Chapter Text
“Because you don't know
what it means to me”
Tutto quello che sapeva in quel momento è che stava cadendo. E bruciando. Non ricordava di aver mai provato un dolore così lacerante in tutta la sua esistenza; sentiva i timpani spaccarsi per le sue stesse urla e la pressione di chilometri e chilometri di atmosfera ghiacciata e poi bruciante strappargli via la pelle la carne e le ossa. Sentiva di star diventando immateriale, cenere volante, e forse era quello il suo destino più che essere scacciato dal Paradiso: diventare niente e al contempo ogni cosa, spargersi nel mondo come semplice pulviscolo, onnipresente all’esistenza del tutto ma impotente di fare qualunque cosa, pensare qualunque cosa. Era un angelo. Avrebbe potuto volare. Avrebbe dovuto volare. Ma non lo stava facendo. Perché non lo stava facendo? Librarsi nello spazio era la cosa più naturale, assolutamente più naturale che riuscisse a fare. Come gli esseri umani respiravano, lui volava. E creava galassie. Era nella sua natura. Per quello era stato creato. Ed ora invece stava precipitando, incapace di muovere le sue ali, incapace di percepire le sue ali e in realtà di percepire alcunché al di fuori del suo dolore e del fuoco che lo stava rapidamente divorando. Se fosse dovuto cadere per l’eternità sapeva che non avrebbe mai più smesso di gridare e dare foga a quel dolore impossibile da tollerare, ormai diventato tutta la sua esistenza. Non avrebbe conosciuto nient’altro se non quello strazio. Quel tormento era ora tutto il suo nome.
Lo spazio e il tempo sembravano non essere mai esistiti e non sarebbe stato in grado di definire da quanto tempo stesse precipitando. I suoi sensi non riuscivano ad afferrare null’altro se non macchie di colore e sprazzi scintillanti come diamanti, fruscii assordanti, un vento incontenibile e innumerevoli lame che lo scalfivano così violentemente su ogni centimetro di pelle da toccargli le ossa nude. E poi all’improvviso finì. Sentì i polmoni – o quello che di essi era rimasto – riempirsi di fluidi scottanti, percepì la sostanza in cui stava affondando premere e bruciare sulle sue ferite aperte e quando cercò di ricominciare ad urlare per esorcizzare il proprio martirio, le sue grida furono bolle in un liquido denso e nero. Il dolore che stava provando era assolutamente incontenibile, si chiese come facesse ad essere ancora vivo e cosciente, ma nonostante questo la cosa più lampante che registrò nella sua mente fu l’odore acido ed acre dello zolfo. Era arrivato. All’Inferno.
Ed era cieco.
Crowley aprì gli occhi. Si alzò di scatto dal letto, battendosi violentemente le mani sul petto e toccando con ferocia quanti più centimetri del suo corpo riuscisse a raggiungere, fermandosi solamente una volta essersi assicurato di avere tutte le cellule al loro posto. Si dimenò dalle lenzuola nere – che non erano zolfo liquido – e scese dal letto con rabbia crescente maledicendosi per aver imparato a dormire come gli umani. Stupida, stupida, stupida idea. Si ripromise di non addormentarsi mai più e in fondo aver dormito per un secolo intero avrebbe dovuto bastargli. All’epoca però non aveva mai ripassato nei minimi dettagli la sua Caduta; all’epoca, d’altronde, non aveva poi chissà quante cose di cui preoccuparsi. Si asciugò il sudore che gli scendeva sul collo, creando pozzanghere tra le sue clavicole dove, per quanto potesse fingere il contrario, finiva col mescolarsi con le lacrime piante nel corso di quelle ore di sonno. Lanciò uno sguardo alla sveglia digitale sul tavolino accanto al letto. Lacrime piante nel corso di quelle settimane di sonno, si corresse mentalmente. «Cazzo», disse. E lo ripeté fino al punto in cui la parola perse totalmente il suo senso.
«Mmh- ’kay. Bene. Ultima volta. Sì». Si spostò per il suo vecchio appartamento di Mayfair, che seppur riconquistato svelava ancora la presenza di un inquilino indesiderato. Le stanze fino a qualche anno prima religiosamente minimaliste erano ora disseminate di oggetti dai colori sgargianti abbinati fra loro da mani ed occhi evidentemente inesperti e intoccati dalle mode umane. Crowley si fermò davanti un quadro di dubbio gusto, una specie di Pollock di fin troppe tonalità di rosa shocking, martellato sul muro del corridoio con un chiodo nel centro della tela, e disposto proprio accanto ad un appendiabiti a forma di dalmata sul quale erano stati dimenticati una serie innumerabile di sciarpe e cappelli di vari tessuti e colori. Fissò il quadro per qualche secondo chiedendosi come avesse fatto a non notarlo al suo arrivo nell’appartamento. La realizzazione fu un pugno nel diaframma che gli tolse momentaneamente il respiro – non che avesse bisogno di respirare, ma non avrebbe permesso ai suoi pensieri di decidere per lui quando respirare o meno. Con calma chirurgica, afferrò la cornice dagli angoli inferiori e con precisa violenza spinse il dipinto verso il basso, permettendo al chiodo di strappare lentamente la tela. Pezzetti di tempera e fibre di tessuto caddero su un tappeto giallo a cui inizialmente non aveva fatto caso e in un attimo fu troppo. Diede uno strattone al quadro e la cornice si spezzò in due, liberando schegge di legno ma non soddisfacendo la sua rabbia che continuò a crescere sempre più, anche quando lanciò i pezzi del dipinto contro un muro del suo appartamento, anche quando strappò a mani nude cappelli e sciarpe in brandelli colorati, anche quando pugnalò il dalmata nell’occhio con il chiodo del quadro e diede fuoco al tappeto giallo perché il motivo per cui al suo ritorno nell’appartamento di Mayfair non aveva fatto caso a nulla è che Aziraphale lo aveva tradito guardandolo negli occhi e seimila anni di… di cosa? Amicizia? Fiducia? erano bruciati come un dannato all’inferno (che ironia) e non poteva restare sveglio un secondo di più. Stupido da parte sua, davvero, davvero stupido pensare di poter liberarsi di quelle… emozioni semplicemente dormendo e fingendo che non fossero mai esistite. Anche perché lui dovrebbe essere uno dei cattivi, no? Perciò non dovrebbe affatto provarne. Di emozioni.
