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Language:
Italiano
Stats:
Published:
2023-07-29
Words:
2,963
Chapters:
1/1
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11
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257

Sei

Summary:

Manuel e il suo riflesso allo specchio

Work Text:

 

Ho sempre avuto uno strano rapporto con gli specchi, o per meglio dire, con il mio riflesso negli specchi. 

Ogni volta che vedevo la mia immagine in quella superficie riflettente, mi ritrovavo a pensare "Ma cosa pensa de 'sta faccia la gente? La gente lo vede il buco nero che mi sento al posto del cuore?"

E per cercare di non rendere evidente quel buco nero, provavo a fare dei sorrisi; la gente si fa sempre distrarre da un sorriso e non si pone molte domande su chi ha davanti. 

Adesso che ho 30 anni, la faccia che mi sorride allo specchio non mi sembra poi così tanto sbagliata. Ma nello stesso momento, rivedo tutti i me stesso che sono passati davanti ad uno specchio e mi perdo nei ricordi.

***********

Manuel, 6 anni, davanti allo specchio della camera da letto di mamma Anita

Ricordo bene il primo anno delle elementari. Io e la mamma ci eravamo trasferiti in un nuovo quartiere, quindi non c'era nessuna speranza di ritrovare in classe uno dei bambini con cui avevo fatto l'asilo. 

E così mi sono ritrovato in una classe composta da sconosciuti. Non ho mai avuto grandi problemi a fare amicizia, ma ricordo che quei primi giorni sono stati un inferno. Tutti che parlavano delle cose fantastiche che facevano con il proprio papà durante il pomeriggio, delle lunghe passeggiate con la mamma al parco, delle serate cinema tutti insieme davanti alla televisione. 

Ma io ero diverso: un papà non ce l'avevo mai avuto, quindi niente cose fantastiche da raccontare; la mamma lavorava sempre per cercare di farci andare avanti e l'unica passeggiata che mi era concessa era quella per andare da casa a scuola; e, neanche a dirlo, le serate cinema degli altri, per me erano dei momenti solitari perché la mamma si addormentava sempre 5 minuti dopo l'inizio del film, visto che aveva lavorato fino a tardi. 

Cosa potevo raccontare agli altri? Loro avevano vite strabilianti ai miei occhi e la mia era solo OK. 

Poi un giorno, era ormai un mese che la scuola era iniziata, una bambina mi si era avvicinata e aveva cercato di prendermi la mano. Io l'avevo subito allontanata, non so nemmeno io il perché, mi era venuto d'istinto. Ricordo la rabbia nei suoi piccoli occhi azzurri quando mi aveva urlato addosso "Fanno bene gli altri bambini a non calcolarti. Sei brutto e antipatico e nessuno ti vorrà mai bene". 

Quel pomeriggio mi sono ritrovato davanti allo specchio che c'era in camera della mamma. Quello che vedevo era un bambino con i capelli castani e ricci, non pettinati, che provava a sorridermi nonostante gli mancassero tutti e quattro i denti davanti. Il risultato non era dei migliori.

La mamma mi si era avvicinata (quel pomeriggio non lavorava perché aveva il giorno libero)e vedendomi tutto corrucciato davanti a questo specchio a figura intera, mi aveva domandato "Manuel, che stai facendo?"

"Mamma, ma io un papà non ce l'ho perché sono brutto?"

Ricordo di aver visto i suoi occhi diventare grandi come se avesse visto un mostro e poi addolcirsi. "Amore di mamma, perché dici che sei brutto?". "Una bambina che viene in classe co' me ha detto che nessuno mi vuole bene perché sono brutto. E, quindi, ho pensato che magari papà non mi vuole perché sono brutto." 

