibile.” rispose mantenendo la serietà, “Mi farebbe piacere se mi dessi del tu, non sono neanche nei miei trenta.” non era affatto una battuta, eppure l'intervistatrice seguì a ridere.
L’intervista andò avanti. Il solito, dannato pattern ripetersi per filo e per segno ogni volta. Le solite domande scontate, i soliti finti complimenti, i soliti commenti superficiali di colui che non ha mai attenzionato un quadro in vita sua e di certo non un Kim.
Al posto suo lui se la sarebbe cavata meglio, ne era certo. Lui aveva un paio di occhi che luccicavano ancora di speranza, ogni parola per lui era ancora da scandire e ogni persona una roccia grezza da scalfire. Lui non aveva mai vissuto altre volte niente di tutto questo, non ne poteva avere la minima idea.
A volte a Taehyung sarebbe piaciuto avere i suoi occhi, a volte gli sarebbe piaciuto risentire di nuovo la sua voce. Le persone avevano iniziato a creargli disgusto già da un bel po’. Non era più nulla a che vedere con la noia, non riusciva più a sopportarli.
“Cosa ti ha spinto a fare arte?”
Le sue sopracciglia sobbalzarono verso l’alto. Nel suo volto neanche l’ombra di un abbozzo di gioia.
“La risposta è sempre la stessa. Mi ha spinto lo stesso motivo che ha spinto tutti gli altri artisti.” accavallò le gambe con un fare estremamente disinvolto, tale da farlo apparire arrogante. “Ho sempre sentito la necessità di slegarmi dai limiti, limiti in cui non mi ci rivedevo, e la mia immaginazione non è mai stata contenta di restare rinchiusa nella mia mente. Avevo bisogno di sfogarla.”
“Quindi ti definiresti una persona passionale.”
Le donò uno sguardo tagliente, la perforò fin sotto le ossa, freddo da far venire i brividi. Lui, dal canto suo, sghignazzò.
“Sicuramente provo le emozioni in modo più intenso rispetto agli altri.” spiegò pacato, marcò le parole con distacco, il che lo rendeva abbastanza intimidatorio. “E vedo il mondo attraverso una lenta diversa, questo è certo.”
“Il tuo stile coinvolge astrattismo geometrico e surrealismo, offre l’impressione di essere sotto effetto di allucinogeni. È attraverso questo tipo di distorsione che vedi il mondo?”
La supposizione fece irrigidire Taehyung. Tese la schiena e tirò il busto verso l’alto, la sua espressione si era incupita.
“Non faccio uso di droghe se era questo quello che voleva sapere.”
“Non era mia intenzione accusarti, mi scuso per il fraintendimento. Volevo sottolineare come l’accoppiamento di colori drammatici e incongruenti a quelli reali, e lo storpiare delle forme naturali…” intanto nello schermo alle loro spalle si susseguivano foto dei suoi dipinti, accompagnando l’elenco di dettagli che stava ripetendo come una filastrocca a memoria, “gli spigoli più acuti, le linee nette, parti più grandi di altre, nasi e occhi disegnati obliquamente… Come segnino un disprezzo della realtà, sancito dall’esagerare e alterare le cose. Una sorta di satira del mondo.”
Non era stata per niente genuina. La carenza di impegno infastidì Taehyung al punto di fargli serrare la mandibola e aggrottare la fronte prima di ribattere.
“Le persone sopprimono la loro immaginazione e accettano il mondo così come gli dicono che è. Non-” si schiarì la gola scuotendo la testa e sistemandosi, “Non vanno a fondo, non si lasciano andare, e si perdono le migliaia di sfaccettature che anche la più insulsa e banale cosa possiede. La gente comune vede con delle lenti monotone, non è curiosa. Invece, un artista che non osa muore.” si ricompose quando si rese conto di essersi animato un po’ troppo. “Il mio compito è mostrare alla gente comune quello che non riesce a vedere e quello che si perdono a non lasciare andare la loro immaginazione.”
L’intervistatrice ascoltava con una faccia da pesce lesso e annuendo distrattamente; era chiaro non avesse dato attenzione a nessuna parola.
“È una visione senza dubbio affascinante.” lei blaterò. Spostò gli occhi sullo schermo alle sue spalle, “Oh! Questo è un quadro che amo moltissimo, è a dir poco meraviglioso. Non di meno è anche uno dei tuoi lavori più amati dal pubblico.”
Taehyung seguì la direzione dell’occhiata, non appena i suoi occhi finirono sopra il dipinto il fiato gli si mozzò in gola. “T-ti ringrazio.”, mosse a malapena le labbra.
“ La voluttà dei sogni , o più semplicemente Nudo . Il nudo di un ragazzo con la pelle costernata da schizzi di “non ti scordar di me”, disteso sopra delle lenzuola bianche.” la donna lesse a voce alta dai fogli sopra la scrivania.
