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one for the sky, one for the abyss

Summary:

[...]
Era una luce, una luce azzurrognola che splendeva flebile in quell’oscurità in cui si era rinchiusa e Lumine non poté far nulla se non sollevare lo sguardo, attratta com’era da quella brillantezza di fronte a lei.
E quando sollevò il capo credette di star sognando.
Di fronte a lei vi era l’esecuzione di un piccolo gioco d’acqua, in cui due balene si rincorrevano tra loro nell’aria fino a quando non si fusero in una sola figura, più grande e maestosa che prese a volteggiare da sé nuotando nella notte davanti al suo viso.
[...]

Notes:

Ringraziando il lantern rite per avermi dato il brainrot sui gemelli e le loro possibili reazioni a questa festa perché il loro angst è sempre pane quotidiano-
Nota per chi fosse interessatx solo ad una delle due coppie: la parte della Chilumi è quella contrassegnata da viatrix, quella dell'Aebedo da viator!!!
Enjoy!<3
Also, please passate a mettere tanti like nel link di Twitter che lascio sotto!! Questa fanart mi ha ispirata tantissimo i owe my life to my gf tbh

Work Text:

chilumi art!!!

 

.viatrix

 

Stava guardando le lanterne dalla montagna che costeggiava Liyue, Lumine, l’umore troppo a terra perché potesse pensare anche solo fosse una buona idea, unirsi ai festeggiamenti.

Non aveva nulla, lei, da festeggiare. Nulla per cui essere grata.

Si limitava a guardare le lanterne, gli occhi volti al cielo che si illuminava di quelle nuove stelle di fuoco e carta, chiedendosi quanto avrebbero impiegato a bruciare prima di raggiungere la loro destinazione. Erano così fragili che non ne valeva la pena. Di sperare arrivassero sane e salve alla loro meta.

Sin dal primo momento in cui gli abitanti di Liyue le avevano affibbiato quel fastidioso compito di dover riscoprire le loro tradizioni, compito di cui lei avrebbe fatto a meno, si chiese come quegli esseri potessero anche solo sorridere di fronte ad una tale vista. Le sembrava di essere pazza, o forse troppo guastafeste al punto dall’aver evitato di esprimere i suoi dubbi a voce perché lei, sin dalla primissima volta in cui quelle lanterne si erano levate al cielo, aveva subito capito che si sarebbero estinte divenendo polvere in cielo.

Come i suoi sogni.

E forse si era un poco ammorbidita, a furia di doversi occupare di quel disastroso popolo, al punto che la scia delle lanterne in cielo era divenuta, in un certo senso, uno spettacolo.

Di morte.

Lumine lo guardava estasiata ma anche cupa insieme, con le lanterne simili a falene che prendevano fuoco non appena si avvicinavano ad una fonte di luce. Vita che ardeva violenta prima di spegnersi in un disperato tentativo di aggrapparsi ad un qualcosa che invece l’aveva spinta di sotto, destinandola a perdersi in mare.

Si sentiva come quelle lanterne.

Lumine non era mai stata la più ottimista tra i due. Era Aether quello che sempre pensava a tirarle su il morale, Aether che tentava di far breccia nella sua freddezza e nel suo realismo con quel suo solito pizzico di speranza che sempre riusciva un poco a scardinarla dalle sue considerazioni pessimistiche su ciò che li attendeva. E Lumine provò a chiedersi come sarebbe stato, pensarla come lui.

Come sarebbe stato poter avere la mente di suo fratello e credere davvero che quelle lanterne sarebbero giunte a lui, o che forse perfino Aether le stava guardando, ovunque si trovasse, e stesse pensando a lei.

Ma Lumine non poteva prendersi un simile lusso. Perché la realtà sempre le provava che mai ne avrebbe avuto il bisogno.

Abbassò lo sguardo, quelle luci che le facevano male al punto che gli occhi pungevano. 

Ma non voleva piangere.

Non ancora.

