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Anno 2015
Il soffitto della sua nuova stanza era fin troppo alto, la portafinestra ampia, il letto a una piazza e mezza accogliente e ordinato; l’armadio ancora piuttosto desolato e lo scrittoio ancora inutilizzato. Kazutora non aveva ancora preso confidenza con quell’ambiente, a tratti ancora ostile, a momenti piuttosto immeritato, almeno nei suoi pensieri deviati dalla convinzione di essere totalmente irrecuperabile dal punto di vista affettivo. Se ne stava sul ciglio sinistro del materasso, con gli occhi rivolti allo scampolo di cielo edochiano che i tendaggi semiaperti gli consentivano d’intravedere.
La luna piena era un elemento che aveva sempre riportato la sua mente a lui, come un mantra, una calamita, un richiamo a cui non avrebbe mai potuto sottrarsi, neppure volendo.
Si coricò mentre calde lacrime silenziose cominciarono a discendere dai suoi occhi stanchi, scivolando irrimediabilmente sulla federa azzurra del cuscino. Serrò le palpebre per un istante, ma l’immagine del volto sorridente del suo più caro amico d’infanzia non smise di tormentarlo; o di fargli compagnia, come oramai era abituato a pensare per consolarsi delle sue stesse illusioni.
Baji, dimmi che senti la mia mancanza tanto quanto io sento la tua, per favore.
Riaprì agli occhi, diresse lo sguardo verso il pavimento e si portò le ginocchia al petto. Non aveva dormito un solo minuto, così come nel corso delle notti precedenti. Nonostante fosse stravolto la sua testa non aveva mai smesso di pulsare di ricordi e di rammarico, specie da quando aveva messo piede all’interno di quel nuovo territorio da cui, era sicuro, prima o poi sarebbe stato espulso esattamente come’era successo in passato con il proprio ambiente domestico. Onde evitare che Chifuyu potesse arrivare davvero a tanto, aveva stabilito in cuor suo che a tempo debito se ne sarebbe andato senza dir nulla, così come era uscito da quella squallida cella a cui, purtroppo, si era persino abituato.
Si mise nuovamente a sedere, portando le gambe giù dal letto. Puntò ancora una volta gli occhi oltre il vetro della portafinestra, in direzione della splendida luna bianca che pareva quasi vegliare su di lui.
Baji... e se...
Si alzò cercando di non far rumore. Recuperò un paio di jeans e una felpa che il giovane Matsuno gli aveva comprato contro la sua volontà, recuperò il solito vecchio paio di scarpe che gli avevano rilasciato al penitenziario e uscì in corridoio. L’appartamento era debolmente rischiarato dalle luminarie esterne e questo gli bastò per potersi muovere agilmente sino alla porta d’ingresso. Girò la chiave e aprì la serratura, con una lentezza che per un attimo gli fece tornare alla mente quell’unica occasione in cui tentò di evadere di prigione usando una forcina per capelli.
Questa volta risultò tutto decisamente più fattibile: la porta scattò senza alcun problema provocando un leggero cigolio che fortunatamente no perdurò per più di una frazione di secondo. Sgusciò oltre la soglia e richiuse stando ben attento a non far sbattere nulla. Con il cuore in gola si fermò un’ultima volta ad ammirare la luna poggiandosi alla balaustra comune a tutti gli appartamenti di quel piano.
Baji, sto arrivando!
***
Ricordava a stento dove si trovasse il camposanto del quartiere. Chifuyu aveva tentato di accompagnarlo un paio di giorni prima, ma senza successo: il giovane Hanemiya non aveva trovato la forza d’animo per scendere dalla sua auto. Non si era trattano né del momento né della situazione idonea per concretizzare la realtà di ciò che era rimasto di colui che da sempre aveva ricordato come il suo bene più prezioso. Dopo tanti anni trascorsi tra la solitudine e la desolazione, l’unico aspetto positivo della sua gioventù non sarebbe più stato al suo fianco; non vi era nulla di più difficile da dover accettare senza il reale rischio di ricadere nel baratro della mancata rassegnazione.
