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Blu
[ Alan ]
Alan appoggiò la tazza nel lavello.
Nessun rumore attorno a lui, nessuna voce, soltanto il proprio respiro.
Volse uno sguardo all’orologio, erano le dieci di sera. Aveva passato una giornata sfiancante al lavoro, era tornato a casa, e soltanto l’eco di una voce lo aveva accolto, l’eco di una memoria.
Ormai con Wen era finita, e lo era per davvero. Lo aveva accettato: consciamente, ovvio, dentro di sé nemmeno per sbaglio.
Certo, d’altra parte aveva cominciato ad odiare il Natale: da lì il loro declino era ufficialmente iniziato, quando era andato al Moonlight Chicken e aveva creato il panico. Tuttavia, Alan non era la persona più brava del mondo a nascondere le proprie emozioni e quella era una conseguenza prevedibile, a suo giudizio.
Si era guardato attorno e nel silenzio aveva deciso che anche per quella sera non avrebbe cenato. Sarebbe bastato quel tè caldo, qualcosa che almeno lo aveva scaldato un po’ dentro. Non faceva freddo, non razionalmente, ma continuava a sentire brividi che gli pervadevano il corpo.
Chiuse gli occhi, si appoggiò alla cucina, dondolandosi leggermente sulle braccia, mentre troppi ricordi invadevano la sua mente. Un sentimento di rabbia e malinconia lo pervase: non sapeva cosa provare.
Si lasciò andare si fece abbracciare dall’oscurità di quell’appartamento così piccolo eppure, ormai, così immenso per il suo corpo e per la sua anima.
Mentre era in camera, Alan non poteva far a meno di fissare il posto vuoto al proprio fianco.
Wen aveva lasciato un cratere nella sua anima: come si poteva superare una relazione mai realmente conclusa? Come si poteva superare un “non ti amo più?”
Senza spiegazioni, poi.
Non lo sapeva e di certo non riusciva a farlo. Sapeva di essere una persona difficile, schematica, particolarmente rigida, però con Wen era tutto diverso e lui si era impegnato, lo aveva fatto davvero.
Se avesse potuto dipingere di un colore la propria vita, sarebbe stata blu, proprio come la sua casa, anzi, la loro ex casa.
Lui era come il blu, un colore serio, affidabile, ma anche tranquillo. Riusciva a definirsi così, nel mare delle sue incertezze e ansie, e si chiedeva sinceramente perché una persona avrebbe dovuto lasciare uno come lui, uno che poteva garantire stabilità - non solo economica.
Ricominciare con qualcuno? Per Alan sembrava essere fuori discussione. Tutte le opzioni sembravano riportare a conquistare di nuovo Wen, ma sapeva che non era fattibile.
Mentre il sonno prendeva il sopravvento, Alan si chiese se davvero Wen non avesse ragione.
Forse era vero, forse il blu era un colore malinconico.
Triste.
Solo.
“Blu? Perché proprio blu? Sembra un colore così triste” affermò Wen, mentre osservava il barattolo di vernice.
Di blu esistevano troppe sfumature e lui era più un tipo da rosso.
“Il blu è anche il colore delle relazioni, sai? Si tratta di un colore che indica fedeltà, e un rapporto fatto di sentimenti puri.”
Wen afferrò il barattolo, sorridendo.
“Blu sia.”
Nero
[ Gaipa ]
Gaipa non sapeva bene cosa fare col silenzio.
Era talmente abituato a vivere al fianco di sua madre, che la sua assenza era pesante come un macigno. L’unico brusio che riusciva a sopportare era quello della tv: la accendeva sempre e guardava i lakorn che piacevano tanto a sua madre. A ripetizione.
Provava a fare del suo meglio, giorno dopo giorno. Si alzava ogni mattina, dava da mangiare alle galline - aveva anche dei fornitori esterni per il mercato, ma alcuni preferivano allevarli loro, - e poi cominciava a sistemare tutto ciò che doveva. Burocrazia, tanta burocrazia, troppa burocrazia. Gli veniva il mal di testa ogni volta che apriva quella maledetta cartelletta.
