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ti porterei ogni tanto via

Summary:

"Il calore dei loro corpi gli sta sciogliendo i muscoli.
I loro respiri lenti e cadenzati sono l'unico rumore che riempie la stanza, e gli sembra quasi che siano sincronizzati nel modo in cui uno comincia quando l'altro finisce.
Le loro gambe sono annodate in un intreccio che hanno inventato tutto loro."

 

or: I tre dell’ave maria festeggiano il compleanno di Simone a villa Balestra insieme ai loro amici. Come fidanzatini.

Notes:

Ora lo dirò più chiaramente, quindi prestate bene attenzione: in questa fic loro tre si p i a c c i o n o, okay? Con tutte le implicazioni del caso. Hope that helps.
Se non vi piace, non leggete, voglio solo divertirmi, niente di tutto ciò è reale, touch some grass, ecc ecc.

Qui non ci interessa come si sono messi insieme (…per adesso), ci interessa solo che ci stanno e basta, quindi non fatevi troppe domande ok
Ho cercato di essere il più fedele possibile alle loro personalità <3

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Manuel espira una boccata di fumo nel buio fresco della sera. “Allora, te sta piacendo la festa?”

Simone si volta per guardarlo, gli rivolge un’occhiata torva e si riporta la canna alle labbra. “Sì. Però se Matteo non avesse fatto esplodere i miniciccioli sul tappeto di nonna, forse mi starebbe piacendo un po’ di più, pensa.”

È il compleanno di Simone e per l’occasione hanno organizzato una festa a villa Balestra, sotto l’attenta supervisione di Manuel e Mimmo. Si sono proprio superati, Manuel deve ammetterlo: la musica, i palloncini, le luci, il cibo, l’alcol, gli amici. Dopo il fiasco dell’anno scorso hanno deciso di comune accordo di optare per qualcosa di più intimo, più tranquillo.   
 
Simone è stato bene fino ad ora, o almeno così gli sembra. Non l’ha ancora visto rabbuiarsi per loro sanno chi, non durante la festa. Non può dire la stessa cosa di quella mattina, invece: è stata dura come al solito.

“Vabbè ma io che c’entro, scusa? Che ne sapevo che quer coglione portava i miniciccioli e li faceva esplodere in casa. Non è colpa mia.” Incassa le spalle e si porta la mano libera al petto.

“Ah sì? E di chi è, di Mimmo?”

“Ma te pare, lui c’entra meno de zero.” Il modo in cui si butta a capofitto per difendere Mimmo tuttora lo lascia spiazzato; se ci pensa troppo gli sembra ancora un po’ strano, eppure ormai gli viene naturale. Come se dovesse difenderlo da Simone, tra l’altro, il quale probabilmente si ucciderebbe prima di prendersela con Mimmo. “Me sembra ovvio che l’unico colpevole in ‘sta faccenda sia Matteo sé medesimo. Spacca la faccia a lui se proprio vuoi mena’ qualcuno.”

“Sarà direttamente mia nonna a farlo. Non lo diresti mai, ma quella donna ha una forza nelle braccia che se te molla ‘na pizza, te ritrovi co' la faccia rivoltata di centottanta gradi e il collo spezzato. Se ci vado di mezzo io, te meno sul serio, Manuel.”

Il suddetto sghignazza e si passa la lingua sul labbro inferiore, tornando a guardare oltre il porticato. È sera inoltrata e l’oscurità ha completamente inghiottito il casolare, salvo per qualche luce da esterni sparsa qua e là nell’erba, il bagliore proveniente da dentro casa che filtra attraverso le finestre, e la volta stellata sopra di loro. Se Manuel si addentrasse nel verde davanti a sé, probabilmente scomparirebbe nel nulla. Chissà che effetto farebbe vedere la villa da lontano immersa in 'sto nero sconfinato, si trovò a pensare; gli viene in mente che assomiglierebbe a una barca in balìa del mare notturno.
 
L’unico rumore udibile è quello ovattato della musica e delle risate, per il resto tutto tace. In estate i grilli si dilettano in mille concerti, ma questa non è la loro stagione.  
 
“Vabbè, comunque tua nonna mi ama. Se le dico che te non c’entri niente, vedi che te ne esci pulito.”  
 
