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Language:
Italiano
Series:
Part 1 of but we’re the greatest, they’ll hang us in the louvre
Stats:
Published:
2022-08-28
Words:
3,748
Chapters:
1/1
Comments:
8
Kudos:
171
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11
Hits:
2,251

constantly on the cusp of tryin’ to kiss you

Summary:

“Non c’ho capito un cazzo, va bene?” sbotta, imbarazzato, le labbra che si piegano in una parvenza di broncio. “Erano settimane che ti volevo bacia’, tu m’avevi proposto di allontanarci, che dovevo pensare?”

“Che magari me stavo a rompere le palle?”

“E poi mio padre m’aveva fatto tutto un discorso strano sul non nascondersi e sul mostrarsi per quello che si è–”

“Famme capi’,” Manuel lo interrompe. Ormai le sue sopracciglia sembrano aver assunto vita propria e sono completamente scomparse sotto quel nido che Manuel ha l’ardire di chiamare capelli. “Tu’ padre, che non hai mai ascoltato in vita tua tra l’altro, te dice mostrati per quello che sei e tu capisci prova a paccarte Manuel in pubblico mentre ve state a fa’ na foto?”

--o: di quel tentato bacio al museo, e di come Simone cerca, inutilmente, di offrire una spiegazione al suo ragazzo.

Notes:

dedicata a chi è da marzo che mi chiede a intervalli regolari una scena in cui Manuel prende per il culo Simone per il tentato bacio al museo, ora l'hai avuta (affectionate ♥)

e niente raga, questa è letteralmente la trama di queste quasi 4mila parole di sciocchezze, non c'è altro, ma in qualche modo dovevo esorcizzare il cringe della scena del museo. mi rendo conto che su questo sito ormai appaio solo per postare o pipponi emo (cit.) o deliri, no middle ground, ma così è la vita a quanto pare. grazie per tutto il supporto alle mie silly little ff e a presto, si spera ♥

Work Text:

È uno di quegli indolenti pomeriggi d’estate in cui a Roma fa troppo caldo anche solo per respirare e Simone è semi-sdraiato sul suo letto, con la schiena appoggiata alla parete dietro di sé, a leggere uno dei libri che De Angelis ha assegnato loro per le vacanze, mentre Manuel – che sulle letture obbligate, un po’ come su tutto, ha tante, tantissime, fin troppe opinioni, nessuna delle quali include leggere i libri che il professore di italiano ha scelto per loro, perché, a detta sua, nun è così che se stimola l’interesse pe’ la letteratura, lo dice pure tuo padre, e io me rifiuto de farme obbliga’ a leggere, tanto poi me lo dici te de che parla ‘sto libro, no? Altrimenti qual è il vantaggio de averce il ragazzo secchione, se manco me passa i compiti? – è steso in una posizione che dovrebbe essere sufficiente a garantirgli un mal di schiena per i prossimi due giorni nel migliore dei casi, con la testa poggiata sullo stomaco di Simone, le braccia alzate a reggere il cellulare dritto sulla sua faccia e le gambe che penzolano oltre il bordo materasso, perché il letto di Simone, benché effettivamente molto comodo, è decisamente troppo piccolo per due esseri umani più alti di un metro e ottanta.

È tutto estremamente calmo, nel modo in cui lo sono quei pomeriggi estivi avvolti in una patina dorata in cui il tempo sembra scorrere con pigra lentezza. Il ronzio del ventilatore è l’unico suono che si può sentire nella stanza, assieme ai loro respiri e alle risate che scoppiano sulle labbra di Manuel quando incappa in qualcosa di particolarmente divertente scrollando sullo schermo del suo telefono e si volta per mostrarlo anche a lui. L’aria calda smossa dalle pale gli agita appena i capelli e Simone giocherella in maniera distratta con quei ricci disordinati, resi un po’ più chiari dalle giornate che hanno trascorso al mare nell’ultimo mese, attorcigliandoseli delicatamente attorno alle dita e lasciandoli andare solo per girare la pagina del libro che sta reggendo nell’altra mano, prima di tornare alla sua occupazione.

A Simone piace questa quiete che sente , dentro di sé e attorno a loro, e gli piace condividerla con Manuel. È strano, si ritrova a pensare. Prima di Manuel, non s’era mai reso conto che il silenzio poteva essere anche qualcosa di bello.

È solo quando Manuel parla che si riscuote da questo stato di beato torpore in cui era immerso.