E anche quella mattina, Gaipa non fece eccezione; si sedette al tavolo della cucina e cominciò a spuntare, più o meno letteralmente, le caselle che scandivano la sua giornata. Anche solo muovere la penna, alcune volte, risultava davvero difficile.
Fu quando un biglietto da visita gli capitò tra le mani che si fermò. Era quello del suo consulente bancario, lo stesso che si era preso la briga di andare al funerale.
Quanti lo avrebbero fatto? Doveva essere davvero gentile. O almeno, aveva avuto quell’impressione.
Accarezzò i bordi del biglietto, chiedendosi se sua madre non avesse voluto mandargli un angelo custode.
Scacciò poi quel pensiero: che cosa sciocca, pensare a roba simile quando sua mamma non era più con lui.
Eppure, il pensiero che lei potesse aver desiderato di non lasciarlo solo, in qualche modo, lo faceva stare un po’ meglio.
Appoggiò la testa sul braccio piegato sul tavolo e cominciò a fissare il bigliettino, senza però guardarlo davvero.
“Come mai quella camicia nera?”
Gaipa si stava sistemando davanti allo specchio. Aveva un incontro speciale, quel giorno e doveva essere elegante a tutti i costi.
“Oh, zio Jim… vero?”
Gaipa annuì, arrossendo.
“Va bene figliolo, ma saresti bellissimo anche con qualcosa di più colorato. Il nero è troppo triste per te.”
Sua madre gli porse una maglietta gialla.
“Ecco, secondo me con questa sei perfetto. Dona così tanto al tuo splendido viso.”
“Mamma…” Gaipa si imbarazzò un po’.
“Il nero evocherebbe un senso di distacco, e poi non mi piace, tu stai cominciando qualcosa di nuovo, questo è…”
“Un colore da lutto,” sospirò, Gaipa, arrendendosi ai consigli della madre.
“Esatto.”
Giallo
[ Alan ]
Erano passati diversi mesi dalla sua rottura definitiva con Wen. Un tradimento non si supera facilmente, o meglio, non era un tradimento, ma un - quasi - tradimento dal suo punto di vista.
Comunque, qualunque cosa fosse la roba che Wen gli aveva fatto, era qualcosa che aveva inciso a fuoco nella sua anima un segno così forte e profondo da riuscire a mettere in discussione qualunque ambito della sua vita.
Persino uno come lui, così rigoroso e ligio, aveva ceduto a qualche impegno: qualche volta si era dato malato, qualche altra volta aveva persino bevuto più del previsto - e manco gli piaceva così tanto l’alcol.
C’erano volte in cui si svegliava la mattina e l’unica cosa che voleva era la rivalsa, e altre volte in cui non riusciva a capire. Come ti spieghi un “non ti amo più?”, facile, non te lo spieghi e basta. Quindi cominci ad andare avanti con la tua vita e fai finta che vada tutto bene.
Ecco, Alan aveva fatto così: aveva semplicemente provato a convivere col dolore, mentre tutti gli uomini che gli scrivevano per uscire con lui - e con sua grande sorpresa, non erano neanche pochi - suonavano tutti noiosi, banali, una copia carbone di Wen.
Alan voleva qualcosa di nuovo, ma non sapeva nemmeno se lo voleva davvero.
O almeno, quell’incertezza lo aveva avvolto finché non aveva visto lui.
Non era la prima volta che lo vedeva, c’era già stata occasione, ma di certo non era una delle migliori.
Gaipa era di fronte a lui, con lo sguardo basso di chi sta soffrendo molto, ma anche di chi è riconoscente verso qualcuno.
Il suo sorriso era sommesso, le sue guance leggermente rosa e la sua posa chiusa in un bozzolo, ad indicare una certa timidezza. Cavolo, era davvero carino.
“Scusa se ti ho richiamato per questi documenti, so che non è un momento facile,” disse Alan, ponendogli di fronte dei fogli, “ma voglio aiutarti a superare al meglio almeno questa parte burocratica… immagino che l’ultima cosa che tu voglia fare ora è parlare di questo, ma…”
Gaipa lo interruppe, scuotendo la testa.
