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5 Luglio 2021
He came like the hottest sun
Pareva essere tutta opera del destino, o questa era la convinzione di Michelangelo, un ghigno furbo sul viso mentre si alzava dalla sedia ergonomica della sua scrivania per andare ad aprire all’ospite che aveva appena bussato al citofono.
Alessandro non era tanto sicuro fosse stata realmente una casualità, aveva la strana sensazione che il famigerato destino si chiamasse proprio Michele e che già da giorni stava progettando questo incontro, come se nella sua mente avesse già tutto uno schema preciso e dettagliato di come sarebbero andate le cose, lui master mind di questa collaborazione dalla quale, era sincero, non aveva minimamente idea potesse uscirne qualcosa di buono ma, chi era lui per dubitare? Forse doveva solo fidarsi e lasciare, per una volta, che il caso facesse il suo corso.
Ci stava riflettendo mentre era stato lasciato solo in studio e, per ingannare l’attesa, teneva lo sguardo fisso, un po’ perso, sulla punta delle proprie sneakers bianche che stonavano miseramente con lo stile dei tappeti persiani che erano sparsi in quasi ogni angolo dello studio di Michelangelo.
Belli eh, i tappeti persiani, ma zio la polvere che ti raccolgono è assurda, starci dietro è uno sbatti quindi in casa sua i tappeti erano limitati al minimo indispensabile, giusto dove necessari.
L’improvviso ingresso di questo ragazzino che aveva fatto rumorosamente irruzione nello studio l’aveva distolto dai suoi pensieri e, senza che avesse neanche il tempo di aprire bocca, se l’era ritrovato addosso in un tentativo di abbraccio che stava per causargli una rovinosa caduta dallo sgabello già precario su cui se ne stava appollaiato, insieme ad un assolutamente non richiesta invasione dei sui spazi, della sua safe zone.
Gli aveva allacciato le braccia sottili intorno alle spalle, schiacciandogli il petto magro contro il viso; le sue narici impregnate immediatamente dell’odore di quei bagnoschiuma tipo badedas, quelli con la confezione nera o blu che se lo prendevi di altro colore poteva fortemente intaccare sulla tua mascolinità, misto all’odore dell’erba fresca, di quello che senti quando ti svegli la mattina presto con l’umore a mille e con la voglia di spaccare il mondo in stile: “oggi cambio vita, divento vegano e vado a correre tutti i giorni”.
Decidi allora di andarci davvero a correre a parco Sempione alle sette del mattino, sentendoti libero e potente, giusto fino a quando torni a casa stremato e ti riaddormenti con ancora la giacca a vento addosso, ‘che svegliarsi presto non fa proprio per te però l’aria pulita e fresca del mattino, il sole caldo sul viso, quella è una gioia da provare, anche se solo per un paio di volte l’anno.
Gli si era allontano però quasi subito, probabilmente avvertendo la rigidità di Alessandro che, da brava regina dei ghiacci, non aveva minimamente ricambiato l’abbraccio ma finalmente poteva allargare la sua visuale e guardarlo per bene. L’aveva seguito su Instagram dopo averlo incontrato ad un photoshoot -credeva di avere anche qualche suo DM non letto tra i messaggi in arrivo- ma non si ricordava molto di quel primo incontro, probabilmente si erano scambiati non più di un paio di parole ed era finita lì.
Sul viso aveva un sorriso da bambino indisponente che Alessandro avrebbe voluto tirargli via a schiaffi, i capelli spettinati e arruffati -aveva come l’impressione che non avesse fatto neanche lo sforzo di asciugarseli dopo la doccia- e gli occhi dolci ma profondi come due pozzi. Quanti anni aveva detto di avere? Perché Alessandro gliela leggeva tutta in faccia l’adolescenza; gli occhi pieni di ogni sfumatura, di ogni emozione, il viso dolce ma con i lineamenti che iniziavano ad affilarsi, a renderlo più maturo, con gli zigomi più marcati, le labbra più morbide, la barba che si faceva spazio sulle guance ancora segnate dalla pubertà.
“Finalmente ci vediamo. Io sono Riccardo” aveva esordito, quel sorriso del cazzo ancora aperto sul viso.
