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A differenza di molti colleghi, la parte del suo lavoro che lo portava ad avere a che fare con giornalisti e fotografi non l'aveva mai annoiato più di tanto. Era sempre stata una persona estroversa, pronta scherzare e a cercare di trovare il lato positivo anche nelle situazioni più buie. E poi lui era mister ‘sorriso da mille denti’.
Ultimamente però era diventato sempre più faticoso rispondere alle domande sempre più insistenti sul suo rendimento a dir poco deludente. La verità era che nemmeno lui sapeva esattamente che cosa non andasse. La macchina era potente, ogni gara che passava l’assetto era sempre più vicino al suo ideale grazie al infaticabile lavoro dei suoi meccanici, eppure lui non riusciva a tirarne fuori il meglio. Il suo stile di guida e la MCL35M erano come due pezzi di puzzle che non erano stati creati per stare vicini, non si sarebbero mai incastrati alla perfezione. Ogni volta che scendeva in pista gli sembrava di nuotare contro corrente.
Aveva cercato però di tenere il morale alto sapendo che era normale non performare subito al 100% con un nuovo team e sapeva che i confronti con i suoi tanti colleghi, che, come lui, avevano cambiato scuderia quell’anno, erano del tutto sterili; ma, dopo l'ennesimo weekend negativo, il lunedì mattina si era svegliato con il morale a terra e la voglia di essere dall’altra parte del mondo o che l’altra parte del mondo fosse lì con lui.
Invece non sapeva ancora quando avrebbe potuto ritornare a casa, in Australia e questo non faceva altro che infierire sul suo umore. Il concetto di casa, per chi come lui ha cambiato continente per inseguire un sogno, è un qualcosa di molto più astratto e instabile rispetto a chi non ha mai abbandonato il posto in cui è nato e cresciuto. Casa per Daniel è si il suo splendido appartamento a Monaco diviso tra il mare, le montagne che sembrano caderci dentro e il bagliore di uno dei luoghi più glamour della terra. E’, considerando il numero di ore, più di quanto a lui faccia piacere ammettere, che ci ha passato dentro, un ammasso di componenti meccaniche e aerodinamiche che danno vita alle monoposto più adrenaliniche del pianeta. E’ il suo ranch in Australia lontano da tutto, circondato solo da quello che gli serve per essere veramente felice. E’ l’appartamento londinese di Michael dove l’armadio della stanza degli ospiti è pieno dei suoi vestiti.
Per il suo cuore tutti questi posti si equivalgono, certo quella sensazione impagabile di pienezza dei sensi, che lo aiutava nei momenti più bui, la raggiungeva quando le persone della sua vita erano insieme in uno dei quei posti.
Era da più di un anno che non sentiva traboccare il cuore di gioia in quel modo. Certo c’erano le videochiamate e aveva vissuto momenti più che stupefacenti da quando il mondo si era capovolto. Solo che negli ultimi mesi c’erano stati più bassi che alti. Si era addirittura chiesto, per la prima volta da che era stato abbastanza bravo e fortunato da poter trasformare il suo sogno in lavoro, se ne valesse la pena. Se valesse la pena sacrificare momenti con la sua famiglia, tempo ed energie per costruirne una sua, una quotidianità che si potesse considerare normale, per un qualcosa che, ormai se ne era reso ampiamente conto, non sarebbe mai arrivato. Ovviamente aveva trovato la risposta appena arrivato in Austria per il weekend di gara, anche se era finito con zero punti nel sacco per la sua parte di garage. Quei dubbi lo avevano turbato, anche se una parte di lui, quella di certo meno nobile, credeva che fosse normale superati i trenta farsi certe domande e chiedersi come mai non c’era nessuno che durasse più di due mesi consecutivi della sua vita da troppo tempo. Certo quello che faceva per vivere e l'instabilità che portava con sé non aiutavano, ma, insomma la maggior parte dei suoi colleghi aveva qualcuno con cui condividere gli alti ed i bassi, anche Mad Max si era trovato qualcuno.