“No, no, davvero. Ci mancherebbe, credo siano cose fondamentali e a dirla tutta mi fa bene tenere la mente occupata.”
Il suo sorriso colpì Alan in modi che non sapeva nemmeno spiegare. E non poteva e non doveva, davanti a sé aveva un cliente che aveva perso da qualche mese la madre.
Gli era già capitato di vederlo nel suo ufficio, chiaro, ed era sempre rimasto professionale in quelle occasioni.
Alan inspirò, sorridendogli.
“Beh, sono sollevato allora, non vorrei mai essere un peso.”
“Oh no, come potrebbe,” Gaipa gli regalò un altro dei suoi sorrisi sinceri.
Una cosa che incuriosiva Alan era il suo vestiario: nonostante Gaipa potesse permettersi vestiti di prima qualità e di un certo tipo, ogni volta che lo aveva visto indossava sempre un abbigliamento molto umile: qualche camicia in cotone leggero, una t-shirt, e quasi sempre erano colori caldi.
Gli stavano bene, doveva dirlo.
E no, non sapeva perché si fissava su dettagli così irrisori, poteva tranquillamente non chiedersi per quale motivo un suo cliente si vestisse in un certo modo, ma mentre si passava distrattamente la lingua tra le labbra, inumidendole, Alan sentiva il bisogno di fare qualcosa che non fosse parlare di lavoro.
“Cosa ne pensi se la prossima volta rendessimo tutto più informale, mh?” chiese, poi, d’improvviso.
No, doveva essere impazzito per mettersi a dire una cosa simile. Lui, sempre così impostato, così professionale. Aveva vinto il premio dipendente del mese un’infinità di volte e nell’arco di nemmeno sei mesi aveva cominciato ad assentarsi da lavoro qualche volta e a scolarsi qualche birra quando tornava a casa, e ora si ritrovava persino a chiedere a un cliente di vedersi fuori dall’ufficio.
Era pronto per scavarsi la fossa da solo.
Gaipa spalancò i suoi occhi scuri e si indicò.
“Vuoi uscire con me?” chiese, incerto, visibilmente imbarazzato.
Alan scosse la testa, si sentiva così imbarazzato che sarebbe voluto sprofondare.
“Oh no oddio scusa! Non intendevo…”
Gaipa interruppe la sua frase.
“Accetterei.”
Alan rimase interdetto e si drizzò con la schiena, sistemandosi gli occhiali sul naso, incredulo.
“Cosa…”
“L’invito. Lo accetterei,” Gaipa sorrise e quello sguardo colpì qualcosa dentro di lui.
Era come una macchia gialla su una parete dipinta di blu scuro. Luminosa, terribilmente difficile da guardare su una campitura così perfetta, ma al tempo stesso… giusta.
Era una sfumatura, non una macchia.
“Beh se la metti così,” Alan sistemò i fogli sulla scrivania, riponendoli in un fascicolo. “Che ne dici di fissare un appuntamento? Revisioneremo fuori da questo cupo ufficio tutti i documenti.”
Gaipa sorrise, annuendo con sincero entusiasmo.
Alan sentì qualcosa propagarsi nel petto. Qualcosa di simile a un torpore caldo.
Felicità?
“Hai un sacco di indumenti gialli…” osservò Alan, guardando Gaipa di fronte al suo armadio. Lui si voltò, stupito.
“Oh, è uno dei miei colori preferiti.”
Alan lo abbracciò da dietro.
“Lo è?”
“Mh, sì sai simboleggia la felicità, ma anche l’energia e il cambiamento… credo sia un bel colore.”
Alan gli diede un bacio sul collo.
“Lo credo anche io.”
Rosso
[ Alan - Gaipa ]
Le dita di Alan sfiorarono le labbra di Gaipa, leggermente socchiuse.
“V-vuoi…”
Gaipa trattenne il respiro e poi lasciò che le labbra di Alan sfiorassero le sue. Erano morbide, incredibilmente carnose, calde, dolci, esattamente come le aveva sempre immaginate.
