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Hua Cheng è in attesa del momento opportuno che, quando arriva, lo fa sotto forma di urla da disperati a un tavolo da gioco.
È tempo di regolare i conti.
È solo un ragazzo quando scivola fuori dal suo nascondiglio e attraversa la stanza, i capelli neri raccolti in una coda alta, una casacca rossa di poco conto e due occhi che ci vedono benissimo. Nessuno bada a lui, né si scosta per farlo passare, ma è così che lui vuole e il sorriso non lascia mai le sue labbra.
“Cosa dicevate, Daozhang?”
Si fa largo tra una piccola folla che si è radunata attorno ad uno dei tavoli per godersi lo spettacolo, esseri umani e spiriti fianco a fianco, e uno dei due giocatori alza la testa dai dadi e lo fulmina con lo sguardo.
Non sembra aver apprezzato il sarcasmo.
È un uomo, un guerriero, o comunque doveva esserlo stato quando è entrato alla Città Fantasma, prima che i suoi muscoli avvizzissero, risucchiati via da puntate sbagliate. I suoi abiti da Coltivatore sono di buona fattura, ma la ricchezza del tessuto non lo aiuta a nascondere il viso scavato dal vizio e il corpo dilaniato dall’azzardo. La manica sinistra ricade floscia dove ci sarebbe dovuto essere un arto e uno stivale, il destro, è abbandonato sotto il tavolo, ormai inutile visto che non ha più un piede in cui calzarlo.
Ha legato al fianco un fodero vuoto.
“Levati dai piedi, moccioso, mi porti sfortuna!” È appoggiato al tavolo come se da quattro gambe di legno dipendesse la sua vita e Hua Cheng sposta lo sguardo sui dadi che ha appena lanciato. Due uno. Riderebbe se non fosse per il mostro che si agita nel suo stomaco, ma non smette mai di sorridere.
“Allora giocate contro di me e riprendetevi la vostra fortuna, Daozhang.”
L’uomo fa schizzare lo sguardo da Hua Cheng allo Spirito che gli siede davanti, un mostro con la testa da pollo e larghe spalle piumate, una faccia abbastanza conosciuta nella Città Fantasma.
Accanto al suo gomito ci sono un braccio muscoloso, un piede, polpaccio e mezza coscia, e sopra a tutto vi sono appoggiate cinque dita callose, tenute insieme da uno spago rosso, e un borsello di ottima qualità con dentro qualche moneta. Devono aver giocato a lungo prima che Hua Cheng li interrompesse e a giudicare dal colore della pelle degli arti lo Spirito deve averli vinti quando il suo avversario aveva ancora della vitalità in corpo.
Quando Hua Cheng riporta la sua attenzione all’uomo si accorge che anche lui sta guardando il premio.
Sorride. “Un braccio perso è un braccio perso,” arrotola la manica sinistra della casacca fino al gomito. “Ti basterebbe una puntata e ne riavresti subito uno intero.”
L’uomo si passa la lingua sulle labbra secche e rotte, ma lo Spirito sbatte un pugno accanto ai suoi dadi.
“Ehi, ragazzino, se vuoi giocare aspetta il tuo–” ma le parole gli restano conficcate in gola quando una farfalla argentata gli balena davanti agli occhi, troppo veloce perché chiunque a parte lui possa vederla. Lo Spirito scatta in piedi rovesciando la sedia.
Suda freddo, sotto le piume bianche e ramate, e si guarda intorno. Gli spettatori mormorano tra loro e dai tavoli vicini gli altri giocatori ricambiano il suo sguardo con altrettanta confusione, ma lo Spirito capisce in fretta. Stringe nel pugno le dita infiocchettate e infila il resto del premio sotto al braccio, ma si allontana alla rinfusa, senza prestare attenzione al borsello che cade a terra tintinnando.
Hua Cheng lo raccoglie e lo fa scivolare in una manica senza che nessuno se ne accorga mentre raddrizza la sedia e prende posto.
“Tre lanci e altrettante scommesse. Faremo a turno, cosa ne dite?” Appoggia i gomiti sul tavolo e l’uomo annuisce.
“Benissimo, ma sarò io a fare la prima puntata!”
Hua Cheng glielo concede con un cenno del capo e tira fuori i suoi dadi. “Prego.”
“Un braccio, il sinistro.”
Hua Cheng ride. “Ma quale braccio sinistro, Daozhang? Il vostro ha appena lasciato il tavolo. Scommettete il destro, e io farò altrettanto: alla fine, meglio due mani destre che nessuna, no?”
L’uomo si morde il labbro, ci pensa, e alla fine scuote i dadi nel bicchierino. “Il braccio destro, allora.”
