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E Ancor Ti Attendo

Summary:

Divino, eppur mortale, sei, Kaveh.

Morte, se mi ascolti, ti supplico, strappa i miei battiti e i miei respiri, violami, se così potrò battezzarmi ancora dell’uomo che mi ha purificato l’anima, e portar avanti il nostro eterno sacramento.

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

"Morir è l'inevitabile in vita.  

Pertanto, son già morto anch’io. 
Kaveh, tu sai ─ il tuo ultimo sospiro già hai soffiato ─ ma io non so. Sono sempre qui, respiro, inerte, e attendo il giorno che il lieve Morir mi apparirà ─ il giorno che il dolore sparirà ─ ti vedrò.” 

 


 

Kaveh, quanto tempo è passato, se passato è davvero? Mi sento intrappolato, imprigionato, in questa immobile infinità. La luce mi riscalda, ed il buio mi raffredda, eppure, se guardo altrove, fuori dalla finestra ─ il sole non si innalza più nel cielo, né la luna si abbassa più all’orizzonte ─ non comprendo, ma allo stesso tempo conosco bene la risposta.

In questa terribile immensità mi perdo, mi trovo e svanisco e poi ritorno, caldo e freddo, le mie mani si sporgono in tentativi futili di aggrappare noi, le nostre intese e i nostri errori, le nostre risate e i nostri pianti, ciò che ci rendevano amanti, devoti l'un l'altro per comando dell'anima, al di fuori e parte dei nostri voleri. 

C'è solo un'unica cosa, ormai ─ è solo la pioggia, lontana e triste, cade dalle nubi cineree con un dolore tale a quello del battito finale ─ il tuo, forse? ─ goccia dopo goccia, goccia dopo goccia, lentamente, contro i vetri di quella che una volta era camera nostra, ora spoglia della nostra presenza. 

Ho nostalgia di quegli istanti passati assieme, uno di fianco all'altro, tocco su tocco, carne contro carne, delicata e rozza, i tuoi sospiri come melodia che mi accompagnavano lungo la via del paradiso, Kaveh, e se mai ho sognato di un paradiso beato, è stato solo grazie al tuo amore.

Ricordo di noi, dolci momenti appaiono e scompaiono, litigi a volte ingiusti, urla a volte vuote, tuttavia solo le tue luci mi si rivelano chiaramente nell’anima ─ e piango, come lacrimano le nuvole sotto il cielo stellato, gemono, straziate dai loro stessi lampi di luce, veloci e squarcianti. Cosa farei per rivederle accese di quel calore familiare che solo te mi hai mai trasmesso, confortante e tenero ─ anche solo per un ultimo sguardo, vicine ma lontane, mescolate fino all'attimo che la memoria mi tradirà definitivamente.

È per questo che ogni giorno fisso i tuoi vestiti dai panni cremisi, bianchi e neri, giacciono ancora sul pavimento e sulla sedia a dondolo sulla quale ridevi, discutevi, e piangevi, di fianco al nostro morbido letto. Poi c'è la custodia di giada sul tuo comodino, e i tuoi gioielli sparsi intorno ad essa ─ i tuoi orecchini, perle, nastri e mollette rosse. La piuma blu pavone abbandonata, gelida, la vera eleganza che ti rendeva Kaveh. Ogni giorno la osservo, me ne prendo cura, senza osare infestarla. È ancora come l'hai lasciata te, anni fa, come me, attende il ritorno del tuo tocco caldo.

È in questa casa oramai che le mie giornate si fermano ─ immobile, le mie mani fredde e tremole che cercano il tuo calore, i miei occhi spenti che ti vedono accanto a me, le mie labbra desiderose di un tocco oramai sconosciuto, riesco a sentirlo, e la pluvia triste che rallegra il Tempo, punitore dei miei peccati.

Cosa ho peccato? Cosa non ho fatto che tu hai voluto ─ e cosa ne sa, il Tempo, di ciò che sono la mia devozione e il mio amore, eternamente rivolti a te? Con cosa li può misurare, se nessun altro ho mai amato, se nessun altro ho mai pregato? Tempo, mi rivolgo a te, ora, quale ira ti porta a privarmi dell'unica deità che illuminava la mia anima e riscaldava il mio corpo? Qual è il motivo della tua crudeltà ─ portato via tu me l'hai ─ se non vendetta depravata, frutto della tua impotenza contro l'infinito animo umano?

Parlami, rispondimi ora, Tempo, tu che hai la conoscenza che noi uomini possiamo solo teorizzare, come vita prende forma e morte la distrugge col tuo semplice voto ─ è il nostro amore davvero superiore al tuo volere? È per questo che ci sono i gioiosi e i sofferenti? Gli avidi e i sazi? I giudici e i condannati? È per questo che strappi corpi dai loro corpi, dita dalle loro dita, labbra dalle loro labbra, crudele, menefreghista del loro destino insieme?