Non era un bacio perfetto, non da parte sua, anche se Alan lo stava conducendo al meglio. Ma era il suo primo bacio, il primo che contava veramente se non si pensava a quelli dati da ragazzini, quando non se ne conosce nemmeno il senso.
La mano di Alan arrivò fin dietro la sua nuca, la spinse leggermente verso la propria, le loro labbra si unirono ancora di più, fino a far sfiorare timidamente le loro lingue.
Un gesto più audace, e Gaipa si lasciò totalmente coinvolgere da quel ritmo.
Dentro di sé, all’altezza dello stomaco, divampava un calore insolito, nuovo.
Anzi no, non era totalmente nuovo, ma era più forte, sicuro.
Bello.
Alan non avrebbe mai pensato di poter provare di nuovo quelle sensazioni, ma ogni volta che passava del tempo con Gaipa non poteva far a meno di sorridere come uno stupido. Lo guardava, lo ascoltava parlare anche solo di come si coltiva un pezzo di terra, e lui finiva a pensare che fosse la cosa più bella del mondo.
Scuoteva la testa istintivamente, non poteva proprio evitarlo.
Gaipa era così dolce, luminoso. La sua presenza era in grado di fargli dimenticare tutto il dolore. Sapeva essere dolce, delicato, gentile. Era tutto ciò che forse aveva sempre cercato in qualcuno, perché sembrava sempre così sicuro di volere lui, sempre così bisognoso di guardarlo negli occhi in cerca di una conferma.
Era qualcosa di nuovo e che con razionalità, Alan non sarebbe comunque riuscito a descrivere.
Erano usciti assieme diverse volte, ma non si erano ancora baciati. Si erano raccontati tutto, o quasi. Di fronte alla luna, seduti sulla riva della spiaggia, o di fronte ad una zuppa, o sui gradini di casa. Avevano parlato spesso, fin troppo. Facevano lunghe telefonate, avevano bisogno di sentirsi, avevano bisogno di stare assieme. Alan aveva bisogno di lui.
E ne aveva bisogno anche quella sera, che dopo l’ennesima cena assieme, aveva deciso di riaccompagnarlo a casa.
Indossava una maglietta rossa, metteva in risalto tutto di lui, non avrebbe saputo puntualizzare bene in quale modo, ma Alan aveva davvero voglia di baciarlo, toccarlo, averlo.
Si tolse gli occhiali, e mentre erano seduti sulle scale esterne di casa sua, cominciò ad avvicinarsi a lui, sfiorargli i lineamenti del viso con delicatezza, usando solo la punta delle dita.
Solo il silenzio li avvolgeva, mentre la luna li guardava e gli dava la sua benedizione.
I tratti di Gaipa erano gentili, i suoi occhi sembravano quelli di un gatto, le sue labbra pronte per essere baciate.
Cominciò a sfiorarle, inizialmente con poca pressione e poi con un po’ più di intensità, finché non vide che poteva farlo.
Si avvicinò e lo baciò, lasciando che tutto il resto del mondo continuasse a scorrere, mentre per lui si fermava. Anzi, per loro.
Gaipa si aggrappò ad Alan come se da quel bacio ne dipendesse la sua vita, e forse in parte era così. Istintivamente, si sarebbe quasi messo a piangere dalla gioia. Si sentiva così completo, così amato, era tutto così nuovo.
Non se lo erano detto, ma sapeva che era così, e lo poteva vedere dallo sguardo di Alan, dalle sue costanti premure. Non era soltanto un caso, era lì per lui, ed era suo, e lui era di Alan.
Alan accarezzò la catenina che Gaipa teneva al collo, giocandoci con le dita, guardandolo negli occhi, mentre l’altro occasionalmente distoglieva lo sguardo, forse per l’imbarazzo.
Si umettò le labbra, sorridendogli e appoggiando la fronte contro la sua e portando la mano sulla sua guancia.
Gaipa gli lasciò un altro piccolo bacio, stavolta sul lato della bocca.