Alessandro aveva sorriso di rimando, dandogli una leggera pacca tra il collo e la spalla:
“Ciao Blanchitobabe”
L’aveva preso in giro bonariamente, imitando il tono con cui di solito si annunciava nell’intro delle sue canzoni, facendo ridere il ragazzo e, spontaneamente, l’aveva seguito in quella risata.
Con l’attention span di un bambino di cinque anni, Riccardo si era praticamente già quasi dimenticato di lui e aveva concentrato tutte le sue attenzioni su Michele, per poi andarsi a sedere sgraziatamente sull’altro sgabello libero posizionato tra quello su cui era ancora seduto lui e un leggio.
Alessandro sembrava non riuscire a distogliere l’attenzione da Riccardo; non che ci fosse una particolare ragione, era sicuramente un bel ragazzo ma non di certo non l’aveva folgorato per quello, è che proprio, non appena era entrato in quella stanza, sembrava si fosse illuminata a giorno, come se un Apollo adolescente in ciabatte e canottiera bianca fosse entrato portandosi dietro il suo carro del sole - “Devi uscire dal mood Ghettolimpo Alessa’ per favore, non ti si sopporta più con questa mitologia”- si era auto ammonito cercando di focalizzarsi sulla motivazione principale per cui erano lì.
“Vabbè zí, le presentazioni le abbiamo finite, ci mettiamo a lavoro?”
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14 Agosto 2021
Feeling Alive
“Ricky hai rotto il cazzo” aveva risposto al telefono con la voce ancora assonnata, mentre si nascondeva sotto le lenzuola bianche e pesanti tipiche degli alberghi, cercando di riprendere sonno in fretta senza curarsi del ragazzo all’altro capo del telefono. La sua risata era risuonata tra le lenzuola
“È incazzato, signor Mahmood?”
Era incazzato? Sì! No! Un po’ sì ecco, perché Riccardo non lo aveva lasciato in pace un secondo da quando si erano conosciuti più di un mese prima a Cremona -oltre al fatto che in questa specifica situazione l’aveva anche svegliato dal suo sonno ristoratore dopo il primo concerto del tour estivo- ma in generale gli telefonava sempre nei momenti peggiori. Come era successo un paio di settimane prima, mentre era in discoteca in Sardegna e stava cercando di capire se la situazione con il tipo Spagnolo che gli stava tenendo una mano strettamente ancorata al culo e le labbra appiccicate al collo, si sarebbe evoluta in qualcosa di più di una limonata al sapore di vodka stantia, annebbiata dalle luci psichedeliche del locale, perché Riccardo aveva sentito il bisogno di chiamarlo in piena notte e urlargli nelle orecchie: “Ale ho avuto un’idea bellissima, senti qua” e gli aveva cantato un po’ parte della strofa a cui stava lavorando- e, se per qualche motivo non riuscivano a parlarsi, il telefono gli scoppiava di messaggi. Una vibrazione che si ripeteva all’infinito nelle tasche dei suoi pantaloni, al punto tale che aveva deciso di silenziare il suo contatto.
Il problema forse, più che la dipendenza telefonica di Riccardo, era il fatto che lui rispondeva sempre. SEMPRE! Anche solo per mandarlo a fanculo e riattaccare.
Ecco, era incazzato con sé stesso, perché quasi si aspettava, ormai, di sentire Riccardo ogni giorno, come se fosse diventata una abitudine a cui si era affezionato troppo facilmente e senza il suo reale volere.
Se ne era reso conto quando, a tavolo con sua madre e i suoi parenti, in una di quelle rimpatriate che si fanno solo d’estate, dove ritrovi i cugini di terzo grado che non vedevi dalla prima comunione e con cui finisci per ubriacarti come se fossero i tuoi besties bevendo il vinello di zio Tonino, che era biologico e fatto in casa, continuava a guardare il cellulare perché Riccardo non si era fatto sentire tutto il giorno.
Era preoccupato, che avrebbe fatto se gli fosse successo qualcosa? Forse aveva sbattuto la testa su qualche scoglio mentre cercava di fare l’acrobata? Ne era capace, capacissimo. Forse invece gli aveva dato una risposta brusca e ora lo odiava e non gli avrebbe parlato più? Beh, meglio così, alla fine non avrebbero comunque concluso niente di buono con quella canzone che stavano mettendo in piedi a spizzichi e bocconi e poi era un rompipalle Riccardo, doveva solo che essere contento del fatto che non si stava facendo sentire più e che finalmente gli aveva lasciato il tempo di godersi la sua vacanza, la sua famiglia e i suoi amici. Perché mai avrebbe dovuto lasciarsi monopolizzare da un cazzo di ragazzino iperattivo alla fine?