“Le motivazioni del quadro sono sempre state ambigue e non hai mai dato una chiara risposta sulla scelta del soggetto.” proseguì, stavolta fissando Taehyung come se si aspettasse qualcosa, non sapendo che nella sua mente vagheggiava una densa nebbia. Lì dentro i pensieri navigavano in balia di una confusione atroce e anche se sbatteva morboso le palpebre, spolverando la sua vista, ogni cosa gli appariva sporca.
“L’arte è interpretazione. Se dessi la mia spiegazione, non sarebbe più di tutti.” il pittore rispose dopo qualche secondo di riflessione, il giusto tempo per riprendersi dalla batosta.
“Certo. Ma sono coinvolte anche motivi personali in questa tua scelta…?” insistette.
Taehyung distolse gli occhi dal quadro solo per donare alla donna uno sguardo torvo. “Ci sono molto legato.” ribatté secco. Era ancora in parte immerso nel quadro, non aveva idea del perché l'avesse stordito in tale maniera. Una brutta angoscia stava a poco a poco contorcendo le sue interiora.
“Riguarda il modello? Chi è?”
L’aveva considerata semplice preoccupazione all’inizio e credette pure di essere stato in grado di sopprimerla, eppure dovette ricredersi dal momento che, al contrario, la sensazione divenne più opprimente. La paura affluì nel petto e incontrò una lieve tristezza, incrociandosi insieme formarono un grave nodo, il quale incluse nella presa l’esofago e tirò i vasi sanguigni che sorreggevano il suo cuore. Questo aggeggio nel frattempo aveva perso il controllo, Taehyung temeva potesse collassare da un momento all’altro per la troppa pressione a cui venne sottoposto. Benché ne avesse perso familiarità, fu una bella batosta riconoscere l’ansia in mezzo al resto – perlomeno fu la prima emozione che era stato capace di rintracciare da chissà quanto tempo.
Ammirò il suo capolavoro con rammarico e tanto, tanto dolore. Passò la lingua sulle labbra, era rimasto il gusto agrodolce di un cattivo presentimento. Ritornano sempre: avrebbe dovuto saperlo.
“L’amore della mia vita.” fu una risposta schietta e poco ponderata, stupì persino l’intervistatrice. Assaporò la lingua: laddove prima c’era un’impronta agrodolce, adesso lui ci assaporava ruggine e veleno.
La donna si schiarì la gola e tossì, raddrizzandosi sulla sedia. “Era la tua musa, in poche parole. Come Beatrice per Dante.”
“Sì, qualcosa del genere. Credo.” l’imbarazzo lo fece ridacchiare e stringere nelle spalle, nascondendo le mani tra le sue cosce.
Sentì tutta la tensione del tremore delle sue gambe, le unghie stavano torturando le pellicine delle sue dita lavorando duramente per strapparle via e non far trapelare il malessere agli occhi delle telecamere. Tirò leggermente le labbra di lato, sperava che un piccolo sorriso di circostanza potesse bastare a ingannare tutti. Bensì, vide l’espressione della signora preoccuparsi e la sua vista farsi più acuta.
“Stai bene?” gli chiese in una maniera quasi materna, sporgendo il busto in avanti e pronta, in caso, a chiamare lo staff.
L’artista era riuscito a strappare non solo una pellicina, ma gran parte dello strato di pelle del pollice. Il bruciore improvviso lo fece accigliare un attimo, ciononostante fece del suo meglio per esporre un sorriso rassicurante. Il sorriso somigliava più a una smorfia, però la donna gli volle credere sulla parola, preferiva non perdere tempo con l’intervista.
“Allora- !” esclamò, l’intoppo venne dimenticato facilmente. “Il braccio che cade a penzoloni è decisamente più grande di quello su cui è appoggiato il mento, l’occhio sinistro, più piccolo, guarda in avanti mentre quello destro, più grande, in alto. È uno dei migliori esempi del tuo stile. Ecco, volevo chiederti: questo particolare di rappresentare gli occhi diretti in due direzioni diverse, vuole indicare qualcosa nello specifico? Era così che lei vedeva questo giovane?”
“Jungkook – il nome del, uh, modello – era attirato dalle cose belle.” parlò con calma e contenuto, facendo passare una pausa in più tra una parola e un’altra. “Andava dietro alla bellezza come un girasole che segue il sole, trascurando la bellezza che invece possedeva lui.” diede un’ulteriore occhiata fugace al dipinto lasciando andare un respiro, e in seguito aggiunse in tono più basso “Tutti guardavano lui, ma lui non si è mai reso conto di quanto era bello.”
“ Oh . Ecco…” l’intervistatrice si guardò attorno in difficoltà. “Questa- è una dichiarazione commovente. Se posso chiedere a questo punto, come mai la scelta dei non ti scordar di me al posto dei girasoli?”
Stavolta Taehyung non si fece problemi a mostrare tutta la tristezza del suo sorriso.
“Il loro nome è autoesplicativo.”
La donna abbassò lo sguardo schiarendosi la gola. Si impiegò ad allineare i fogli per camuffare il disagio.