“Vuoi salire in casa?” domandò Gaipa, sapendo di star facendo una richiesta molto azzardata. Non sapeva se stava velocizzando eccessivamente le cose, ma sapeva che non voleva lasciar andare mai più Alan, nemmeno per un istante. Voleva sentire le sue mani ovunque e il proprio cuore appartenergli ancora di più di quanto già non lo possedesse.
“Solo se lo vuoi tu.”
Gaipa annuì, prendendolo per mano e facendolo entrare.
“Lenzuola rosse?”
Alan strinse a sé Gaipa, facendolo appoggiare sul proprio petto.
“Sì, erano uno dei completi preferiti di mamma, ma non so… non ti piacciono?”
“No, anzi, sono molto… passionali. Il rosso è il colore dell’amore.”
Gaipa rivolse lo sguardo altrove, un po’ imbarazzato. “Lo so!”
Alan sorrise, tirandosi un poco su per riuscire a vederlo in volto.
“Non mi dirai che lo stavi pensando da un po’...”
Gaipa non rispose, tirando su il lenzuolo e nascondendosi.
“Ah!”
“Ehi!” Gaipa scattò, abbassandolo, “vuoi dirmi che tu non lo volevi?”
Alan si avvicinò al suo collo e vi lasciò un paio di baci sensuali, mentre faceva scorrere la mano vicino al suo bassoventre.
“Tu che dici?”
Verde
[ Gaipa ]
“Pensi di voler addobbare un castello?” Gaipa si voltò verso Alan e lo afferrò per un braccio.
“Non è un’occasione che si ripete spesso il Natale e poi sarà il nostro primo assieme!”
Alan gli rivolse un sorriso enorme e il cuore di Gaipa si sciolse per la centesima volta in quella giornata.
Non uscivano assieme da moltissimo, anzi, in modo ufficiale erano poco più di tre mesi ed era successo tutto un po’... per caso. Per quanto possa essere per caso rispondere a degli inviti per uscire.
Nella sua vita c’era ancora un vuoto enorme, un cratere impossibile da colmare, perché l’assenza di un genitore non è qualcosa che un partner può rimpiazzare. Tuttavia, sua madre alla fine era stata davvero l’angelo custode che Gaipa si aspettava che fosse; non lo aveva lasciato solo, non lo aveva fatto.
E mentre stringeva a sé il braccio di Alan, guardandolo come se fosse la cosa più bella al mondo - e lo era, - si sentiva un po’ più sollevato.
Arrivarono a casa con tre buste piene di addobbi. Tra festoni, lucine, fiocchi di neve, palline per l’albero, non potevano proprio dire di non aver fatto scorta.
Il Natale non era una festa religiosa o particolarmente sentita in Thailandia, ma a Gaipa piaceva l’idea di festeggiarla anche solo per avere una scusa per vedere tutto colorato, pieno di luce.
Dopo mesi di oscurità, era l’unica cosa di cui aveva davvero bisogno.
“Mi aiuterai a decorare?” chiese Gaipa, ma senza chiederlo davvero, dava per scontata la presenza di Alan in quel processo.
L’altro annuì, guardandosi intorno.
“Ma… che ne dici se decorassimo da me?”
Gaipa reclinò leggermente la testa di lato.
Non vivevano assieme, era decisamente troppo presto, ma passavano spesso tempo l’uno a casa dell’altro.
“Beh, sì insomma, ormai potremmo considerare una delle due case un appoggio per passare le feste…”
Gaipa ci pensò su e scosse la testa.
“Mh, no, preferirei decorare qui.”
Il volto di Alan assunse una leggera sfumatura triste, come se fosse deluso.
“La casa è più grande e…” Gaipa si avvicinò a lui, prendendogli le mani e stringendole tra le sue, “mi piacerebbe che tu venissi a stare qui per un po’, che ne pensi? Alla fine potresti smettere di pagare l’affitto. E lo so che il tuo stipendio è alto, ma risparmiare fa sempre comodo…”
Alan si sporse per baciarlo.
“Va bene,” rispose, con un sorriso enorme. Gaipa sentì il cuore alleggerirsi un po’.
Era la prima volta che si sentiva così felice in tutta la sua vita. Sua mamma sarebbe stata così contenta di vedere un uomo che lo amava così incodizionatamente.