“Seh, certo. Mia nonna ama Mimmo, te ti tollera appena.”  
 
“Nun te credo, te lo sei inventato.” Si avvicina a Simone facendo perno coi gomiti sulla balaustra in legno a cui sono appoggiati, sfoggiando un sorrisetto arrogante. “Tollera. Ma nun puoi dì sopporta come ‘n cristiano normale?”
 
“Scusa hai ragione, mi ero dimenticato che l’italiano non è la tua lingua madre.”
 
Questa era carina, glielo deve concedere. “E te invece? Mi tolleri?”  
 
Gli angoli della bocca di Simone minacciano di piegarsi all’insù. “No. Non ti tollero affatto, neanche un po’.”  
 
“Strano.” Manuel piega la testa di lato, guardandolo di sbieco. “Nun me risulta.” Lo bacia piano, senza fretta.    
Quando si staccano, Simone gli sussurra sulle labbra: “Beh, ti sbagli.”

Lo stridio della porta-finestra che scorre lungo i solchi gommati dei serramenti fa voltare entrambi, e la vista che gli si palesa davanti innesca in Simone e Manuel una reazione per loro divenuta automatica, quasi condizionata: la nascita di un tenero sorriso sul viso del primo, e di un ghigno compiaciuto a dir poco diabolico su quello del secondo.  
 
La figura di Mimmo è slanciata da una semplice camicia bianca portata fuori da un paio di pantaloni neri semi eleganti.

“Oh, c state a fa’ qua fuori? Tornate?” Una punta di aspettativa gli colora la voce che li raggiunge soave viaggiando attraverso l’aria fredda che li separa. Manuel non sa bene a cosa attribuire il brivido che sopraggiunge fulmineo e gli percorre leggiadro la schiena, se al vento gelido – troppo, per essere fine marzo – o all’ultima domanda racchiusa in quella singola parola; l’unica cosa certa è che nell’uscire non si è portato dietro la sua giacca. Manuel volta la testa quel poco che gli basta per appurare che quel tono mezzo supplichevole ha fatto centro nel cuore del corvino, che ora ha un’espressione idiota stampata in volto.

C’avrebbe scommesso.

Simone è come una bambola di pezza nelle mani del biondino, si squaglia come burro al sole quando gli scocca un’occhiata dolce o gli prende la mano, figurarsi davanti a frasi di quel tipo. Con Manuel non attacca. Più o meno. Perlomeno cerca di far finta di no – ha una certa reputazione da mantenere, in fondo.

Il fatto è che probabilmente gli sarà uscita così, in modo del tutto spontaneo e naturale, il che in effetti renderebbe la cosa ancora più maledettamente sdolcinata e stomachevole. Come se la festa che da più di tre ore sta facendo vibrare i muri di villa Balestra fosse di colpo diventata la cosa più noiosa del mondo senza di loro e fosse venuto a chiedere quanto ancora avessero intenzione di trattenersi fuori, e se per favore potessero sbrigarsi a tornare da lui?
Ok, forse sta parafrasando ma il senso è quello, insomma. Da com’è messo Simone, crede che anche lui si sia fatto il suo stesso viaggetto mentale.  
L’altra alternativa è che quel demonietto sappia quello che sta facendo e che stia gongolando nel vederli boccheggiare come due fessi. Non escluderebbe questa ipotesi a priori. O semplicemente Manuel ci sta pensando troppo e basta.

Sta solo cercando di dire che capisce Simone, ecco tutto. Lo capisce.  
 
“Sì sì, mo rientriamo.”

Il buio della sera fa sì che gli occhi di Mimmo risultino più scuri e tempestosi di quanto in realtà non siano; Manuel riesce a notarlo anche da quella distanza. Da vicino, sotto una luce più chiara, sarebbero più cristallini, più vivaci. Non esprimerà mai questo concetto ad alta voce neanche sotto tortura, ma a volte pensa che si perderebbe per ore a scrutare i molteplici filamenti che vanno a comporre le sue iridi, solo per finalmente riuscire a decretare il colore che sovrasta su tutti gli altri. Ogni volta che li guarda sembra che cambino colore, e lui ricomincia da capo.  
 
