Actions

Work Header

Perché ho gli occhi molto più ciechi del cuore

Summary:

Simone e Mimmo si mettono insieme. Manuel non la prende molto bene.

Notes:

Questa fic è nata dopo aver visto il promo dove Manuel e Mimmo si stanno per prendere a mazzate in biblioteca, e potevo non scriverci sopra una one-shot da 8k parole e passa con Manuel che soffre di gelosia dall'inizio alla fine? Ovviamente no.
La classe è rimasta la stessa della s1, Mimmo non è più carcerato ma è il nuovo arrivato e a Manuel schiatta il fegato.
Spero vi piaccia! :)

(Titolo preso da "Gli occhi" di Frah Quintale)

Work Text:

«Non lo trovi bello e affascinante?»

Manuel si voltò nella direzione dello sguardo sognante di Simone, sopprimendo un moto di stizza che gli proveniva dalle viscere senza sapere bene il perché. Lì, nel bel mezzo del corridoio, a sorridere coi libri di scuola in braccio, c'era Mimmo, il nuovo arrivato. Non sapeva bene come e perché Mimmo si trovasse a scuola a Roma invece che a Napoli, come sarebbe stato normale - e sicuramente Dante c'entrava qualcosa, quando mai non c'era di mezzo lui quando si trattava di ragazzi con problemi - e, francamente, a Manuel non fregava assolutamente nulla. Il ragazzo era arrivato nella loro classe da poco più di una settimana, e se ne stava per i fatti suoi in un angolino, in silenzio, senza tentare di fare amicizia con nessuno.

Il fatto che fosse un ex carcerato non aiutava certo nell'impresa, e infatti molti cercavano di stargli alla larga il più possibile - tranne, ovviamente, uno. Il magnete delle cause perse per eccellenza. E Manuel ne sapeva qualcosa.

Signore e signori, Simone Balestra.

«Simò, e che cazzo ne so io se quello è bello oppure no? È a te che piacciono i maschi, mica a me, sei te l'esperto.»

Simone sbuffò, alzando gli occhi al cielo. «Ma mica ti ho chiesto se te lo vuoi scopa'? Ho solo chiesto se ti sembra bello, oh, non mi pare difficile.» Si portò una mano al petto con finto fare consternato. «Scusa se ho offeso la tua preziosissima mascolinità, oh Gran Visir degli Etero.»

Manuel gli diede un pugno sul braccio, e l'altro cacciò un «ahia!» di dolore, prima di mettersi a ridere. Ben gli stava.

Dopo l'incidente di Simone, Manuel aveva fatto di tutto per rimediare a tutte le cattiverie che gli aveva sputato addosso. Non poteva perdere Simone, era il suo unico vero amico, e come faceva Simone ad essere ancora il suo, di amico, dopo tutto quello che gli aveva fatto, era un mistero. Manuel poteva solo ringraziare Iddio per avergli dato una seconda possibilità, e non l'avrebbe di certo sprecata.

Così aveva fatto ammenda a modo suo. Da quando lui e sua madre erano stati cacciati di casa ed erano stati ospitati a casa Balestra, Manuel si era autoincensato del compito di fare da autista ufficiale di Simone: era lui quello che lo portava a scuola in motorino tutte le mattine, e nel pomeriggio lo accompagnava agli allenamenti di rugby mentre lui studiava - sì, incredibile, studiava - nell'attesa, per poi infine riportarli entrambi a casa. Lo lasciava da solo il meno possibile, e solo in parte a causa della cazzo di paura che gli aveva fatto prendere quando era finito in ospedale. Voleva genuinamente passare più tempo possibile con l'altro, perché lo faceva stare bene, e sperava che anche per Simone valesse lo stesso. E affinché Simone si sentisse completamente a suo agio con Manuel, doveva sentirsi libero di parlare di tutto con lui: della scuola, del padre, del rugby e delle sue regole che Manuel ancora non capiva, e, ovviamente, di ragazzi.

Dapprima, timidamente, era stato Manuel a tastare nuovamente il terreno. Per forza, visto che Simone, comprensibilmente, dopo le sue scenate si era chiuso in un bozzolo da cui sembrava non voler più uscire. Una sera, mentre stavano giocando insieme alla Play in camera di Simone, in un momento di pausa gli aveva chiesto come aveva capito di essere gay. Era una domanda intima, lo sapeva, ma gli amici c'erano per quello, no?

Simone si era zittito, fissandolo intensamente, i muscoli in tensione come un animaletto in guardia che aspettava solo di vedere la minaccia imminente concretizzarsi davanti a sé. Manuel aveva odiato se stesso e tutte le altre persone sulla faccia della Terra che avevano portato Simone ad avere una tale reazione a quella domanda. Si era quindi sforzato di rimanere tranquillo, senza dare l'impressione di voler pressare Simone a farsi dare una risposta, se non avesse voluto, e aveva aspettato. Dopo un po', Simone si era rilassato visibilmente, e aveva aperto bocca per parlare. Ma uno sguardo di terrore gli era apparso sul volto e aveva rchiuso la bocca in uno scatto, abbassando lo sguardo. Le guance gli si erano arrossate.

In quel momento Manuel avrebbe voluto picchiarsi da solo. Simone si era invaghito di lui, ecco come aveva capito di essere gay. Bel modo di non mettere in imbarazzo il proprio migliore amico.
Stava quindi cercando un modo per sviare quella conversazione e riportarla su binari più sicuri, quando Simone aveva rialzato di scatto la testa.

«Mirco Bergamasco.»

Manuel aveva sbattuto le palpebre, cercando di riprendersi dalla sorpresa di quell'improvvisa risposta.

«Cosa?»

«Mirco Bergamasco. Il giocatore di rugby.»

Le guance gli si erano di nuovo fatte rosse, come quelle di chi si sentiva in imbarazzo a raccontare un segreto che non aveva mai pronunciato ad alta voce. «Credo di aver avuto una cotta per lui, da bambino. Cioè, all'epoca pensavo di esserne totalmente in fissa solo perché volevo essere come lui, ma ripensandoci credo proprio di aver avuto una bella cotta.»

Manuel non si era aspettato una confessione così diretta. Si era sentito per un momento impreparato nell'affrontare una vera, reale attrazione di Simone verso un vero, reale uomo - che non fosse lui, una vocina malefica gli aveva sussurrato, ma l'aveva scacciata subito - ma poi aveva pensato, c'era forse una differenza da qualsiasi altra attrazione di una persona verso un'altra? Ovviamente no.
«Solo tu potevi innamorarti di un rugbysta e non di un calciatore come tutti i comuni mortali» gli aveva quindi risposto, ridacchiando. «Che nerd.»

Di tutta risposta, Simone aveva afferrato il cuscino al suo fianco e glielo aveva lanciato addosso. «Non è colpa mia se avevo gusto fin da piccolo. Totti era bono, però, questo lo ammetto.»
Il cuscino era stato rispedito dritto in faccia al mittente. «Ecco, 'o vedi? Già sei più normale.»

Simone aveva riso. Una risata liberatoria, come se un grosso peso gli si fosse finalmente levato dalle spalle. E Manuel non voleva altro che vedere Simone sempre così spensierato, sempre così sorridente.