Perché, dopotutto, Alan lo faceva.
Gli dava ogni giorno tutto ciò che poteva e non doveva mai chiedere niente. Era tutto giusto, automatico… semplice.
Proprio come aveva sempre pensato che l’amore dovesse essere.
Abbracciare qualcuno e sentire il profumo di casa. Alan era la sua casa.
“Dovremmo ritinteggiare le pareti,” disse Gaipa, mentre stava steso sul divano, con la testa appoggiata sulle gambe di Alan.
“Come vorresti farle?” chiese Alan, senza aggiungere il suo parere in merito.
“Non so, forse verdi? Che ne pensi?”
Alan non rispose immediatamente.
“Verdi…” ripeté, pensoso.
“Non ti piacciono?”
“No è che le pareti della mia vecchia casa erano blu e…”
“Ma il verde è diverso!” replicò Gaipa, immediatamente. “Simboleggia la speranza e l’equilibrio, non so, mi sembra un bel colore.”
Alan ci pensò su, e dopo un silenzio un po’ più lungo del normale, accarezzò i capelli e diede un bacio sulla fronte di Gaipa.
“Allora direi che verde andrà benissimo.”
Si baciarono un’altra volta, provando le stesse emozioni di chi sa che sta condividendo la vita con la persona più giusta del mondo.
Bianco
[ Alan ]
Scommettere di nuovo su una relazione sembrava qualcosa di totalmente assurdo per Alan.
Fino a un paio di anni prima si sentiva così disilluso e deluso che quasi non avrebbe più voluto nemmeno rimanere coinvolto in qualcosa di simile.
Poi, però, Gaipa aveva fatto capolino nella sua vita. Era arrivato con la delicatezza con cui scende la neve sui tetti, si era appoggiato su di lui, fino a scendere dentro la sua anima, toccandola gentilmente.
E lui non aveva potuto far altro che lasciarglielo fare, perché Gaipa era puro, dolce, tutto ciò che non aveva mai potuto vivere prima d’ora. Lo amava, voleva condividere tutto con lui, apprezzava anche i suoi lati più complicati - anche se non era mai riuscito a convincerlo ad andare a correre con lui la mattina, ma non importava, alla fine lo aveva capito. Non era necessario essere identici per andare d’accordo, non era necessario avere gli stessi interessi.
Anzi, in un certo qual modo, Alan si sentiva rassicurato dalle sue differenze con Gaipa: erano come il sole e la luna, Gaipa splendeva di luce propria, amava i dolci e le bevande fresche, il mare e la botanica. Lui era come la luna, preferiva sempre un pasto salato a un dolce, le bevande calde, la montagna e non era un tipo da pollice verde. Quelle differenze, però, ai suoi occhi erano un valore aggiunto: Gaipa riusciva a colmare ciò che non c’era in lui, un cieco ottimismo che diventava contagioso, una purezza che ormai non gli apparteneva più, nonostante la sua vita forse fosse stata anche un po’ più facile rispetto a quella del compagno.
Per questo, mentre passavano i giorni e i mesi, Alan lo sapeva con sempre più sicurezza: voleva passare il resto della vita con lui. Svegliarsi ogni mattina ed avere la certezza di vederlo sempre lì, al suo fianco. Toccare il cuscino e sentirlo morbido, caldo, inspirare il suo profumo e lasciarsi cullare dalle sue labbra con il bacio della buonanotte e del buongiorno.
Aveva deciso di organizzare un viaggio in Svezia per il loro secondo anniversario di convivenza. Anche se per Dicembre e probabilmente sarebbero morti di freddo, ma spesso Gaipa affermava come gli sarebbe piaciuto vedere la neve, e di certo non sarebbero riusciti a vederla rimanendo in Thailandia.
“Non credo mi basterà questa valigia,” Alan si voltò e trovò Gaipa intento a sedercisi sopra per chiuderla. Si fece scappare una risata, quella scena così comica riassumeva perfettamente Gaipa e tutto ciò che gli era sempre mancato nella vita.
