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The night we met

Summary:

Ikor just wants to forget everything he went through years ago, Eron just wants to console him, they both have a hidden secret, but most of all, they both want to go back.

Inspired by "The Night we met" by Lod Huron

ATTENTION: This story is written in Italian, I didn't want to translate it.

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

Il Regno del Ghiaccio era una terra rigida, severa. Secondo molti era anche il più pericoloso di tutta Gorm per le costanti valanghe, il ghiaccio scivoloso, lo strato di neve troppo spesso e le numerose tempeste durante la notte; giravano anche animali piuttosto feroci come lupi o orsi polari, i quali venivano lasciati in pace nei loro ghiacciai e le loro foreste di neve. Così come il ghiaccio è affilato, i suoi abitanti sono altrettanto taglienti con gli altri e con se stessi, dotati di un'intelligenza fuori dalla media per le loro avanzate abilità logiche. Per alcuni erano così egocentrici e scorbutici da sembrare peggiori degli ardenti, anche se utilizzavano la mente come maggior riferimento rispetto che al cuore. 

Il Regno del Ghiaccio era un regno duro e con molte regole, rigorosamente rispettate da tutti, persino dal re, eppure, come anche il ghiaccio è fragile e ha debolezze, quell'armonia di severità e perfezione viene spezzata da qualcosa che purtroppo i glaciali non potranno mai controllare. 

Ikor guardò in alto, osservando le stelle e il cielo immenso e limpido sopra di lui. Sebbene si riempisse di una spettacolare luce durante la notte, nei periodi più freddi, illuminando la neve e facendola luccicare di un strano verde acceso, preferiva di gran lunga veder lo spazio blu e infinito. La scienza chiamava quel fenomeno Aurora Boreale,  un fenomeno caratterizzato visivamente da bande luminose che assumono un'ampia gamma di forme e colori, rapidamente mutevoli nel tempo e nello spazio, e anche se gli mancava vederla con gli stessi occhi di quando era un bambino, pieni di meraviglia e curiosità, adesso pensava quasi fosse noioso. 

Ma l'Aurora Boreale non era lì e lui non era nemmeno nel Regno del Ghiaccio, quindi perché preoccuparsi? 

L'erba gli solleticò le mani e i polsi mentre si appoggiava a un albero, la corteccia dura e rugosa che grattava contro la pelle e il leggero pigiama che Eron gli aveva gentilmente prestato: vestirsi con un normale pigiama che avrebbe usato nel suo Regno non sarebbe stata una buona idea, dopotutto. Il Regno del Vento era un regno mite, con una temperatura sopportabile per un glaciale, anche se durante la notte si alzava una leggera arietta fresca davvero piacevole. 

Fece un lungo sospiro, chiudendo gli occhi mentre una corrente lo colpiva e lo faceva rabbrividire. In realtà adorava avere la pelle d'oca per il freddo, lo considerava rilassante, ma era un glaciale, per cui piuttosto normale. Ma lui non era uscito di nascosto da Torre Tempesta, a poche isole più in basso, nel bel mezzo della notte, mentre tutti riposavano, solo per quel venticello: aveva bisogno di schiarirsi le idee e smettere di pensare, per quanto potesse sembrare strano. A quanto pare era molto più legato a quel posto di quanto immaginasse, inoltre nella sua mente erano esplosi dei ricordi a cui doveva dar tregua, ma la luna piena, la piccola isola e gli alberi fioriti non avevano fatto altro che peggiorare la situazione. 

Era tutto, tutto completamente uguale. 

Ritornerò qui 

Scosse la testa quando una parte del ricordo riaffiorò nella mente, respirando lentamente e cercando di dimenticare, per quanto pareva difficile. Una volta, anni fa, avrebbe voluto tornare nel Regno del Vento per esplorarlo, per imparare, per sapere cosa si celava dietro la mente libera e spensierata dei tempestosi, ma ora avrebbe preferito essere a casa sua, nel castello, con un antico libro in mano, davanti alla finestra e all'Aurora Boreale. Sarebbe stato da solo, certo, ma almeno con una compagnia più gradita, e non starebbe cercando di non arrendersi davanti alle mille immagini e momenti che non volevano essere dimenticati. In realtà, una parte di lui avrebbe voluto chiudere gli occhi e sprofondare in quelle memorie, rivivendole, essendo l'unico episodio abbastanza decente da considerare bello della sua infanzia. Lì era il cuore che parlava, non la mente, e la mente diceva di dimenticare, e Ikor ha provato. Davvero. Ci ha provato, con tutto se stesso, ma quelle tracce riapparivano ogni volta, come un incubo ogni notte, come se il cuore fosse più forte della mente. E per lui, che era un glaciale, il principe, in particolare, quindi un carico piuttosto alto, era una vera vergogna. 