Eppure, con lo sguardo rivolto ai flutti del mare nero sotto di lei, Lumine non poté fare a meno di pensare a quella lanterna che con tanta cura aveva preparato perché il fratello potesse riceverla, se fosse stato ancora vivo, lanterna che era crollata in mare a causa di un soffio di vento improvviso. E l’aveva vista precipitare, Lumine, insieme al suo cuore, disperazione mista a terrore che le avevano impedito di recuperarla e di farla volare di nuovo.

La sua lanterna non si era bruciata come una farfalla al sole. Era perita sotto le onde. Sballottata sugli scogli, distrutta come distrutto era stato il suo cuore accartocciato precipitato anch’esso con il suo dono.

E qualche lacrima cominciò a cadere, silenziosa com’erano solite sul suo viso, nel mentre che osservava i mulinelli lontani che ancora si accanivano contro la sua povera lanterna. 

Andava a fuoco e soffocava insieme. Come le luci in cielo, come quella che aveva tentato di lanciare subito perita tra le onde. Bruciava perché si sentiva come se stesse continuamente girando in tondo, come se la verità fosse ad un palmo dalla sua mano ma nessuno volesse mai fornirgliela perché serviva, perché era una pedina di una scacchiera su cui era stata inserita a forza e Lumine non poteva far nulla se non resistere a quel gioco fino a quando il suo obiettivo non sarebbe stato portato a compimento. Ma si sentiva anche spegnersi, sotto il gelo del mare, gelo sotto cui le sue urla si cristallizzavano come ghiaccio, di fronte ad una festa che nulla poteva essere comparata alle periglie del suo viaggio, ma che la metteva in difficoltà.

Perché quella festa, quel rito antico, riguardava le famiglie. Riguardava il celebrare dei legami passati, resistiti alle intemperie del tempo, o celebrarne di nuovi appena sbocciati sotto la luna o di altri, di vecchi, le cui catene arrugginite si erano spezzate da tempo ma di cui rimaneva comunque un ricordo, quella parte di metallo che ancora si teneva tra le mani che più non era collegata a nessun altro.

Perché quella festa le aveva ricordato costantemente che lei, una famiglia, non ce l’aveva più. E non importava quante persone avrebbe incontrato nel suo viaggio, e quante ancora ne sarebbero arrivate.

Non sarebbero mai state suo fratello.

“Hai scelto un bel posticino, principessa!” 

Una voce pimpante, che aveva imparato a conoscere al pari del suono dei suoi stessi passi, giunse da dietro di sé, il giovane dai capelli color carota che le si sedette accanto.

Lumine si passò furiosa una mano sul viso, per eliminare ogni traccia di lacrime. Come aveva potuto non accorgersi di lui? Detestava essere sorpresa durante i suoi momenti di debolezza.

E detestava che ad averla sorpresa fosse stato…

Il sorriso che Childe le rivolse la spiazzò.

“La festa è di una noia, senza di te.”

“Risparmiati” tagliò brusca lei, ancora tuttavia confusa dall’espressione che quello le stava rivolgendo.

L’aveva…già vista in precedenza. Quando il fratellino di lui, Teucer, era arrivato a Liyue con l’intenzione di rivedere il più grande, Childe le era parso una persona completamente diversa. E per Lumine era stato guardare un po’ come alla relazione che sempre aveva avuto con Aether, ma da una prospettiva esterna. Certo, loro erano gemelli mentre Childe e Teucer no, ma notare quanto lui ci provasse, a rendere la vita del fratellino più semplice, e gioiosa, e vedere quanto ci tenesse al punto di rischiare la sua stessa salute l’aveva…scossa.

Quel Childe era diverso dalla persona che aveva combattuto, e contro cui combatteva ripetutamente anche solo per gioco.

Era più intimo.

Più dolce.

Quasi che stesse osservando il lato opposto di una stessa medaglia. E se prima quel giovane guerriero l’aveva intrigata…Lumine non poteva dirsi che la sua attrazione non fosse peggiorata.

“Ti manca tuo fratello?” 

La sorprese, il fatto che quella fu una domanda. Si era aspettata un qualche commentino stupido, o indelicato al punto che lei l’avrebbe buttato giù dalla scogliera in men che non si dica, ma Childe fu accorto. E dolce.

E Lumine si sentì un poco a disagio.

