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Te l'ho detto, ho perso un pezzo

Summary:

Non si vedono per mesi, mai, non ha importanza: basta che stiano l’uno attorno all’altro e tutto si ricrea, forte come era otto anni prima, anche se diverso, più flessibile, più instabile, più doloroso.
Federico si dondola piano sui piedi, impercettibilmente, insicuro sulla soglia dello spogliatoio degli ospiti. A Danilo si stringe un po’ il cuore: «Stai bene?», gli chiede.
Federico scuote solo la testa, e lascia passare molto tempo prima di aggiungere: «Non tornerò più qui.»

Notes:

Non so chi, quando, come, dove e se esista qualcuno in questo mondo che ancora sa chi sono loro, cosa sono stati, e cosa significano. Per me, sono casa. Sono uscita distrutta dall'addio di Dybala, ma devo far pace col fatto che probabilmente anche per Bernardeschi è finita qui, ed è finita molto diversamente. E quindi avevo bisogno di tornare a casa.
Danilo Cataldi probabilmente non lo guarda nessuno, ma nella mia mente è l'anima più semplice che esista, ed è sempre stato tale. Mi serviva tornare a scriverli assieme. Ma gli anni son passati, e non possiamo far finta di niente.
Spero che anche chi non li conosce abbia voglia di provare a leggerli. Forse, riuscirò a trasmettere almeno un pochetto di quel che sono.

P.S. Cataldi non è in grado di parlare senza accento romano, lo so per esperienza, e quindi non riesco a farlo parlare completamente in italiano. Lui è così.

Work Text:

È andato a cercarlo lui, e l’ha trovato. Danilo era rimasto un po’ indietro rispetto agli altri, come se lo stesse aspettando. Ma era stato Federico a muoversi: se non l’avesse fatto lui, Danilo alla fine, comunque, sarebbe andato via. Chissà cosa dice di loro, si chiede Federico. Nella sua testa lo sa bene cosa significa: che tra i due quello che ha ancora bisogno di rifugiarsi dall’altro è lui, non Danilo. Che Danilo sta al suo passo, perché non vuole lasciarlo da solo: ma non ha bisogno di lui. Ha mai avuto bisogno di lui? No.
«Ehi».
«Ehi».
Hanno entrambi quel tono di voce della punta dei piedi, quel calcolo di volume perfettamente calibrato quanto basta per farsi sentire l’uno dall’altro ma non raggiungere niente fuori dalla loro bolla. Non si vedono per mesi, mai, non ha importanza: basta che stiano l’uno attorno all’altro e tutto si ricrea, forte come era otto anni prima, anche se diverso, più flessibile, più instabile, più doloroso.
Federico si dondola piano sui piedi, impercettibilmente, insicuro sulla soglia dello spogliatoio degli ospiti. A Danilo si stringe un po’ il cuore: «Stai bene?», gli chiede.
Federico scuote solo la testa, e lascia passare molto tempo prima di aggiungere: «Non tornerò più qui.»
«Perché? Lo sai che puoi sempre venirmi a cercare se-»
«No». Federico entra nello spogliatoio, si siede su una panca con i gomiti appoggiati sulle ginocchia larghe. Lo guarda in faccia dal basso all’altro, con un sorriso amaro come il sangue cola in bocca quando ti mordi un labbro. «Non tornerò più in questo stadio. Non così, da loro giocatore».
Le spalle di Danilo si abbassano, tristi. «Vai via anche tu?»
Anche. Federico annuisce. «Nessuno mi ha detto niente. Ma - ». Allarga le mani, e poi torna a guardare Danilo. «Volevo piangere anche io stasera».
«Perché non l’hai fatto?»
«Non potevo».
Danilo va verso di lui, si accuccia sui piedi per abbassarsi al suo livello, per guardarlo negli occhi dalla stessa altezza. Tutto sa di famiglia: il suo volto che in otto anni non è cambiato in niente, i suoi ricci che si curvano ancora allo stesso modo, quella maniera di andargli incontro piegandosi e posandosi verso terra come aveva fatto già mille volte, è sempre lo stesso giro che segue il suo corso e si ripete. E sì, pensa Federico, è bello muoversi ed evolversi, ma è bello anche tornare a casa ogni tanto.
«Non sono più com’ero, Dani’». Anche quella è casa. Il suo nome tagliato così, dopo la seconda sillaba, con un piccolo accento su quell’ultima vocale al modo romano dalla bocca di un ragazzo che romano non è, quasi volesse pagargli un tributo.
Danilo si limita a sollevare una mano per accarezzare il dorso delle sue: non gli dice che non è vero, non gli dice che è sempre uguale a una volta, perché sarebbe una bugia.
«C’è qualcosa che non va».
«Non è vero». Questo non glielo lascia pensare.
«Sì. Non sono più niente di quello che pensavo sarei stato. Di quello che ero. Mi è – scappato qualcosa per strada. Ho perso un pezzo, o due o tre. Non lo so».
«A me pari tutto intero» gli dice sorridendo, stringendogli una mano un po’ più forte.
Federico ridacchia, e appoggia per un attimo la fronte alle loro mani legate. Quando solleva gli occhi, li ha lucidi. «Perché tu mi vuoi bene».
«Appunto. È la mia opinione quella che conta».
Federico scuote la testa. «Lo sai che ho ragione».
«E se anche fosse? Che problema c’è?»
«Potevo essere tanto di più, Danilo».
«Potevi esse’ anche tanto meno. Tanto, tanto meno. Sai quanti ce n’è de tanto meno di te».
Era per quello che l’aveva cercato, perché Danilo non avrebbe mai cambiato opinione su di lui nemmeno se un giorno gli avesse piantato un coltello nel petto, e forse è egoista cercarlo per quello, è egoismo? Forse si chiama egoismo, o forse si chiama solo umano bisogno di alleviare il dolore, forse si chiama solo unica fiducia ferrea che ti è rimasta al mondo e hai bisogno di vedere che regge ancora.
«Il fatto è che – non mi piangerà nessuno. Festeggeranno»
«No, Federi’-».
«Lo so. Li vedo. Li sento. Lo so che mi detestano. Ero una promessa che è finita nel niente, mi sputerebbero addosso se potessero».
«Federi’, non ti è mai importato. Qualsiasi cosa dicesse la gente, non te ne fregava un cazzo, te rimbalzava addosso, gliela rimandavi indietro».
«Te l’ho detto. Ho perso un pezzo».
Allora Danilo, sapendo che non c’è niente da aggiungere, che non c’è niente da consolare, che non ha nulla in più da poter dire e che qualsiasi parola aggiunta sarebbe di troppo e sarebbe terribile, gli lascia le mani per appoggiare il palmo sulla sua guancia. Lascia che quegli occhi verdi, anni prima quasi ghiacciati dalla forza che avevano, ora scaldati dal bene e dal male che sono diventati in grado di provare, ora pizzicanti e carichi di lacrime, si chiudano di fronte a lui mentre Federico, esausto, si appoggia con il volto alle dita del suo compagno. Danilo con l’altra mano gli accarezza i capelli, diventati più scuri e tagliati più corti, e appoggia un bacio sulla fronte che una volta era coperta da un ciuffo biondo e sfuggente.
«Ho sbagliato anche questo, Danilo».
«Cosa?»
«Te. Sei casa. Casa mia. Non avrei dovuto lasciarti».
Non andare su quella strada, per carità di Dio, lascia stare. «Non m’hai lasciato te, Federi’. Se chiama vita. Quella roba che scorre e ‘n gliene frega ‘n cazzo de che vuoi fa’ te».
«Mi manchi».
Danilo appoggia la fronte alla sua, chiude anche i propri occhi. «So’ sempre io».
«Lo so. Sono io che sono un altro».