Nonostante il suo discorso non facesse una piega, aveva sospirato e subito dopo aveva sentito la mano di sua madre sulla spalla, come a volerlo supportare nel suo overthinking convulsivo, nonostante non ne conoscesse neanche la ragione.
Poi Riccardo gli aveva scritto, intorno a mezzanotte, dicendogli che era stato impegnato tutto il giorno a girare alcuni dei visual per il suo album in uscita -in allegato foto di lui seduto nudo sugli scogli- Alessandro aveva visualizzato senza rispondere, ma sul viso gli era spuntato un mezzo sorriso.
“Sì, sono incazzato, che vuoi? Mi hai pure svegliato zí, che cazzo.”
Aveva continuato con tono fintamente gelido, addolcito però dal sonno appena trascorso.
“Come è andato il concerto ieri? Voglio qualche video. L’hai cantata Talata?”
Aveva sbadigliato sonoramente per poi rispondere solo con “Bene. No! Si! Ti piace così tanto quella canzone?”
Non capiva il perché ma si era fissato e ogni tanto gli mandava vocali in cui la cantava -a modo suo- senza un motivo preciso.
“Boh sì. Mi piace la live version, la guardo sempre”
Alessandro aveva annuito per poi restare in silenzio, pronto a riagganciare se non avesse parlato nei prossimi cinque secondi.
“Ale…” non gli piaceva questo tono, cosa era successo?
“Mh…?” aveva iniziato a battergli un po’ più forte il cuore e si era messo su a sedere.
“Ieri abbiamo chiuso il disco. Tutto. Completo.” Gli sentiva una nota di agitazione nella voce “Te quando torni a Milano? Vorrei portartene un copia”
Ecco cosa era, era agitazione nella sua voce. Alla fine, faceva sempre lo sborone, continuava a dire che cantava per divertirsi, che era tutto per divertirsi, ma in realtà si impegnava al massimo in quello che faceva. Lavorava ad ogni dettaglio, non lasciava niente al caso e, nonostante la naturale inesperienza, cercava di rendere tutto il più perfetto possibile, in uno stile tutto suo.
Le canzoni lui le aveva ascoltate già tutte ormai, incluse le versioni che non sarebbero mai state pubblicate, e gli piacevano. Gli piaceva da morire il modo di raccontarsi di Riccardo, così giovane e così pieno di emozioni, di un fuoco dentro che lui, a quell’età, non si immaginava neanche di poter avere. Era stato capace di commuoverlo e divertirlo, di fargli vivere un rollercoaster di emozioni nella durata di più o meno mezz’ora del suo CD. In qualche strano modo Riccardo e la sua musica lo facevano sentire un po’ più vivo…
“Controllo gli eventi che ho e ti mando un messaggio, ok? Così me lo fai riascoltare tutto per bene.”
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21 Gennaio 2022
He’s gonna be the end of me
Era stata una giornata lunghissima, avevano iniziato a girare le prime scene del video in tarda mattinata e avevano deciso, alle 20:00 passate, che forse sarebbe stato meglio riprendere domani. Amsterdam poi era gelida e pioveva da quando erano arrivati, sentiva l’umidità e il freddo attaccarglisi fin dentro l’anima, considerando poi che aveva passato la maggior parte della giornata con solo un paio di pantaloni di seta addosso, era già tanto non fosse morto per ipotermia. A completare il quadro della giornata stressante, ci si era messo anche Riccardo che, probabilmente volendosi allenare per il prossimo giro di Italia, aveva iniziato a correre tra le campagne olandesi su quella bicicletta minuscola per poi sfracellarsi al suolo; quando si era alzato i pantaloni e aveva visto un rivolo di sangue scendergli giù per il polpaccio gli era venuto quasi un mezzo infarto e solo dopo che Riccardo gli aveva assicurato di stare bene, si era deciso che chiamare l’ambulanza non era necessario anche se, fosse stato per lui, l’avrebbe portato a farsi il richiamo dell’antitetanica che non si sa mai.