Non per il fatto che fossero nemici, o che andassero spediti su strade forse opposte o forse parallele, ma perché non era abituata a sentirsi protetta. Capita, addirittura.

Perché era certa che se Childe fosse lì, il motivo era simile al proprio.

“E a te mancano i tuoi. La tua famiglia” constatò lei, ginocchia strette intorno alle sue braccia e voltando un poco il viso in sua direzione, facendo però attenzione a non incrociare mai quel letale sguardo del colore del cielo illuminato da centinaia di stelle.

Childe, sulle prime, non si mosse.

Ma subito scoppiò a ridere, di quella fragorosa risata che parve scacciare via il suo malessere al pari di un’onda.

“Beccato, principessa” fece lui, scuotendo poi il capo “Non è lo stesso scrivere del Lantern Rite in una lettera quando loro potrebbero essere qui a viverlo con me. Sembra vuoto, nonostante le strade brulichino di gente.”

Aveva colpito esattamente dove faceva più male.

Lumine chiuse gli occhi.

E Childe continuò a parlare.

“Vedo il cibo per strada e mi chiedo “Questo potrebbe piacere a Tonya?” E so di per certo che le brillerebbero gli occhi e lo riproporrebbe a casa, ma quando mi volto non c’è. E quando vedo dei mercanti ambulanti con qualche giocattolo di ultima generazione, non riesco a non pensare a Teucer, sai? E mi sembra di averlo qui, seduto sulle mie spalle, ma non c’è. È lontano.”

Ogni parola di lui faceva male al pari di mille pugnali ma Lumine lo lasciò parlare. Perché in quel dolore erano insieme, in un qualche modo, entrambi costretti a stare lontani dalla propria famiglia per un obiettivo che forse era lo stesso, o forse era l’opposto, ma che ora non aveva alcuna importanza perché faceva soffrire entrambi.

“Io non lo so se mio fratello è lontano” non aveva mai pronunciato quelle parole a voce alta, per la paura che si avverassero. Era ridicola, lo sapeva. Ma perdere Aether per sempre avrebbe significato vedersi strappato il suo cuore intero. E adesso faceva troppa fatica ad averne solo metà per voler scoprire cosa si provasse ad essere un guscio privo di anima.

“Forse è morto.”

La voce le si spezzò non appena la prima sillaba lasciò le sue labbra. Lumine nascose il viso tra le ginocchia, la vista troppo annebbiatalesi perché potesse anche solo pensare di tenere il capo alzato, fiera, come in un momento simile non era.

Si sentiva debole.

E scossa, sbattuta dalle onde sugli scogli senza che però riuscisse a perdere totalmente coscienza. 

Perché forse, il peggio di quanto stava andando a compiere era che fosse consapevole. Consapevole di trovarsi in un mondo a lei ostile, che le nascondeva la verità, consapevole di trovarsi in un territorio in cui lei era l’ennesimo granello di polvere in cima ad una pila di sabbia. Un essere così insignificante le cui paure erano tali, per chi stava in alto, e Lumine lo detestava. Detestava che la sua rabbia non venisse percepita immensa, come lei la sentiva su se stessa. Lo detestava perché le conseguenze su di lei erano reali, erano letali, ma a nessuno importava. Era pari a quelle lanterne che bruciavano sotto gli occhi stupefatti degli umani e Lumine si chiese se davvero non fosse quello, il suo destino. Contorcersi dalla sofferenza in un viaggio che non l’avrebbe mai portata a trovare Aether, per la gioia di un qualche sadico che osservava ogni suo passo.

Qualcosa attirò la sua attenzione, distogliendola da quei pensieri funesti di disgrazia e dolore.

Era una luce, una luce azzurrognola che splendeva flebile in quell’oscurità in cui si era rinchiusa e Lumine non poté far nulla se non sollevare lo sguardo, attratta com’era da quella brillantezza di fronte a lei.

E quando sollevò il capo credette di star sognando.

Di fronte a lei vi era l’esecuzione di un piccolo gioco d’acqua, in cui due balene si rincorrevano tra loro nell’aria fino a quando non si fusero in una sola figura, più grande e maestosa che prese a volteggiare da sé nuotando nella notte davanti al suo viso.