Urlò. Inizialmente parole e poi solo crude grida finché non sentì la gola graffiata e in fiamme. Tossì. Guardò, senza davvero vederlo, il buco lasciato dal chiodo sul muro. Lo fissò per qualche secondo in silenzio, poi spense il fuoco con uno schiocco delle dita. E come se stesse rispondendo ad un istinto, in preda ad un puro automatismo, iniziò a trasportare ogni pezzo appartenuto a Shax verso la porta d’ingresso. Avrebbe potuto fare un miracolo e far sparire tutto in un battito di ciglia, ma una voce molto fastidiosa nella testa gli disse “saprò che è sempre stato lì. Lì sotto, dico” e liberarsi manualmente di ogni oggetto appartenuto al precedente inquilino gli sembrò il modo migliore per sanificare quello che era stato il suo appartamento. Trascinò poltrone, comodini dalle forme strane, pile di vestiti fin troppo colorati (anche per un demone), pezzi d’arte su cui mai, in altre circostanze, avrebbe fatto cadere la sua attenzione. Dopo diverse ore la porta d’ingresso era del tutto inaccessibile, ostruita da un’alta barricata di mobili e soprammobili che invadeva quasi tutta l’interezza del salotto.
«Mh» mugugnò a mezza voce, rivolto al mucchio. «E adesso dove cazzo vi lascio?».
Si appoggiò con le spalle al muro dietro di lui, incrociando le braccia sul petto, cercando di impedire al suo cervello di pensare. Schioccò le dita e la televisione si accese su un canale musicale. Davano un concerto di musica classica in diretta (Shostakovich, ma lui non lo avrebbe mai potuto sapere) che lo riportò dolorosamente ad un grammofono posizionato davanti ad una poltrona polverosa, a delle dita danzanti intente a dirigere goffamente un’orchestra invisibile, spostando i granelli di polvere sparsi nei raggi di luce, ad una stanza invasa dall’odore di libri e vino costoso. Smise di respirare per qualche secondo, quel tanto che bastò all’orchestra in tv di avere la decenza di mettersi a suonare un brano dei Queen. E sulle note di Love of my life, Crowley iniziò a spostare di nuovo le cose di Shax per crearsi un varco verso l’uscita. Poi iniziò a fare numerosi viaggi tra dentro e fuori, trascinandosi dietro un paio di oggetti alla volta, lanciandoli in strada con violenza e godendo dei rumori delle fibre del legno spezzarsi, della ceramica spargersi in pezzi e polvere, del vetro frantumarsi sul ciottolato del vicolo. Nella distruzione era sempre stato bravo (anche se ora qualcuno era stato più bravo di lui).
Si sfregò le mani battendole fra loro, guardando soddisfatto il suo operato. Seppur qualche vicino avesse sentito il frastuono, non sembrò darlo a vedere. Ma gli umani sono ciechi e sordi quando messi di fronte all’occulto. Il più delle volte, almeno.
Tornò in casa con qualche falcata nervosa, e quando fece per aprire (di nuovo) la porta dell’appartamento, notò il cumulo di lettere sullo zerbino. Si chinò per raccoglierle e leggerne i mittenti. Alcune erano bollette e pubblicità, come immaginava, ma altre erano prive di mittente e destinatario. Gettò nel portaombrelli le prime, poi entrò in casa guardando con curiosità – nonché con una certa apprensione – le seconde. Si gettò sulla sua poltrona, posò i piedi sul tavolo, e iniziò ad aprire le buste anonime. Ciascuna di esse conteneva un biglietto, ed ogni biglietto recava poche frasi scritte con una calligrafia ambigua: sottile ed elegante, ma con un qualcosa di infantile. Nessun biglietto era datato, così Crowley iniziò a leggerli in ordine sparso, ed il suo cuore perse qualche battito già sul primo.
“Caro Signor Crowley,
non ricevendo una tua risposta ho provveduto seguendo il mio istinto, ed ho venduto due libri ad una signora molto anziana. Mi faceva una gran pena! Ha insistito così tanto!
Cordialmente,
Muriel, angelo amanuense di 37° livello”