D’altronde, Kazutora sapeva che Baji, per lui, ci sarebbe sempre stato. Che si materializzasse sotto le sembianze del suo ex vicecapitano o di un qualunque spirito di passaggio poco gli sarebbe importato.
Nel momento in cui si ritrovò dinanzi all’enorme cancello che designava l’ingresso principale stentò ad entrare.
Quel luogo lugubre gli riportò alla mente la sua prigionia fatta di soprusi, regole a cui dover sottostare senza alcun diritto di replica e, più di ogni altra cosa, un senso di colpa che non lo avrebbe mai più abbandonato.
Kazutora...
Sollevò la testa in direzione della luna avvertendo la sua voce farsi largo tra i suoi pensieri. Era la stessa del Baji quattordicenne che sognava di aprire il suo negozio di animali in onore di quel gatto di cui Matsuno ancora si prendeva cura nel suo ‘nuovo’ appartamento. Era quella dell’unica persona che si era realmente preoccupata del suo stato psicofisico sin da prima che fosse rinchiuso in riformatorio in seguito all’omicidio involontario di Shinichiro Sano.
Arrivò sino a una fila di tombe che gli parvero da subito più curate e ‘frequentate’ di altre, a giudicare dall’incredibile quantità di fiori depositati alle loro basi e dai piccoli pensieri e ricordi lasciati qua e là.
Un’appariscente confezione di Yakisoba – lasciata rigorosamente aperta e semivuota – gli confermò di essere finalmente giunto a destinazione. Sapeva bene che non passava giorno in cui Chifuyu non si recasse a rendergli omaggio con quell’involucro di cibo che un tempo usavano dividere; un tempo in cui, fortuitamente e fortunatamente, sua madre non si era ricordata di raddoppiarne la razione dando il via quell’usanza da cui si era sentito fin da subito escluso.
“E così sei qui, Baji.”
Sono qui da più di dieci anni, Kazutora.
Hanemiya deglutì, le sue mani iniziarono a tremare. Decise di sedersi a gambe conserte di fronte a quella lapide con cui non aveva mai avuto alcun tipo di confidenza. Il suo nome risplendeva al buio esattamente come accadeva con i suoi capelli scuri quando girovagavano in moto assieme. Momenti felici che si dissolvevano tra la violenta presa di coscienza di ciò che accadde in seguito.
“Lo so. Sarei venuto prima ma...”
Stai bene?
Lo interruppe fin troppo bruscamente. Non ne voleva sapere di giustificazioni legate alla prigionia forzata e affini. Non lo avrebbe voluto vedere in carcere un solo minuto della sua vita, specie se a causa sua.
“Lo sai.”
Chifuyu si prenderà cura di te.
“Immaginavo che dietro a questa sua strana iniziativa ci fossi tu, anzi... non avevo dubbi!”
Il passaggio di un gatto randagio a pochi metri di distanza lo fece ancorare nuovamente alla realtà: non stava parlando con nessuno se non con i suoi stessi deliri. Per quanto la terapeuta che lo aveva seguito negli ultimi anni in carcere sostenesse di aver riscontrato enormi progressi nella presa di coscienza nei confronti di ciò che aveva fatto e della sua stessa vita, quel legame fittizio che gli permetteva di tenere la propria anima perennemente in contatto con quella di Keisuke non si era ancora dissoluto; e, con ogni probabilità, non lo avrebbe mai fatto.
Kazutora sentì le forze venir meno, costernato da fin troppe emozioni violente e, allo stesso tempo, contrastanti.
Posò entrambe le mani sulle rispettive ginocchia, nel vano tentativo di darsi un contegno; ma le lacrime che dopo avergli rigato il volto avevano osato inumidirgli persino le nocche tese dai pugni stretti, non stavano di certo andando incontro al suo già fievole istinto di sopravvivenza. Cercò più volte di aprir bocca per giustificare la sua presenza così come le sue numerose assenze, si scusò e implorò un perdono che credeva di non meritarsi nella maniera più assoluta... tentò invano di comunicare ancora una volta con il suo più caro amico avvertendo come unica risposta una fortissima fitta allo stomaco che lo fece riversare su sé stesso. Ma il dolore fisico non era nulla se paragonato a ciò che provava nel lato più recondito del suo fin troppo giovane cuore.