Gli occhi di Simone, per contro, sono delle pozze brune di ambra scura in cui si tufferebbe volentieri e da cui non vorrebbe più risalire per riprendere fiato.

Gli stessi occhi su cui si è perso a vagheggiare per venti secondi buoni ora saettano dai loro volti alle loro mani, che ancora tengono incastrate fra le dita le canne ormai quasi giunte al termine.
Il suo viso si accartoccia adorabilmente e la testa compie un paio di piccoli impercettibili scatti. Sembra uno scoiattolo quando fa così. O una volpe.

“E ja, v’avevo detto di smettere con quella roba.”

Simone fa un ultimo tiro, per poi estinguere lo spinello nel posacenere che tiene nascosto dietro al vaso di una pianta che ha visto giorni migliori, di cui neanche Virginia si cura più. Si avvicina a Mimmo.

Manuel non ha così tanta fretta. Rimane appoggiato alla balaustra con la parte bassa della schiena, contando di finirsi la canna fino all’ultimo granello, intanto che si gode lo spettacolo. Sono belli.

“Sì lo so, ma era solo una, dai. E poi è il mio compleanno, quindi possiamo fare tutto quello che vogliamo.” La sua voce è sciolta mentre lo dice, quasi buffa, slegata da qualsivoglia inibizione. Abbassa il mento per baciarlo e Mimmo glielo concede, anche se con un’espressione un po’ contrita per l’odore acre e per niente piacevole che si è cucito addosso al suo ragazzo che – lo sa – non accennerà ad andare via per la prossima mezz’ora, minimo. Manuel sbuffa dal naso, divertito. Mimmo non fuma mai con loro perché dice che ha l’ansia di essere beccato e ritornare in carcere per possesso e uso di sostanze stupefacenti, il che non ha nessun diritto di essere così divertente. Poi dice che quando lo fanno, parlano un po’ strano.

La cosa che lo fa sempre ridere è che tra loro tre, uno non direbbe mai che l’ex carcerato sia Mimmo. Forse lui e Simone. Beh Simone no, non con quel faccino che si ritrova; Manuel decisamente. Ma Mimmo no. A volte lo guarda e gli sembra quanto di più lontano possa esistere da un simile concetto, con quel volto angelico e affilato, e quella sua voce sempre cauta e misurata, come a voler traversare il mondo in punta di piedi. Eppure, al contempo, a Manuel sembra che la sua luminosità riempia le stanze che occupa in maniera quasi prepotente. Un concetto alquanto irritante, perché lo lascia sempre un po’ disorientato e non sa che fare con se stesso. Lo pensava anche prima in realtà; ora quel sentimento si mischia piacevolmente con una sensazione di calore che percepisce all’altezza del cuore. Più o meno in quella zona, insomma.
 
Poi si ricorda che ha anche mandato in ospedale n’omofobo del cazzo con una spranga di ferro, e allora si ripiglia: non è sempre così docile come sembra, e sa cavarsela – non così – perfettamente anche da solo. Quel ragazzo è un prisma dalle mille sfaccettature, mettiamola così.

Si domanda come sia sopravvissuto in carcere senza lasciarci le penne, o senza permettere che la sua indole venisse calpestata ed estirpata dalla sua persona. Se ci pensa troppo a lungo, gli vengono i peli dritti sulle braccia.

“Tecnicamente, visto che è il compleanno tuo, solo te puoi fare quello che vuoi.” Mimmo incontra il suo sguardo da sopra la spalla di Simone e gli lancia un sorrisino tra il furbo e il divertito. “Te invece no, quindi ce l’avrò con te. Tanto lo so che sono tue.”

Manuel sente gli angoli della bocca piegarsi verso l’alto, uno più dell’altro, senza che lui possa fare molto a riguardo. Alza il mento con finta strafottenza. “Seh? Che voi fà, principì?”

Mimmo ride e scuote la testa, spostando lo sguardo di lato per poi subito abbassarlo. Si imbarazza così facilmente quando lui e Simone lo chiamano così. “Non ti parlo per tre giorni.”

Manuel spegne nel posacenere ciò che rimane della canna, vale a dire praticamente nulla, e si avvicina a Mimmo con passo pigro, le mani nelle tasche dei pantaloni. Il suo sorrisetto sghembo non lo abbandona mai.