"Prima cosa, domani quando ti accompagno a scuola mi dici chi è questa bambina perché nessuno dice a mi' fijo che è brutto", la mamma aveva provato a sdrammatizzare la situazione, facendomi sorridere con i pochi denti che mi erano rimasti in bocca; poi aveva continuato "E poi, quante volte abbiamo detto che non è colpa tua se papà non sta co' noi? Aveva altri progetti per la sua vita."

Quelle parole non mi avevano convinto molto, e a quell'età di certo non potevo capire perché io dovevo crescere solo con la mamma; ma non potevo darle una delusione. Le avevo fatto un sorriso e lei mi aveva fatto una carezza lentissima sulla guancia. 

Mentre mi stavo allontanando dallo specchio, la mamma mi aveva richiamato: "Ah Manuel, comunque io lo voglio sapere lo stesso chi è questa bambina". "Non ti preoccupare ma'. Io domani vado là e le dico che è impossibile che so' brutto perché tu me vuoi un sacco bene"

***********

Ehi vuoi parlarmi
di quando avevi un'altra faccia
e andavi verso lei e non pensavi
che da quell'attimo saresti stato quel che sei


Tu sei non sei più quel che eri un tempo
e ora sei quel che c'è
di diverso da me

Manuel, 17 anni, davanti allo specchietto della sua moto

Ricordo che la telefonata che avevo ricevuto da Alice mi aveva stupito. Non si faceva sentire da giorni ormai e pensavo che non volesse più saperne di me. Mentre io mi sentivo felice, non dico innamorato, ma di sicuro la testa per lei l'avevo persa. 

Era stato un cliché, forse col senno di poi, un cliché brutto: mi ero preso una cotta per una donna molto più grande di me. Mi aveva catturato quell'aria da donna in carriera che, di sicuro, non mi avrebbe creato troppe paranoie, come faceva, invece, Chicca. 

Quella telefonata, arrivata all'improvviso, non mi aveva dato il tempo di prepararmi. Stavo prendendo da bere per la festa a scuola per il compleanno di Simone, quando Alice mi aveva chiesto di rivederci. Inutile dire che mi ero precipitato da lei. 

Ricordo che appena avevo parcheggiato la moto vicino a Villa Borghese, avevo perso del tempo ad osservare la mia immagine nello specchietto della moto. Avevo provato a sistemare i capelli, inutilmente, ché quelli facevano un po' come volevano loro. Ero così entusiasta all'idea di rivedere Alice che mi sono ritrovato a sorridermi, "Daje Manuel, stasera se combina qualcosa finarmente". 

Purtroppo le cose non sono andate come mi aspettavo. Alice mi aveva chiamato lì solo per pisciarmi malamente. Forse avrei dovuto capirlo dal fatto che mi aveva chiesto di vederci in un luogo pubblico. 

Quando mi sono ritrovato davanti alla moto, avevo soffermato lo sguardo sulla persona che era riflessa nello specchietto. Il sorriso era scomparso, davanti a me un viso incazzato, brutto. Ricordo che mi sono ritrovato a pensare che forse la bambina delle elementari aveva ragione: se sei brutto, nessuno ti vuole bene.

***********

E pensare a quanto tradirono tutti quei baci
Che tolsero via dalle bocche le frasi
Che avremmo voluto gridare per convincerci che
Di amarci noi non ne saremmo mai stati capaci
E allora tu spiegami dei nostri baci il senso
E se un senso lo trovi, dimmi almeno qual è
Dimmi se c'è

Manuel, 17 anni, davanti allo specchio dei bagni del Liceo "Leonardo da Vinci"

Ricordo che appena arrivato in quel bagno, mi sono guardato in faccia e ho provato a riconoscermi. L'espressione che avevo in volto non era una delle mie solite:nessun sorriso, nessuna faccia incazzata; le linee del mio viso avevano preso una forma che mi era sconosciuta. 

Forse era paura? Ma non ero terrorizzato da quello che era appena successo. Cioè ero terrorizzato, ma dalle conseguenze che avrebbe avuto quello che avevo fatto, quello che avevamo fatto. Ero terrorizzato da quello che avevo provato.