Tirano entrambi. All’uomo escono un sei e un cinque e Hua Cheng può sentire i battiti del suo cuore eccitato sovrastare le scommesse, la gioia e la disperazione dell’intera sala da gioco.
Il suo sorriso si fa tagliente. “Peccato.”
E sotto lo sguardo luccicante dell’avversario rivela il suo risultato con un gesto aggraziato del polso. Due sei.
“No!”
Intorno a loro si alzano risa e squittii di sorpresa quando il braccio gli viene mozzato di netto e l’uomo cade bocconi sul tavolo.
“Molto bene, ora è il mio turno.” Hua Cheng si stringe nelle spalle e l’uomo torce il collo per guardarlo, gli occhi gonfi di lacrime e la faccia sporca di muco.
“Non ho più mani! Non posso tirare i dadi senza mani!”
Hua Cheng inarca un sopracciglio. “Se puoi usare la bocca per parlare puoi usarla per lanciare i dadi, no?”
L’uomo tira su col naso. È a pezzi, letteralmente, ma facendo leva sull’unico arto rimasto si spinge in avanti e aiutandosi con la lingua e il naso raccoglie i suoi dadi. “Va bene, va bene,” biascica tra un singhiozzo e l’altro. “Cosa scommetti?”
“La memoria.”
L’uomo lo guarda con gli occhi sgranati e Hua Cheng si mette comodo contro lo schienale della sedia. “È una scommessa equa, ricordi per ricordi.”
“E io che me ne faccio dei tuoi stupidi ricordi?”
“Hai forse altro da offrire?” Hua Cheng smette di sorridere. “Siamo onesti, potrei puntare la mia gamba sinistra, certo, ma se vincessi io a te non resterebbe altro da scommettere se non… un occhio, forse,” fa scivolare il dito sulla palpebra di solito nascosta da una benda e scende fino a sfiorare le labbra, “o la lingua. E se vincessi tu, be’, a quel punto ritorneresti ad avere due gambe e probabilmente penseresti che la mia gamba valga il braccio che ti ho appena vinto e scommetteremmo quelli, dico bene?”
L’uomo deglutisce a vuoto e Hua Cheng ritorna ad appoggiare i gomiti sul tavolo e si sporge in avanti. “Ma la scelta è mia e a me non interessa la tua gamba, né la tua lingua. Scommettiamo la memoria, invece, e se vincerai, che racconto fantastico sarai in grado di infarcire.”
“Racconto?”
“Non è per questo che lo fai? Non c’è gloria nel facile. Nessuno ricorda le cose facili.” Recita, “ma si ricorda il sangue e le ossa… e la battaglia lunga e angosciosa per arrivare in cima: non ti sei forse messo a urlare sciocchezze del genere, prima, quando il tuo avversario ti ha consigliato di lasciar perdere?” Ride. “Ti credi davvero un eroe destinato alla leggenda.”
“Mi… mi stavi spiando?!”
“Non c’è nulla che mi disgusterebbe di più.”
“Va bene allora, accetto la scommessa. Ma che siano tutti i ricordi, fino al momento in cui abbiamo tirato i dadi, o non se ne fa nulla!”
Un lampo di malizia gli attraversa lo sguardo mentre stringe i dadi tra le labbra e le dita di Hua Cheng fremono dal desiderio di stringersi sulle sue guance e stritolare quella faccia fino a fargli scoppiare gli occhi fuori dalle orbite.
Ma ha scommesso e dunque afferra i propri dadi, li fa dondolare pigramente nel bicchierino e nel momento in cui il suo avversario sputa i suoi li appoggia sul tavolo. Stanno tutti trattenendo il fiato nella bolla di silenzio che circonda i due giocatori, gli occhi puntati sulle due coppie di dadi.
Tre e due, sulle facce di quelli dell’uomo, altri due sei per Hua Cheng, e questa volta il suo avversario non ha nemmeno tempo di urlare.
Cade dal tavolo e, dal momento in cui è stato tirato fuori dal ventre della madre all’istante in cui ha spinto i dadi con la lingua, tutta la sua vita scorre nella mente di Hua Cheng come un fiume in piena.
Ubriacature e conquiste, pianti e menzogne, l’orgoglio di un padre idiota e la silenziosa consapevolezza di una madre degenere. E poi c’era stata la spada di famiglia, quel caro dono ricevuto il giorno in cui aveva lasciato le sue lussuose abitudini per cercare la gloria.
L’aveva persa nella prima bisca che aveva incontrato sulla sua strada.
Per mesi l’aveva rincorsa, senza riuscire a pensare ad altro. Aveva sperperato quello che aveva tra strozzini e sale da gioco, perché quella spada avrebbe fatto di lui un eroe, quella spada avrebbe fatto di lui un dio, persino. Se lo ripeteva e lo diceva agli altri, mostrava il fodero vuoto e narrava di avventure mai intraprese e traguardi mai raggiunti: briganti e fantasmi abitavano le sue storie, sempre più numerosi, sempre più feroci, e intanto i soldi si dissolvevano in scommesse e vino fino a che non era rimasto a secco, solo.