“Simo’,” lo richiama, con una punta di curiosità nella voce, come se stesse per fargli una domanda. Quando Simone sbircia oltre le pagine del libro, lo vede osservare il cellulare con un’espressione che non saprebbe decifrare, per poi bloccarlo e lasciarlo cadere sul materasso. “Senti ‘n po’–”

Simone riporta lo sguardo sulla pagina che stava leggendo, ma lascia che le sue dita scorrano tra i capelli di Manuel, come a confermargli che lo sta ascoltando.

“Mh?”

Il materasso cigola un po’ mentre Manuel si puntella sul gomito per voltarsi nella sua direzione. I ricci gli ricadono come un’aureola arruffata attorno al viso quando Simone si volta ad osservarlo, e le sue sopracciglia sono aggrottate in un’espressione interrogativa.

“Levame ‘na curiosità,” dice.

Simone alza gli occhi al cielo. “Non promette bene.”

“So’ mesi che ce sto a pensa’–”

“Fremo al solo pensiero di quello che il tuo cervello può elaborare dopo mesi di riflessione.”

Manuel arriccia il naso e gli riserva una smorfia indispettita, ma gli angoli delle labbra gli si piegano ugualmente, forse in maniera involontaria, in un piccolo sorriso. 

Gli pizzica il fianco con la mano che non è occupata a reggere il suo peso. “Te l’hanno mai detto che sei stronzo?”

Simone ride davanti a quel tentativo malriuscito di broncio. 

“Qualche volta.” 

“E non me pare che hai fatto tesoro de ‘sta critica, però.”

Un’altra risata. La mano che prima giocherellava coi ricci di Manuel si sposta alla base del suo collo, le dita che esercitano una lievissima pressione sulla nuca per attirarlo a sé. Manuel va incontro a questo tocco con disarmante facilità, si allunga sul materasso fino a raggiungerlo, lascia che le loro labbra si sfiorino in un’imitazione di un bacio. 

“Mi sa che ti toccherà sopportarmi,” sussurra, ad un soffio dalla sua bocca.

“Mh.” Manuel sorride contro le sue labbra. “E famo ‘sto sacrificio.”

Lo sorprende sempre un po’, quando Manuel lo bacia. Il cuore gli batte forte nella cassa toracica ogni volta, come se,  nonostante tutti i baci che si sono scambiati in questi mesi – quelli incerti e leggeri dopo il suo incidente, come se Manuel avesse paura di mandarlo in frantumi; quelli urgenti e un po’ disperati quando sono persi tra le lenzuola del letto di Simone; quelli veloci che Manuel gli stampa sulle labbra prima di lasciarlo andare via dopo una giornata trascorsa insieme – non riuscisse mai ad abituarsi del tutto all’idea che Manuel lo voglia davvero . Anche ora che Manuel è quasi sdraiato su di lui e lo bacia con la stessa languida indolenza che sembra pervadere ogni attimo di questa giornata estiva  – una mano che indugia appena alla base del suo collo, l’altra poggiata sul materasso accanto al suo fianco per reggersi in equilibrio precario, il libro che stava leggendo incastrato tra i loro corpi e quella sensazione di calore dorato che gli invade il petto quando si tratta di Manuel –, Simone fa ancora un po’ di fatica a credere che stia succedendo davvero.

Questo non gli impedisce di mordicchiare appena il labbro inferiore di Manuel, prima di scostarsi da lui e sorridere, divertito e un po’ compiaciuto, quando incrocia il suo sguardo distratto.  

“Che stavi dicendo?”

Manuel lo fissa con espressione interrogativa. Ha un po’ l’aria di chi non è in grado di elaborare un singolo pensiero coerente. Simone sa come ci si sente e il sorriso gli si allarga.

“Mh?”

Posa un bacio all’angolo delle sue labbra. “Prima.”

La mano di Manuel risale lungo il suo collo e sfiora, leggera, la curva della sua mandibola. “Che sei stronzo?”

Simone ride, il petto pieno di quella sorprendente felicità che a stento ricorda di aver provato, prima che Manuel entrasse nella sua vita e la mettesse sottosopra.

“E quello l’abbiamo appurato. Intendevo prima.” Porta istintivamente entrambe le mani sui fianchi di Manuel, che si è seduto su di lui, per impedirgli di perdere l’equilibrio e trascinarlo con sé, dato che non ci tiene particolarmente a ripetere l’esperienza del trauma cranico, se può evitarla. “Non ti dovevo leva’ ‘na curiosità?”