Si accasciò al punto tale da toccare la base della lapide con la propria fronte.
La sensazione che avvertì a quel contatto fu tutt’altro che gelida.
***
Anno 2002
Mancavano poche settimane al termine dell’ultimo anno della scuola primaria e la sua media voti risultava come sempre tra le migliori della classe e di tutto l’istituto. L’intero corpo docenti era fiero della sua costanza e ne tesseva le lodi a fronte dei professori che lo avrebbero seguito negli anni a venire. Kazutora era cosciente di tutto ciò, ma non poteva di certo gioirne a trecentosessanta gradi. Difatti, anche quel pomeriggio suo padre era rientrato con aria ostile, totalmente disinteressato nei riguardi delle vicissitudini didattiche di quell’unico figlio che desiderava solamente mostrargli l’ennesimo ottimo voto ottenuto al compito di matematica: novantotto centesimi!
Chiaramente non bastava, non sarebbe mai stato minimamente sufficiente per chi non avrebbe mostrato un briciolo di affetto e di riconoscenza nemmeno al cospetto del massimo sindacabile. Il risultato fu sgradevole, irruento e violento come oramai capitava fin troppo di frequente: Kazutora si ritrovò riverso sul pavimento con il labbro superiore spaccato lateralmente e, di conseguenza, la camicia intonsa già macchiata di rosso.
Fece per alzarsi per recuperare il compito e conservarlo almeno sino al ritorno della madre quando avvertì la presa delle sue dita stringere sulla parte anteriore dei suoi capelli. L’uomo lo tirò a sé con tale veemenza da indurlo a piangere dal dolore; nonostante questo, non protestò e non oppose resistenza, sino al momento in cui non si ritrovò lo spigolo del tavolo conficcato nel fianco e il vaso con i narcisi che lui stesso aveva regalato a sua madre – per il suo compleanno – riversarsi sul pavimento andando in mille pezzi.
“Ecco, hai visto cos’hai combinato? Come posso fidarmi di te? Non t’impegni, non guardi dove metti i piedi... Ma non ti vergogni di te stesso?”
Sì, mi vergogno di portare il tuo stesso cognome!
“Non ho sentito la risposta!”
Hanemiya-san ridusse gli occhi a due fessure con le quali non smise di fissare il ragazzo mentre gli si avvicinava tenendo entrambe le mani sui fianchi.
“Sì, mi vergogno moltissimo di me stesso... e ti prometto... ti prometto che m’impegnerò di più la prossima volta.”
“La prossima volta?! Kazutora, sei a un passo dalle scuole medie e nemmeno ci andrai a pieni voti! È in questo modo che ti ha educato quella poco di buono di tua madre?”
Prima di trovare la forza e le parole più idonee per poter rispondere soffermò lo sguardo sui fiori riversi sul pavimento che inevitabilmente ricondussero i suoi pensieri verso la figura assente della sua genitrice. Assente in quel frangente e assente addirittura in senso lato. Comunque fondamentale e da proteggere più di quell’infame che non poteva fare a meno di trattarlo al pari di una formica da schiacciare, una nullità verso cui provare solo repulsione.
“Scusami. Non accadrà più.”
Qualche ora più tardi, seduto sul greto del fiume, ripensava ancora alle minacce e alle umiliazioni ricevute in famiglia, al modo in cui era stato strattonato per un polso per essere poi chiuso in camera. Aveva dovuto aspettare il rientro di sua madre per poter ritrovare la meritata libertà.
Ma di una cosa era certo: non avrebbe perso un incontro con Baji nemmeno se fosse stato costretto a calarsi dalla finestra con il solo ausilio delle lenzuola ingarbugliate tra loro. La sua unica valvola di sfogo, il suo momento di evasione mentale dalle oppressioni a cui tutti i giorni era costretto a sottostare. La cosa più bella e vera della sua vita.
“Oi, Kazutora!”
Il diretto interessato si voltò verso l’origine di quella voce potente e contemporaneamente soave, estranea ma ancor più familiare di quelle appartenenti a coloro che condividevano il suo stesso sangue. Sorrise debolmente, mostrando come suo solito maggior contentezza mediante l’espressività dei suoi enormi occhi color ambra. Iridi dentro le quali Baji non poteva far altro che perdersi ogni volta che si rivedevano.
