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ogni volta che vuoi (cambieremo il mondo)

Summary:

La pittura è ancora umida, l’odore del sangue è acre sulla lingua, e però è sollievo quello che chiude la gola di don Gennaro, che gli mozza il fiato in petto e gli gela il sangue. Sollievo.

 

coda dell'episodio 5x04. un sacco di feelings.

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

L’Immortale è turnat.

La pittura è ancora umida, l’odore del sangue è acre sulla lingua, e però è sollievo quello che chiude la gola di don Gennaro, che gli mozza il fiato in petto e gli gela il sangue e che da sotto la pelle dura del boss fa affiorare Genny—Genny che la notte non dorme, Genny che si sveglia cercando aiuto e che quell’aiuto è certo, lo sa, di poterlo trovare nelle mani di Ciro.

Sollievo.

Nun l’agg’ accis’, pensa Genny, e mischia l’urlo di uno sparo in mezzo al mare col rintocco dello sportello di metallo di una cella sottoterra. Nun l’agg’ accis’, e la mano destra va a schiacciare contro il petto la catenina nascosta sotto il maglione, il metallo degli anelli e del ciondolo caldo sulla pelle calda di Genny ma, per quanto forte possa premere, il segno non resta mai abbastanza a lungo.

Nun l’agg’ accis’, e le lettere cubitali sul muro si sfocano, tremano, e Genny ha gli occhi lucidi ma non è paura, no, è sollievo, tale e quale a quello che quasi se lo mangiava vivo al porto di Riga.

Nun l’agg’ accis, l’Immortale è turnat.

Genny ha fatto un milione di promesse nella sua vita, e altrettante gliene sono state fatte. Nei peggiori vicoli, nelle più lussuose sale, in Chiesa davanti a Dio dalla bocca perfetta della donna che ama, in mezzo alle lapidi e sui terrazzi di Secondigliano a un centimetro dalle nuvole, dentro macchine e container e treni e alberghi e capannoni, nell’intimità calda del letto.

Ma tra tutte, è questa la più bella. Questa promessa che è un giuramento di guerra, che si porta il fetore della morte e lo seguirà finché vive. È miele.

Sollievo.

Da sempre, Genny è tranquillo, al sicuro, si sente invincibile, se ha addosso gli occhi di Ciro.

O Maestrale già lo guarda come un animale che vede il macello avvicinarsi dietro la curva, ma Genny stringe il cornicione di cemento, percorre con gli occhi le lettere, una per una, che compongono il primo versetto della sua Apocalisse, e alla fine la sua bocca s’incurva in un sorriso, anche se non riesce a prendere fiato e le lacrime pungono gli angoli degli occhi.

È don Gennaro a rompere il silenzio.

“Appost’ accussì,” dice, la voce un pezzo di ghiaccio incrinato e distante. Si allontana dal parapetto, dà le spalle alla scritta, non guarda nessuno dei suoi uomini in particolare. “Pigliate ‘e muort’. Alle famiglie non gli deve mancare niente. E quanto all’Immortale… turnarrà a murì. Fidatev’e me.”

La tensione nell’aria non si scioglie ma si tramuta in un’elettricità nervosa, eccitata. Paura e sete di sangue si mischiano insieme ed è un’atmosfera che Genny conosce, che don Gennaro ama respirare.

Poi, mentre se ne va, ecco che vede Fernando, che ha la faccia più bianca di un vestito da sposa e non schioda gli occhi dalla promessa sul muro. Non sta neanche più respirando.

Quando si accorge di aver catturato l’attenzione di Genny, Fernando abbassa lo sguardo, sbatte le palpebre due tre quattro volte, come se così poco bastasse a dissimulare l’anima sua.

Prima di diventare un soldato fedele dei Savastano, ormai quasi un amico, Fernando è appartenuto a Ciro.

Genny lo sa che cosa vuol dire, essere di Ciro Di Marzio. La cicatrice che porta in faccia è il segno più visibile; ma ce ne sono infiniti altri di cui potrebbe parlare. Eppure, come sempre, le parole gli mancano. E comunque, non potrebbe dirle qua.

Genny alza una mano enorme e circonda la guancia di Fernando, è un tocco buono, senza minaccia. Il suo sguardo fermo potrebbe fare paura, ma Genny sa di avere gli occhi bagnati e languidi quanto quelli di Fernando.

“È overo, Genna’?” domanda Fernando d’un fiato, la voce bassissima, la confidenza che gli scivola dalla lingua. Genny si specchia nel suo tono meravigliato e spaurito.

Annuisce. Una volta soltanto.

