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La luce della luna entra dalle finestre aperte, gettando ombre fredde e allungate sulle pareti.
Feng Xin è seduto ai piedi del letto, una scia di pezzi d’armatura e sangue rappreso per tutto il palazzo, a marcare il suo percorso affaticato. Non gli è rimasta nemmeno l’energia spirituale per accendere le candele, men che meno quella per alzarsi e farlo con gesti mondani.
Ha combattuto per tre giorni, quasi quattro, in difficoltà per gli imprevisti e le informazioni che nessuno si aspettava potessero essere così inaccurate. Il suo rientro nella capitale celeste è stato accompagnato da pochi meriti, ma tanti sussurri e pettegolezzi – forse Nan Yang ha perso devoti, forse Xuan Zhen quest’anno riuscirà finalmente ad avere più lanterne. Forse al Sud servirebbe un unico generale, dopotutto.
Feng Xin per una volta li ha ignorati tutti, lasciando dietro di sé fango e sdegno, sangue e indifferenza. Non è stato facile, e può ringraziare soltanto la stanchezza se è riuscito a evitare di mettersi a inveire. È sicuro che i suoi sottoposti siano già al lavoro per ripulire il suo nome, e se anche non lo facessero a Feng Xin importerebbe poco: la sua coscienza è pulita, perché non ha mai dato niente di meno del suo meglio.
Chiude gli occhi per un istante, lottando per ignorare la conca nel materasso, che lo chiama a sé con la dolce promessa di ore di pace. Quando li riapre, le palpebre sempre più pesanti, sulla porta stanno iniziando a comparire solchi leggeri, fumosi e crepitanti di energia. Nell’aria si diffonde il profumo di sapone e cristalli di zucchero, e Feng Xin sorride: è il momento che stava aspettando.
È un’abitudine curiosa quella che hanno creato in questi secoli – farsi visita di nascosto dopo le battaglie, per lavarsi via il sangue e curarsi le ferite, e poi andarsene tra insulti e imprecazioni masticate con lo scopo di nascondere quello che c’è sotto. Dall’ultima ascensione di Xie Lian, e dopo tutto quello che è successo nella capitale celeste e tra di loro, anche l’atmosfera di questi momenti è cambiata, si è smussata. Forse tra qualche altro decennio impareranno a gettare la maschera, o forse no. Dopotutto, gli immortali sono affezionati all’orgoglio e alle abitudini.
“Stavo per andare da Ling Wen a chiederle di ufficializzarmi come unico Generale del Sud.”
Mu Qing non lo saluta mai, se può evitarlo – e quando non può, preferisce mostrarsi maleducato che concedergli una cortesia.
Feng Xin lo guarda attraversare le linee del suo portale con il disgusto di chi sta scavalcando una carcassa in decomposizione, e si concede solo un attimo per godersi i suoi movimenti eleganti prima di portare gli occhi sul suo viso e abbozzare un mezzo sorriso.
“Non credo che ti piacerebbe lavorare così tanto.”
Mu Qing alza gli occhi al cielo mentre si avvicina. “Come se tu facessi chissà cosa,” risponde. “Sei fuori forma, è abbastanza ovvio.”
Feng Xin si appoggia all’indietro, eloquente, i palmi delle mani che affondano nel materasso e i polsi che tremano appena per quello che non dovrebbe nemmeno essere uno sforzo, se non avesse impugnato arco e frecce per tre giorni.
Lo sguardo di Mu Qing è tagliente quando scorre sul suo corpo seminudo, chiazzato di rosso e viola e decisamente non fuori forma; è disgustato quando vede ciò che resta della tunica di Feng Xin ammucchiata ai suoi fianchi, tenuta insieme da una cintura che a sua volta potrebbe cedere da un momento all’altro; è qualcos’altro ancora quando distoglie lo sguardo e gli dà le spalle, con la scusa di avvicinarsi al catino di acqua pulita nascosto in un angolo, dietro il paravento.