“Ciao!”
Senza privarsi di quel caloroso sorriso di benvenuto, Baji comprese all’istante quanto l’amico fosse sinceramente turbato da qualche pensiero indigesto. Si sedette al suo fianco cercando di non risultare troppo invadente, com’era solito muoversi in quei casi. Assunse una posizione fetale molto similare alla sua, abbracciando le ginocchia e sollevando appena i piedi dalla ghiaia umida.
“Va tutto bene?”
Si morse all’istante il labbro inferiore, avvertendo un forte senso di pentimento per avergli posto quella domanda della quale avrebbe volentieri fatto a meno. Era palese che non andasse ‘tutto bene’, o forse addirittura niente. Lo scrutò con la coda dell’occhio, in attesa di un cenno di risposta che arrivò quasi fosse stato un dovere nei confronti della loro amicizia.
“Sì! Ho preso novantotto al compito di matematica!”
Keisuke strabuzzò gli occhi dalla sorpresa e, senza nemmeno rendersene conto, si ritrovò di nuovo in piedi con i pugni chiusi e la voglia di saltare da una parte all’altra senza nemmeno curarsi della presenza dell’acqua corrente che scorreva a circa un metro da loro.
“Ma è grandioso! Ma come fai a prendere sempre dei voti così alti? In matematica poi... Kazutora, sei proprio un secchione! Ma che dico... sei un genio!”
Il più quieto sorrise debolmente, onestamente imbarazzato da quel commento bonario e pregno di sincero entusiasmo. Non era un mistero per lui il fatto che l’amico a scuola fosse tutt’altro che una cima, ma saperlo tanto entusiasta di quel suo piccolo successo lo riportò con i piedi per terra, lasciandogli toccare finalmente con mano quella punta di orgoglio che aveva provato nel momento in cui la maestra gli aveva consegnato il foglio con quel voto a numero sottolineato più volte con la biro rossa.
“Non esagerare, siamo solo in sesta elementare. L’anno prossimo non sarà così semplice...”
Interruppe il suo breve commento nell’attimo in cui si accorse che Baji si era allontanato di qualche passo dandogli le spalle e tenendo entrambe le mani intrecciate dietro la testa. Lo vide girare il capo e sorridergli con fare strafottente, mettendo in bella mostra quei suoi canini particolarmente aguzzi.
“Per me non è semplice da sempre, lo sai! Le maestre pensano che potrei avere qualcosa che c’entra con l’attenzione o la concentrazione, non mi ricordo bene. Forse hanno ragione, ma la mamma dice che sono a posto. Boh... questi adulti sono strani, valli a capire!”
Kazutora restò molto impressionato da queste ultime parole dell’amico fidato. Parlava con estrema calma di un problema che in effetti poteva pur essere presente, considerando la sua irruenza. Ma allo stesso tempo sua madre lo proteggeva evitando a chiunque di esporre giudizi non graditi sul proprio figlio. E poco le importava se i suoi risultati non erano di certo tra i migliori della sua classe. Quello che contava per lei, più di ogni altra cosa, era vederlo sereno e felice, privo di qualunque etichetta ideologica e psicologica.
I suoi genitori invece...
“Secondo me le maestre hanno capito che vai in giro a incendiare le loro auto quando le fai arrabbiare.”
Baji tornò a fissarlo totalmente disarmato da questa sua ultima uscita dal sapore ironico. Che il suo umore si fosse aggiustato ancor prima del previsto?
“Può darsi, non ci avevo pensato. Dici che si stanno vendicando con questa stupida storia dei problemi di attenzione?”
“Chissà... sei ancora troppo piccolo per essere arrestato!”
“Piccolo, io?! Ma sentilo il secchione!”
Scoppiarono a ridere all’unisono, fin quando Baji non riuscì a evitare di soffermarsi sui gesti semplici e impacciati dell’altro, completamente naturali ma in parte disturbati da una qualche preoccupazione da lui non ancora adeguatamente registrata. Era certo che c’entrasse in qualche modo con la sua famiglia, ma dato che ne aveva fin troppo rispetto decise di non approfondire la questione. Ad ogni modo Kazutora avrebbe dissimulato ogni reazione e qualunque sospetto, com’era spesso avvenuto in passato.