Fernando fa per dire qualcosa, ma neanche lui riesce a decidere cosa. Di certi fatti possono parlare solo i poeti e gli uomini di Dio, e i figli di Secondigliano non nascono per diventare né l’una né l’altra cosa.

“Io sto cu’vvuje,” dice Fernando alla fine, ed è sincero tanto quanto può essere sincero Genny con se stesso quando si tratta di Ciro—e cioè, mai del tutto.

Genny annuisce di nuovo, stringe la carezza sul viso di Fernando e poi rimette la mano in tasca, torna ad avviarsi, da solo, verso la prossima mattanza.

L’aria è fredda e gli rischiara l’emicrania. Il pensiero di Azzurra e Pietro non è mai stato così lontano. La guerra è la sua sirena; don Gennaro la vuole, la pretende, e Genny scalpita appresso a lui, ansioso di dimostrare il suo valore. Di contraddire il giudizio impietoso di Ciro.

Nun l’agg’ accis’.

Genny sta raggiungendo la macchina quando sa, con la lucidità di un apostolo toccato dallo Spirito Santo, che Ciro si nasconde nel buio là intorno e lo sta osservando.

Genny, allora, alza il mento, infila due dita nel collo alto del maglione. Aggancia la catenina, la tira fuori. Piano piano, senza fretta. Il tintinnio del metallo è allegro e limpido. Genny avvicina i due anelli alla bocca, ci appoggia un bacio lento, dolce, un invito. Guarda il buio, che di rimando lo guarda.

Genny si lecca le labbra. La promessa sua l’ha fatta. Sale in macchina.

*

Ciro, la notte, non dorme. Neanche più le cinque sei ore agitate che sbocconcellava un tempo, due vite fa, e che gli bastavano, perché ha sempre avuto troppa energia nervosa in corpo. Residui del terremoto che ancora gli davano forza, gli piaceva pensare.

Ciro non dorme. Da quando si è vomitato fuori dal gulag, da quando è tornato a Napoli, non dorme ma crolla, suo malgrado, ogni paio di giorni, quando l’adrenalina da sola non ce la fa più a tenerlo in piedi.

Non è un cretino e sa che gli altri hanno visto le sue dita tremare intorno a una sigaretta alla quarantesima ora da sveglio, e sa che non hanno dato la colpa al freddo inclemente del capannone. Non è un cretino e sa che, pure se la sera fa tutto il teatrino di mettersi a letto, le occhiaie viola che non vanno più via sputtanano la verità della sua insonnia.

Pitbull si preoccupa e zitto zitto gli sta addosso e, se Ciro ondeggia e s’addormenta in piedi, senza fiatare lo sposta sul divano, sul letto. Enzo è uguale, solo che gli ronza intorno a cerchi più stretti, e le mani sue sono più gentili, più timide quasi. Tratta Ciro come se fosse cosa sacra, e Ciro fa di tutto per non pensarci.

Ronni gli offre cannoni d’erba che stenderebbero un elefante e, quando Ciro puntualmente rifiuta, glieli fuma addosso sorridendo, dice che magari così funziona comunque. Bell’ebuono porta la vodka.

La stanchezza di Ciro, comunque, è facile da giustificare.

L’obiettivo è chiaro, è lo stesso di sempre da quando don Pietro ha cominciato a fare l’infame. Levare il trono ai Savastano. Comandare. Essere il re. A Ciro hanno tolto ogni cosa, gli è rimasto il rancore.

Ma per vincere bisogna pensare, e fare un sacco di cose, e il tempo non basta. Bisogna spargere sangue, riempire il mondo di orfani e vedove, e i fantasmi la notte tornano a bussare. Perciò, Ciro non dorme. È un sacrificio necessario. Passerà.

Ma la verità è che rubare un carico non è niente. Ammazzare un uomo a sangue freddo non è niente. Dichiarare guerra non è niente. Pianificarla, la guerra, non è niente.

Ciro la notte non dorme perché nel buio e nel silenzio si gioca un’altra partita: nel buio e nel silenzio Ciro combatte contro Ciro per trovare la forza di volersi macchiare del sangue di Genny. Certe volte la trova. Ma sempre più spesso si riscopre debole, stanco, con un freddo inguaribile nelle ossa.

Sempre più spesso ripensa alla mano grande di Genny sulla sua nuca. Ripensa al pavimento freddo sotto le ginocchia e Genny che gli puntava la pistola in faccia. Ripensa a due uomini, spalla a spalla in una camera di motel, pronti a muovere battaglia contro il mondo solo l’uno per l’altro.