Ricordo di essermi sciacquato la faccia, come se volessi far chiarezza nei miei pensieri con un semplice getto d'acqua. 

Ho ripercorso tutto quello che era successo in quella serata: Alice mi aveva chiamato solo per il gusto di scaricarmi, ero andato a minacciare il kebabbaro prima che Sbarra si incazzasse ancora ( e stavolta mi sa che non mi sarei salvato con qualche ematoma sparso per il corpo), e poi mi ero presentato a scuola. C'era la festa di Simone, non volevo perdermela; e poi avevo bisogno di quantitativi gratis di alcool. 

Simone... quel pazzo che, nonostante l'avessi trattato male appena ero arrivato alla festa, rispondendogli scazzato a delle semplici domande, mi aveva seguito fuori da scuola. Mi aveva strattonato, cercando di fermarmi dai miei miseri tentativi di buttare giù il cantiere di Alice; mi aveva fermato e io lo avevo implorato di lasciarmi in pace, ché mi conoscevo bene e avrei potuto dirgli cose che non pensavo.

Ma no, quel pazzo di Simone Balestra aveva pensato bene di rispondermi "Non ti lascio perché ti voglio bene". E non lo so cosa mi era successo nella testa, nel cuore.

Sapevo che Simone provava qualcosa per me: il professore mi aveva fatto intendere che quello che sentiva Simone andava oltre la semplice amicizia. Ma sentirselo dire, sentirti urlare in faccia il bene di una persona, leggerglielo negli occhi, bè, era stata tutta un'altra cosa.

L'avevo guardato negli occhi ed è stato come fossi stato risucchiato da una sorta di forza che non faceva altro che avvicinarmi a lui. La mia mano era finita sulla sua felpa, questa volta l'avevo strattonato io, e me lo sono tirato addosso. Le mie labbra avevano toccato le labbra di quel pazzo di Simone Balestra e non ci avevo capito più niente. 

Quello che era avvenuto dopo, era stata la cosa più naturale che avevo fatto in vita mia. Le mani avevano vagato, toccando un corpo che era molto simile al mio, ma non mi sembrava strano. Poi Simone si era inginocchiato e incrociare i miei occhi con il suo sguardo era stata una delle cose più eccitanti della mia vita. 

Subito dopo sono scappato in bagno, senza dargli molte spiegazioni. Mi guardavo allo specchio e vedevo una faccia terrorizzata. Paura di aver provato delle emozioni così forti toccando il corpo di un ragazzo: questa era l'espressione che aveva la mia faccia. 

Ricordo di aver fissato la persona allo specchio e di avergli chiesto "Ma tu chi cazzo sei veramente?"

***********

Ehi vuoi ascoltarmi
ho ancora altre facce da indossare tu chi sei,
non mi assomigli tra quelle che ho cucito
e non ricordo più chi sei
tu sei non sei più quel che eri un tempo
e ora sei quel che c'è
di diverso da me

E pensare che quando rapirono tutti i pensieri
quei baci bugiardi sembravano veri
e intanto impedivano a noi di convincerci che

non avremmo mai visto la fine di tutti quei baci
perché senza fine li avremmo rubati
di questo che tu ora mi dai l'inizio qual è?

Ehi quello che vedo sei
un riflesso che non m'appartiene
non mi riconosco
tu, specchio, sai dirmi almeno chi sei?
quello che vedo sei...
sulla bocca assaporo i tuoi baci
negli occhi rivedo i tuoi occhi e capisco finalmente chi sei

Manuel, 19  anni, specchio a Villa Balestra

Ed eccomi lì, pronto ad affrontare una delle giornate più importanti della mia vita. Erano passati due anni da quella notte con Simone e il riflesso che c'era allo specchio aveva cominciato ad essermi di nuovo familiare.