Keisuke raccolse alcune pietre tra le più piatte e chiare che erano a disposizione nel punto della sponda in cui stavano sostando e ne porse la metà al compagno. Lo invitò a seguirlo nei movimenti, mentre lanciava a filo d’acqua la sua prima pedina e non la vide sparire tra le piccole onde solamente dopo aver fatto almeno tre o quattro salti.
Quando toccò al meno esperto il risultato non fu esattamente lo stesso, ma la cosa non li sorprese più del necessario.
“Devi dare più spinta e direzione con il braccio!”
Baji prese l’amico per il polso con il semplice intento di fornirgli una dimostrazione pratica, ma quest’ultimo si ritrasse d’impulso. Sotto la manica di quella camicia totalmente fuori stagione pulsava ancora il livido ricavato della stretta del padre.
Hanemiya fissò il più alto con aria spaventata e allo stesso modo con rammarico. Aveva reagito senza pensare, spinto da una fobia recondita che portava con sé da quando aveva ben compreso che l’uomo che lo aveva messo al mondo non era più quello di un tempo.
“Scu-scusa! È che... tanto non sono capace... non importa! Facciamo qualcos’altro!”
“D’accordo!”
Senza perderlo d’occhio nemmeno per un istante, Baji andò a recuperare la sua bicicletta, momentaneamente abbandonata sul ciglio della strada. Propose al compagno di seguirlo e di sedersi tranquillamente dietro di lui. Ebbe una leggera esitazione nella voce quando realizzò che salire sulla sua bici avrebbe comportato un’eventuale presa di contatto fisico, ma non si lasciò scoraggiare da quelle che a suo avviso dovevano essere delle paure che avrebbero potuto e dovuto superare assieme. Non riusciva a spiegarsi da cosa provenisse quell’insolita sensazione, ma l’idea che Kazutora potesse cingersi a lui per non perdere l’equilibrio lo elettrizzava, nemmeno si trattasse di una ragazza.
“Se peso troppo ti faccio sbandare.”
“Eh?! Ma se sei persino troppo magro?! Che dici?! Dai, sali! Non devi per forza tenerti a me se non vuoi.”
E infatti cercò di mantenersi in equilibrio ancorando entrambe le mani al piccolo portapacchi posteriore, evitando qualsiasi genere di contatto fisico per un impulso che nemmeno lui era in grado di spiegarsi. Baji non lo aveva più sfiorato con un dito dal giorno in cui si conobbero meglio facendo ripetutamente a cazzotti, ma l’idea di essere toccato lo terrorizzava come poche altre cose al mondo, in quella specifica situazione e non solo.
Mentre l’amico cercava d’intrattenerlo raccontandogli di alcuni suoi conoscenti che il giorno prima lo avevano fatto innervosire – non che ci volesse poi molto, come già detto -, Kazutora si era perso più volte tra i suoi pensieri, sperando per un attimo che sua madre, una volta trovato il compito in classe sulla sua scrivania ne fosse rimasta quantomeno soddisfatta. Contava ancora su di lei per quanto fosse decisamente cambiata a in quegli ultimi mesi.
“... E poi sai, quando gli ho detto che non ci pensavo neanche a prestargli questa bici abbiamo cominciato a litigare. Ma litigare con Mikey non è come litigare con la gente cretina, ci vuole pazienza! E io... oh merda, cosa c’è lì a terra?!”
Hanemiya non fece in tempo a realizzare il motivo per cui avesse bruscamente cambiato argomento di conversazione: sentì stridere i freni del mezzo e si ritrovò con la fronte impressa tra le scapole del compagno. Per evitare di scivolare lateralmente si aggrappò d’istinto ai suoi fianchi, fino a cingersi con le braccia a lui. Fu in quel momento che Baji sobbalzò appena, scosso dal timore che l’altro potesse essersi fatto male.
“Hey, tutto bene? Un coniglio ha attraversato il sentiero senza darci la precedenza. Niente di preoccupante, puoi mollare la presa... se vuoi!”