Un lampo di comprensione passa negli occhi di Manuel. 

“Ah, già.” Il lampo di comprensione si trasforma in un luccichio che Simone non esiterebbe a definire sinistro . “Dimme ‘n po’.” L’angolo delle sue labbra si piega appena verso l’alto in uno di quei sorrisi di Manuel che non preannunciano niente di buono e che fanno sempre sentire Simone come un cervo davanti ai fanali di un’auto. “Ma a te, esattamente, che cazzo t’è saltato in mente al museo?”

Ah. 

Simone apre la bocca. 

La richiude. 

La riapre. 

È abbastanza sicuro di star andando a fuoco, se il calore sul suo volto è da considerare un indicatore affidabile. Valuta l’idea di nascondersi dietro il libro che giace sul suo petto, come se, in una regressione a stadi di sviluppo precedenti in cui la permanenza dell’oggetto è un mistero ancora da svelare, potesse evitare di essere visto semplicemente non vedendo. 

Invece – perché se c’è una cosa che ha scoperto di sé in questi mesi, oltre alla sua incredibile propensione a commettere crimini se messo davanti ad una motivazione adeguata (dove per motivazione adeguata si intende la possibilità di farsi notare da Manuel e magari anche di baciarlo), è che quando si tratta di Manuel qualcosa di fondamentale per il corretto funzionamento dei suoi neuroni inizia a dare segni di cedimento e si ritrova con l’equivalente cerebrale dello schermata di errore di Windows al posto di qualsiasi meccanismo atto a farlo comportare come una persona dotata di un numero sufficiente di connessioni sinaptiche per poter interagire con altri esseri umani – chiede, come un coglione, “Quale museo?”

C’è un momento di silenzio. Le sopracciglia di Manuel si inarcano così tanto che sembrano stiano cercando di fare del loro meglio per scappargli dalla fronte e Manuel lo fissa come se avesse detto una minchiata atomica.

Simone si sente un po’ un deficiente.

Non che sia una novità. È ormai abituato a sentirsi un coglione quando ha a che fare con Manuel. 

“Simo’,” dice Manuel, lentamente, come se questa conversazione fosse un dibattito filosofico in cui far valere la propria posizione, e non l’ennesima figura di merda che Simone ricorderà per il resto della sua vita. “Vabbè che hai preso ‘na botta in testa qualche mese fa, ma pure l’amnesia mo me sembra esagerato. Come quale museo? Quello de animali morti, te lo ricordi, no?”

Non fidandosi della sua voce, Simone si ritrova ad annuire. 

Manuel, imperterrito, continua e chiede, chiaramente divertito, “E te ricordi pure che hai provato a baciarme mentre te volevi fa’ ‘na foto, sì?”

Come se potesse mai dimenticare una delle cose più stupide che abbia mai fatto da che ha memoria. È abbastanza sicuro che, se essere completamente rincoglioniti fosse una gara, il Simone dello scorso inverno si sarebbe guadagnato il primo posto senza alcuno sforzo. 

Forse, senza peccare di falsa modestia, il Simone di quest’estate potrebbe comunque ambire al podio.

In un impulso impossibile da combattere, porta entrambe le mani sul suo volto, come a nascondersi dallo sguardo del suo ragazzo, e rilascia un suono a metà tra un lamento e un sospiro. Vorrebbe scomparire e farsi tutt’uno col materasso.

“Sì,” dice, invece, imbarazzato. La voce è un po’ attutita dai suoi palmi. “Vividamente.”

Sente la risata di Manuel e, anche se non può vederlo, se lo immagina col naso arricciato, gli occhi che brillano e le labbra piegate in uno di quei sorrisi che lasciano intravedere i denti e, nonostante l’imbarazzo, un calore familiare gli formicola nel petto al solo pensiero.

Sei un deficiente, gli dice la voce nella sua testa.

Tanto per cambiare, aggiunge.

Vividamente,” ripete Manuel. “Ma come cazzo parli–”

“Manuel.”

“Scusa, c’hai ragione, sto a divaga’, tornamo al punto principale.” Sente il ghigno divertito nella sua voce quando continua, “I tuoi disastrosi tentativi de paccarte la gente, in questo caso.”

Manuel,” sbuffa nuovamente. Il suo volto emana una quantità di calore tale da poter tranquillamente sciogliere un ghiacciaio di piccole dimensioni. “Giuro che ti butto giù dal letto.”