Eppure, allo stesso tempo, oltre ad essere uno dei più vividi e felici, era il più triste e spaventoso. La paura e le lacrime che aveva versato erano ancora presenti, impresse nella sua memoria talmente tanto da farlo rabbrividire in una maniera meno piacevole al sol pensiero. A volte sembra quasi surreale come un sogno possa trasformarsi in un incubo in poco tempo, talmente poco da non averlo neanche potuto prevedere. 

Ti porterò con me un giorno, se vuoi, e vedremo l'Aurora Boreale insieme, lo prometto..

Ancora. Riaprì gli occhi quando un altro frammento gli balenò, anche se felice per aver interrotto i suoi pensieri negativi.

Quella notte era simile e diversa allo stesso tempo. Era silenziosa, quasi inquietante, un silenzio fin troppo sconosciuto per il Regno del Vento: nessun uccellino notturno cantava, il vento era talmente lieve che le foglie e l'erba si muovevano senza far rumore. Era come se Ikor non fosse lì, come se fosse solo un sogno lucido fin troppo simile alla realtà ma troppo distante. Se quello fosse stato un sogno, però, si sarebbe addormentato e svegliato solo quando diventava un incubo.

Una leggera brezza gli mosse i capelli, non forte da  scompigliarli, ma abbastanza da percepirla, simile a un fischiettio lontano, come quello che i Rocciosi usavano per comunicare nel deserto. Tutto, tutto era così uguale che per un attimo si spaventò veramente, timoroso di esser tornato a quella notte di tanti anni prima. 

L'aria  fresca  della notte gli colpì le gambe e le ginocchia nude  mentre   correva  il più lontano possibile, con le lacrime agli occhi. Il Regno del Vento  pareva  ancor più  spaventoso  e pericoloso del Regno del Ghiaccio, soprattutto viste le isole sospese  senza  una protezione  per  una  potenziale  caduta. Gli  alberi  erano fitti nel cerchio di territorio in cui si trovava, i cespugli spogli e i rami taglienti, tanto da lasciare qualche graffio sulle parti di gamba da  sotto  il ginocchio alle caviglie, dove i pantaloncini della divisa regale non coprivano la pelle. I piedi nudi, abituati alla sensazione fredda e bagnata della neve,   sfrecciavano  tra il fango e i sassolini,  sporcandosi  ad ogni passo mentre il sentiero si faceva sempre più  lontano  e piccolo. Voleva scappare,  doveva  scappare, e non tornare indietro. Se si  sarebbe  fermato, le guardie lo avrebbero preso e su sarebbe dovuto subire l'ira del padre, e dopo quello che era accaduto  non  aveva neanche voglia. Si  fermò  solo per un istante quando smise di sentire passi dietro di  , riprese fiato e si guardò in torno. L'isola su cui erano  ospiti  era piccola per l'intera famiglia reale, una squadra di  servitù  e una per i soldati, ma la più grande di tutto il regno e non ci sarebbe stato molto prima che lo  trovassero . Se sarebbe stato abbastanza furbo da nascondersi bene, forse avrebbe guadagnato più tempo per pensare. In realtà, lui  voleva  stare da solo, e se potesse, voleva che anche la mente sua lo abbandonasse, ma era impossibile.