Riteneva che l’insieme di tutte queste motivazioni fossero più che sufficienti a decretare che lui sarebbe rimasto in camera a riposare invece di uscire con gli altri ragazzi del team quella sera; i suoi piani però non erano andati proprio come sperava visto che Riccardo avesse deciso che sarebbe rimasto con lui in albergo a guardare Netflix, che era stanco e gli facevano male le gambe.
In una situazione diversa, una sessione di Netflix and Chill con Riccardo non l’avrebbe disdegnata ma, considerando che dovevano mantenere il loro rapporto ad un livello di decenza e stabilità accettabile almeno fino a metà febbraio, in modo tale da evitare scenate alla Morgan e Bugo sul palco di Sanremo, forse era meglio eliminare il Chill dalla frase -e dai suoi pensieri- e limitarsi a guardare Netflix per un po’, fino a stancare Riccardo con qualche Anime che l’avrebbe annoiato sicuramente per poi mandarlo a dormire in camera sua, da bravo bambino.
Riccardo gli occupava la parte sinistra del letto, la spalla contro la sua e la testa piegata di lato mentre, stranamente in silenzio, guardavano una puntata di Kakeguri dal portatile che Alessandro teneva in equilibrio sulle cosce. Sentiva il calore del suo corpo vicino al proprio ed era così confortante da fargli quasi venire voglia di tenerselo vicino ancora per un po’; quel silenzio però era strano, forse era stanco davvero? Alessandro gli lanciava qualche occhiata ogni tanto, giusto per controllare che non si fosse addormentando, e ogni volta lo ritrovava con gli occhi fissi sullo schermo.
“Che te ne pare di come sta venendo il video?” gli aveva chiesto interrompendo il silenzio così da spostare l’attenzione del ragazzo su di sé.
“Bello, mi sta piacendo un sacco. Verrà una figata!” aveva risposto entusiasta “Mi è piaciuta un sacco la tua parte, stavi proprio da dio.”
Non gli era chiaro perché quella scena lo avesse colpito così tanto, era da quel pomeriggio che ne parlava, che gli ripeteva quanto fosse figo e che la scena con quel ragazzo era venuta troppo bene, per poi esordire con un “Bello pure lui eh? è un po’ il tuo tipo?”
Alessandro l’aveva guardato con un sopracciglio alzato e un’espressione confusa che gli riusciva sempre bene (più volte che non era confuso da tutto e da tutti, dalla vita in generale diciamo)
“Eh, cioè, non parliamo mai di ‘ste cose, non ho idea di che tipo possa piacerti. A me, ad esempio, piacciono le persone more e con un bel culo” aveva continuato, prima di mordere sgraziatamente il panino che stavano mangiando in quella mezz’ora di pausa pranzo che gli era stata concessa tra una scena e l’altra.
Il fatto che avesse usato il termine “persone” e non “ragazze” l’aveva fatto soffermare un po’ di più sul reale significato di quella domanda; da quanto ne sapeva, e l’aveva scoperto a sue spese, Riccardo era etero e fidanzatissimo.
Ancora gli veniva il nervoso, in realtà, ripensando alla scena di Riccardo che si presentava mano nella mano con la sua ragazza la sera in cui dovevano partire per la presentazione della loro canzone a Sanremo giovani.Quel giorno si sentiva particolarmente isterico e, per più di una volta, era stato sul punto di lanciare Riccardo sotto uno dei tram in corsa per le vie di Milano.
In realtà non voleva fare l’hater di una ragazzina, che poi era anche bellina e molto dolce, ma che cazzo di senso aveva tenersela appresso in occasioni di lavoro? Lui i suoi compagni mica se li era portati dietro durante i tour o i passati Sanremo? Ecco, era una questione di professionalità, dovevano lavorare non andare in gita per copulare (e avrebbe onestamente voluto anche evitare doverli guardare sbaciucchiarsi sotto i suoi occhi ogni cinque minuti).
Riccardo però aveva ragione sul fatto che di queste cose, in realtà, non ne avevano mai parlato esplicitamente, perché Alessandro aveva sempre sapientemente evitato l’argomento. Non che avesse nulla da nascondere ma, parlare di queste cose con un ragazzino -per il quale si stava prendendo una sbandata assurda e completamente fuori luogo- non gli sembrava il caso.