“Voglio proprio vedé.” Gli accarezza la linea della mandibola, per poi incastrargli il mento tra pollice e indice, alzandoglielo un poco. “Poi chi te fa ride’? ‘Sto pinguino tutto ingessato?” Indica Simone col mento. “Seh, auguri. Te non sai stare senza de me.”

“Oh ma che vuoi oh, vaffanculo. Lui sta benissimo quando sta da solo con me, senza nessun rompipalle tra i piedi.” Si intromette Simone, dandogli una spintarella su una spalla. Tanto non la dà a bere a nessuno, sta ridendo. “E so divertirmi.”

“Ma se la tua idea di divertimento è passare il venerdì sera sotto le copertine a legge’ gialli e a scambiavve opinioni su chi pò esse’ l’assassino, eddaje su,” si congiunge i palmi e li fa dondolare su e giù.

“Ma che c’entra, quello non è divertimento, è una cosa che ci piace fare. E poi tu stai lì insieme a noi, solo che te addormenti sopra a Mimmo. Non me la tirerei tanto se fossi in te,” il sorriso di Simone si fa sfacciato.

“Non hai prove.” Sentire le loro voci intrecciarsi in mille teorie lo fa crollare come la più dolce delle cantilene.

“E invece sì, pensa un po’. Ci sono delle foto.”

“Vabbè.” Passa qualche secondo, che impiega rimettendosi le mani in tasca. Tira su col naso. “Dopo giramele,” farfuglia.

Mimmo scoppia in una risata, poi si avvicina a Manuel per lasciargli un bacio sulla guancia ispida e accarezzargli il dorso della mano con un pollice. Le sue labbra lasciano una tiepida impronta sulla sua pelle altrimenti gelida. Sorride.

“Comunque ero venuto a dirvi che stanno tutti facendo il bis e la torta sta finendo. Vi ho salvato una fetta a testa, ma non garantisco che qualcuno non se le sia già mangiate.”

Ma perché deve essere sempre così… così – mannaggia a quel porco.

“Grazie. Tu te lo sei preso, il bis?” Gli fa Simone.
 
“No, in realtà non ho mangiato neanche la prima. Ma non fa niente, tanto non avevo voglia,” si mette le mani in tasca anche lui e si dondola un po’ sui piedi.   
 
Manuel si scrocchia il collo prima a destra e poi a sinistra, terminando con le dita. “Ce penso io, tanto a Matteo non glie serve il bis.” 
 
“Ma smettila. Facciamo metà se vuoi?” Simone chiede premuroso a Mimmo, alzando una spalla; Manuel deve riconoscergli la buona idea. Sanno perfettamente tutti e tre che dovrebbe mangiare un po’ di più, quindi unire l’utile al dilettevole gli sembra una buona cosa: non si può dire di no alla torta, e metà fetta gli sembra un buon compromesso.  
 
Mimmo li guarda, prima Simone e poi Manuel, e finisce per sospirare con un piccolo timido sorriso rivolto al suolo. “Va bene.”   
 
Affiancano Mimmo da una parte e dall’altra mentre rientrano dentro, e quest’ultimo sussurra loro un “grazie”. Simone gli dà un bacio sulla tempia e gli lascia una carezza sul fondo della schiena, Manuel invece gli bacia il lembo di pelle tra il collo e la clavicola lasciato scoperto dal colletto largo, pizzicandogli un fianco.

 


 

“No vabbè. Siete seri?” Gli esce una risatina isterica. L’entusiasmo di Simone è contagioso, tanto che Manuel non può fare a meno di lasciarsi scappare un sorriso. È stata dura mantenere il segreto con Viola e Rayan, ma ne è valsa decisamente la pena. Che poi il regalo non è neanche da parte sua eh, però un po’ è come se lo fosse visto che sua sorella e Rayan l’avevano consultato per capire se potesse essere una buona idea.
 
La serata è quasi giunta al termine. Hanno bevuto, hanno mangiato, hanno ballato, hanno riso fino alle lacrime, perfino giocato a Just Dance. Manuel all’inizio si era rifiutato. Ora stanno aprendo i regali.
 