La notte era silenziosa e  tenebra , nessun suono o rumore so diffondeva nell'aria, eppure non era familiare e dolce come nel suo regno: era spaventosa,  inquietante , cupa. La luna era alta nel cielo mentre le stelle limpide scintillavano nel nero notturno, il cuore di Ikor che  batteva  forte  mentre  guardava in alto.
E poi, finalmente un suono: un fischio lontano che si avvicinava con una brezza fresca, piacevole, mentre i ramoscelli si muovevano sopra di lui a un ritmo libero e spensierato, lasciando cadere qualche fiore e foglia colorate, che a loro volta danzavano nel vento creando un vortice attorno al glaciale. La paura e la tristezza avevano lasciato spazio alla meraviglia e allo stupore, cercando di spiegare alla sua mente come poteva essere possibile quello strano fenomeno: forse era opera di  qualcuno ? Un tempestoso era poco probabile, forse un dio? Ikor, nato e cresciuto in una  famiglia  atea, non credeva in nessun essere spirituale religioso sopra Trytion per potenza e intelletto, ma ricordava che gli abitanti del Vento credevano in molte divinità, e i miti erano storie raccontate ai bambini prima di  dormire .

Con un altro fischio, alla danza si  unirono  anche degli insetti splendenti, che brillavano sotto il calore freddo delle stelle e illuminavano la foresta  tetra .

"Wow..." lui si fece scappare, aprendo la bocca meravigliato prima si sentire un altro fischio, più vicino. Lui rizzò le orecchie e guardò verso gli alberi.

Là, seduto sopra un ramo abbastanza alto, mentre soffiava via dalla mano dei fiori gialli, c'era lui, con quei profondi occhi blu scuro che sorridevano.

Dei passi lo fecero sobbalzare, svegliandolo da quel ricordo lontano. Quel vortice colorato era sparito e davanti a lui si ergeva una piana foresta nera. Non si girò nemmeno quando una figura si sedette accanto a lui, colpendogli la spalla con un braccio nel tentativo di appoggiare la schiena sulla corteccia ruvida.

"Sei scappato" gli disse il tempestoso, guardando il suo profile mentre Ikor continuava a fissare il vuoto davanti a lui.

"Dovevo pensare" rispose, chiudendo gli occhi e sospirando. La presenza di Eron non era una novità: a volte gli piaceva la sua compagnia, ma stavolta preferiva starsene per conto suo, non per colpa dell'amico, semplicemente non lo voleva lì.

"A me sembra che tu stia cercando di smettere di pensare..." alzò un sopracciglio e sorrise, ma il divertimento sul suo viso svanì quando il glaciale rispose con una semplice e corta occhiata fredda. Eron era sempre agitato, irrequieto, troppo estroverso e talvolta fastidioso, ma rispettoso, e Ikor amava molto quel suo pregio: sebbene la sua natura folle e tempestosa, a volte testarda, lui si calmava facilmente, restando in silenzio non appena qualcuno gliel'ordinasse o ne aveva bisogno.

Sbatté gli occhi, mentre le immagini continuavano a riaffiorare. Lui, le sue parole, ciò che gli aveva insegnato e che lui aveva tenuto per tutti quegli anni...

"Chi sei? È opera tua?" Lui si allontanò, mentre le foglie e i fiori finivano di ondeggiare a poco a poco, cadendo sul terreno umido e sull'erba fredda, la paura che ritornava a crescere. Non si era perso, l'isola era troppo piccola, ma incontrare uno sconosciuto di notte, per un bambino, un principe, l'erede al trono, era piuttosto spaventoso.

"Ti ho visto e ho pensato di farlo.." rispose, scendendo con un balzo dal ramo e avvicinandosi. Dalla voce pareva un bambino, probabilmente della stessa età, ma le chiome degli alberi impedivano la completa visione della figura.

"C-Chi sei?" insistette, indietreggiando ancora, finché non lo vide uscire al chiarore della luna. Pelle celeste, capelli blu, occhi azzurri: un tempestoso, un bambino, come aveva intuito, della stessa età ma leggermente più basso.

"Facciamo così, io ti dico chi sono se mi dici chi sei tu" rispose, porgendo delicatamente la mano sudata e sporca di terra e muschio. Ikor esitò a stringerla, sia per non sporcare le mani, oltre che i vestiti e le gambe già infangati, sia per quel senso di paura e protezione di se stesso.

"Mi chiamo Ikor, unico figlio di Re Kori, erede e principe del Regno del Ghiaccio..." rispose freddamente, cercando di sembrare freddo e impassibile. Non sapeva le intenzioni di quel bambino, tanto valeva spaventarlo per levarselo dai piedi il prima possibile.