In quei due anni ero stato molte cose, almeno nella mia testa. Prima della notte al cantiere ero solo Manuel "il più bello, il più stronzo e il più etero di tutta la scuola", o almeno è così che venivo descritto. Dopo quella notte mi sentivo Manuel l'incompreso, ma non dagli altri; ero io che non capivo niente di me: perché avevo sentito quella forza che mi aveva attratto verso Simone? Era la prima volta che l'avevo provata o c'erano state altre occasioni? La risposta a tutte quelle domande mi ha portato a definirmi: non so se ero il più bello di tutta la scuola, di sicuro un po' stronzo lo ero, ma per quanto riguarda l'essere etero, bè, non lo ero manco per il cazzo; anzi, era proprio per quello che non lo ero. 

Poi mi ero "trasformato" in Manuel il bisessuale fifone. Avevo davanti a me un ultimo ostacolo da superare, un piccolo dirupo che mi avrebbe portato verso la felicità con Simone, ma continuavo a prendere la rincorsa senza mai saltare. Così mi limitavo a dimostrazioni d'affetto non proprio amichevoli: gli lasciavo "fortuite" carezze sulla mano quando mi passava qualcosa, gli aggiustavo i capelli con la scusa che avesse qualche insetto incastrato, lo abbracciavo per i motivi più disparati. 

Poi era arrivato il giorno del suo orale di maturità. Simone era l'ultimo a dover affrontare l'esame, era stata estratta la lettera D e io avevo finito 3 giorni prima. Era super agitato, muoveva la gamba sinistra in modo nervoso, e questo rendeva nervoso anche me. Avevo poggiato la mano sul suo ginocchio con l'implicita richiesta di calmarsi, lui aveva posato la sua mano sulla mia e mi aveva sorriso, sbuffando un po' di aria dal naso. Per me era stato naturale girare la mano, in modo che i nostri palmi corrispondessero, e intrecciare le nostre dita. 

Simone non sembrava aver dato peso alla cosa, era stato chiamato da Lombardi subito dopo; e anche quando era uscito, non mi aveva fatto domande per tutto il tragitto fino a Villa Balestra, che non era più solo casa sua, ma casa nostra da quando mia madre e il professore avevano deciso di andare a vivere insieme. 

Il pomeriggio avevamo deciso di passarlo in piscina, finalmente rimessa in funzione dopo che io e Simone avevamo insistito per mesi. 

"Dajè Simo', nun fa' come al solito tuo che ce metti 'n'eternità pe' entra' in acqua. Famo 'n tuffo a bomba, pe'festeggia' la fine de' sto supplizio del liceo". E Simone mi aveva seguito; quando eravamo riemersi dal tuffo, eravamo vicini, ed io ero cosciente che quella volta non avrei saputo controllare la forza che mi attirava a lui. Sapevo pure darle un nome a 'sta forza, l'avevo studiata per l'esame: si chiamava forza gravitazionale e faceva sì che io e Simone fossimo attratti sempre l'uno verso l'altro, eravamo legati e nessuno dei due poteva allontanarsi dall'altro. 

Così, mi ero ritrovato a passare l'indice sul suo sopracciglio, poi avevo seguito la forma dello zigomo e, infine, quella del labbro inferiore. Mi ero avvicinato ancora di più, avevo visto Simone chiudere gli occhi e lo avevo baciato. Era stato un bacio lento e quando avevo riaperto gli occhi e mi ero ritrovato lo sguardo interrogativo di Simone addosso, mi era venuto naturale dire "Sono bisessuale". 

"Manuel, non devi dire niente. Magari è una cosa così, è l'euforia del momento...", Simone aveva iniziato a blaterare, avvolto dal panico. "Oh Simò, calmate. Nun è 'na cosa del momento. Che so' bisessuale l'ho capito da mo'. Ma finalmente ho saltato, stavolta non ho fatto solo la rincorsa". 