Lumine non aveva bisogno di sapere di chi fosse opera quel gioco che aveva spazzato via le sue lacrime. Avrebbe forse dovuto comprenderlo sin dal primo istante in cui la strana luce era apparsa, ma, adesso, quando quello prese a parlare, si sentì abbastanza sicura dal lasciarsi andare per poggiare sul petto del giovane che si era spostato dietro di lei per tirarle su il morale.

“Teyvat è immensa, principessa” pronunciò Childe con voce dolce, quasi che stesse parlando ad un membro della sua famiglia e non a quella donna con cui si divertiva quotidianamente a combattere a morte “A volte ciò che ci serve potrebbe trovarsi in fondo.”

E Lumine non aveva la benché minima idea se Childe si stesse riferendo alla fine del suo viaggio, o se dietro quelle parole ci fosse un significato ben più materiale -stava…citando l’Abisso, per caso?- ma non le importava.

Non le importava perché adesso vi era solo quella piccola balena di fronte a sé e nient’altro che fosse disperazione o tristezza.

Allungò una mano in direzione dell’animaletto d’acqua. E sentì Childe ridere appena, in un suono più aggraziato di qualsiasi che avesse mai udito uscir fuori dalla sua bocca.

“Perché questo gioco d’acqua?” chiese, lo sguardo ancora meravigliato da quanta dolcezza vi fosse in un simile gesto.

Poté avvertire Childe fare spallucce, dietro di lei. E, forse, sorridere.

“A Teucer piacciono. Pensavo potessero piacere anche a te. Non eri tu quella intenta a risolvere i puzzle del gioco delle lanterne d’ombra in piazza, l’altra sera?”

Lumine si abbandonò ad un sorriso dolce.

“Proprio io” fece, il corpo ormai premuto contro quello dell’altro che, con il braccio libero, la strinse.

“E dire che ti avrei creduta più persona da round nel teatro meccanico” ribatté quello con voce divertita, e Lumine fece una smorfia.

“Quello piacerebbe a mio fratello” annunciò fiera, ben conscia di quali fossero i gusti del fratello. Aether avrebbe amato quel gioco di tattica di guerra. E avrebbe odiato, invece, quello che tanto piaceva a lei, e che probabilmente l’avrebbe portato a perdere la pazienza dopo nemmeno due secondi.

“Gusti raffinati” commentò allora Childe, e Lumine, con le poche forze che aveva ancora in corpo, gli diede una gomitata, quello che fece finta gli avesse fatto male.

Ed una consapevolezza, più gioiosa, questa volta, le attraversò la mente. Se era vero che nessuno, in quel suo lungo viaggio, avrebbe mai potuto sostituire Aether, era anche vero che non stava a lei cercare sostituti del fratello. Non ne aveva bisogno. Il gemello sarebbe rimasto da qualche parte ad attenderla, o pronto a farsi trovare, e Lumine, nel proseguire in quella strada, aveva bisogno di chi, invece, quella fiamma per raggiungere il suo obiettivo potesse alimentarla.

Non aveva bisogno di un secondo Aether, perché non esisteva. Così come, nella sua vita, non poteva esistere qualcun altro che sostituisse l’importanza che il giovane dai capelli color carota stava pian piano acquisendo. E avrebbe dovuto spaventarla, per certi versi. Avvicinarsi ad una persona pericolosa come lui. Ma più trascorrevano del tempo insieme, e più sentiva il suo cuore battere all’impazzata, e fermarsi, per poi tuffarsi ancora in un vuoto in cui sapeva che, al suo fianco o dal lato opposto, Childe ci sarebbe stato.

In qualsiasi modo il loro percorso insieme si sarebbe concluso, sarebbe rimasto tale.

Insieme.

Da nemici o da amici o da amanti.

Arricciò il naso, Lumine.

Amanti.

Una parola che non si era mai premurata di riservare a nessuna delle precedenti persone con cui, nel corso dei suoi viaggi, aveva giaciuto.

Childe era diverso.

Le aveva scolpito il cuore, in qualche modo.