“Mah sì, era un bel ragazzo, cioè è un modello, deve essere bello per forza.” aveva glissato sull’argomento come poteva e aveva benedetto la sua manager che li aveva interrotti richiamandoli all’ordine per ricominciare le riprese.
“Comunque Ale, sono proprio contento. Cioè, di tutto, capito? Di essere qua, che non c’ero mai stato prima ad Amsterdam, ma soprattutto di essere qua con te. Perché se tutto questo sta succedendo è grazie a te, capito? Mai avrei immaginato una cosa del genere e, indipendentemente da come andrà la gara, sono proprio felice. Potremmo anche arrivare ultimi e non me ne fregherebbe un cazzo.”
Si era tirato su a sedere per guardarlo in viso mentre gli faceva la sua confessione.Alessandro aveva sorriso, sorpreso da quelle parole, e gli aveva passato un braccio intorno al collo tirandolo verso di sé bonariamente.“Semmai dovresti ringraziare Michelangelo, è lui che ci ha messo insieme, ma poi da dove esce ora questo lato romanticone, Ricky? Mica me l’aspettavo. Mi sembra quasi una dichiarazione da teen drama” l’aveva preso in giro scompigliandogli i capelli già arruffati, ma era sinceramente felice di sentire quelle parole.
Spesso aveva avuto dubbi sulla loro collaborazione, non tanto per colpa di Riccardo -nonostante fosse difficile da sopportare e più volte che non avrebbe voluto ucciderlo- ma per il peso di quella cosa che stavano creando (e non si riferiva solo alla canzone, quanto più al rapporto che si era instaurato tra di loro, soprattutto dal punto di vista di Alessandro che si sentiva fin troppo legato a quel ragazzino) che diventava ogni giorno sempre più maggiore.
Aveva avuto spesso paura che i suoi modi di fare, le critiche che gli versava, anche il suo modo di scherzare, potessero far male a Riccardo, ma al contrario lui sembrava sempre trovare il lato positivo anche nelle peggiori critiche.
Oltre a quello però, aveva spesso avuto paura per sé stesso, perché non poteva permettersi di legarsi a lui in nessun altro modo se non quello professionale ma, a conti fatti, ormai era già troppo tardi. Sapeva bene che ne sarebbe uscito scottato da tutta questa storia, che prima o poi Riccardo sarebbe andato via dalla sua vita prima ancora che si accorgesse di farne parte in maniera fondamentale, ma un uomo può illudersi ogni tanto, no? E poi, già da quel loro primo incontro. aveva deciso che avrebbe preso le cose così come venivano, nel bene e nel male.
“Se fosse realmente un teen drama ora staremmo già limonando da dieci minuti buoni” aveva ammiccato Riccardo, guadagnatosi uno sguardo truce e uno spintone che per poco non lo faceva cadere giù dal letto.
“Perché, tu sai anche come si limona per davvero? Ancora non hai neanche completato lo sviluppo, zì, che ne vuoi sapere di limonare.”
Aveva scherzato, rispondendo un po’ alla provocazione, cercando comunque di evitare di immaginarsi la scena ma, a volte, la realtà supera la fantasia e quelle parole Riccardo le aveva prese come una sfida.
Il faccino furbo e il suo sorriso sempre troppo largo, erano state l’ultima cosa che aveva visto ben a fuoco, prima di ritrovarsi le mani di Riccardo a tenergli fermo il viso e le sue labbra morbide, che sapevano ancora del dentifricio che gli aveva prestato poco prima, premute sulle proprie, in un bacio impetuoso e inaspettato, che si era concluso con una risata di Riccardo sulla sua bocca.
Avrebbe voluto morire.
Questo ragazzino sarebbe stata la sua fine.
Per mascherare l'ondata di panico interiore che lo stava soprassedendo però aveva riso con lui dandogli una leggera testata, per poi spintonarlo di nuovo, ancora incredulo di quello che aveva fatto e cercando, con tutta la poca sanità mentale che gli era rimasta, di non leggere in quel bacio più di quanto ci fosse davvero, più di quanto lui in realtà non desiderasse.