Come ti senti a sapere che le nostre anime ─ macchiate tali sono, eppure così eterne ─ vanno oltre l'inizio e la fine che tu stabilisci? Che ogni tuo strappo non toccherà mai i nostri veri cori, poiché oltre noi siamo stati, siamo e saremo. 

Come ti senti a vedermi sempre qui, intrappolato in questo corpo inerte, seduto in attesa del giorno che lascerai che la mortalità mi raggiunga? Cos'è che ti soddisfa ─ il mio dolore? La mia immobilità? I miei ricordi che si confondono di giorno in giorno? Ti sazia masticarli e divorarli, mentre io dimentico, dimentico e ci dimentico, Kaveh.

Quel nome rimbomba ─ Kaveh, sei l'unica mia certezza, l'unica mia religione. L'unica mia preghiera e unico mio volere. 

Etereo, coi tuoi capelli oro, morbidi e lunghi, e coi tuoi occhi rubino, contenti quando incontravano i miei acquamarina ─ perché improvvisamente non ricordo altro del tuo volto che ho venerato così a lungo? Perché non ricordo più ogni singola cicatrice sulla tua pelle, né ogni tua costellazione di lentiggini?

Perché non ricordo il tocco delle tue dita, o il bacio delle tue labbra? Tempo, perché continui a togliermi ciò che mi rende fedele?

Eppure a una cosa non hai il diritto di dare sentenza ─ ho promesso. Ho promesso di essere sempre fedele, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. È il mio animo a giurare, ciò che non puoi toccare, ciò a cui non puoi avvicinarti.

Ed è ciò che farò, colla mia anima ancora sana e col mio corpo degente. Tu Tempo non prosegui, tu pioggia non smetti di bagnarmi, eppure le mie preghiere si deteriorano, si mescolano nel mio corpo, come un’immagine sopra un’altra, indecifrabili ─ com’era il tuo sorriso, Kaveh? Com’erano i tuoi occhi? 

In questa angoscia posso solo aspettare di raggiungerti, se il Tempo me lo permetterà. Non chiedo altro, oh, Tempo, di far passare questi giorni e notti più velocemente ─ lascia che la pioggia smetta il suo lamento, lascia che il sole raggiunga il cielo, e lascia che la luna si riposi all'orizzonte, Tempo, ascoltami, e lascia che riabbracci il Kaveh dei miei ricordi, l’unica divinità alla quale mai mi inchinerò di fronte.

La divinità che i miei occhi hanno ammirato per prima, la divinità che i miei palmi aperti hanno riverito per prima, e la divinità con cui ho consacrato la mia anima, unite da due anelli dorati e mortali intorno ai nostri anulari.  

Divino, seppur mortale, ora riposa freddo e rigido sotto il marmo bianco inciso di un nome ─ il suo, Kaveh, e di due date: una del primo respiro e l’altra dell’ultimo. 

Tempo, abbi pietà di me, un uomo morto, schiavizzato nella tua cruda infinità, vittima dei tuoi piaceri. 

Lascia questa vita indietro ─ lontana da Kaveh, il mio unico sapere e volere, non la voglio. Lascia che ritorni da dove provengo, così che io possa rinascere nella luce appartenente a Kaveh. 

E tu, Kaveh, che beavi le mie giornate e che graziavi la mia anima, per decenni mi hai benedetto, luminoso, memorie lontane di un tempo lontano. I tuoi preziosi averi e i miei dissolti ricordi sono l’unica cosa che rimangono di te. E li terrò sempre cari fino al giorno che l’inevitabile Tempo raggiungerà anche me ─ ma quando lo farà? Quanto dovrò aspettare? Attendo, attendo e attendo ─ sono qui, che non ne posso più ─ questo tormento mi ha privato di ogni prece, di ogni benedizione che solo tu potevi concedermi con i tuoi ori e rubini che un tempo brillavano per me, e le tue rosee labbra che invocavano i miei desideri.

Ancora ricordo, ancora dimentico, il mio corpo troppo malato per sopportare questa lenta atrocità. Mi divora, ciò non nego, e osservare impassibile i miei ricordi svanire strazia la mia anima come un lampo impercettibile che mi trafigge. Rimane solo l’ultimo giuramento a portarmi avanti verso l’ignoto che non si svela, dichiarato il giorno della nostra unione terrestre. 

Finché morte non ci separi, ci siamo promessi ─ ora resto solo io, in queste fredde mura, un tempo familiari, con le mie grigie ciglia bagnate del tuo lutto. 

Morte, se mi ascolti, ti supplico, strappa i miei battiti e i miei respiri, violami, se così potrò battezzarmi ancora dell’uomo che mi ha purificato l’anima, e portar avanti il nostro eterno sacramento. 

La pioggia cade, lenta e penosa, e così vivo io ─ privato della genesi della mia adulazione, nondimeno l’unica ragione per cui continuo a respirare ogni giorno. È la speranza di poter riunirmi a te, Kaveh, e quando quel giorno si avvererà ─ ci sarai, tu, ad accogliermi nella tua luce? 

Notes:

Grazie per aver letto!

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