Kazutora anziché allentare strinse con maggior vigore, lasciando Keisuke quasi senza respiro. D’altro canto, non aveva nemmeno risollevato il capo per comprendere cosa fosse successo. L’inevitabile e inusuale avvicinamento fisico lo aveva portato ancora una volta con la mente alle maniere brusche del padre, alle parole che lo avevano ferito come non mai, alla vergogna che probabilmente versava nei suoi confronti. Pensò a quanto avrebbe voluto abbracciare una persona fidata che potesse in qualche modo sostenerlo, quantomeno con la sua presenza e il suo affetto. Rivide l’ultima volta in cui suo padre gli aveva mostrato un gesto d’affetto, molti anni prima. Si rassegnò all’idea di non essere quel figlio che l’uomo tanto sognava di crescere, di essere pieno di difetti, immeritevole di qualsiasi sua attenzione e tantomeno di lodi. Senza realizzare davvero come, si ritrovò con le lacrime agli occhi, le labbra incerte e un enorme desiderio di piangere che non riusciva a reprimere in alcun modo. Non voleva assolutamente che Baji lo vedesse in quello stato, ma non sarebbe mai stato in grado di gestire il proprio autocontrollo. L’odore di vita che emanava quell’unico vero amico che gli dèi gli avevano concesso, la sua voce calda e comprensiva, la sua disponibilità e la sua pazienza... ogni cosa sembrava dargli il consenso a lasciarsi finalmente andare, almeno una volta nella vita.
“Kazutora, che succede? Stai bene, vero?!”
Il pianto proruppe in un susseguirsi d’angoscia e desiderio di liberazione da quel dolore che di certo non lo avrebbe lasciato in pace tanto facilmente. Le lacrime inumidirono la t-shirt del compagno che decise di non infierire, di essere supportivo alla sua consueta maniera, costante e silenziosa. Si limitò a portare una mano sugli avambracci intrecciati sul compagno in piena crisi emotiva, accarezzandolo appena da sopra il tessuto della camicia per dargli conforto. E fu in quel momento che vide parte di quei segni violacei e innaturali presenti a più riprese sulle sue mani e lungo i polsi.
Scusami Kazutora, non avrei dovuto essere così superficiale poco fa.
Non riuscì a dirglielo, trovando impossibile l’idea di esternare qualsiasi pensiero consolatorio al cospetto della terribile situazione domestica che il giovane Hanemiya era costretto a vivere quotidianamente contro ogni sua volontà. Si limitò a chiudere gli occhi in attesa che fosse lui, per primo, a rivolgergli la parola. Avrebbe potuto dirgli di tutto, avrebbe potuto anche solo mandarlo a quel paese come valvola di sfogo. Qualunque cosa, pur di rendersi utile a tirare su almeno un minimo il suo morale.
Qualche minuto più tardi avvertì il peso sulle schiena alleggerirsi e lo sentì tirar su con il naso. Si divincolò dal suo corpo ancor più repentinamente di come lo aveva accerchiato e cercò in tutti i modi di darsi un contegno per poter concedere un minimo di spiegazione logica al suo penoso stato d’animo.
“Scusami... scusami, Baji! Non so cosa mi sia preso... io... forse mi sono spaventato un po’ troppo, eh. Hai frenato di colpo e...”
“Kazutora, è tutto a posto. Non dovevo frenare così... all’improvviso!”
Keisuke riuscì facilmente ad intuire quanto potesse essere timido e onesto il sorriso che stava mettendo in mostra l’altro a seguito delle sue parole. Non fu nemmeno troppo azzardato figurarsi la sua espressione mutare in una smorfia di sorpresa nell’attimo in cui aveva preso coscienza di quanto avesse bagnato la sua stessa maglietta con quelle dannate lacrime.
“La-la tua maglietta! Mi spiace, Baji! Te ne compro una nuova, promesso!”
“Ma scherzi?! Questa adesso nemmeno la lavo più!”
“Ma che schifo!”
“Eh?”