Nessuno si beveva più le sue storie, nessuno credeva che il suo nome avrebbe raggiunto il cielo, e lui stesso stava iniziando a pensarlo, umiliato fin nelle ossa, mentre percorreva la strada verso casa, fino a che non aveva visto, a un incrocio, quell’ambulante.
Richiamava la folla a gran voce e umiliava se stesso come l’uomo non avrebbe mai fatto, nella speranza che i passanti lasciassero una moneta nel suo cappello di bambù, e l’idea era discesa su di lui come una chiamata divina. Si era avvicinato al cappello dell’ambulante, il bel borsello che suo padre aveva fatto fare per lui in mano, e nel momento in cui questi si era voltato aveva preso per sé le poche monete donate ed era scappato via.
L’aveva fatta franca – e di quale altra prova aveva bisogno per sapere che la fortuna aveva finalmente deciso di girare dalla sua parte? – e malgrado il guadagno fosse ridicolo gli sarebbe bastato per una puntata, doveva solo trovare una casa da gioco, un pollo da spennare.
Aveva camminato e fantasticato, contando quei soldi, senza nemmeno guardare dove stava mettendo i piedi, fino a raggiungere le porte della Città Fantasma.
Era il momento della svolta.
Hua Cheng accartoccia quei ricordi e li getta via come se fossero carta straccia. “La tua lunga e angosciosa battaglia per arrivare in cima termina qui.”
Dell’uomo non rimane altro che un ammasso di carne avvizzita e bava e per Hua Cheng la sua esistenza non ha più importanza. Infila una mano dove ha nascosto il borsello e lascia la casa da gioco.
* * *
L’inverno, quell’anno, non è clemente.
Xie Lian incrocia le braccia al petto e sporge un po’ la testa oltre la tettoia sotto cui ha trovato riparo per guardare il cielo. Candido come un lenzuolo e i fiocchi che vorticano fino a terra sono anche più bianchi. Sarebbe uno spettacolo sublime se non fosse che ha stravolto tutti i suoi piani.
Aveva trovato l’incrocio perfetto della città perfetta, un posticino niente male per esibirsi, e fino a cinque minuti prima non aveva potuto credere alla propria fortuna. Ora non sa se mettersi a ridere o a piangere. “La mia fortuna,” si stringe nelle spalle, “come sempre.”
Una benda fa capolino dalla sua manica e Xie Lian accarezza il tessuto come se fosse la testina di un gatto. “Andrà meglio domani, o il giorno dopo. O magari quello dopo ancora, no?”
Abbassa lo sguardo e Ruoye non ha bisogno di occhi per rispondere alla sua domanda con l’aria di chi sa benissimo che no, né il giorno dopo né quello dopo ancora andrà meglio. Non a lui. Xie Lian sospira. “Non andremo da nessuna parte con quest’atteggiamento, lo sai vero?”
La benda torna a nascondersi al calduccio e in quel momento, nel più bianco e assoluto silenzio, un’ombra lo sfiora.
“Eh? Ma questo… aspetta!”
Forse è stata la delusione ad intorpidire i suoi riflessi, o magari il freddo, ma Xie Lian parte all’inseguimento solo quando l’ombra ha già svoltato l’angolo.
“Aspetta, torna indietro: ti è caduto il borsello!”
Chiama ancora un paio di volte con tutta la voce che ha nel petto, ma non c’è nessuno per strada. Se l’ombra è ancora nei paraggi non intende uscire allo scoperto e Ruoye sbuca di nuovo dalla manica e si infila nel borsello. Xie Lian non sa se ridere o piangere.
“Non è educato, sai?”
Quando la benda si ritrae, tra le sue spire stringe una manciata di monetine e le lascia cadere sulla mano di Xie Lian che si mette a contarle con il pollice. Pochi spiccioli, niente che il proprietario di un borsello di quel genere considererebbe una perdita, ma tra di essi intravede un filo di bambù, così simile a quelli che si intrecciano nel suo cappello, e lo prende tra le dita.
Sorride nel ricordare uno spiacevole incidente di qualche giorno prima.
“Te l’avevo detto o no, Ruoye, che l’indomani sarebbe andato meglio? E quanto a voi,” alza di nuovo la voce, “grazie di cuore. Lascerò il borsello vicino all’angolo, venite a recuperarlo prima che si sciupi sotto la neve.”
Infila le monete nella manica e fa come ha detto, prima di allontanarsi canticchiando.
Quella sera cenerà al caldo, pensando a una gentile e provvidenziale ombra rossa.