Sorrise, affondando ancora di più la testa sul cuscino, pensando a quando proprio lui gli aveva detto che in fondo una persona in grado di fargli tornare il sorriso quelle rare volte in cui vacillava era già nella sua vita. “Di certo non sei tu, Maxie” gli aveva risposto allungandosi sul sedile su cui era seduto per rifilargli un pungo sulla spalla.
Era passato circa un anno da quando quelle parole erano state pronunciate e, se all'inizio ci aveva riso, su come sempre del resto, con il tempo avevano iniziato a scavare dentro di lui, perché infondo erano vere.
Casualmente, o mentre correva costeggiando il mare di Cap D’Ail o mentre sorvola l'Europa o ancora mentre cucinava, gli passavano davanti agli occhi una collezione di momenti situati in un arco di tempo che copriva circa due decenni che non facevano altro che avvalorare la tesi di Max.
Un gelato e un sorriso dispiaciuto che lo aspettavano fuori dalla porta di casa sua quando da ragazzino si era rotto il braccio e sapeva di dover rinunciare a diversi pomeriggi in pista, le serate che passavano insieme a guardare la nascar anche se uno dei due inspiegabilmente si addormentava sempre, la lontananza una nuova variabile essenziale per provare ad inseguire un sogno. Poi erano arrivate la telefonate transoceaniche ad orari assurdi a ridere dei problemi di una vita straordinaria e della tranquillità di una quotidianità ordinaria, gli abbracci all'aeroporto dopo mesi di lontananza in cui alla fine tra loro non cambiava nulla. E poi il punto di svolta che aveva messo fine ai chilometri, al fuso orario a due vite che scorrevano su binari diversi.
Daniel se la ricordava bene quella telefonata in cui l’amico gli diceva che semplicemente non ce la faceva più a fare un lavoro che non gli lasciava tempo per nulla se non collassare sul letto la sera, che era stufo di vivere una vita che altri pensavano che fosse adatta per lui. Quel discorso lo aveva sorpreso e non poco, in un certo qual senso lui era stato fortunato perchè da che aveva memoria sapeva che c’era una sola cosa al mondo che avrebbe voluto fare, ovvero guidare macchine, le più veloci al mondo preferibilmente. E il fatto che il suo sogno si fosse avverato era stata una specie di magia.
Era venuto naturale a Daniel chiedergli, dopo qualche anno di rodaggio ed esperienza, di abbandonare tutto e seguirlo intorno al mondo. L’altro aveva riso pensando che lo stesse prendendo in giro, ma invece era tremendamente serio. Sapeva che le cose sarebbero state complesse per il primo periodo, che avrebbero dovuto costruire insieme una nuova routine, che il loro rapporto si sarebbe modificato, ma ora dopo quattro anni e tre team diversi, Daniel poteva dire che quella forse era stata la scelta migliore della sua carriera.
In un periodo come quello, dove nulla andava come lui e il team si sarebbero aspettati, senza che fosse in grado di spiegare e spiegarsi il perchè, avere costantemente accanto una persona che riusciva a capire cosa pensasse solamente guardandolo e leggendo i suoi occhi, era fondamentale per mantenere un briciolo di stabilità mentale.
Daniel fece un respiro profondo cercando di trovare la forza per abbandonare il torpore di quei pensieri. Doveva solo scostare le coperte, farsi una doccia, dedicarsi allo stretching e infine fare colazione, poi come tante altre volte, troppe in quell’ultimo periodo, la giornata avrebbe preso il suo flusso.
Un rumore insolito lo distrasse: chiavi che giravano nella toppa, passi leggeri sul corridoio. Poteva essere solo una persona, una persona che aveva salutato con un sorriso stanco e un abbraccio la sera prima in aeroporto, una persona che, in quel momento si sarebbe dovuta trovare ben più a nord.
“Ti ho portato il caffè”.
Gli disse Michael appoggiando il bicchiere in carte sul comodino come se fosse normale e previsto che lui si trovasse lì e non a Londra. Si sfilò le scarpe da ginnastica e si accomodò accanto a lui sul letto.
Daniel gli sorrise grato mentre le loro mani si intrecciano sulle coperte.
Iniziava a sentirsi un po’ meglio.