“Ma che davero? Fa vedé mpo’, Simò,” gli fa Luca, che è in squadra con lui.
 
Simone allarga bene la maglietta sul tavolo per mettere meglio in mostra l’autografo del capitano della squadra nazionale italiana di rugby, che sembra brillare di luce propria sul tessuto. “Voi siete impazziti. Ma come cavolo ci siete riusciti?”  
 
“Tutto merito di Rayan e dei suoi giri,” sua sorella risponde fiera.  
 
“Sono contento che ti piaccia! Tu sei molto fortunato, mio padre conosce il cugino del barbiere del suo autista. All'inizio non sapevamo bene cosa prenderti, ma Manuel e Mimmo ci hanno spinto nella direzione giusta, diciamo,” afferma rivolgendo a Manuel un sorriso scherzoso. Vabbè ma deve per forza dirlo così? Si scompiglia un po’ i capelli.
 
“Grazie davvero a tutti e quattro, non so cosa dire. A parte che siete dei pazzi sgravati.” Si alza per abbracciare calorosamente prima Rayan e Viola, poi Manuel. A lui lascia anche un bacio a stampo sotto all’orecchio che gli fa venire improvvisamente caldo e allo stesso tempo lo fa rabbrividire. Infine va da Mimmo e stringe pure lui. Forse gli sussurra pure qualcosa all’orecchio. Huh.
 
Simone prende un altro sacchetto. “Questo di chi è?”  
 
“Mio e di Manuel. Mica pensavi che non ti facevamo un regalo tutto nostro?” risponde Mimmo, avvicinandosi al divano dov’è stravaccato Manuel con un bicchiere di plastica rosso in mano e parcheggiandosi su una sua coscia. Il riccio alza un braccio per circondargli la vita. Non si sa mai che possa perdere l’equilibrio e cadere, ovvio.
 
Dal sacchetto Simone tira fuori un pacco, che inizia a scartare con cura. Dio, sta anche cercando di non rovinare la carta strappandola.

Manuel si raddrizza e si sporge un poco, appoggiando il mento sulla spalla di Mimmo per vedere meglio; da così vicino, può sentire il calore della sua pelle irradiargli la guancia. Alza gli occhi sul suo viso e nota che è velatamente rosso: Mimmo va sempre in corto circuito quando gli dimostra affetto così apertamente, e questo non manca mai di mandarlo un po’ ai matti ogni volta. Reprime a stento un piccolo ghigno e stringe la presa che ha sulla sua vita.

“Un vinile?” Simone fa scorrere un pollice sulla copertina del disco. Cambio. “Lucio Dalla,” dice con voce trasognata.  
 
Manul si ricorda ancora quando da piccolino la voce di Dalla colorava l’aria e le pareti della catapecchia che lui e sua madre allora chiamavano casa. È lui che ha convertito Simone e Mimmo. Ora lo ascoltano sempre dal cellulare quando stanno insieme, in quegli attimi di tranquillità in cui si ritrovano in villa a studiare o anche banalmente a cazzeggiare in camera di Simone: è diventato quasi un rituale. Si sente sempre in pace in quei momenti: è come se avesse affidato loro una piccola parte del suo passato, e loro l’avessero presa e amata e custodita fra le loro mani come una farfalla dalle ali fragili.  
 
È un po’ il loro piccolo porto sicuro, se vogliamo.   
 
Simone alza gli occhi, ora un po’ lucidi, su di loro. È un bene che Manuel stia assistendo alla scena dal divano, perché ha la sensazione che se li vedesse da vicino, potrebbe spontaneamente esplodere. Né lui né Mimmo sanno resistergli quando sfodera quei suoi occhioni da cerbiatto ferito; lucidi poi sono micidiali, e questo Simone lo sa bene. Manipolatore del cazzo.
 
Questa volta però hanno tutta l’aria di essere sinceri. E vorrebbe vedere, con un regalo così. Simone riporta lo sguardo sulla copertina, poi apre e chiude la bocca un paio di volte.  
 
“Simò, e parla, m sta venenn coccos...” Mimmo si strofina i palmi delle mani sui pantaloni.  
 
Il festeggiato emette un risolino acquoso. “Io vi odio.”  
 