Così, dopo quella sera, Simone si era fatto sempre più spontaneo ed audace nei suoi commenti di apprezzamento («Ange Capuozzo è il giocatore più promettente che abbiamo in nazionale. E anche il più bello.» «Sarebbe fantastico se avessi anche solo una minima idea di chi sia sto tizio, Simò.»), il che lo riportava al presente, ai commenti di apprezzamento di Simone su Mimmo.

«Bello o non bello, statti attento a quello, Simò, io non mi fiderei tanto.»

Era da quando il ragazzo aveva messo piede nella loro classe e Simone gli aveva puntato gli occhi addosso che Manuel non lo sopportava. C'era qualcosa che non gli piaceva in lui, anche se non era in grado di dire esattamente cosa, e il fatto che Simone non solo avesse già tentato di farci amicizia, ma ne fosse anche attratto gli piaceva ancora meno. Ed era suo dovere di amico metterlo in guardia, dopotutto.

Simone si girò di nuovo a guardare Mimmo destreggiarsi con la sua pila libri, diretto verso l'entrata della classe.

«Secondo me ti sbagli» disse, per poi avviarsi a sua volta nella stessa direzione.

Manuel lo seguì a ruota, cercando di nascondere la sua irritazione. Era sicuro che il suo istinto non so sbagliasse, e pure Simone se ne sarebbe accorto, presto o tardi.

 

***

 

L'epifania di Simone doveva tardare ad arrivare, perché ormai, con Mimmo, ci era diventato amico. Decisamente amico.

All'inizio era solo Simone che si avvicinava al banco dell'altro nelle pause tra un'ora e l'altra, per scambiare due chiacchiere sul più e sul meno, ma poi, prendendo confidenza, anche Mimmo aveva iniziato a cercare Simone appena aveva un momento libero. Tutte le mattine, poco prima dell'orario di entrata, si faceva trovare davanti al chioschetto per offrire loro un caffè - sì, anche a Manuel, e per quanto tentasse di rifiutarlo ogni volta, quello insisteva così tanto che alla fine non poteva fare altro che accettarlo. Manuel non gli aveva mai dato confidenza, e forse per quello Mimmo non tentava di scambiare più di due parole con lui, focalizzandosi invece su Simone, e su come stava, e su come era andato l'allenamento di rugby, e lo sapeva che aveva appena iniziato una serie fighissima che Simone doveva recuperare assolutamente?

Bla bla bla.

Manuel cercava di trascinarlo via il prima possibile con la scusa che erano in ritardo, ma ogni volta Simone lo ignorava bellamente, e Manuel se ne andava in classe da solo, fumante.

Avevano pure iniziato a messaggiarsi, e questo Manuel lo sapeva perché sempre più spesso, a casa, beccava Simone col telefono in mano ed un sorriso ebete sul volto.

In certi momenti avrebbe tanto voluto prenderlo e buttarglielo giù dalla finestra.

Adesso quei due erano spariti in biblioteca. Cioè, Mimmo doveva recuperare un libro scolastico che aveva chiesto in prestito e Simone si era offerto di accompagnarlo, ma erano passati dieci minuti buoni e di loro ancora nessuna traccia, e l'intervallo stava pure per finire. Se quello stronzo pensava di far fare tardi a Simone e fargli beccare qualche cazziata dalla prof di matematica per colpa sua Manuel -

«Oh, ma che c'hai? Vuoi disintegrare la porta con lo sguardo?»

A Manuel quasi venne un colpo nel sentire la voce di Chicca. Non si era nemmeno reso conto di aver completamente ignorato i suoi compagni di classe per tutto il tempo.

Cercò di dissimulare. «Io? Non c'ho proprio niente, perché me lo chiedi?»

«Se, vabbè, ma che te pensi che so' scema? Stai con la testa altrove da quando quei due so' usciti insieme dalla classe.»

Manuel si irrigidì. Non poteva essere così trasparente, cazzo. «Ma che vuoi che me ne freghi di quei due, scusa?» sbottò sulla difensiva.

Chicca si limitò ad alzare un sopracciglio col fare di chi la sa lunga. Manuel si mordicchiò un labbro. «Cioè, stavo solo in pensiero per Simone, che già si è cacciato abbastanza nei guai da solo, ci mancava pure l'ex carcerato, qua. È normale che sto in pensiero, no?»

«Vabbè, ma a me non mi pare tanto un cattivo ragazzo, quello, non penso che Simone sia in pericolo di vita, eh.»

Manuel la fulminò con lo sguardo. Chicca alzò le mani al cielo. «Ok! Ho capito! Sei preoccupato. E allora andiamo a cercarli, che ne dici?»

Il primo istinto di Manuel fu quello di dire di no. Negare, negare ed ancora negare, anche davanti all'evidenza, era quello il suo modo di affrontare i momenti in cui l'armatura che si costruiva attorno si incrinava e lasciava trapelare uno spiraglio verso l'esterno.

Un secondo istinto, quello che gli si era sviluppato da dopo l'incidente e che lo portava a preoccuparsi sempre, sempre, di Simone, ebbe però infine la meglio. «Sì, andiamo.»

Uscirono quindi di corsa dall'aula sperando di non beccare la professoressa e arrivarono fin davanti alla porta della biblioteca. Era aperta, segno che quei due vi erano ancora dentro.

Si affacciarono sull'uscio, nell'intento di chiamarli, ma rimasero pietrificati sul posto.

Manuel si sentì crollare un macigno addosso.

In un angolo della biblioteca, seminascosti da una libreria, c'erano Simone e Mimmo, intenti a baciarsi.

Lo stomaco gli si contorse.

Rimase lì, pietrificato a guardarli, per quella che gli parve un'eternità, inabile nel fare qualsiasi azione. Poi, la campanella suonò.

Fu come lo scatto di una molla. Manuel afferrò Chicca, anche lei rimasta imbambolata davanti a quella scena, e se la trascinò di corsa via dalla biblioteca, in direzione della loro aula.

Fu più o meno a metà strada che Chicca riprese controllo della parola. «Oh mio dio, Manuel!» disse con una risatina isterica. «Simone e Mimmo! Non ce posso crede!»

«Zitta, che qualcuno ce po' sentì!» sibilò Manuel, mantenendo il passo veloce per evitare di farsi scoprire da Simone e Mimmo, che sicuramente dopo la campanella si erano avviati a loro volta verso l'aula.

Simone e Mimmo. Che fino a pochi secondi prima si stavano baciando. E Manuel odiava la cosa con tutto se stesso.

Una cosa era avere Simone che parlava di ragazzi in via ipotetica, un'altra era vedere Simone baciare un ragazzo davanti ai suoi occhi. Non riusciva a sopportarlo, e non sapeva neanche bene il perché. Lui non aveva problemi col fatto che Simone fosse gay, quindi perché la cosa avrebbe dovuto dargli così fastidio?