Ciro ripensa a tutti gli amori che ha seppellito, e pensa che non vuole aggiungere Gennaro Savastano a quell’elenco.

Sempre più spesso, Ciro dimentica di vergognarsi di quello che vuole.

*

Per terra s’è versato il sangue di Enzo e il sangue di Fernando. Si mischiano alla polvere da sparo, alla sabbia, alla segatura.

La guerra tra Savastano e Di Marzio ha scosso Napoli come un terremoto, volere di Dio, ha fermato il tempo trasformando la città in un corpo anestetizzato, ogni vicolo e ogni piazza e ogni chiesa ad aspettare l’esito della battaglia.

Per tre giorni, è stata guerriglia. Poi, lo scontro aperto. E Ciro non è mai arrivato vicino a Genny, e Genny non ha voluto sparargli da un tetto come un codardo.

Ma la semiautomatica di Fernando ha trovato la spalla di Enzo, e la mitraglia di Enzo ha trovato lo stomaco, l’intestino e il fianco di Fernando.

Non muore nessuno in quell’agguato, ma muore la rabbia di Ciro. Scoppia come una bolla di sapone, si lascia dietro un vago odore di zolfo e bile, e mentre Pitbull guida come un pazzo verso un posto sicuro che forse non è mai esistito, Ciro, che con un dito chiude il foro del proiettile, guarda Enzo in faccia e prende una decisione.

Enzo è pronto a morire per lui. Pure mentre stringe i denti contro il dolore e lotta per non svenire, continua a biascicare promesse di vendetta che Ciro gli ha imboccato.

Ciro allora lo bacia sulla fronte, poi sull’angolo dell’occhio cieco, poi sulla bocca, sulla fronte di nuovo. Non sa come altro fare a chiedergli scusa.

Enzo lo guarda sperso, la confusione che gli si mangia pure il dolore. Ciro vorrebbe fargli un sorriso ma non sa come. Allora lo guarda e basta, e sa che il tempo delle spiegazioni arriverà dopo, a gioco fermo.

Enzo, come sempre, si fida.

Ciro sa di meritare la morte per tutto quello che gli ha fatto. Ma sa pure che la morte non arriverà; non è mai stata così clemente.

*

La vecchia casa dell’Immortale è rimasta sempre vuota. Per quante famiglie si affannino pregando per un tetto dentro le vele, quell’appartamento non lo vuole nessuno: sta pieno di fantasmi, dicono, porta male, è una casa maledetta.

Genny sa che sono tutte cazzate, ma un po’ la sua convinzione trema quando trova la porta già aperta, la luce della cucina accesa in fondo al corridoio e il profumo di caffè che piano piano si spande.

Sono le undici di notte. Ha vegliato Fernando in ospedale per tutto il giorno, fottendosene di tutte le altre cose — indubbiamente più importanti — che don Gennaro avrebbe dovuto fare. Sulla via del ritorno, il pensiero di questo appartamento si è fatto largo a gomitate nella sua testa e, prima di rendersene conto, Genny stava salendo le scale della palazzina, diretto verso il pianerottolo che da ragazzo ha attraversato un milione di volte.

Forse il fantasma di Deborah s’è finalmente deciso a convocarlo per maledire lui e tutta la sua stirpe.

Genny si ferma sulla porta della cucina a guardare Ciro che guarda la moka. Ciro neanche si gira.

“Nun pensav’ ca ce stev’ ancor’ o gas,” dice, gli occhi scuri ancora più scuri nelle ombre dure che getta il neon sul soffitto, le spalle incurvate sotto un maglione verde militare sdrucito.

È stanco. Genny se ne accorge perché è esattamente il modo in cui si sente lui.

Forse, per una volta, possono pure ascoltarsi. Forse non c’è più bisogno di nascondersi.

Nel mausoleo di una vita vecchia di due vite fa, Ciro trova le tazzine, un pacco di zucchero che Maria Rita è stata l’ultima a toccare, ne mette due cucchiaini direttamente nella moka, gira mentre salgono le ultime gocce di caffè.

Ciro versa, la mano è ferma ma gli occhi schizzano da tutte le parti—da tutte le parti, tranne che in direzione di Genny.

Genny si decide a entrare nella stanza, pensava che sarebbe stato come attraversare una specie di portale magico e invece niente, non gli pizzica la pelle, non cambiano i colori delle pareti, nessuna particolare epifania lo coglie.

Infila tre passi, uno dietro l’altro, e si ferma al lavello. Prende una tazzina. La fa tintinnare contro quella di Ciro. Tutto è semplice. Familiare. Di una normalità sconcertante. Genny si costringe a respirare piano per controllare la rabbia.