Manuel non smette di ridere neppure mentre le sue dita si chiudono, delicate, attorno ai polsi di Simone. 

“Dai, leva ‘n po’ ste mani, Simo’. Non te vergognavi così tanto quando hai provato a baciarme co’ ‘na fotocamera puntata ‘n faccia.”

Se si potesse morire di imbarazzo, Simone è abbastanza sicuro avrebbe esalato il suo ultimo respiro già da un paio di minuti (se non da un paio di mesi, a voler essere sinceri). Nonostante tutto, però, asseconda Manuel – e quando mai? Gli sembra di non aver fatto altro per un anno intero – e abbassa le mani, incrociando lo sguardo ignobilmente divertito del suo ragazzo, che sembra star vivendo il momento più felice della sua breve vita. Sta ancora ridacchiando e la barba maschera appena le fossette che appaiono sul suo volto ogni volta che sorride. Il sole che entra in raggi dorati dal balcone e inonda la stanza rende un po’ più chiara quella matassa di ricci disordinati che gli ricadono sulla fronte e dà ai suoi occhi, un po’ socchiusi, una sfumatura color miele. 

Se solo non volesse dargli una testata in questo momento, Simone penserebbe che Manuel è la cosa più bella che abbia mai visto. 

Un po’ lo pensa lo stesso.

Le labbra gli si piegano in un broncio. “Sei ‘no stronzo.”

Il volto di Manuel si apre in uno di quei sorrisetti furbi che gli fanno brillare gli occhi e che fermano sempre il cuore di Simone nello sterno.

“Me sa che te tocca sopportarmi,” lo scimmiotta.

Simone vuole baciarlo. O forse lanciarlo giù dal letto. Forse entrambe, in questo ordine, e poi ricominciare.

“Non so se sono disposto a fare questo sacrificio, però,” borbotta, invece. 

Manuel inarca le sopracciglia senza perdere il sorriso per un singolo istante. “A me me pare che ‘sto sacrificio eri più che disposto ad accollartelo al museo.”

“Ma sei un pezzo di merda–”

La stanza si riempie del suono della risata di Manuel e Simone non aveva mai realizzato quanto questa casa fosse vuota fino a quando non è arrivato Manuel ad occuparla con la sua presenza. Sente le guance che gli vanno a fuoco, eppure quella felicità dorata continua ad espandersi nel suo petto, come la detonazione di una bomba. Un po’ vorrebbe maledire Manuel e un po’ vorrebbe tirarselo addosso e non lasciarlo più andare.

“Ti odio.” Nonostante tutto, intreccia le sue dita con quelle di Manuel, sente un sorriso un po’ imbarazzato farsi strada sul suo volto benché cerchi di fare del suo meglio per reprimerlo. “Come t’è venuto in mente?”

In tutta risposta, Manuel scrolla le spalle. 

“Boh. Stavo su instagram e ho beccato un selfie di Giulio e Monica e me so’ ricordato dell’ultima volta che hai provato a fa’ ‘na foto con me. Sai com’è, è ‘na cosa un po’ difficile da dimenticare.” Una nuova risata gli scuote il petto. Stringe appena la sua presa sulla mano di Simone, come a catturarne l’attenzione. “Seriamente, Simo’, che cazzo stavi a pensa’?”

Sarebbe una domanda interessante, se solo Simone avesse una risposta da offrire che non sia Niente, non stavo pensando assolutamente a niente, non un singolo pensiero coerente è stato formulato nella messa in atto di quell’azione scellerata. Invece, tutto quello che ha a disposizione è il rumore bianco che emette il suo cervello ogni volta che Manuel gli si fa vicino, ma non pensa sia una cosa da ammettere ad alta voce se vuole riuscire nel difficile compito di salvare anche solo un briciolo della sua dignità. 

“Che ne so,” replica. “Ho pensato che magari era l’occasione giusta.”

Sa che sta di nuovo – o forse, ancora, ché non ha mai smesso davvero – arrossendo e ne ha la conferma quando Manuel lo fissa con sguardo eloquente. 

“Al museo? Coi compagni nostri a dieci metri? Mentre parlavamo de mettere su ‘n’associazione a delinquere?”

“Se la metti così però–”

“Con la scusa de fa’ ‘na foto, poi?” continua Manuel, che deve averci preso gusto a tormentarlo. “Simo’, ma che te dice il cervello?”