“Deduco che… questo ragazzo abbia ispirato numerosi altri quadri?” sollevò il capo con uno storto sorriso, il rosso vivo del rossetto lo rendeva ancora più inquietante.
“Questo è il mio ultimo lavoro. Non ho più preso un pennello in mano dall’ultima volta che l’ho visto.”
Taehyung sbatté le palpebre con quel suo bel viso indecifrabile e senza tempo. Era impossibile per l’intervistatrice o l’equipe comprendere le intenzioni dell’artista, ma di certo nessuno dei presenti si sarebbe mai lontanamente aspettato delle risposte tanto schiette e oneste .
“Blocco dell’artista?” fu una risata strana, gli fece paura per un attimo.
“Temo sia più grave di questo…” Taehyung sgranò gli occhi colto di nuovo da quella angoscia. Stavolta tentò di viaggiare nei meandri della sua mente non trovando nulla. “Non- non lo ricordo.”
“Non importa!” si affrettò a rassicurarlo, “E cos’è che fa quando non dipinge?”
Ancora in preda allo sconcerto, cercò di nuovo di ricordare senza successo. Restò con la bocca schiusa e lo sguardo orientato in un vuoto distante. Il cuore tornò a battere all’impazzata intanto e, sebbene stesse riuscendo a gestirlo, lo spaventò in egual misura.
“Ascolto musica. Jazz. Mi piace molto il jazz, il soul…” si tranquillizzò, “Mi piace come la melodia si espanda dentro il petto e si incastri perfettamente tra le mie costole, mi da l’impressione di stare in uno stato di sonnolenza. È soave, capisci? Mi-”
D’un tratto non fu più in grado di continuare a parlare. Un coagulo di emozioni gli otturò la gola e impediva alle risonanze di tradursi nelle parole che voleva tanto esprimere. Osservare quel quadro lo stava facendo soffrire. Quella sorta di male che si prova nel fare la cosa sbagliata.
Un infinito di arte ridotto ad un banale ricordo sbiadito. Era proprio un peccato che di una persona restassero solo le emozioni e i postumi.
“Mi ricorda come mi faceva sentire Jungkook.” fece pressione sul tappo in gola e riuscì a parlare. “Come se un’immensa collina di fiori sbocciasse tutta in una volta dentro al mio petto. Sento il gusto dei petali ogni volta che ci penso.”
La voce si andava a dissolvere nell’atmosfera man mano che le parole destinate a Jungkook aumentavano. Qualcosa non gliela contava giusta, qualcosa lo faceva sentire fuori posto. Gli sembrava sbagliato parlare di lui, la voce e le frasi non suonavano bene. Sembravano incriminate, contorte, corrotte, e in lui urgeva l’esigenza di tirarle fuori finchè non sarebbero andate al loro posto. Fino a quando non sarebbe tutto tornato chiaro e limpido.
Lo scheletro del suo ricordo stava appoggiato allo stipite della sua memoria, tuttavia di Jungkook non c’era neanche traccia.
Volse lo sguardo al quadro. Jungkook era di fronte a lui e, in qualche modo, non lo poteva raggiungere. Un tempo la sua memoria era spaziosa e viva, adesso assomigliava più ad un cassetto impolverato. Teneva le sue foto con sé, i dipinti, i quadri, e nulla fu utile a preservare l’eternità dall'inesorabile e fragile crudeltà della mente umana. Sempre meno furono i giorni in cui lo pensava, sempre meno furono i giorni in cui gli mancava. L’assenza di un ragazzo da dolore era tramutata in ricordo e questo, soggetto all’erosione del tempo, divenne vago. Il volto solamente un cerchio offuscato, le frasi parole senza una voce. Nel suo cuore lasciò la stessa desolazione del risvegliarsi la mattina dopo un sogno e non essere capace di ricordarlo; non aveva la benché minima idea di come fare per recuperarlo.
A volte capita che seppure le cose avvengano sotto il nostro naso ci possano sfuggire comunque, e dunque che Jungkook aveva smesso di far parte della vita di Taehyung senza che lui lo avesse avvertito e che se ne fosse accorto solamente quando la tristezza era diventata irreparabile, la mancanza irrecuperabile, Jungkook stesso irraggiungibile.
Pensare che questo era lo stesso ragazzo che un tempo vedeva e amava; ora non riconosceva affatto il suo volto. Ora restavano solo le ossa e gli scarti.
Aveva l’impressione che l’occhio del quadro stesse consumando la sua pelle tramite affilate fiamme di rancore. Vestiti, pelle e cuore inoltre.
“Il suo obiettivo era ossessionato da me.” mormorò assorto, “Gli piaceva…”
Deglutì.
“…non dimenticarmi.”
Fu la paura più tremenda che ebbe mai provato in vita sua. La percepì come una sfilza di pugni dritti allo stomaco e un cappio legato in gola. Poteva facilmente scoppiare a piangere da un momento all’altro.
Non ne sentiva più la mancanza.
Aveva dimenticato l’amore della sua vita.
Taehyung aveva ucciso Jungkook per la prima volta.