A quel punto Keisuke non riuscì più a desistere e si voltò per poter incrociare il suo sguardo. Vide i grandi occhi chiari arrossati e umidi, ma decisamente più sereni. Notò quel piccolo sorriso che ben presto si allargò in un ampia mezzaluna capace di mettere in mostra i suoi piccoli denti bianchi e curatissimi. Aggrottò appena la fronte con l’intento di provocarlo, ma il risultato fu ben diverso: si ritrovarono nuovamente a ridere di gusto assieme, come se poco prima non fosse accaduto nulla di rilevante. O forse risultò essere così puro ed essenziale da non necessitare realmente di parole utili ad esplicarlo: quello scambio di lacrime e i successivi scambi di sorrisi erano stati ben più che sufficienti per intendersi a dovere.
Grazie Baji!
***
Anno 2015
Kazutora si risvegliò dai suoi stessi ricordi nell’attimo in cui avvertì dei passi muoversi proprio dietro la sua fragile figura contorta. In quel caso non poteva trattarsi di un gatto o di qualunque altro genere di animale randagio notturno, considerando che teneva con sé una torcia elettrica che finì per puntargli in faccia. Oramai doveva ritenersi abituato all’essere scovato a quel modo, al pari di un farabutto colto in flagrante.
Chifuyu arrestò quella fastidiosa luce artificiale andando a sedersi a fianco di colui che stava cercando non senza una certa agitazione da oltre un’ora. Sospirò sommessamente, rivolgendo un rapido saluto al defunto che non aveva mai smesso di venerare.
“Per fortuna che i miei sospetti erano fondati. È stato lui a lasciarmi intendere che fossi qui.”
Il maggiore non si voltò; si limitò ad osservare il nuovo arrivato con la coda dell’occhio, esattamente com’era avvenuto pochi giorni prima, appena fuori dal penitenziario. Evitò di lasciarsi sopraffare da eventuali commenti che sarebbero potuti insorgere ritrovandolo emotivamente travolto dai ricordi e dall’estrema mancanza del caro amico comune.
“Sai, a volte mi sembra davvero di poter parlare con lui. Penso proprio che mi si stiano fondendo gli ultimi neuroni ancora funzionanti rimasti.”
Sorrise in maniera forzata, cercando di mandare indietro le lacrime che stavano cominciando a spingere agli angoli degli occhi. Congiunse ancora una volta le mani e si concentrò sulla lastra di marmo che troneggiava poco più avanti. Serrò le palpebre e mormorò qualcosa che all’ex galeotto risultò quasi impercettibile, prima di decidersi ad alzare il tono della voce per renderlo partecipe.
“Alla buonora posso ufficializzare che d’ora in avanti non sarò più solo in questi momenti solenni. Solo con te intendo, non fraintendermi… Baji-san!”
Kazutora si lasciò sfuggire uno sbuffo di risata che tentò di camuffare con un colpo di tosse alquanto fittizio. Trovò il coraggio di voltarsi in direzione del più giovane e capì quanto lo stesse bonariamente provocando. Di primo acchito gli parve un po’ fuori luogo, dato il contesto; ma bastò poco per poter realizzare quanto quei piccoli momenti ‘in compagnia di Baji’ dovevano essersi normalizzati nel corso di quei dieci anni di pura agonia.
“Quindi io potrei anche togliere il disturbo, giusto?!”
Chifuyu fece schioccare la lingua e attese di proposito prima di rispondere. Allungò un braccio dietro la schiena del nuovo coinquilino e finì per poggiare la mano aperta sulla sua spalla. Lo sentì sobbalzare per la sorpresa, ma sapeva bene che si trattava di mero istinto a fronte di quel contatto fisico non previsto, specie da parte di chi non aveva ancora ottenuto il giusto grado di confidenza per potersi arrischiare sino a tanto e non aveva nemmeno messo in chiaro quali fossero le reali motivazioni per cui aveva stabilito che si sarebbe preso cura di lui.
“Risposta sbagliata!”
Arrossì, ringraziando gli dèi che fosse notte e non si sarebbe notato più del dovuto. Tornò a fissare l’incisione del suo nome sulla lapide, ripensò al giorno della sua morte, alle sue ultime parole.
‘Kazutora non ti preoccupare’, sembrava ripetergli tra i pensieri mentre Chifuyu si occupava della parte più pratica del suo reinserimento nel mondo.
