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Language:
Italiano
Stats:
Published:
2022-11-03
Words:
1,446
Chapters:
1/1
Comments:
2
Kudos:
5
Hits:
80

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Summary:

Arrivati al bancone dell’accettazione Steve prese i fogli che gli porgeva l’infermiera e li diede a Danny perché li compilasse. Danny quasi glieli strappò e cominciò a scrivere febbrilmente. Era un ospite abituale dell’ospedale e ormai conosceva a memoria i dati della sua assicurazione e non soffriva di nessuna malattia, quindi scorse in fretta le domande finché non arrivò all’ultima: “Soffre di claustrofobia?”.
Posò i moduli in grembo e si voltò verso Steve: «No, io non posso farlo».

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

Possibile lacerazione dei legamenti crociati anteriori. Danny era abituato al dolore cronico al ginocchio, ma aveva sospettato qualcosa di grave nel momento in cui aveva sentito un rumore poco rassicurante dopo aver corso nel fango. Fino all’ultimo aveva sperato di non sentirselo dire dal medico, ma il gonfiore e l’impossibilità di muovere l’articolazione non lasciavano spazio a molti dubbi. Una lastra aveva escluso danni ossei e ora serviva una risonanza magnetica per confermare la diagnosi.

Si era lasciato spingere da Steve su una sedia a rotelle fino al banco dell’accettazione, ma non senza protestare su come fosse tutta colpa sua perché lo aveva convinto a fare quella gara di corsa per beneficienza, su come guidasse la sedia a rotelle esattamente come la sua auto, e cioè rischiando di investire chiunque fosse nelle immediate vicinanze, di schiantarsi contro un muro e di rovesciarsi di lato. Steve continuava a rassicurarlo su come fosse perfettamente in grado di muoversi in sicurezza e il personale sanitario assisteva divertito ai loro battibecchi.

Arrivati al bancone dell’accettazione Steve prese i fogli che gli porgeva l’infermiera e li diede a Danny perché li compilasse. Danny quasi glieli strappò e cominciò a scrivere febbrilmente. Era un ospite abituale dell’ospedale e ormai conosceva a memoria i dati della sua assicurazione e non soffriva di nessuna malattia, quindi scorse in fretta le domande finché non arrivò all’ultima: “Soffre di claustrofobia?”.

Posò i moduli in grembo e si voltò verso Steve: «No, io non posso farlo».

«Non puoi fare cosa?» chiese Steve preso alla sprovvista.

«Lo sai, non posso… grotte, tunnel, spazi angusti. Qualsiasi cosa in cui mi sento… un topo. Non posso. Sai di cosa sto parlando?» ansimò Danny deglutendo rumorosamente.

«Ah sì, la claustrofobia» rispose Steve con un sorriso mezzo trattenuto.

«Sì» concesse Danny a denti stretti. Sospettava che, per quanto Steve non si azzardasse a prenderlo in giro, non prendesse seriamente il suo problema. Beh, che cosa avrebbe dovuto aspettarsi da un Seal che aveva dovuto sconfiggere ogni paura?

«Prova a fare un respiro profondo» suggerì Steve.

«Peggiora le cose» mormorò Danny.

«Rilassati Danny, andrà tutto bene» assicurò Steve.

«Andrà bene? Sicuro? Perché ora devo entrare in uno stramaledetto affare, in uno spazio ristretto con un sacco di metallo attorno a me!» la voce di Danny era pericolosamente vicina a toni isterici e le sue mani schiaffeggiavano l’aria.

«Se ti senti male, prova con la formazione dei Mets dell’86, aveva funzionato quando eravamo rimasti sepolti sotto le macerie» suggerì Steve pazientemente.

Al ricordo lo stomaco di Danny si contorse e non riuscì a spiccicare parola (e si sarebbe trattato di una rimostranza dai toni accesi e conditi di insulti a Steve: solo un animale come lui, del tutto privo di sensibilità, gli avrebbe ricordato quell’esperienza tremenda nelle attuali circostanze) perché era arrivato il suo turno. Un giovane medico, fin troppo entusiasta di poter fare un esame a un membro della squadra d’élite istituita per combattere il crimine sulle loro isole (in quel momento Danny si sentiva tutto fuorché un supereroe), dopo aver pregato Steve di attendere fuori, lo accompagnò nella stanza dove c’era la macchina. Per Danny fu come entrare in un incubo di un bianco talmente luminoso da far male agli occhi in cui spiccava un foro nero circolare che gli faceva pensare a un pozzo senza fondo anche se era in orizzontale. Accanto alla macchina c’era un altro dottore piuttosto anziano, con i baffi bianchi, che fece a Danny un sorriso di incoraggiamento. Mentre veniva aiutato ad alzarsi per stendersi sul lettino da quello più giovane, Danny sentì un senso di vertigine e si appoggiò più forte al medico.

«Voi della Five-0 ci fate visita spesso, immagino conosca la procedura! Si stenda, detective, ora io uscirò e azionerò la macchina. Il lettino scorrerà dentro. Resti immobile, per favore. Sentirà dei forti rumori. Se ci sono problemi prema questo. Io sarò nella stanza accanto, dietro a quel vetro» spiegò velocemente il medico giovane prima di uscire mettendo in mano a Danny un pulsante collegato a un cavo.

Danny sentì scorrere in tutto il corpo un’ondata di tensione, ma si forzò a stendersi e serrò stretto il pulsante nella mano destra.

Il medico anziano si avvicinò e disse con tono confortante: «Pensa di farcela? Potrebbe chiedere qualche goccia di ansiolitico».