Forse il problema era Mimmo. Gli dava fastidio non il fatto che Simone avesse baciato un ragazzo, ma che avesse baciato Mimmo, era palese. Ora quel tizio gli piaceva ancora di meno. Che cazzo si era messo in testa Simone? Manuel doveva farlo rinsavire. Era suo dovere di amico.

Quando lui e Chicca arrivarono in aula, la professoressa aveva appena sistemato le sue cose sulla cattedra. «E voi due dove vi eravate cacciati?» chiese perentoria.

«Eravamo andati in bagno, prof, scusi il ritardo» rispose Chicca, andandosi a sedere con nonchalance. Manuel fece lo stesso, appena in tempo per vedere Simone e Mimmo aprire la porta ed entrare a loro volta in aula, affannati e rossi in viso per la corsa.

O per altro, gli disse la solita vocina stronza.

«Ci scusi, professoressa, eravamo andati in biblioteca a recuperare un libro di matematica» disse Simone, mostrando il libro in questione come prova.

La professoressa Girolami guardò prima loro due, poi il libro, e fece un gesto con la mano per spedirli ai loro posti. «Andate a sedervi allora, che oggi abbiamo da fare.»

Mentre i due si avviavano ai rispettivi posti, Mimmo diede un colpetto di spalle a Simone prima di separarsi da lui, e l'altro sorrise senza saper contenersi.

Chicca guardò prima loro, poi Manuel, sillabandogli senza parlare un «oh-mio-dio!».

Manuel non sarebbe sopravvissuto a tutto ciò.

 

***

 

Fu nella stanza di Simone, quando erano da poco tornati da scuola, che la vista dell'altro incollato allo schermo del telefonino a ridacchiare come un ebete lo fece definitivamente scattare.

«Embe', stai chattando col fidanzatino tuo per caso?»

Il tono con cui sputò fuori quelle parole fu più aggressivo di quel che avrebbe voluto. Si morse la lingua, ma ormai era troppo tardi.

Simone aveva gli occhi sgranati di chi era stato appena beccato con la refurtiva in mano. «Il mio... il mio che, scusa?» balbettò, bloccando in un istante il telefono e poggiandolo a faccia in giù sul letto dove era seduto. Davvero un atteggiamento per nulla colpevole, pensò Manuel.

Ormai era in ballo, quindi tanto valeva... «Simò, ma che ti pensi che so' scemo? Che non noto le cose? Tu e Mimmo... insomma, hai capito, no?» disse, incrociando le braccia e guardandolo dall'alto in basso. «E non cercare di dirmi cazzate, guarda che vi ho visti!»

«Cosa?!» esclamò Simone, diventando paonazzo in volto.

Manuel si sentì in dovere di giustificarsi. «Oh, mica l'ho fatto apposta! Ero solo venuto a chiamarti in biblioteca, eh!»

Simone strinse le labbra in una linea, come intento a tenersi il rospo in bocca, ma alla fine capitolò in mancanza di scappatoie valide. «È vero, io e Mimmo ci siamo baciati» Una pausa. «Per la seconda volta» confessò infine. «Credo... credo che stiamo insieme, ormai.»

Oh.

Quindi era arrivato troppo tardi.

«Ma in che senso state insieme, Simò?» sbottò Manuel. «Con quell'avanzo di galera? Che davero stai a fa'?»

Sapeva di aver detto la cosa sbagliata ancor prima di finire la frase, e lo sguardo incazzato nero di Simone ne fu la conferma. «Oh, ma come cazzo ti permetti? Ritira subito quello che hai detto. Mimmo non è quel tipo di ragazzo e tu lo sai.»

«No che non lo so! Noi a questo non lo conosciamo, è questo il problema!»

«Tu forse non lo conosci, ma io sì, ed è quello che conta.»

«Magari pensi di conoscerlo, ma che ne sai, Simò, se non ti ha raccontato un sacco di fregnacce? Non lo puoi sapere!»

Il rumore del pugno che Simone tirò sul comodino al suo fianco lo fece sobbalzare. «Ma che cazzo vuoi, Manuel! Per una volta, una volta, che qualcosa nella mia vita sembra andare bene, tu devi venire e me la devi distruggere? Per cosa? Perché non sopporti Mimmo, è questo il problema?»

Sì, non lo sopporto, lo odio, ed ora puoi lasciarlo perdere e tornare a passare tutto il tuo tempo con me senza distrazioni?

«Non è che non lo sopporto» rispose Manuel, «semplicemente ci devi stare attento, ecco. Non vorrei che il fatto che sia la tua prima vera relazione ti porti a buttartici dentro a capofitto senza pensarci due volte.»

Per un momento Simone sembrò reagire a quelle parole come se avesse ricevuto un pugno allo stomaco, ma poi sospirò. «Sì, lo so che ti preoccupi per me, ma so quel che sto facendo, ok? Mimmo è un bravo ragazzo.» Sorrise. «Se lo conoscessi meglio, scommetto che ti starebbe simpatico. Avete molte cose in comune, sai?»

A quel commento, Manuel sbuffò. Non vedeva cosa poteva mai avere in comune lui con quel tipo.

«Sappi che lo tengo d'occhio. E continua a non piacermi» precisò, puntandogli un dito accusatorio addosso.

L'altro ridacchiò. «Va bene, mamma, come vuoi tu. Farò attenzione.»

Era il massimo che Manuel poteva sperare.

 

***

 

I cambiamenti, come aveva temuto Manuel, furono veloci ed inesorabili.

Per prima cosa, come ampiamente prevedibile, Chicca non era stata in grado di tenere la bocca chiusa e ormai l'intera classe - e probabilmente non solo - sapeva di Simone e Mimmo. Non che la cosa avesse fatto molta differenza, visto che dopo neanche una settimana, mentre erano tutti riuniti fuori l'ingresso di scuola in attesa del suono della campanella, Simone aveva preso la mano di Mimmo nella sua e aveva dichiarato davanti a tutti quanti che loro due stavano insieme. Le urla che avevano cacciato i loro compagni probabilmente si erano sentite fino a San Pietro, tra «congratulazioni!» e richieste di dettagli varie. Persino Matteo aveva dato una poderosa pacca sulla spalla a Simone e se ne era uscito con un «E bravo Simò, ti sei pure trovato er pischello!».

«Grazie, ragazzi, davvero» aveva risposto Simone, un po' imbarazzato ma visibilmente e dannatamente felice. Irradiava contentezza e leggerezza da tutti i pori, e Manuel si era morso la lingua anche allora. La mano di Mimmo era rimasta stretta intorno a quella di Simone per tutto il tragitto fino alla loro aula. Manuel non le aveva staccato gli occhi di dosso per un istante.

 

***

 

Il secondo passo erano state le dimostrazioni di affetto pubbliche. Prima, lo spazio sempre minore tra i loro corpi quando erano vicini, spalla a spalla, braccia che si sfioravano; poi, il tenersi per mano sempre più spesso, tanto che ad un certo punto il loro cercarsi sembrava essere diventato un movimento automatico, istintivo.

Infine, arrivarono i baci.

E Manuel avrebbe voluto scomparire e cancellarli dalla propria vista ogni volta che accadevano.