“Chifuyu... perché?! Capisco la questione della Toman, ma...”
Scostò il braccio e tornò a sedersi a gambe incrociate tenendo lo sguardo rivolto al mazzo di fiori più fresco che ornava il grigiore del marmo. Come ogni mattina, la signora Baji era passata ad onorare la memoria di quel suo unico figlio capace di sacrificarsi per il bene degli altri. Era da sempre stata fiera del suo carattere, del suo coraggio e della sua determinazione. In quegli ultimi anni lo era stata ancora di più, seppur la sua anima risultasse essere completamente infranta dal dispiacere.
“Avevo bisogno di capire. Tu sei l’unica persona che può davvero aiutarmi in questo senso.”
“E gli altri?”
“Gli altri non sono Kazutora-kun.”
“E non è forse meglio così?!”
“Non sottovalutarti.”
Lo sguardo sorpreso questa volta non riusciva a divincolarsi da quel caschetto di capelli scuri che un tempo erano stati più chiari. Un tempo in cui poteva dire di essere stato davvero felice a fianco di quella persona che entrambi avevano deciso di omaggiare in quella splendida notte di luna piena.
Chifuyu cercò di non darvi peso, seppur la cosa lo lusingò. Vi erano dei piccoli dettagli intrinseci nei modi di fare e nella delicatezza di Kazutora che lo avevano catturato sin dal momento in cui lo aveva visto varcare l’enorme portone in ferro del carcere, seppur mostrasse palese reticenza verso ciò che lo avrebbe atteso da lì a poco. Un insieme di piccoli frammenti che avrebbe potuto ricondurlo a tutto ciò che non era mai stato adeguatamente espresso dalla sua voce, dalle sue azioni, dal suo cuore. Gli era bastato osservarlo quanto bastava durante quei pochi giorni di convivenza per intuire quanta necessità avesse di spiccare il suo primo vero e proprio volo.
“Grazie...”
Il più giovane si alzò in piedi e porse una mano al compagno affinché seguisse il suo esempio. Non aveva alcuna intenzione di farsi trovare in quel posto alle prime luce dell’alba, quando di sicuro sarebbero arrivati i custodi e i primi visitatori. Kazutora afferrò quella mano non senza una certa insicurezza, ma cercò di dissimulare il tutto, come suo solito. Sapeva bene quanto il problema fosse radicato in lui piuttosto che in chiunque altro; specie se si trattava di quel suo nuovo salvatore.
“Non mi devi ringraziare, Kazutora. Non è necessario. Stammi solo vicino, se puoi.”
Quelle parole affondarono direttamente nel suo petto, cariche di un nuovo sentimento con cui non aveva potuto avere a che fare per anni, probabilmente da ancora prima di essere nuovamente rinchiuso in prigione.
Qualcuno chiedeva ancora di lui e della sua vicinanza, senza nemmeno elemosinare gratitudine. Essere ‘amici senza alcun interesse’. Un barlume di onestà in un percorso che fino a quel momento non gliene aveva offerta poi molta.
“Cercherò di fare il possibile, sperando possa bastare. Era quello che voleva lui, non è vero?”
“Già. E spero di esserne all’altezza... almeno un po’!”
Non era ancora il momento di inoltrarsi nelle confidenze più ardite e nei sentimenti ancora da sbrogliare. Il tempo avrebbe concesso loro la possibilità di far crescere quel rapporto appena nato, crisalide che presto o tardi avrebbe sbattuto le proprie ali variopinte per prendere il volo nella giusta direzione.
Guidalo come hai sempre fatto e so che continuerai a fare, Baji-san.
Fidati di me, Tora-kun. Almeno un po’.
… Mi manchi tanto amico caro, davvero
E tante cose son rimaste da dire
Ascolta sempre e solo musica vera
E cerca sempre se puoi di capire
Son diventato, sai, tramonto di sera
E parlo come le foglie di aprile
E vivrò dentro ad ogni voce sincera
E con gli uccelli vivo il canto sottile
E il mio discorso più bello e più denso
Esprime con il silenzio il suo senso…
[Adriano Celentano – “L’Arcobaleno”]