“Dai, non preoccuparti, al massimo compreremo qualcosa lì.” Affermò.
“E se facesse troppo freddo? Morirò congelato!”
“Allora ci sarò io a scaldarti,” Alan si avvicinò a lui e lo abbracciò da dietro, stringendolo forte a sé.
“Oooh! Sei così melenso.”
“Tu mi rendi melenso.”
Era decisamente tutto ciò che aveva sempre voluto… sentirsi così desiderato da qualcuno.
*
Dalla finestra del loro albergo si vedevano i tetti delle case ricoperti di neve. Per strada si poteva sentire solo il silenzio, o qualche chiacchiericcio in una lingua per loro sconosciuta.
Gaipa era disteso sul letto, arrotolato nel piumone e ancora in dormiveglia.
Il cielo grigio di Stoccolma non sembrava così tanto triste, dopotutto. Il bianco della neve riusciva ad illuminare ogni cosa e Alan non poteva immaginare un posto migliore per fare ciò per cui aveva davvero organizzato quel viaggio.
Aveva immaginato che quel momento non sarebbe mai arrivato, che dopo Wen nessuno sarebbe stato in grado di sopportarlo, che dopotutto, se era stato lasciato, ci doveva essere una ragione.
Ma vedere Gaipa nel loro letto riposare tranquillo, vederlo ogni giorno al suo fianco con il suo solare entusiasmo, sentirlo vicino e di supporto, era stato il miglior rimedio ad ogni male.
Tutti e due si erano incontrati in un vicolo buio, nero, fatto di perdita e dolore, e si erano presi per mano e avevano cominciato a camminare verso la luce.
Una luce bianca e candida, come la neve.
[ Gaipa ]
“Gaipa,” Alan si sedette al suo fianco, accarezzandogli delicatamente la guancia.
“Mmh?” aprì gli occhi, strofinandoli un po’ col palmo della mano. Si sentiva ancora parecchio assonnato, il giorno prima avevano camminato tantissimo e Stoccolma, sebbene piccola, non era proprio minuscola (specialmente se decidevi di visitarla tutta a piedi e sotto la neve.
Con dita tremanti, Alan avvicinò al suo viso una scatolina e la aprì.
“Vuoi sposarmi?”
Gaipa si alzò di scatto, spalancando gli occhi. Si indicò, sorpreso, come se non potesse succedere a lui.
Lui, lo stesso che era rimasto per così tanti anni in silenzio e aveva osservato Jim, sperando che potesse essere l’uomo della sua vita. Lo stesso Jim che poi, ironia della sorte, si era innamorato di Wen, l’ex ragazzo di Alan.
Il destino sapeva davvero essere strano.
Le lacrime cominciarono a solcare le sue guance, mentre la voce non voleva proprio saperne di uscire. Annuì con veemenza, buttandosi tra le braccia del fidanzato e riempiendolo di baci.
Non importa se era presto, se era folle, se era tutto troppo - un troppo comunque meraviglioso.
“Deduco sia un sì?” Chiese poi Alan, incerto.
“Assolutamente sì,” rimarcò Gaipa, sorridendo come mai in vita sua.
Alzò lo sguardo oltre la sua spalla.
La neve era tornata a posarsi sui tetti di Stoccolma e, avrebbe potuto giurarlo, con essa una piuma bianca si era depositata sul davanzale della loro finestra.
Gaipa non sapeva se il destino esistesse davvero, ma sicuramente sua mamma aveva fatto sì che tutto ciò accadesse per lui. Ne era certo.
[ Alan ]
Tra le braccia del suo compagno, tutto il mondo sembrava ritrovare un senso. Tutto il dolore, gli errori, le lacrime degli anni passate, venivano spazzate via per dare una coerenza a quel percorso: lui doveva arrivare lì, in quell’esatto punto, in quell’esatto momento.
Tra le braccia di Gaipa, il mondo tornava a tingersi di ogni colore. Era la macchia gialla sul blu, era le lenzuola rosse in cui avvolgersi, era il verde della loro casa, era il bianco della sua purezza.
Era tutto.
Tutto ciò di cui aveva sempre avuto bisogno.