E Simone–

“Non c’ho capito un cazzo, va bene?” sbotta, imbarazzato, le labbra che si piegano in una parvenza di broncio. “Erano settimane che ti volevo bacia’, tu m’avevi proposto di allontanarci, che dovevo pensare?”

“Che magari me stavo a rompere le palle?” 

Simone pensa distrattamente che vorrebbe cancellare quel sorriso dal volto di Manuel a suon di craniate.

“Sì, beh, non ci ho pensato,” replica, invece.

Manuel ride. “Quello m’è parso abbastanza evidente.”

“E poi mio padre m’aveva fatto tutto un discorso strano sul non nascondersi e sul mostrarsi per quello che si è–”

“Famme capi’,” Manuel lo interrompe. Ormai le sue sopracciglia sembrano aver assunto vita propria e sono completamente scomparse sotto quel nido che Manuel ha l’ardire di chiamare capelli. “Tu’ padre, che non hai mai ascoltato in vita tua tra l’altro, te dice mostrati per quello che sei e tu capisci prova a paccarte Manuel in pubblico mentre ve state a fa’ na foto?

Simone lancia un’occhiata distratta alla finestra, valuta l’idea di lanciarsi giù e scavare a mani nude una buca in giardino per poi seppellirvicisi, ma è certo che Manuel continuerebbe a tormentarlo con le sue domande imbarazzanti anche mentre Simone fa del suo meglio per tumularsi vivo.

Quindi dice, cercando di stringersi nelle sue spalle come per sparire, “Ammetto che non è stato proprio un ragionamento lineare –”

“Ah, perché, c’è stato pure un ragionamento dietro?”

No, ma non c’è manco bisogno di dirlo così.

Prima che se ne renda conto, scioglie la presa sulle dita di Manuel e allunga la mano per dargli una spinta, così lieve che Manuel neppure dondola sul posto.

Invece, ride, piano, divertito.

“Stronzo.”

“Realista,” ribatte Manuel. “Guarda che te conosco, eh.”

Poi, con semplicità devastante, porta la sua mano su quella di Simone, ferma lì tra la sua spalla e la sua clavicola, e la stringe. Il pollice traccia piccoli cerchi contro il dorso. Quando incrocia il suo sguardo, il suo sorriso diventa qualcosa di più dolce, quasi di delicato.

Simone sente il suo cuore stringersi e, nello stesso momento, espandersi nel suo sterno. Non sa come sia possibile, ma sa che si tratta di Manuel ed è, nella sua mente, una spiegazione sufficiente.

Ed è vero. Manuel lo conosce, come non lo conosce nessuno altro al mondo, e Simone non si è mai sentito così accolto, in ogni più piccolo dettaglio, anche in quelle parti di sé di cui non riesce a tollerare il pensiero.

Le parole gli sfuggono prima che se ne renda conto. “Va bene, forse non ci ho proprio riflettuto tantissimo–”

Gli occhi di Manuel brillano, divertiti. “Forse.”

Forse,” ribadisce. “Mo non t’allarga’,” aggiunge, ma sente le sue labbra stendersi in un sorriso che è un po’ imbarazzato e un po’ felice, e gli riesce così semplice che quasi si dimentica che prima di Manuel non aveva mai sorriso così facilmente. Gli viene spontaneo aggiungere, “Comunque in quel discorso mio padre mi aveva suggerito di essere chiaro con le persone che amo.” 

Si stringe nelle spalle, le guance rosse ma la stessa determinazione che l’ha portato a cercare di baciare Manuel quando non c’era alcuna certezza o speranza, solo perché voleva che Manuel lo capisse , per una volta. Che lo vedesse

A queste parole, le labbra di Manuel si schiudono come in sorpresa. “E hai pensato a me?”

Simone batte le palpebre. Lo guarda per qualche secondo – Manuel che, invece di strappargli un pezzo di cuore, gliel’ha restituito, dal primo momento in cui Simone lo ha visto indugiare sulla soglia della classe con quindici minuti di ritardo e il sorriso strafottente di chi ha in tasca il mondo, e che ora lo fissa con occhi enormi e l’aria di chi è stato folgorato da una rivelazione divina – e chiede, come se stesse dicendo qualcosa di ovvio che non ha neanche bisogno di essere messo in parole, “E a chi dovevo pensare, scusa?”

Manuel non risponde. Si limita a guardarlo e le guance gli si fanno un po’... rosse?

Ah.