Il problema era, non poteva farlo. Non se doveva essere il miglior amico che Simone potesse volere al suo fianco, non se doveva supportarlo anche nelle sue relazioni con i ragazzi. Relazioni che, ovviamente, avrebbero portato a vedere Simone baciare i sopracitati ragazzi.

E allora perché gli dava così fastidio?

Era forse in fondo un po' omofobo, anche se aveva fatto così tanto per migliorarsi per Simone? Era forse perché il ragazzo in questione era Mimmo?

Qual che fosse la risposta, il risultato finale non cambiava: gli si contorceva lo stomaco alla loro vista.

Non che quei due fossero particolarmente espliciti, ovviamente. Si limitavano a darsi piccoli baci d'affetto sulla testa, o sulle guance, o anche sulle labbra, quando si sentivano particolarmente ben accolti ed al sicuro - cioè praticamente sempre, visto che la classe intera si era erta a difensore dei due, e se qualcuno osava anche solo provare a dire qualcosa di negativo veniva mangiato vivo sul posto. Matteo aveva persino rotto il setto nasale ad un coglione che era andato un po' troppo oltre con gli epiteti decisamente poco simpatici. Ben gli stava.

Manuel era contento che Simone si sentisse finalmente così a suo agio con se stesso da fare queste dimostrazioni pubbliche di affetto, senza paura di niente e di nessuno, davvero, ed era contento che avesse trovato qualcuno che lo sostenesse in quel suo essere semplicemente se stesso.

Davvero.

Solo che non sopportava che quel qualcuno fosse Mimmo.

 

***

 

Come terza cosa, Mimmo aveva iniziato a rimpiazzare Manuel. E questo sì che lo faceva incazzare come una iena.

Era ancora lui ad accompagnare Simone a scuola la mattina, ma poi, all'uscita, quest'ultimo aveva iniziato a rimanere indietro con Mimmo e ad andare agli allenamenti con i mezzi perché tanto ci vado con Mimmo, non preoccuparti Manuel, torna pure a casa senza di me.

Cor cazzo, Simò, gli rispondeva col suo solito aplomb, e poi come torni a casa senza autista? Coi piedi tuoi?

Ed era così che Manuel si ritrovava a fare la candela tra i due piccioncini. Lo sapeva, lo sentiva di essere di più, ma non poteva lasciargliela vinta anche questa, no. Il rituale dello "studio mentre tu giochi a rugby" era il loro rituale, non del primo venuto. Anche se se lo sentiva violato e strappato di forza dalle mani, lui avrebbe continuato imperterrito a mettere loro i bastoni tra le ruote.

Perché gli andava bene tutto - che Simone avesse un ragazzo, che quel ragazzo gli stesse sul cazzo, che ogni volta che li vedeva insieme il suo cervello urlava nonono e sbagliatosbagliatosbagliato - tutto, tranne il fatto che un tizio a caso spuntato fuori dal nulla gli potesse rubare Simone. Era lui il suo migliore amico, era lui che l'aveva visto nei suoi momenti più bui, era lui che gli era stato sempre accanto...

...era stato lui il primo di cui si era innamorato, lui il suo primo bacio, lui...

...Simone era una delle persone più importanti della sua vita. Non avrebbe permesso al primo che passava di portarglielo via.

 

***

 

Quarto. Era arrivato il momento di dirlo anche a casa.

Si trovavano tutti seduti a tavola come ogni sera, mangiando la cena che Anita e Dante avevano preparato, quando improvvisamente Simone si schiarì la gola, attirando l'attenzione di tutti su di sé. A Manuel salì il cuore in gola. Simone non gli aveva detto nulla, eppure in qualche modo già sapeva cosa stava per fare.

«Scusate, ma, uh, dovrei dirvi una cosa.»

Dante, probabilmente capendo che si trattava di qualcosa si importante, poggiò le posate sul piatto e si concentrò completamente su suo figlio, dandogli pieno ascolto. «Dicci pure, Simone. È successo qualcosa?»

Simone aveva le mani strette tra di loro, e giocherellava nervosamente con le dita. Manuel capì che l'altro si sentiva teso. Non gli era mai successo prima, parlando apertamente della propria relazione con Mimmo.

Però ora stava per dirlo a suo padre, e Manuel capiva come potesse essere il passo più difficile da affrontare, soprattutto con la storia travagliata che avevano avuto.

Poi, improvvisamente, Simone si voltò verso di lui. Il suo sguardo implorava aiuto.

E Manuel, in quel momento, mise da parte i propri sentimenti che gli dicevano di fermare tutto e deviare il discorso, e fece la cosa giusta da fare.

Avvicinò il proprio piede a quello di Simone fino a che i due non si toccarono. Un gesto per dirgli silenziosamente "ti sono vicino".

Simone respirò a fondo, e gli rispose avvicinando il ginocchio al suo.

"Grazie".

«Io e Mimmo stiamo insieme» disse infine, e Manuel dovette far finta di non morire dentro nel sentire quelle parole.

 

***

 

«Manuel, Domenico, andate a posare questi libri in biblioteca.»

Il professor Lombardi indicò la pila di libri sulla cattedra senza neanche alzare gli occhi dal registro.

Manuel scattò in piedi. «Ma è proprio necessario andarci in due, prof? Ce la posso fare anche da solo.» Ovviamente non era vero, sarebbe probabilmente capitombolato dopo aver fatto appena due metri in corridoio, ma quelli erani dettagli. Il pensiero di trovarsi da solo con Mimmo gli piaceva ancor meno di trovarsi a faccia a terra sotto una pila di libri.

«Assolutamente no! Che vuole fare, farli cadere a terra e rovinarli tutti? Andrete tutti e due, fine del discorso.»

Fumante, Manuel andò alla cattedra a prendere la sua metà di libri mentre Mimmo si avvicinava a fare lo stesso.

«E non perdete tempo! Tornate subito, avete capito?» li avvisò il professore, mentre uscivano dall'aula con le braccia piene.

Il tragitto fino alla biblioteca fu silenzioso. Manuel si era tenuto più avanti, in modo da non vedere l'altro, anche se il rumore di passi dietro di sé gli rendeva difficile ignorare la sua presenza. Poco importava. Ormai erano arrivati, bastava lasciare i libri su un tavolo in modo che il bibliotecario si occupasse di metterli a posto e poi potevano tornare in classe senza scambiarsi una sola parola. Era tutto sotto controllo.

Manuel aveva appena poggiato la pila di libri sul tavolo al centro della stanza che i suoi calcoli andarono a farsi benedire.

«Ma ce l'hai cu mme?»

Manuel si bloccò. Respira, si disse, respira profondamente, e poi parla. «No, non ce l'ho co' te, ma che domande so'?» Bugia, ma doveva mantenere la strada della diplomazia o non si sarebbe mantenuto.

Mimmo si piazzò proprio davanti a lui, per guardarlo meglio in faccia. «Ma se non fai che ignorarmi e far finta che non esisto ogni volta che stiamo vicini, ch'essa pensà ij?»

Ora Manuel iniziava davvero a irritarsi. «Non sono interessato ad essere tuo amico, non me pare sia vietato, no?» La convivenza pacifica e silenziosa era il massimo a cui poteva aspirare. Ma questo che cazzo voleva questo qua da lui?