“Hai sentito, Mì? Ce odia. Beh, è stato bello finché è durato.”  
 
“Pensa se gli prendevamo quei bracciali con il lucchetto e le chiavette. C’avrebbe cacciati di casa.”  
 
“Quelli erano cringe, c’avrebbe odiati sul serio.”  
 
Simone li raggiunge e li stringe nuovamente in un abbraccio. “Grazie. Non vedo l’ora di ascoltarlo insieme,” dice con un filo di voce.
 
“Scommetto che è tutta un’altra cosa sul giradischi.”  
 
“Mado co' tutto ‘sto zucchero me stanno a spuntà le carie. Prendeteve ‘na stanza.” Ma per quale motivo hanno invitato Matteo esattamente?  
 
“A Matte’, fatte un bel mazzo de cazzi tua.”


 

“Il regalo di Rayan e Viola era proprio bello,” la voce di Mimmo viene attutita dal tessuto della felpa bordeaux di Simone, il quale con una mano sorregge il suo cellulare scrollando di tanto in tanto, mentre l’altra gli lascia carezze tra i capelli. Sono distesi per lungo sul divano a tre posti del salotto, ora che i loro amici se ne sono tutti andati. L’orologio che Manuel ha guardato di sfuggita quando è passato in cucina qualche decina di minuti fa segnava le tre e mezza.     
 
Ora sta armeggiando con il giradischi di nonna Virginia, posto in un angolo del salone, per cercare di mettere su il disco che hanno regalato a Simone.  
 
“Sono dei pazzi, è bellissimo. Ma in realtà erano tutti belli.”   
 
“Tutti tutti…? Sei sicuro, Simò? Non è che ti sei perso un pezzo?” Il biondino c’ha ragione.  
 
Simone si mette a ridere. “Non avevo alte aspettative per Matteo.”  
 
“Ed è riuscito comunque a deluderle, pensa te.” Mimmo scoppia a ridere. “Quel ragazzo riesce sempre a stupirmi, è incredibile.” Matteo non aveva avuto tempo per prendergli un regalo – o meglio, non si era preso per tempo – ed era finito per comprare un set di candele pastello al negozietto sotto casa sua. Secondo il modestissimo parere di Manuel, di base quello è un regalo de merda. Se si conta anche il fatto che in realtà Matteo non aveva dato un occhio più da vicino, non accorgendosi che si trattavano di candele di Pasqua e che su di esse ci fosse stampata a lato la foto di Gesù, beh… Davvero, non ci sono parole. Le candele non sono neanche profumate, per dire. Niente di niente. Si domanda ancora perché continuino a essergli amici, dovrebbero scaricarlo malamente proprio. Se non altro offre sollievo comico in tempi bui.  
 
Finalmente Manuel riesce a capire come funziona quel marchingegno, e c’è una casetta piccola così, con tante finestrelle colorate inizia a risuonare nell’aria. Si gira con le mani sui fianchi, dà un’occhiata al macello che li circonda, che sembra che una bomba sia esplosa direttamente dentro il salotto, poi osserva i due ragazzi stesi placidamente sul divano e sente un piacevole calore pervadergli il petto. Non sa perché, ma ora ha una strana energia in corpo che gli impedisce di stare fermo a lungo. Magari potrebbe iniziare a rimettere un po’ a posto il casino, già che c’è. Dev’essere diventato pazzo. Ma che gli hanno fatto questi due?
  
“Poi Luca e Stefania c’hanno proprio azzeccato con la polaroid oh,” fa Mimmo mentre Manuel va a prendere una scopa dalla cucina annessa e inizia a spazzare il pavimento a ritmo con la musica. Ma cos’è passato lì dentro, un uragano? È uno schifo ovunque: popcorn sparsi per terra, cadaveri di palloncini scoppiati, briciole di patatine calpestate, anche un po’ di terra da fuori. Un letamaio.    
 
“Vero? Devo ringraziare tutti sul gruppone di rugby, hanno fatto una colletta perché costa un po’.”   
 
“E detesto ammetterlo ma le due streghe hanno fatto centro co' le cuffie nuove.” 

“Ma si può sapere che c’hai contro Luna e Laura? So’ carine.”  
 