"Ciao Ikor" lui sorrise calorosamente, saltando sulle punte dei piedi e mettendo le mani dietro la schiena. Per un attimo, rimase sorpreso che non abbia fatto ulteriori domande o che si sia chiesto cosa ci facesse un principe glaciale nel regno del ghiaccio: sembrava si stesse comportando normalmente, e per normalmente intendeva strano. Sembrata troppo a suo agio. 

"Che cosa vuoi da me...?" chiese, rilassando i muscoli e guardandolo con più calma. I tempestosi non erano violenti come gli ardenti, ma avevano il vento in testa, erano quindi imprevedibili. 

"Giocare" rispose con un sorriso innocente, come se non fosse notte  fonda, da solo, su un'isola che probabilmente non era neanche sua. Ikor alzò un sopracciglio, confuso. Il suo principale obbiettivo era rimanere da solo, ma sarebbe sembrato sgarbato rifiutare una richiesta da parte di una persona che lo aveva un po' aiutato a calmare l'ansia e i pensieri. Quello spettacolo di petali e colori era stato piuttosto ipnotico. Inoltre era buio, e, nonostante la luce fioca della luna, era pericoloso "giocare": probabilmente l'isola sarebbe finita con un precipizio a pochi passi. 

"I glaciali non giocano. Loro parlano, discutono. E sono troppo stanco" rispose, guardandolo negli occhi quasi con sfida, anche se sperava che a questa scusa ridicola il tempestoso sarebbe scappato. Era stanco, certo, sia per la fuga che per gli avvenimenti antecedenti, ma non voleva assolutamente parlare o discutere. Anzi, se le guardie glaciali lo avessero trovato, probabilmente avrebbero arrestato quel poverino per tradimento. Rimase sorpreso quando lui sorrise, di nuovo, chiudendo gli occhi e squadrando la testa di lato leggermente. 

"Va bene, vuol dire che faremo quello, Ikor..."

Ikor...

"Ikor?"

"Che succede?" aprì gli occhi di soprassalto, mentre il flashback spariva, spazzato dal vento. Si toccò il bracciale, temendo un attacco dei Darkan che, anche se soliti apparire durante il giorno, potevano presentarsi anche durante la notte, quando tutti dormivano. 

"Pensavo stessi dormendo..." alzò le spalle il tempestoso di fianco a lui, intrecciando qualche stelo e corteccia, sporcandosi le mani di terra e muschio. Come aveva sempre detto, le mani di un abitante del Regno del Vento erano sempre occupate, talvolta sporche, ma sempre impegnate a creare, realizzare qualcosa di stupendo. Erano creativi, i tempestosi,  e le loro creazioni fantasiose come la loro mente: l'arte, la letteratura, la mitologia del Vento erano a dir poco sbalorditive, per quanto fossero complicate. Una volta Ikor aveva visto Eron creare una rosa di foglie, in cui lo stelo era formato da un rametto secco trovato per terra mentre stavano cercando la Torre degli Elementi. Era stato un dono davvero speciale, che il glaciale aveva buttato subito dopo, ma non lo avrebbe mai ammesso né a lui, né a qualcun'altro: nemmeno Trition in persona.

Sospirò mentre un altro frammento gli accarezzò gli occhi, proiettando un'immagine irreale nella mente.

Loro erano lì, a guardarsi. Il bambino sconosciuto gli accarezzò la mano, stringendola gentilmente mentre lo accompagnava in un luogo al di là del piccolo bosco. Si sedettero sulla roccia umida e sporca, e Ikor capì subito che si trovavano proprio sul burrone a picco sul cielo, il vento era più minaccioso, ma comunque tenero e rilassante, e aiutò a calmarlo al sol pensiero di cadere. Non voleva morire, neanche dopo la brutta litigata che aveva avuto con suo padre non appena aveva visto sua madre, la severa e giusta regina del Regno del Ghiaccio, senza vita e pallida nella camera da letto: morta per una sconosciuta malattia letale che l'aveva colpita non appena sorpassato il confine del Regno del Vento. Aveva ancora bisogno di sua madre, dei suoi teneri abbracci quando lasciava andare la rigidità genitoriale. Ikor aveva incolpato tutto e tutti, mentre Re Kori aveva ipotizzato una malattia tempestosa: lo aveva sentito parlare con un medico mentre nascosto in un armadio, e ricordando ciò aveva lasciato la mano del bambino accanto a lui. 