«E l'avevo capito, ma manco accussì se fa» rispose Mimmo. Il suo sguardo si addolcì. «Tu sei una persona molto importante per Simone, e io sono il suo fidanzato, quindi vorrei stare in buoni rapporti con te.»

Fidanzato.

L'aveva detto davvero. Era il fidanzato di Simone.

Manuel non ci vide più niente.

«Ma tu chi cazzo sei?!» sbroccò, spintonandolo e quasi facendolo cadere per terra. «Chi cazzo sei? Ti pensi che ti basta stare qualche settimana co' Simone per diventare magicamente la persona più importante della sua vita? Non sai niente di Simone, niente!» Rise, amaro. «Il "fidanzato", mo. Ma vattene a fanculo a Napoli, va'.»

Mimmo, inizialmente visibilmente scioccato, lo afferrò per il bavero della felpa. «Ma tu chi cazz si'? Che, Simone ti deve chiedere il permesso su con chi si deve fidanzare e chi no?» Si avvicinò al suo viso, spavaldo. «Che re, si' geluso

A Manuel mancò un battito. «Geloso de che, scusa? Di te?»

«Sì, di me» rincarò la dose l'altro. «Ma che ti pensi che non notavo come guardi a Simone, eh? E poi mi ha raccontato tutto quello che c'è stato tra di voi, non mi ha nascosto niente.» Se possibile, il suo sguardo si fece ancora più duro. «Si' proprj n'omm 'e nient, 'o ssaj?»

Manuel non ci capì più un cazzo.

Gli diede una testata.

«Prova a ripeterlo! Avanzo di galera di merda!»

Mimmo arretrò di qualche passo per l'impatto, poi gli si scagliò addosso. Finirono a terra, a darsi calci e pugni.

La mente di Manuel era in completo scombussolo. Mimmo lo aveva notato a guardare Simone... come? Come lo guardava?

(Lo sapeva benissimo come.)

E Simone gli aveva raccontato tutto. Di come si erano conosciuti, forse, di come avevano pian piano stretto amicizia, di come Simone si era erroneamente innamorato di lui, di come Manuel l'aveva respinto, di come...

...di come Manuel l'aveva baciato, quella sera al cantiere, e non solo, e poi si era rimangiato tutto, perché lui non era gay, con Simone era diverso, non era gay, e quindi non potevano stare insieme, no?

Una ginocchiata nello stomaco gli levò il fiato. Annaspò, mentre Mimmo lo sovrastava, le sue mani di nuovo a stringergli la felpa.

«Forse non lo conosco ancora quanto te, ma almeno non sono un coglione che lo ferisce per continuare a mentire a se stesso!»

«BASTA! Cosa sta succedendo qui, eh?»

Si voltarono entrambi. Il bibliotecario, fermo sulla soglia della porta, li stava guardando imbestialito. «Dalla preside! Tutti e due! ORA!»

E mo erano cazzi amari.

 

***

 

Dopo una lavata di capo da parte della preside - che miracolosamente si era limitata solo a fare loro una cazziata, senza ricorrere a provvedimenti disciplinari, «per ora» - furono lasciati andare per poter tornare in classe, recuperare le loro cose ed andarsene, visto che la campanella d'uscita era ormai già suonata da un pezzo.

Dante li stava aspettando in corridoio, a braccia consente, con la faccia di un padre deluso che aspetta a casa il figlio tornare dopo l'ennesimo casino combinato.

«Cosa è successo qui, eh? Me lo spiegate?» chiese, severo. Il fatto che si fossero presi a botte non gli doveva essere piaciuto per niente.

Nessuno dei due rispose. E che dovevano dirgli? Abbiamo litigato per suo figlio? Perché Manuel non può sopportare che stia con Mimmo?

Mantennero quindi il silenzio, finché Dante non sospirò. «Ho capito, non volete dirmi nulla. Siete di coccio, già vi so. Ma sappiate che se avete problemi potete parlarne con me tranquillamente, capito?»

Non di questi, pensò Manuel, ma annuì insieme a Mimmo.

Tornarono in classe a recuperare le loro cose e si avviarono all'uscita di scuola, cercando di ignorarsi a vicenda il più possibile.

Peccato che all'uscita di scuola, con le mani nelle tasche del giubbotto e con la faccia preoccupata, c'era Simone, che si avvicinò a loro appena li vide spuntare dal portone.

«Si può sapere che cazzo avete fatto?» disse, incazzato a dir poco.

Mimmo si voltò per un attimo verso Manuel, poi scosse la testa. «Cose 'e niente, non preoccuparti» rispose, vago. Simone, se possibile, parve diventare ancora più incazzato.

«Cose di niente? Avete fatto a botte in biblioteca! Per quale motivo?»

Nel dire l'ultima frase, Simone si rivolse a Manuel. E forse era stato un movimento involontario dell'altro, forse dettato dal suo subconscio, ma per Manuel fu l'evidenza che Simone stesse pensando che lui avesse picchiato Mimmo per il suo astio personale. Non aveva pensato neanche per un secondo che magari l'istigatore potesse essere stato l'altro. La merda era Manuel, Mimmo il santo.

Sbottò. «Il motivo? Il motivo è che tieni uno stronzo come ragazzo, ecco il motivo!»

«Ehi, non ti permettere di parlare così di Mimmo, hai capito?»

«Perché? Che fai sennò, mh?»

Simone lo spintonò. «Ma che cazzo vuoi da lui, ma perché ce l'hai con lui a tutti i costi? E mo lo hai pure preso a pugni! Ma che cazzo, Manuel!»

«Se tu non vedi la verità non è colpa mia. Hai preso proprio un abbaglio con sto tipo.»

A Manuel si mozzò il fiato in gola. Gli occhi di Simone erano lucidi.

«Io ci ho provato con tutte le mie forze, Manuel» disse Simone. La voce gli tremava. «Ci ho provato ad esserti amico. Anche a costo di schiacciare i miei sentimenti e lasciarmeli alle spalle. Perché sei una persona troppo importante per me, quindi mi sono adeguato. Ma non puoi pretendere che io rimanga innamorato di te, perché questo vuoi, non negarlo. Cos'è il tuo, narcisismo? Ti piace l'idea che il povero Simone ti stia sempre dietro come un cagnolino? Ti piace vedermi soffrire? Non lo so! Non ti capisco! Prima mi rifiuti, poi mi baci, mi dai speranza, poi me la distruggi e ora non vuoi che ti superi mettendomi con un altro ragazzo. Cosa vuoi da me, allora, cosa?!»

Simone lo stava guardando come se si aspettasse una risposta, una vera risposta, ma Manuel era troppo impegnato a ricordarsi come respirare anche solo per elaborarne una.

Gli stava venendo un attacco di panico.

Corse via. Corse, corse finché la scuola non fu abbastanza lontana, finché non ebbe certezza che Simone non potesse trovarlo. Poi si appoggiò ad un muro, al riparo in una stradina laterale, si sedette sul freddo cemento del marciapiede, e iniziò a tremare.