“I miei non ti piacciono?” lo bacchettò lei, gustandosi lo spettacolo delle lanterne con l’anima più leggera, tra quelle braccia forti che sapevano, in un modo che nemmeno lei riusciva a spiegarsi, di casa.

E sentì Childe sospirare, dietro di lei, il giovane stringerla un po’ più vicino. Delicatamente, così in contrasto nel modo rozzo e forte con cui invece impugnava le sue armi.

“Non c’è niente che non mi piaccia di te, principessa.”

 


 

.viator

 

Si era ritagliato un angolo silenzioso, Aether, per impegnare la sua mente nella costruzione di quella che era l’ennesima lanterna. Inizialmente, aveva detestato a morte quel suo compito. Non si capacitava come un popolo così tanto fiero delle proprie tradizioni avesse potuto dimenticarsene una considerata tra le più importanti, affibbiandogli il lavoro di dover addirittura insegnare agli abitanti di Liyue come recuperare le loro origini.

Man mano che, però, i giorni trascorrevano, e l’atmosfera della festa si faceva via via più carica, il cielo tinto di infinite luci, Aether, per quel ruolo, era grato.

Perché gli impediva di non pensare, di non focalizzarsi troppo su quanto un simile spettacolo gli sarebbe piaciuto condividerlo con chi, invece, al suo fianco, non aveva.

Il Lantern Rite era un evento apposito per le famiglie, per riscoprire legami passati forse andati lesi per il tempo, o per consolidarne di altri appena sbocciati che, al pari di un fiore, necessitavano di incredibile cura perché non appassissero.

Ma Aether, la sua famiglia, non l’aveva.

E forse era un azzardo, credere che simili lanterne potessero raggiungere il luogo in cui Lumine si trovasse, ma preferiva, anche solo per un qualche istante, attaccarsi a quella flebile speranza piuttosto che soccombere all’evidenza che fosse solo. Che quel viaggio lo stesse come facendo girare in tondo, senza alcuna possibilità di avanzare in maniera pratica in linea retta, perché tutto, in Teyvat, era un grandissimo enigma e lui era stanco di provare.

Stanco di giocare a quella partita a cui non aveva richiesto di partecipare.

Così, sulla montagna che costeggiava Liyue Harbor, Aether concluse la sua lanterna. Sembrava così sghemba in confronto alle centinaia che aveva preparato in passato per persone di cui già aveva dimenticato il volto. E forse era dovuto alle sue mani tremanti, al suo cuore in preda ad un terremoto che scuoteva le sue membra, impedendogli di agire, di pensare.

Si alzò in piedi, Aether, con la lanterna in mano. Così piccola contro la vastità del cielo come piccolo era lui, contro la vastità di qualsiasi destino fosse stato intessuto per lui a Teyvat.

Così piccola eppure così tenace.

La sollevò in volo, osservandola fino a quando non divenne una tra le tante altre lanterne carichi di desideri di cui, ad Aether, poco importava, perché l’unico che avesse senso, nel suo cuore, era il proprio.

E si chiese se mai un oggetto così fragile e minuscolo, ora divenuto un punto lontano nel cielo, potesse raggiungerla. Si chiese se mai, dall’altro lato, Lumine sarebbe stata lì per accogliere la sua lanterna, il suo desiderio, il motivo per cui quel viaggio periglioso era cominciato.

Si chiese se mai lei ci sarebbe stata, un giorno, a tendergli la mano.

Aether lasciò Liyue Harbor, quella notte, fuggendo via da una festa che il suo cuore non poteva reggere. E si diresse verso un’altra montagna, più fredda, forse, ma cos’era il ghiaccio in confronto al gelo che sentiva nel suo cuore di fronte alla magnificenza di Liyue per quella celebrazione?

Nulla, se non un caldo abbraccio di chi sapeva potesse comprenderlo meglio di chiunque altro.

 

“Credevo stessi prendendo parte al rito delle lanterne.”

Aveva capito si trattasse di lui dal suono dei suoi passi sulla neve, Aether che trovò l’alchimista di spalle, intendo a studiare quella che era la sua lavagna piena di appunti di esperimenti e congetture che ne erano conseguite.