"Hanno ucciso mia madre" disse, e il tempestoso lo guardò alzando un sopracciglio. Nessuno gli aveva chiesto di parlare, eppure lo aveva fatto lo stesso. Se quel bambino lo avesse voluto morto, lo avrebbe già fatto buttandolo giù dal dirupo, anzi, probabilmente lo stava seguendo da molto più tempo di cui se ne fosse reso conto: ben prima del teatrino e del vortice di petali. 

"Mi dispiace..." rispose. 

Mi dispiace.

"Mi dispiace, Ikoko, ma adesso posso tornare a Torre Tempesta?": Eron si lamentò, sbadigliando e stiracchiandosi, alzando le braccia al cielo e guardando in alto. 

"E' bella, vero? La notte..." sospirò, Ikor non rispose ma seguì il suo esempio e alzando lo sguardo. 

"Nel Regno del Ghiaccio è diverso. Il cielo è sempre coperto da nuvole di neve, e quando non lo è, si illumina" spiegò, immaginandosi l'Aurora Boreale, bella e splendente, in alto nel Regno del Vento: sarebbe fantastica, probabilmente era possibile volare su una foglia e toccarla. Ma ogni cosa, ogni singola foglia, rumore, parola, lo riportavano a quel ricordo: di come aveva spiegato a quel bambino del fenomeno, del suo Regno, di come sarebbe tornato. 

"Un giorno vorrei vedere l'Aurora Boreale, allora" aveva sorriso, agitando le gambe energicamente. 

"Non sai come andare nel Regno del Ghiaccio però..." rise. Aveva riso, dopo tutto quello che aveva passato: sua madre, suo padre, la fuga... rideva? 

"Ma tu sì... Verrai a prendermi quando sarà il momento?"

"Ritornerò qui un giorno e ti porterò con me, se vuoi, e vedremo l'Aurora Boreale insieme, lo prometto"

Aveva promesso. Aveva fatto una promessa che non poteva mantenere. Gli occhi si fecero ludici e la visione distorta, sfuocata. Voleva piangere, pentirsi di esser scappato quella notte e incontrato quella persona: lui era stata la sventura di entrambi, e molto probabilmente Ikor non poteva nemmeno inginocchiarsi e chieder perdono. Aveva pensato si aver trovato un amico, un tesoro, dopo aver parlato per tanti minuti e riso. Riso... 

Il mondo era come scomparso mentre discutevano, parlavano, si divertivano. Il vento continuava a correre tra loro, rumoroso nella notte silenziosa, talmente da non sentire i passi pesanti degli scarponi, il tintinnio dei cristalli e i respiri affannati dei soldati avvicinarsi. Solo quando avevano varcato il piccolo bosco si accorsero, troppo tardi. L'incubo aveva iniziato, veloce e tagliente come vento e ghiaccio, e a Ikor pareva quasi di non esser presente mentre tutto accadeva. Faticava a sentire le mani fredde dell'armatura dei soldati mentre lo trascinavano via dal bambino, il tempestoso che urlava e piangeva spaventato mentre lo trascinavano in piedi violentemente. Il principe voleva fare qualcosa, probabilmente abbaiare, ordinare di lasciarlo andare, ma era immobile: non era pietrificato, non era ferito, semplicemente non riusciva a muoversi, le parole non uscivano dalla bocca mentre la gola bruciava. 

L'altro ululava, si agitava, muoveva i piedi e le mani nel vano tentativo di scappare, intimorito dall'improvvisa imboscata. E poi, si è riuscito a liberare, portando il peso verso la schiena e spingendosi, ma così facendo perse l'equilibrio e cadde. 

Cadde. Nel vuoto. Nessun urlo. Nessun pianto. I soldati liberarono Ikor, che, atterrito, si lanciò verso il precipizio e guardò sotto. Niente: nessun'isola, nessun cadavere, nessun tempestoso. 

"Ikor, sei sicuro di star bene?" Eron lo scosse leggermente, appoggiando una mano sulla spalla e guardandolo con un cipiglio preoccupato.

"Tu sogni sempre ad occhi aperti, vero?" il glaciale rispose con una domanda, evitando un contatto visivo, che in quel momento non voleva, oltre al fatto che il tempestoso sapeva leggere nello sguardo con una perfezione tale da stupire ogni volta. Lo sentì annuire.