“Manuel,” lo richiama, piano. La mano che era posata sul suo petto risale verso il suo collo, la punta delle dita che sfiora la nuca in una carezza. “Manuel, stiamo insieme da quattro mesi.”

“Lo so.”

“Non puoi essere sorpreso.”

“Lo so.”

“Te l’ho detto mille volte.”

“So pure questo.”

“E sapevi cosa provavo quando ho cercato di–”

“Vaffanculo, Simo’.”

A queste parole, Simone non può fare a meno di rimanere perplesso, perché non pensa di aver fatto niente per meritarsi pure questo, oltre alle due eternità percepite di presa per il culo da parte del suo ragazzo per un’azione che magari sarà stata anche avventata e poco lungimirante, ma che, in fin dei conti, è uno dei motivi per cui sono qui adesso, stesi l’uno sull’altro sul suo letto a scambiarsi baci. 

E insulti, a quanto pare.

“Oh,” dice, risentito. “T’ho detto che ti amo, mica t’ho insultato–”

“Vaffanculo,” ripete Manuel, con convinzione incrollabile. In contrasto con le sue parole, però, gli prende il viso tra le mani con delicatezza e si abbassa fino a far sfiorare le loro fronti. Chiude gli occhi e sorride, così dolce che Simone quasi sente una fitta al petto. “Io sto qua a prenderte per il culo e tu me devi sempre spiazza’ così, con ‘ste cose assurde che dici. Non te sopporto.”

Una risata affiora alle labbra di Simone. Le sue mani percorrono la schiena di Manuel in movimenti lenti, sfiorando la sua colonna vertebrale al di sopra del tessuto leggero della sua canotta.  

“No?”

Anche Manuel ride. Si sporge per lasciargli un bacio sulle labbra. “No,” conferma, ad un soffio da lui. “Sei intollerabile.”

“Intollerabile,” ripete Simone, un sorriso così ampio sulle sue labbra che quasi ha l’impressione che il volto gli si stia spaccando in due. “Ma come parli? Stai passando troppo tempo in mia compagnia.”

“Dio santo, Simo’, statte zitto pe’ ‘na volta.”

E Simone avrebbe tanto altro da dire, ma scopre che gli piace lasciare che Manuel baci via dalle sue labbra tutte le parole che ha imparato nella sua vita. Potrebbe quasi abituarsi all’idea di veder terminare tutte le sue frasi sulla bocca di Manuel, ché tanto non ha bisogno di parole per spiegare questa felicità dorata che gli affolla il petto ogni volta che Manuel lo sfiora.

“E senti–” inizia Manuel, le parole un sussurro contro le sue labbra. “Ce l’hai ancora quella foto?”

Il volto gli si fa nuovamente di fuoco sotto il suo tocco. Forse sta generando abbastanza calore da risolvere da solo la crisi energetica.

“Sì,” replica. “Ma t’assicuro che non si capisce niente, pare un quadro futurista. Perché, vuoi stamparla e appenderla in camera?”

Sente, più che vedere, la risata che Manuel preme sul suo collo quando scende a baciarlo. “In realtà pensavo de metterla come sfondo del telefono ma pure la tua idea me piace.”

“Tanto non te la invio.”

“Tanto so il codice di sblocco del tuo telefono, coglione.”

E forse non dovrebbe ridere, visto che Manuel sta facendo del suo meglio per prenderlo per il culo, ma Manuel – il suo ragazzo – sta anche sorridendo contro la sua pelle e sta lasciando una scia di baci che vanno dal suo collo alle sue clavicole e la stanza è invasa dalla luce dorata del sole ed è tutto calmo e lento e dolce e quella stessa luce dorata sembra essersi fatta largo nel suo petto e quando Manuel si allunga appena per tornare a baciarlo e intreccia le loro dita sul cuscino, Simone pensa che forse, forse, ne è valsa la pena di fare quella stupida foto.

Forse.

“Resta comunque un’idea de merda,” gli ricorda Manuel, tra un bacio e l’altro. “Ma apprezzo il sentimento. Però la prossima volta che me salti addosso mentre facciamo ‘na foto magari avvertimi, eh.”

Simone alza gli occhi al cielo. “Cretino,” dice, prima di afferrarlo per la canotta e tirarlo giù per baciarlo di nuovo.

Manuel ride sulle sue labbra. Simone pensa che non è mai stato così semplicemente felice, prima. 

Tutto sommato, gli sta bene pure essere preso per il culo.