Work Text:
« Danny? »
Esordisci, bussando alla porta di camera di tuo figlio, benché tu sappia che sia quasi sempre aperta.
« Sì, pa'? »
Risponde lui, senza alzare la testa dal suo progetto universitario per alcuni istanti, ma sai che la sua attenzione è comunque tua.
Schiarisci appena la voce, avvicinandoti lentamente e giocherellando con le dita.
« Dovrei parlarti, hai un attimo? »
Quando sei dietro alla sua scrivania, i vostri sguardi si incrociano e tu gli regali un sorriso, a cui lui riesce a vedere quel piccolo barlume di preoccupazione.
«Pa', tutto bene? »
Chiede, col tono un poco allarmato. Dio, sembri veramente così preoccupato per questo discorso? Nella tua testa era al pari di quelli di ogni sacrosanto Natale della Regina. Cominci quasi a vacillare, tirando un sorriso forzatissimo con le labbra e ti allontani appena, prendendo posto sul letto, passandoti le mani sul tessuto dei pantaloni della tuta.
« Papà..? »
Distogli lo sguardo, bagnandoti le labbra con la punta della lingua.
« Danny… Daniel. »
«O-okay, ora mi stai preoccupando. »
La risatina che ti esce passa quasi dall'isteria al divertimento, poiché non riesci nemmeno più a ricordarti una singola parola di ciò che hai detto al tuo riflesso dello specchio del bagno, della macchina, dell'ingresso di una casa neppure tua.
« Vedi, Danny- »
« Pa' sei malato? - la matita che prima teneva elegantemente tra le dita, ora era quasi sul punto di rompersi. - Pa' ti prego… »
« No no, ma che cazzo dici, per favore, non mi portare male, oh! »
« Ah, meno male. No, perché ho notato che ultimamente hai ripreso a comprare troppe sigarette e a fumare come uno stronzo. »
« L'unico stronzo sei tu che me le rubi in continuazione. »
Lo guardi, alzando un sopracciglio, lasciando poi posto ad un sorriso da parte di entrambi. La preoccupazione svanisce - quasi - del tutto; nella tua famiglia gli appellativi di poc'anzi hanno acquisito un significato molto genuino, pensi.
La preoccupazione svanisce, ma non la serietà sul tuo volto, lo sguardo del tuo ragazzo, nonché tuo unico figlio, è tuo. Non sai come prenderà quanto stai per raccontargli, è tutta un'incognita e a te non piace; a te, che sei abituato ad avere una visione dei fatti di quanto ti sta accadendo intorno, questo spaventa molto.
Ti protrai in avanti, posando i gomiti sulle ginocchia cercando nella tua mente, che ormai è ridotta un formicaio spaventato, le parole giuste per intavolare un discorso che hai sempre sperato di fare, ma che ora, in effetti ti intimidisce a morte. Distogli lo sguardo per un attimo, per un solo attimo, per poi tornare a guardare il viso del tuo bambino, che ormai bambino non è più.
« Vedi… - stringi le labbra, prendendoti ancora qualche istante - ho conosciuto una persona. »
Era vero?, pensi, poiché di Mycroft hai sempre conosciuto una sola facciata ed ora stai scoprendo altre sfaccettature che non pensavi neppure potessero esistere in una persona come lui. Quindi sì, era vero. Lestrade stava conoscendo un Mycroft Holmes che probabilmente stava celando perfino a sé stesso.
Il brillio negli occhi di tuo figlio ti folgora, la sua espressione è un mix di incredulità, stupore e riesci a dedurne perfino felicità. Beh, meno male, pensi. Adesso però si sta avvicinando inesorabile la parte difficile del discorso, quella a cui hai già avuto modo di partecipare, solo… a parti invertite.
« E-e… - balbetti, passandoti velocemente una mano sulla bocca, poiché altrimenti cominceresti a ridere come un coglione - non è tutto. »
L'espressione di prima per un attimo svanisce ed un silenzio tombale riecheggia sordo, riuscendo a fare addirittura più rumore dei tuoi stessi pensieri.
« No pa', non me lo dire. »
« Cosa?! »
Lo sa, pensi… beh, d'altronde la mela non cade mai lontano dall'albero ed in quel lasso di tempo, ringrazi che la parte intelligente della tua persona, l'abbia ereditata qualcuno.
« Io non me la sento di fare il fratello maggiore. »
Silenzio, ancora una volta. I vostri sguardi gli uni negli altri, seri come non mai. Non vorresti pensare di ritirare quanto appena pensato, perché di fatto, la tua progenie intelligente lo è. Scoppi a ridere, portandoti una mano sul viso, nascondendo e asciugando alla velocità della luce quella lacrima che senti scorrerti sul viso.
« Puoi stare tranquillo, non penso potrà mai succedere. »
« Perché? »
« Perché è un uomo. »
Le sopracciglia di tuo figlio, se potessero, avrebbero sicuramente fatto il giro della testa, per quanto le stava inarcando, lo sguardo sempre incatenato al tuo.
Ormai la bomba è stata sganciata e l’unica cosa di cui sei pienamente sicuro è, vista l’età di entrambi, la comprensione – nonostante la paura di poco fa.
« Mi stai prendendo per il culo, dai. Non è vero. »
Su quel volto che tu vedi – e vedrai sempre – ancora come un ragazzino vi è di nuovo quell’espressione di prima: incredulità, stupore. Neghi con la testa, mentre l’altro posa la matita sulla scrivania, alzandosi poi dalla sedia e venendosi a sedere accanto a te sul letto.
« Voglio sapere tutto! »
Si mette comodo, accavallando le gambe come faceva quando era ancora un bambino, pronto ad ascoltare una delle tue storie su gnomi e folletti e nel mentre ti passi una mano tra i capelli brizzolati, con una punta di imbarazzo che fa capolino sulle tue guance.
« Non credo di esserne ancora pronto. »
*
« Ma quindi… sei gay? »
Chiede così a bruciapelo, facendo capolino con la testa nella tua stanza da letto, lo spazzolino in bocca e il pigiama abbottonato alla rinfusa.
« No, non credo. Insomma, non lo so. Dovresti insegnarmelo tu, sei tu l'esperto. »
La mela non cade mai lontano dall'albero.