 

***

 

«Manuel, ma si può sapere che hai?»

Manuel si girò verso sua mamma. Anita si stava avvicinando al divano dove era seduto, fuori al patio di casa Balestra. Era sera inoltrata, ormai tardi persino per lui, ma non riusciva a chiudere occhio.

«Niente, ma', non riesco a prendere sonno. Ma mo vado a letto, non preoccuparti» mentì, sperando di farla desistire.

Ma sua madre, quando voleva, sapeva essere anche più cocciuta di lui.

Si sedette al suo fianco, cercando il suo sguardo. Manuel continuò a guardare fisso il cielo stellato per evitarlo. «È tutta la serata che sei strano. Non sei nemmeno venuto a cena. È successo qualcosa?»

«No, ma', non è successo niente, davvero» mentì di nuovo. Non una novità. Era nella sua natura, mentire, mentire, e ancora mentire. A tutti.

Anche a se stesso.

Sua mamma rimase in silenzio, poi gli cinse in braccio attorno alle spalle e se lo tirò in un mezzo abbraccio. Gli diede un bacio sulla tempia. «Sai che puoi dirmi tutto, vero?»

Ma se fossi io il primo a non dirmi le cose, ma'? Ci hai pensato?

«Lo so, ma non c'è niente da dire, te l'ho detto.»

Ci fu qualche minuto di silenzio, durante il quale continuarono a guardare entrambi le stelle e sua madre iniziò ad accarezzargli lentamente i capelli, come faceva da quando era piccolo per calmarlo e tranquillizzarlo.

Poi sganciò la bomba.

«Per caso c'entra qualcosa Simone?»

Tutti i muscoli di Manuel andarono in tensione. Avrebbe voluto scappare, ma era come immobilizzato, incapace di muoversi. Gli occhi gli si fecero lucidi.

Le lacrime gli fuoriuscirono dagli occhi senza potesse evitarlo.

«Sì» ammise infine in un sussurro, prima di scoppiare a piangere tra le braccia di sua madre.

Perché era inutile continuare a costruire intricatissimi castelli di carta per cercare di dare una spiegazione a cose che una spiegazione già ce l'avevano. Ce l'avevano avuta fin da quella serata al cantiere di scuola, da quando Manuel aveva baciato Simone.

E la spiegazione era: era innamorato di lui.

E se l'era fatto sfuggire, perché era stato uno stupido coglione che si era imposto di nascondersi dietro ad un dito per non ammettere che tutto quello che si era raccontato per anni era falso, e che sì, gli piacevano le ragazze, ma gli piaceva anche Simone, che una ragazza non era di certo. E negare l'evidenza a cosa lo aveva portato alla fine? A nulla. Assolutamente a nulla.

«Oh, Manuel...»

Sua madre lo strinse forte a sé e gli lasciò sfogare tutte quelle lacrime represse che gli si erano accumulate dentro. Iniziò a cullarlo, e Manuel si sentì proprio come quando era piccolo, quando cadeva e si faceva male e sua madre era sempre lì a mettergli un cerotto e a fargli passare il dolore.

Un po' stava funzionando anche ora.

Passò ancora qualche minuto prima che Manuel si calmasse, rimanendo però ancora coccolato tra le braccia di sua madre.

Lei continuava a rimanere in silenzio, forse aspettando che suo figlio le si aprisse con i suoi tempi, senza pressioni, e Manuel la ringraziò mentalmente per questo.

Respirò a fondo. Era il momento. Doveva dirlo ad alta voce, anche se liberare finalmente quelle parole gli costava uno sforzo immenso.

«Mi piace Simone.»

Ecco, l'aveva detto.

Ed il mondo, incredibilmente, non era imploso su se stesso.

Sua madre lo strinse ancora più forte. «È per questo che sei triste in questo periodo, allora? Perché Simone sta con un altro?»

Manuel annuì. Si sentiva di nuovo pizzicare gli occhi, ma si trattenne.

«Credo...» Vacillò. «Credo di essere bisessuale.»

Sua madre si staccò dall'abbraccio e gli prese il viso tra le mani, guardandolo dritto negli occhi. «Manuel, io ti voglio bene e te ne vorrò sempre, lo sai, vero? Non cambia assolutamente nulla. Sei esattamente lo stesso Manuel di prima. Solo, spero, più leggero?»

In quel momento Manuel volle così tanto bene a sua madre da sentirsi esplodere il cuore in petto. «Sì, decisamente.»

Anita sorrise. Anche lei aveva gli occhi lucidi, ora. «Bene.» Gli diede un bacio sulla tempia, tra i riccioli cascanti. «Sono così orgogliosa di te.»

Manuel respirò a fondo l'odore di sua madre. Non importava cosa gli sarebbe successo nella vita, lui avrebbe sempre avuto la sua ancora su cui contare, sempre.

«Grazie, ma'» disse, con la voce ancora un po' roca, accennado un sorriso.

Avrebbero affrontato qualsiasi tempesta, loro due insieme, come sempre.

 

***

 

Dopo la discussione di quella sera con sua madre, a Manuel sembrò di essersi liberato di un enorme peso dalle spalle. Certo, Simone era sempre lì con Mimmo, ma almeno adesso aveva fatto i conti con se stesso. I sentimenti e i pensieri confusi che gli frullavano in testa ora avevano un nome, e se qualcosa puoi chiamarla per nome allora puoi anche affrontarla.

Quella mattina Simone, ancora arrabbiato con lui, aveva preferito andare a scuola col padre, quindi ora Manuel si ritrovava da solo, appoggiato al muretto davanti scuola, aspettando il suo arrivo. I loro compagni di classe arrivati in anticipo erano riuniti in cerchio a parlare dal più e del meno, ma Manuel non aveva proprio la testa per unirsi a loro e se n'era rimasto in disparte. Il familiare rumore del motorino di Dante lo fece voltare nella sua direzione, ed ecco apparire i due Balestra dal fondo del viale, diretti verso la zona di parcheggio delle moto. Manuel deglutì.

Aspettò che Dante spegnesse il motore e che Simone scendesse dalla sella e si levasse il casco prima di avvicinarglisi.

«Ehi, Simò, devo parlarti.»

Simone non lo guardò neanche. «E a me non interessa» rispose, lasciando il casco a suo padre ed incamminandosi a passo svelto verso la scuola.

Manuel gli andò dietro. «Simò, vuoi ascoltarmi per favore?» insistette. Era pronto anche a pregare se sarebbe servito.

«No» tagliò corto l'altro, non rallentando minimamente il passo.

Manuel lo afferrò per un braccio, fermandolo con la forza. «Mi dispiace per ieri, ok?»

Simone si bloccò. Si girò completamente e lo guardò finalmente negli occhi, incredulo. «Ok, ti ascolto» concesse infine.

Manuel fece un profondo respiro. «Mi dispiace per aver fatto lo stronzo ieri e per tutte le altre volte che lo sono stato negli ultimi tempi. So' 'na testa de' cazzo, 'o so, me ne rendo conto. Se vuoi me puoi mena' pure te, tanto mo 'o merito.»