Cosa sia quel qualcos’altro, però, Feng Xin non lo sa – non è mai stato bravo a leggere le persone, e Mu Qing è scritto in una lingua che non conosce.
“Sbrigati,” lo chiama mentre immerge un panno nell’acqua tiepida. “Non ti si può guardare, sudicio come sei.”
Feng Xin si lascia andare a una risata leggera, quasi senza fiato, e per qualche istante si perde a guardare l’ombra di Mu Qing che si muove dietro il paravento. La luce della luna è troppo tenue per definirne i contorni, ma Feng Xin li conosce troppo bene per non saperli distinguere anche così.
Quando si alza, non senza fatica, è costretto a trattenere un gemito tra i denti, e quando si lascia cadere di peso sulla sedia, Mu Qing è clemente abbastanza da non rinfacciarglielo. “Hai intenzione di rammendarmi anche i vestiti?”
“Fottiti, Ju Yang.”
Feng Xin deve ingoiare la risposta più ovvia.
Mu Qing è meticoloso, Feng Xin lo sa da sempre. L’ha imparato quando ancora erano mortali, poco più che bambini, e si è scoperto più volte ipnotizzato dal movimento delle sue dita agili tra i capelli di Xie Lian. È abbastanza sicuro di non aver mai provato gelosia, ma sentire quelle stesse dita sulla sua pelle, adesso, gli lascia sulla lingua un sapore simile a quello della vittoria. Dolce come lo zucchero.
Mu Qing gli tampona gli zigomi e le guance, scoprendo chiazze violacee e tagli aperti, più o meno profondi. Non gli chiede perché non li abbia ancora guariti – gli basta sfiorare la pelle di Feng Xin per rendersi conto che non ne ha le forze, e la sua unica reazione è un guizzo complicato delle sopracciglia.
Feng Xin sospira di sollievo quando capisce che Mu Qing non ha intenzione di stuzzicarlo. Gli piace il silenzio che li avvolge, la tensione che li avvicina e li respinge – non c’è nulla di pretenzioso quando non vanno a cercare le radici della discordia che li lega, e a Feng Xin piace quando non deve sforzarsi di fingere. Mentirebbe se dicesse di non essere stato impaziente, dopo la battaglia, di tornare a casa per rincorrere proprio questo istante, con le dita di Mu Qing che si muovono leggere e i suoi capelli di seta che riflettono la luna.
Dopo aver sciacquato il panno Mu Qing gli pulisce il collo, le spalle, le braccia. Feng Xin divarica i piedi per fargli spazio tra le cosce, e Mu Qing lo accetta. Si avvicina, gli scosta i capelli incrostati dagli occhi e dopo un istante di immobilità inizia a tamponargli anche il torace, le costole, il ventre. Ha il capo inclinato, lo sguardo intento, e Feng Xin non riesce a distogliere l’attenzione dalla sua coda alta che scivola in avanti e gli accarezza il collo. Profuma di sapone.
Feng Xin si domanda se Mu Qing si sia accorto che il suo cuore batte all’impazzata, ma preferisce rimanere nel limbo che dare voce alla sua curiosità e fugare ogni dubbio.
“Grazie.”
Mu Qing sbuffa, lanciando il panno chiazzato di rosso nel catino. “Evita la cordialità. Non ti si addice.”
“Quello sei tu,” risponde Feng Xin. “E si può sapere perché non puoi usare un portale normale? Devi sempre rovinarmi le porte.”
“Mi piace darti fastidio.”
“Me ne sono accorto. Non puoi venire a piedi?”
“E sgattaiolare di nascosto come un aman—”
Feng Xin sospira sulle sue parole. “Mu Qing.”
Mu Qing sussulta, lo sguardo ostinatamente fisso contro la parete alle spalle di Feng Xin, su qualche ombra senza forma in cui lui forse s’immagina chissà che cosa. Anche al buio si vede l’imbarazzo che infiamma la sua pelle di porcellana, ed è difficile non alzare una mano per accarezzargli il viso, percepirne il calore. È difficile, ma Feng Xin non ha il permesso di farlo; può solo stare alle regole imposte da Mu Qing, ricordargli quando le sta violando.