“Mi soffoca” fu quanto Aether gli rispose, avvicinandosi a quella figura eterea illuminata dal piccolo fuoco ormai quasi spento. 

Albedo sembrava assorto nell’esaminare le sue carte, ma non abbastanza perché non si accorgesse di lui al primo accenno di passi sulla neve, il cuore di Aether che prese a scaldarsi appena, a quella consapevolezza.

“Empatizzo” fu quanto l’altro gli disse, senza però voltarsi.

Aveva risvegliato dei ricordi, in lui, per caso? Erano così simili, su certi aspetti. Entrambi alla ricerca di una famiglia che non sapevano dove potesse trovarsi, costretti a fronteggiare una sfida a dir poco impossibile per l’umanità intera. Figurarsi per solo uno di loro.

Erano simili perché erano soli. E stanchi.

“Le feste di Mondstadt non mi aggradano particolarmente per simili motivi.”

Aether si trascinò in direzione dell’altro, strascicando i piedi nell’accampamento dell’alchimista. Gli girava la testa, e non riusciva a comprendere se si trattasse solo di una semplice febbre, o dello stress accumulato durante tutti i preparativi per il Lantern Rite che aveva ben deciso di riversaglisi addosso proprio in quel momento.

Fu allora che Albedo si voltò, quando fu ad un passo da lui, e Aether vide, nei suoi occhi puri come il ghiaccio, il riflesso di quella che era la sua figura esausta, e disperata, e arresa ad un timore che da sempre albergava nel suo cuore ma che aveva cercato di sopprimere in ogni modo possibile, pur di non soccombere. Pur di fermarsi in quell’impresa che era cento, no, mille volte più grande di lui.

Si abbracciarono.

Nella tenda che Albedo aveva montato poco più in là, al riparo dal gelo della montagna ma non a quello della sua anima che diveniva sempre più fredda, immobilizzata da una morsa per cui non sarebbe bastato il sole, a scioglierla.

E forse era più corretto dire che era Albedo, ad abbracciarlo, Aether impegnato invece ad aggrapparsi a lui quasi che fosse la sua unica speranza. Il suo unico conforto in un mondo che non riusciva a comprenderlo. A mettere i suoi bisogni prima di tutto il resto.

“Ti capita di temere di non trovarla mai?” 

Aveva bisogno di buttarlo fuori, quel pensiero. Come si buttava l’acqua salata del mare non appena si riemergeva, acqua che rischiava di bruciare i polmoni per quanto era bollente, e distruttiva.

Acqua che avrebbe distrutto la sua anima se non avesse riconosciuto che un simile pensiero lo distruggeva profondamente.

E Albedo non rispose, all’inizio. Lo accarezzò e basta, con quelle mani gentili che tanto gli ricordavano il tocco di un fiore sul viso quando questo veniva sospinto dalla brezza estiva, gentili come quelle di chi era nato con la purezza nel cuore.

“Sì” sussurrò, con voce che un poco gli sembrò traballasse, scossa prima di una valanga pronta a seppellire entrambi insieme ai loro timori, ai loro sogni, ad il proprio destino.

“Non c’è giorno in cui non mi sfiori il pensiero.”

E Aether si chiese se allora non sarebbe stato meglio che si concludesse in quel modo. Con entrambi sepolti e portati al riposo eterno senza che più nulla potesse sfiorarli. Ma era consapevole che lui, così come Albedo stesso, una simile fine non potevano accettarla.

E dove aveva pensato che fosse la voce dell’alchimista, a traballare, scoprì presto vi fosse anche la sua, rotta dal pianto.

Lumine gli mancava al pari di come gli mancava l’aria quando affogava. Si sentiva spezzato, costretto a convivere con metà del suo corpo quando per una vita di secoli erano sempre stati un’unica entità, che valeva per cento.

Zoppicava, senza di lei.

E per quella sera si prese il lusso di ammetterlo. Che facesse fatica a camminare. A respirare.

Ad andare avanti.

Pianse tra le braccia di Albedo fino a quando ogni singola lanterna, nel cielo, non si spense.

E fu certo che a quel suo pianto di singhiozzi, si unì anche l’altro.

Silenzioso come solo il dolore poteva essere.