Simone esitò per un momento, cercando nei suoi occhi come una conferma che le sue intenzioni fossero genuine, poi gli diede un fortissimo pugno sulla spalla che fece urlare Manuel e girare le teste di tutti verso di loro. Maledetti muscoli da rugbysta.

«Ok, adesso siamo pari» disse Simone, prima di lasciarsi sfuggire un sorriso.

Manuel si massaggiò la spalla dolorante. «Ti volevi proprio vendicare, eh?» disse, sorridendo a sua volta.

Simone rise. «Un po'.» Gli occhi gli si erano addolciti. Sembrava quasi lo stesso sguardo con cui un tempo Simone lo guardava. A Manuel iniziò a battere forte il cuore.

Come aveva fatto ad essere così cieco ed idiota da ignorare tutti i segnali?

«Che r'è, è succies coccos?»

Soprattutto perché oramai era troppo tardi.

Mimmo, spuntato fuori dal nulla, si andò a piazzare esattamente tra Manuel e Simone, rivolto verso Manuel a mento alzato e con uno sguardo di pietra. Pareva un bulldog da guardia.

«No, Mimmo, è tutto ok, davvero» si intromise subito Simone, mettendogli una mano sulla spalla per rassicurarlo. «Mi stava solo chiedendo scusa.»

Mimmo spostò lo sguardo da Manuel a Simone, poi di nuovo a Manuel. «Ah, sì?» disse. Non sembrava molto convinto.

Ora, Manuel non era un santo. Non è che adesso che aveva capito il vero motivo per cui odiasse l'altro ragazzo, allora non lo odiava più. Certo che lo odiava. Forse più di prima.

Però sapeva che il suo odio era dovuto solo ed esclusivamente a se stesso e Mimmo non c'entrava un cazzo. Quindi era arrivato il momento di tirare fuori le palle e fare la persona matura per una buona volta nella sua vita. Per Simone.

«Sì, e anzi volevo scusarmi anche con te per essere stato un vero stronzo. Non dico anche a te di picchiarmi perché hai già dato ieri, sinceramente, ma mi dispiace sul serio.»

Anche Mimmo rimase sorpreso da quelle parole. Guardò Simone come a chiedere conferma, poi ad un suo accenno positivo diede una poderosa pacca sulla spalla a Manuel. La stessa spalla che prima Simone gli aveva quasi spappolato, mortacci suoi.

«Tutt'appost allora, nun te preoccupà.»

La campanella suonò, e tutti gli studenti iniziarono ad entrare nell'edificio. Mimmo prese per mano Simone e si avviarono davanti a lui. Manuel morì un po' dentro a quella vista, ma strinse i denti e li seguì a ruota. Gli sarebbe passata, prima o poi.

Doveva solamente continuare a ripeterselo come un mantra.

 

***

 

Da quando Manuel aveva fatto i conti con se stesso, quasi paradossalmente, le cose con Simone avevano iniziato ad andare meglio. Incredibilmente, non fare lo stronzo col ragazzo del proprio migliore amico faceva sì che suddetto migliore amico non dovesse più trascurarlo per poter passare il tempo col fidanzato in santa pace. Adesso, spesso e volentieri Simone cercava di mantenere Manuel sempre nella sua orbita, e se lo portava appresso insieme a Mimmo per andare agli allenamenti, oppure per studiare insieme in biblioteca dopo scuola, o lo invitava ad aggiungersi a loro se decidevano di andare al cinema o ad andare a bere una birra in giro. E Manuel accettava sempre.

Forse era davvero un masochista, a fare volontariamente la candela al proprio migliore amico di cui era innamorato, ma almeno con questa terapia d'urto il dolore che provava all'inizio nel vedere Simone baciare e stare con un ragazzo che non fosse lui si era trasformato in un dolore ovattato che riusciva meglio a controllare. Non sapeva se se ne sarebbe mai andato via del tutto, ma era comunque un passo avanti.

A Manuel quel compromesso andava anche bene, in fondo. Non poteva avere Simone tutto per sé, ma almeno avrebbe continuato ad averlo come presenza constante nella sua vita, e tanto gli bastava.

Peccato che stesse facendo i conti senza l'oste. Perché a Mimmo, e lo si capiva da un miglio di distanza, la cosa non andava particolarmente giù.

Non che Manuel potesse biasimarlo: se a lui fosse capitato di avere un terzo in comodo perennemente tra le scatole avrebbe sbroccato male da decisamente molto prima, e infatti invidiava la sua pazienza santa. Ma a lui fregava meno di zero di dar fastidio a Mimmo - anzi, un po' ci godeva - perciò teneva la bocca chiusa e continuava a stare dietro a Simone. Anche perché quelle poche volte che aveva dovuto rifiutare per via di cazzi suoi, Simone ci era rimasto di merda, e Mimmo l'aveva decisamente notato. Quindi suca.

Fu proprio una di quelle sere, nella quale Manuel aveva dovuto rifiutare di uscire con loro per via di sua madre («Manuel, devi assolutamente darmi una mano a riportare tutti questi libri alla libreria prima che chiuda, per favore, grazie, sei il mio figlio preferito» «Ma', so' anche l'unico» «Dettagli»), che Simone rientrò in stanza col volto contratto di rabbia.

Manuel si tirò su dalla sua posizione supina nel letto. «Simò? Ch'è successo?» chiese, preoccupato.

«Niente» tagliò corto l'altro, recuperando il pigiama e iniziandosi a spogliare per poterlo indossare. Manuel guardò il fisico tonico di Simone e si chiese come diavolo avesse fatto fino a quel momento a scambiare la sua palese attrazione fisica per invidia.

Si costrinse a spostare lo sguardo verso il soffitto. «È successo qualcosa con Mimmo, per caso?» chiese, immaginando già la risposta. Era uscito con Mimmo ed era ritornato in quelle condizioni, qualcosa doveva essere andato storto per forza. Ma la curiosità di Manuel era troppa per non inistere sull'argomento.

«Sì, ma so' cazzate» ammise infine l'altro. «Solo perché avevo detto che mi sarebbe piaciuto se ci fossi stato pure tu, mi ha tenuto il muso tutto il tempo.»

Manuel si sforzò di cancellare dal suo volto ogni traccia di godimento che quelle parole gli avevano provocato. «Lascialo stare, magari era la sua giornata storta» disse, non credendoci neanche un po'.

Simone scrollò le spalle. «Sarà. Comunque, buonanotte, Manuel.»

Col pigiama ormai indossato, Simone si stese a letto e si addormentò.

A Manuel non sfuggì il fatto che non avesse nemmeno scritto il solito messaggio di rito della buonanotte a Mimmo.

 

***

 

Passò così qualche giorno.

Quel pomeriggio Manuel stava rientrando in casa con le buste della spesa, quando un rumore di passi proveniente dal piano di sopra gli fece alzare lo sguardo verso di esso. Mimmo spuntò fuori dal nulla, scese le scale come un fulmine e si diresse verso la porta. Per un attimo, i loro sguardi si incrociarono. Mimmo stava piangendo.

Ci fu solo un attimo di esitazione, poi uscì fuori di casa e si chiuse la porta alle spalle.