Come adesso.
Mu Qing si scuote con un cenno del capo e, senza sciogliere il nodo complicato e illeggibile delle sue sopracciglia, gli sfiora la fronte in un’eco pallida dello stesso desiderio inopportuno che ha investito Feng Xin appena un respiro fa. Le sue dita si posano su uno dei tagli che Feng Xin sente pulsare sotto la pelle, e premono appena.
L’aria che li separa si illumina dell’energia spirituale di Mu Qing, calda e invitante come l’aureola di una candela. Feng Xin chiude gli occhi, lasciandosi guarire dal tepore e dall’aroma di sapone e cristalli di zucchero, e non può che osservare come siano diversi i gesti di Mu Qing, se messi a confronto con le sue parole.
Il taglio sulla fronte si chiude, e la mano di Mu Qing scivola più in basso, sulla guancia. Feng Xin volta il capo prima di rendersene conto, sprofondando con il naso nell’incavo tra due dita sottili. La pelle di Mu Qing è ancora umida, il suo calore più tenue, il suo profumo mascherato dal retrogusto metallico del sangue che gli è rimasto addosso.
Feng Xin sente i palmi formicolare, insieme all’interno delle cosce, dove sono appoggiate le gambe di Mu Qing. Vorrebbe alzare le mani e attrarlo a sé, vorrebbe distruggere quei confini che solo un momento fa ha aiutato Mu Qing a difendere. Vorrebbe inseguire quel tepore che gli scorre sotto la pelle, un misto dell’energia spirituale di Mu Qing e del proprio desiderio che gli toglie il fiato a ondate, governato dalla luna come una marea.
Mu Qing rimane immobile, forse sta aspettando. Forse vuole solo che Feng Xin faccia il primo passo al posto suo, per scappare ancora una volta da tutto quello che può – per poterlo travisare, per poter leggere quello che vuole, perché Mu Qing parla una lingua tutta sua ma non è la stessa che legge nei gesti degli altri.
Ma quando Feng Xin solleva lo sguardo e lo trova con gli occhi ancora fissi alle sue spalle, lontani e nervosi, la fronte aggrottata e le labbra strette nella morsa impietosa dei suoi denti, capisce che non è ancora il momento. Feng Xin è paziente, anche se solo con Mu Qing – anche se per quasi mille anni ha creduto di non esserlo.
Così si allontana con il capo, carezzando con le labbra il palmo tiepido di Mu Qing e lasciandosi accarezzare di rimando, e spezza la tensione che li lega.
“Grazie,” ripete, la voce roca, le palpebre socchiuse. “Da qui faccio da solo.”
“Ingrato.”
“Ti ho appena ringraziato!”
Mu Qing fa un passo indietro, incrociando le braccia al petto come un’armatura. Alza gli occhi al cielo, ma le sue guance lo tradiscono. “Potevi metterci più…”
La sua smorfia di sufficienza è come la terra dura di un campo di battaglia favorevole, e Feng Xin si permette un sospiro di sollievo.
“Più?”
Mu Qing non risponde. Per un istante fa finta di guardarlo, senza incrociare i suoi occhi, e con un guizzo gli volta le spalle per saltare in piedi sul davanzale. È buffo come, adesso che il coraggio gli è venuto meno, non gli importi di sembrare un amante clandestino.
“Mu Qing! Torna qui e finisci la frase.”
Feng Xin si alza e lo segue, aggirando il paravento, i movimenti scoordinati di chi non sa più usare il proprio corpo. L’ombra allungata che parte dai piedi di Mu Qing arriva a lambirlo come una buonanotte bisbigliata controvoglia. Quando si lascia cadere verso il basso, coi movimenti silenziosi di un assassino, la sua figura si dissolve nel nulla in quell’istante che Feng Xin impiega per sbattere le palpebre.
Ed è di nuovo solo nel palazzo, come se si fosse immaginato tutto quanto.