Erano passati due anni da quella notte al cantiere e finalmente tutto era tornato al proprio posto. Ricordo che quel giorno (era passato un mese dal mio salto), mi ero guardato allo specchio e avevo visto delle nuove linee sul mio volto, dei muscoli che raramente avevo usato spontaneamente. Sorridevo e non perché mi forzavo a farlo, ma perché ero soddisfatto del mio riflesso. 

"Oh? Sei pronto?", Simone era entrato in camera mia, "Come ti senti?"

"Bene, come me devo sentì?"

"Boh, non lo so. Nervoso?", Simone era agitato forse più di me, lo avevo percepito dal leggero tremolio nella sua voce. "Nervoso perché dovemo dì che ce trasferiamo a Milano pe' studià? Simò, quelli non vedono l'ora che lasciamo 'sta casa e nun vojo sapè manco perché"

"Ma non per quello. Per l'altra cosa che volevi dire. O hai cambiato idea?"

"No, non ho cambiato idea. Ma nun me preoccupa. So che loro capiranno, anzi, secondo me, saranno ancora più contenti che ce ne andiamo, soprattutto dopo che, oltre a dirgli che so' bisessuale, glie dico pure che stiamo insieme".

Simone mi aveva sorriso, tranquillizzato dalle mie parole; "Vabbè, andiamo allora"

E il mio riflesso allo specchio mi aveva di nuovo sorriso.

***********

E pensare che quando tradito da tutti quei baci
Non mi resi conto di quanto restassi negli occhi
Sul viso, nell'aria c'è una parte di te
E ho capito che se mi rifletto guardandomi in viso
Non mi riconosco
Ma poi un bel sorriso mi taglia la faccia e mi dico sono identico a te

Manuel, 30 anni, specchio del bagno di una camera d'albergo

"Amore, ma quanto ci stai mettendo in bagno?". La voce di Simone mi risveglia dal viaggio nei ricordi. Apre piano la porta ed entra "Almeno ti sei vestito. Pensavo di trovarti ancora nudo".

Lo vedo avvicinarsi attraverso lo specchio, lo guardo con aria maliziosa "Ti sarebbe piaciuto, Bale', dì la verità". "Mmmmm forse, ma ti ricordo che tra 10 minuti dobbiamo stare al ristorante per la cena e non voglio arrivare tardi. Prima il dovere e poi il piacere". 

"Sempre il solito perfettone. Secondo me, se facciamo prima il piacere e poi il dovere, arrivamo là pure più affamati." Simone mi si avvicina ancora di più, e mi abbraccia da dietro. "Smettila Manuel! Prima abbiamo pure rischiato che ci cacciassero dalla piscina, per colpa tua e delle tue manacce" mi dice, mentre non smette di agitarmi davanti agli occhi la mano sinistra. 

"Simò, e fermo co' 'sta mano. Nun c'è bisogno che me sbatti la fede in faccia sempre, m'o ricordo pure io che semo sposati". "A proposito di fede, dov'è la tua?", Simone mi guarda la mano, perplesso.  "L'ho tolta perché nun vojo vive' nel panico de' perderla nelle tubature de' 'sto bagno. E chi te sente poi?" 

Simone si guarda intorno, nota l'anello sulla mensola appena fuori dal bagno, lo recupera e lo rimette al suo posto, sul mio anulare sinistro. "Sai cosa potresti fare stasera mentre siamo al ristorante? Prendere esempio da me e agitare questa cazzo di mano sotto al naso della cameriera, ché mi sa che ieri sera non ha capito che non stiamo qua per un viaggio di lavoro ma per il nostro viaggio di nozze". Dopo questo consiglio, mi stampa un bacio sulle labbra ed esce. 

Lancio un ultimo sguardo allo specchio, il sorriso ormai è una costante di quel riflesso. Quel riflesso che sono io. Io che ho capito finalmente chi sono.

Ehi (non) vuoi cambiarmi...