Il caffè è passabile e, considerato che la macchinetta e la miscela non venivano toccate da prima che Pietro nascesse, è a tutti gli effetti un miracolo. Come è un miracolo che Fernando sia sopravvissuto al proiettile di Sangueblù. Come è un miracolo che Genny e Ciro siano insieme, vivi e illesi, in questa cucina, da soli, e abbastanza vicini da potersi quasi toccare.

Genny fissa il collo di Ciro.

“Fernando sta buon’,” dice, in segno di pace. Ciro annuisce, spiccio, come se non gl’interessasse, ma Genny lo conosce e sa dove cercare una vera reazione: il mento di Ciro trema, la gola si stringe attorno a un nodo indigesto che Ciro prova a mandar giù con un altro sorso di caffè.

Genny prende le tazzine, va al lavello. Le sciacqua. Come uno scemo, si dice, ma che altro cazzo può fare? Il suo dominio è la guerra, non questo mondo domestico, surreale, in cui Ciro lo guarda come se fosse pronto a sentire e accettare e accogliere tutto quello che Genny vorrebbe dirgli.

Genny mette le tazzine nello scolapiatti, e lo atterra vedere nello stipetto il servizio di piatti di Vietri che conosce troppo bene, lì pronto come se dovesse essere usato da un momento all’altro.

Genny chiude lo sportello con troppa forza. Sta perdendo la pazienza. Si gira e i suoi piedi lo portano vicino a Ciro, praticamente addosso.

“Ij m’ess spartut’ ‘o munn’ cu’ tte,” gli dice, gli ripete, in un ringhio tra i denti, perché sono le uniche parole giuste che abbia trovato mai.

E stavolta Ciro gli occhi non li abbassa. Stavolta Ciro lo guarda dritto in faccia, e Genny gli circonda il viso con le mani perché questo sguardo addosso non vuole più perderlo, non può permettersi di perderlo di nuovo.

Ciro dice, “O ssaje tu,” ma la voce si spezza, gli occhi si chiudono per un attimo e si riaprono lucidi, la lingua guizza a bagnare le labbra, Genny sente il proprio respiro pesante, sordo, il verso di una bestia, “O ssaje tu, che r’è chell’ ca voglio ij?”

Genny schiocca la lingua, no, non lo so, dimmelo, subito, e qualsiasi cosa sia la avrai, n’ce stann’ problemi, n’ce ne stanno maje.

Ma Ciro non parla, ha finito la voce o le parole o il coraggio o tutt’e tre le cose. Genny serra la presa sul suo viso, sul collo, perché ha il terrore di scoprire che sta stringendo un fantasma.

Ciro rimane solido sotto le sue mani. Si fa più vicino, appena appena. Genny quella distanza la chiude, e ormai annaspa come un annegato e gli manca il fiato, spinge la fronte contro quella di Ciro, il naso contro il suo, l’unica aria che può respirare è l’aria che esce dalla bocca di Ciro.

Quando lo bacia, vorrebbe che fosse una minaccia, il bacio di Giuda, e invece Ciro gli si scioglie tra le mani, apre la bocca, e Genny ci cade, lecca disperato in cerca della sua lingua, e quando Ciro gli mette una mano sul cazzo è tutto perfetto, Genny ci si struscia contro e non gli pare vero, non si vuole muovere più.

Si separano per prendere fiato e sul viso di Ciro si disegna il rimorso. Genny lo scuote.

“Chest’è?” chiede, che è un modo per dire che potrebbero, avrebbero dovuto, incontrarsi pelle su pelle parecchi anni fa.

“Nun se pò fa’, Genna’,” mormora Ciro, ma comunque gli guarda le labbra, aggancia le dita ai passanti della cintura di Genny, non si allontana.

Genny lo intrappola contro il ripiano della cucina, gli divora la bocca con un bacio feroce, tenendo Ciro per il mento.

Poi dice, piano, per non essere frainteso: “O core mij già ò tien’, Cirù. Si c’amma fà male, meglio si c’ò facimm ‘nziem. Staje cu’mme.”

Un bacio all’angolo della bocca, struscia la guancia contro quella di Ciro, gli succhia il lobo dell’orecchio.

“Staje.”

Ciro sta.

Notes:

MY FUCKING OTP l'omoeroticismo di questa quinta mi sta uccidendo. non ho nessuna speranza che Fernando vedrà la fine della stagione da vivo ma sarebbe bello. :(

Scritto anche per la Maritombola con prompt #5, Questa città si affaccerà quando ci vedrà giungere.