"Cosa succede quando c'è un incubo?" proseguì, voltandosi e guardandolo, con gli occhi stanchi e leggermente lucidi. Eron lo guardò e capì, aprendo la bocca stupito dalla domanda, ricomponendosi subito dopo con una smorfia. 

"Non saprei... Che tipo di incubo?" chiese e alzò un sopracciglio. 

"E' più simile a un ricordo lontano, di tanti anni fa..." Ikor brontolò, sentendosi però più leggero dopo quella minima confessione: Eron, anche se un grande ciarlatano, sapeva ascoltare, e i suoi consigli erano anche piuttosto curiosi e furbi, tuttavia non voleva raccontare ogni singolo dettaglio del suo passato: si sentiva ancora colpevole di quello che era accaduto. Probabilmente quel bambino, adolescente se fosse sopravvissuto, non lo avrebbe riconosciuto dopo una stupida notta, eppure in quei pochi minuti Ikor si era sentito come mai prima: quella sensazione di libertà, spensieratezza, in cui la mente taceva e il cuore parlava... la rivoleva. 

"Capisco... Che tipo di ricordo?"

"Un bambino, un tempestoso, anni fa, l'ho visto cadere da un'isola..."

"Oh..." la sua espressione cambiò ancora, interrompendo il contatto e guardando l'erba verde e bianca illuminata dalla luna, un cipiglio indeciso sul viso che si trasformò in concentrato e determinato, mentre le mani corsero verso l'orlo della maglia leggera, tirandolo e sfilandosela. 

"Hey!" Ikor esclamò, arrossendo dall'improvviso e insensato gesto. Sollo allora notò una cicatrice vecchia, più chiara della carnagione turchese dell'amico, sulla schiena, che correva dal fondoschiena fino alla clavicola, curva, quasi come se seguisse la colonna vertebrale. Era curioso di sapere come si fosse procurato quella ferita, probabilmente molto seria, anche se non capiva un collegamento logico al suo racconto. Tuttavia, non appena la luca della luna, che trasparse tra la chiome degli alberi, illuminò i suoi occhi blu scuro, trasformandoli in un azzurro chiaro, capì. 

Eron. Quel bambino tempestoso. Loro due erano la stessa persona. 

"Cosa!? T-Tu... Tu lo sapevi?!" chiese, confuso, scioccato, la mente che esplodeva in una tempesta di pensieri, domande e risposte. 

"Si... Almeno... Pensavo mi avessi dimenticato, per questo non ho detto niente..." Eron scosse la testa, rabbrividendo e rimettendosi il pigiama. No, non lo aveva dimenticato, aveva pensato a lui costantemente, ogni giorno, ogni anno, pensando fosse morto, ferito, arrabbiato. 

"Io... Pensavo fossi morto..."

"Ma io sono qui" sorrise, ridacchiando tra sè e sè "Ha fatto male, ma ne è valsa la pena, per rincontrarti intendo"

"Mi dispiace per quello che è successo" Ikor lo squadrò di nuovo, quasi come se stentava a crederci, di nuovo. 

"Non è stata colpa tua, Ikoko, altrimenti non sarei qui a consolarti, no?" rise di nuovo. E lui rise con lui, sorrise più che altro. 

"Vorrei cambiare tutto però. Vorrei cambiare la notte in cui ci siamo conosciuti" chinò il capo, giocherellando con le dita mentre sentiva un senso d'imbarazzo sopraffarlo. 

"Anche io, ma possiamo farlo. Fingiamo che non sia successo niente anni fa, io ti ho conosciuto adesso, okay?" rise, porgendo la mano "Ciao, sono Eron, guardiano del Vento, vedremo l'Aurora Boreale insieme, vero?"

"Piacere, Eron" sorrise, restando al gioco "Mi chiamo Ikor, guardiano e principe del Ghiaccio. E certo, ti porterò un giorno, lo prometto."

La luna risplendeva sopra i loro capi e la piccola foresta mentre scoppiavano in una risata, divertendosi, facendo credere a se stessi che quella notte fosse quella in cui si erano conosciuti.

 

 

Notes:

I wrote this instead of sleeping, for three daysm but I hope you liked it. I'm also sorry for not translated it in English, but I can barely find time for write..