In quel momento, la mente di Manuel andò ad una sola persona.

Simone.

Lasciò le buste della spesa per terra e si precipitò di sopra. La porta della camera di Simone era socchiusa. La aprì, e lì, seduto per terra e con il viso nascosto tra le mani, c'era Simone.

Manuel entrò in stanza e si chiuse la porta alle spalle. Il rumore improvviso fece alzare la testa a Simone, che lo guardò confuso. La vista di quegli occhi rossi e dei solchi di lacrime sulle guance fecero andare Manuel nel panico.

Si inginocchiò di fronte a lui e gli afferrò le braccia. «Che è successo, Simò? Ti ha fatto qualcosa?»

Simone scosse la testa. «No, no» rispose, tirando su col naso. Cacciò un sospiro tremolante. «Mimmo mi ha lasciato.»

La prima reazione di Manuel fu quella istintiva, egoistica, di provare contentezza. La soppresse immediatamente. Perché Simone stava male, così male da star piangendo, e nessuno stronzo sulla faccia della terra aveva il diritto di ridurre Simone in quello stato.

«Ma allora è proprio un coglione» disse apertamente, perché Simone doveva saperlo, doveva sapere che chiunque lo rifiutasse era un coglione patentato. Manuel si considerava il primo della fila, per quello.

«Perché ti ha lasciato?», chiese. L'apparte essere un idiota era sottinteso.

Simone abbassò lo sguardo. Era chiaro che cercava di trattenersi, ma qualche lacrima continuava ancora a scorrergli lungo le guance. Iniziò a tremare. «Perché diceva che non ti avevo ancora superato.»

A Manuel mancò il fiato.

Non poteva aver sentito bene.

Simone alzò la testa e lo guardò dritto negli occhi. «Ed è vero» continuò, come se con quelle parole non gli avesse appena invertito l'asse terrestre sotto i piedi. «Mimmo mi piaceva, per davvero, però... non ce l'ho fatta. Non riesco a non essere innamorato di te.» Le lacrime gli si fecero più copiose. «Mi dispiace.»

La voce spezzata con cui aveva pronunciato quel mi dispiace fece a pezzi il cuore di Manuel.

«Forse... forse non devo più starti vicino» iniziò a blaterare, in preda al panico. «Forse se la smettessimo di stare così tanto tempo insieme potrei andare avanti più facilmente. È tutta colpa mia, lo so, ma non voglio che...»

«SIMONE!»

L'urlo di Manuel lo fece sussultare. Si zittì all'istante.

«Se non la smetti di di' cazzate, giuro che te meno.»

«Ma...»

Manuel non voleva sentire uscire un altro ma da quella bocca. Gli prese il viso tra le mani, lo angolò verso di sé e lo baciò.

Simone si era pietrificato. Gli ci volle qualche secondo prima di tornare in sé, poi gli strinse le braccia attorno al collo e ricambiò il bacio.

Pura adrenalina scorreva nelle vene di Manuel, come non gli capitava da tempo nel baciare qualcuno. L'ultima volta era stata quella sera, al compleanno di Simone, quando...

D'improvviso, Simone lo strattonò per il colletto e lo allontanò da sé. Era furioso. «Se mi stai prendendo per il culo di nuovo, Manuel, giuro che io...»

«No!» esclamò lui, scuotendo la testa. «No, Simone, io...» Respirò a fondo, cercando di riordinare le idee. Doveva essere il più chiaro possibile con l'altro ragazzo. Perché, dopo tutte le stronzate che aveva fatto, a parti invertite neanche lui si sarebbe fidato così facilmente. «Ti ricordi la sera del tuo compleanno, al cantiere della scuola? Ti avevo baciato, e non sapevo neanche io bene il perché, e per questo mi sono comportato da vero stronzo dopo. Ero confuso e non sapevo cosa mi stesse succedendo. Ma ora lo so, Simone. Lo so.» Allungò la mano ad afferrare quella dell'altro ed intrecciò le loro dita. Il cuore gli batteva all'impazzata. «Tu mi piaci. E pure tanto.»

Gli occhi di Simone brillarono.

«Davvero? Io ti piaccio?» cercò conferma Simone, enfatizzando quell'«io» come se non potesse credere che sì, era proprio a lui che si riferiva.

Manuel alzò gli occhi al cielo con finta melodrammaticità. «Sì, Simò, tu, vedi qualcun altro in giro?» rispose sarcastico, per sdrammatizzare il momento.

L'alternativa era vomitargli addosso tutti i suoi sentimenti e chiedere perdono in ginocchio per averlo fatto arrivare al punto da essere così incredulo di fronte a quelle parole che invece sarebbero dovute essere scontate, ma non gli pareva il caso. Almeno per ora.

La risata cristallina di Simone fu come un balsamo per la sua anima. «Sei un grandissimo stronzo, lo sai?»

Anche Manuel rise. Il cuore gli stava scoppiando dal petto. Simone era la cazzo di cosa migliore che gli fosse capitata nella vita, e lui se la stava per far sfuggire come un coglione. «Sì, lo so.»

Questa volta, e per la prima volta, fu Simone a baciarlo. Baciare forse era una parola grossa, visto che continuavano a ridere così tanto come deficienti che il loro pareva più uno scontrarsi di labbra, ma non importava. Era perfetto così.

«Ma non avevi detto che non ti piacevano i maschi?»

Simone aveva continuato a sorridere mentre glielo aveva chiesto. Aveva palesemente qualche vecchio sassolino nella scarpa da levare, e glieli avrebbe lanciati uno ad uno addosso. A Manuel non dispiaceva come prezzo da pagare. Avrebbe sopportato ben di peggio.

«E ho detto 'na cazzata, Simò, 'ndo sta 'a novità? I maschi mi piacciono, tu mi piaci, ora possiamo continuare a pomiciare? Grazie.»

Il sorriso a trendadue denti che Simone gli sfoggiò aveva un che di malefico. «Scommetto che pure tu c'avevi la cotta per Er Pupone.»

Manuel si sentì andare a fuoco le guance. «No! Cioè, sì! Ma tutti i romanisti c'hanno avuto una volta nella vita la cotta per Totti! Pure i più etero di tutti! Quello è normale!»

Simone era di nuovo scoppiato a ridere, e Manuel pensò che valeva la pena di subire un po' di umiliazione per vederlo così. «Va bene, Manuel, se lo dici te.»

Quella sua risposta gli aveva lasciato l'amaro in bocca. Apparentemente i meccanismi di difesa erano duri a morire, anche dopo aver ammesso a se stesso di essere bisessuale. Riflettè sulle parole con cui aveva risposto di getto, poi continuò, questa volta con più sincerità. «Sì, va bene, forse avevo una cotta per Totti. Ma ce l'avevi pure tu, l'avevi ammesso!»

«Ma infatti non era una critica, hai ottimi gusti in fatto di uomini» disse l'altro, facendogli l'occhiolino.

Facendogli l'occhiolino.

Manuel dovette chiudergli quella cazzo di bocca con un altro bacio.

Che non si dicesse mai in giro che Simone Balestra non fosse un grandissimo bastardo.