Danny inarcò la spina dorsale per guardare il macchinario: il tunnel era meno stretto di quanto gli era sembrato: «Posso farcela».

Strinse il pulsante in mano, chiuse gli occhi e si concentrò, cercando di visualizzare la posizione dei giocatori sul diamante: «Carter… Santana… Hernandez…Backman… Knight…».

Non stava funzionando: i pensieri invasero la sua mente spazzando via i giocatori dei Mets e lasciando il campo libero perché fosse invaso dalle sue più atroci paure. Cominciò ad ansimare e, nella sua incapacità di stare zitto in ogni situazione, vomitò fuori tutta l’ansia che lo stava consumando: «Non posso entrare in questa scatola, non posso! E se mi mancasse l’aria? Mi manca già l’aria, perché non riesco a respirare! E se suono e sono distratti e non mi sentono? Allora, io sono molto molto molto claustrofobico, e se perdo la testa? Io non voglio perdere la testa, ma credo che stia già succedendo!».

Il medico anziano gli si accostò: «Sa come funziona la macchina? Un campo magnetico prodotto da una grossa elettrocalamita agisce sui nuclei degli atomi di idrogeno, che allineano il proprio momento magnetico parallelamente alla linea di forza del magnete. Gli impulsi delle onde a radiofrequenza modificano l’orientamento dei nuclei che, al cessare degli impulsi tornano a orientarsi secondo l’asse del campo magnetico. Così facendo risuonano, cioè emettono un debolissimo segnale detto segnale di risonanza. Captato da ricevitori radio, convertito in impulsi digitali ed elaborato al computer permette di ottenere un’immagine la cui scala dei grigi corrisponde alle diverse intensità del segnale di risonanza».

«Potrebbe parlare nella mia lingua?» chiese Danny.

Il medico, felice di aver raggiunto lo scopo di catturare l’attenzione di Danny e fissarla su di sé, sorrise: «Tutti i suoi pensieri che cominciano con “se” sono frutto dell’ansia che cerca di sopraffarla, bisogna che la teniamo a bada, ora respiri con me. Dentro e fuori».

Danny fece come gli era stato detto e, nella concentrazione tra un respiro e l’altro, intuì la possibilità di riuscire a mantenersi, se non calmo, almeno fermo.

«Chiuda gli occhi adesso» suggerì il medico.

Danny eseguì.

Il lettino si mosse e Danny strizzò ancora di più le palpebre.

«Lasci che il fluire dell’aria nel suo torace accompagni lo scorrere del lettino, un po’ come se fossero le onde dell’oceano» spiegò il medico.

«Io odio l’oceano!» rispose Danny con uno sbuffo mezzo divertito. Perché tutti dovevano pensare che il mare fosse qualcosa di bello? Era pieno di correnti e squali! Per un momento una paura concreta, ma molto lontana al momento, sostituì quella irrazionale e si sentì meglio.

Quando il lettino si fermò, dovette resistere alla tentazione di aprire gli occhi per soddisfare un bisogno atavico di controllare dove era.

«E se aprissi gli occhi?» chiese ad alta voce, più a se stesso che al medico che sapeva lì accanto.

«Li tenga chiusi. Stia tranquillo e continui a fare dei bei respiri, dentro e fuori. L’obiettivo è arrivare alla fine dell’esame» rassicurò il medico.

Danny dovete davvero impegnarsi per evitare di aprire gli occhi, soprattutto quando fu investito dai suoni della macchina.

«Ci vorrà poco, detective» gracchiò la voce del medico giovane nell’altoparlante.

Danny cercò di restare immobile.

«Perché se odia l’oceano vive qui su un’isola?» domandò la pacata voce del medico anziano.

«Non odio solo l’oceano: odio la sabbia, il sole che splende innaturalmente tutto l’anno e odio gli ananas che infestano ogni cosa, compresa la pizza!» spiegò Danny «Ma le persone che amo vivono qui, quindi ho imparato a chiamare questo posto “casa”». Fece una pausa e aggiunse: «Non lo dica a nessuno!».

«Oh, stia tranquillo, manterrò il suo segreto» promise il medico con tono leggero.

Parecchi respiri dopo l’esame finì e, appena il lettino fu fuori dal tunnel, Danny schizzò giù, saltello fino alla sedia a rotelle e si precipitò fuori dalla stanza.

Steve lo aspettava fuori: «Visto? Tutto ok, sei sopravvissuto».

«Sì, un medico molto gentile e, diversamente da te, pieno di umanità mi ha aiutato» rispose Danny. Poi, rendendosi conto che non aveva ringraziato il dottore per averlo aiutato in quel momento imbarazzante, si girò per rimediare, ma trovò la stanza vuota. Il medico giovane stava arrivando coi risultati e lo fermò: «Mi scusi, dov’è l’altro dottore?».

«Quale?» domandò perplesso il giovane.

«Quello anziano coi baffi bianchi…» spiegò Danny.

Il dottore si grattò la testa pensoso: «L’unico che corrisponde a questa descrizione era il dottor Queen, ma è morto un anno fa».

 

Notes:

Ciao a tutti!
Un episodio incentrato sui miti e la religiosità alle Hawaii sembra quasi lasciare il dubbio che Danny abbia visto un fantasma, ho pensato di giocare con questa cosa! Spero vi abbia divertito!
Sono convinta che Steve, per quanto ami Danny, non prenda davvero sul serio la sua claustrofobia.
Fatemi sapere cosa ne pensate!