“A Mì… Forse co’ te. A me, me trattano come se je avessi fatto un torto personale nella loro vita precedente.” Scherza ovviamente, sono amici, solo che loro e Manuel si trattano a pesci in faccia peggio di lui e Simone. Vabbè che con Simone lo fa per stuzzicarlo...
 
“Io le supporto,” si intromette Simone, alzando una mano come a fare presenza.  
 
“Certo, ovvio. Non avevo dubbi, tanto qua l’unico stronzo so’ io. È la giornata sfottiamo tutti Manuel e non ho ricevuto il promemoria?”  
 
“Ogni giorno lo è.”  
 
Scorge la schiena di Mimmo che si alza e si abbassa velocemente, come se stesse ridendo silenziosamente. “Voi avete un futuro come comici, dovreste andre a fà gli spettacoli nei teatri. Io pagherei per venire a vedervi.”  

“Ma cuoricino pasticcino biscottino mio,” mentre lo dice congiunge i palmi delle mani. La stanchezza lo rende ubriaco, non sta cosa sta dicendo ed è perfettamente conscio di star partendo per la tangente. “Pensi che te faremmo pagà? Già non c’hai ‘na lira, figuramose se te facciamo spreca’ i soldi pe’ du pagliacci. Ovviamente ti faremmo avere un biglietto gratis e un pass per il backstage, dove potrai assistere al degrado in prima persona e in full hd.”
 
Mimmo e Simone scoppiano a ridere. Quando sono da soli, fare lo scemo davanti a loro per farli ridere gli viene un po’ troppo facile. Che finaccia.
 
Le canzoni si susseguono una dopo l’altra.  
 
“Qualcuno di voi vuole ballare?” È stanco di farlo da solo con la scopa.
 
Mimmo gira la testa per guardarlo. “Possiamo fà domani? Non mi reggo in piedi.”  
 
“Idem.”
 
“Che pallosi che siete, mado.”  
 
“Ma tu piuttosto. Come fai a chiedere ‘na cosa del genere, che saranno le quattro del mattino.”  
 
Appoggia sul muro la scopa e si fionda sul divano, cercando di schiacciarsi il più possibile a loro per non cadere. “Fateme posto oh.”

“Manuel, non ci stai! Scendi.”

“Ma scendi te scusa, ce sei stato fino adesso mentre io sgobbavo pe’ ripulì 'sto casino.” Bello che l'idea di far scendere Mimmo non gli abbia nemmeno sfiorato l'anticamera del cervello, a nessuno dei due a quanto pare. Sembra esausto, ok? Deve riposare.

“Io rimango qui.”

“E anch'io, non vedo perché dovrei farmi da parte.”

Un sospiro scocciato si fa largo tra gli spiragli lasciati liberi dalle loro membra aggrovigliate. “E basta, mo m'avete rotto.” Mimmo si solleva su un gomito e si sposta sopra Simone, così da fare spazio a Manuel, il quale non perde tempo e si sistema meglio a fianco al corvino, plasmandosi a lui e poggiandogli la testa sulla spalla. La nuova posizione gli consente di portarsi Mimmo un po' più sopra di lui. “Vie’ qua.” Sembra che lui e Simone stiano cercando di spartirsi una coperta nel letto in inverno.

Una volta che trovano l’incastro perfetto, un sospiro collettivo – stavolta soddisfatto – si solleva nell'aria.

Stanno per un po' in silenzio, crogiolandosi nel contatto fisico. Simone gli accarezza i capelli ricci con una mano, mentre l'altra riposa tra le scapole di Mimmo; Manuel circonda la schiena di quest’ultimo con un braccio. Il calore dei loro corpi gli sta sciogliendo i muscoli.
I loro profumi si mescolano piacevolmente in un cocktail che a Manuel dà alla testa. In realtà dipende dal momento: a volte gli fa ribollire il sangue nelle vene, altre semplicemente lo mette a nanna manco fosse un gas soporifero. Questa sua reazione ambivalente sarebbe da studiare.

A eccezion fatta per la voce soffusa di Dalla che nel frattempo è arrivato a Bella, i loro respiri lenti e cadenzati sono l'unico rumore che riempie la stanza, e gli sembra quasi che siano sincronizzati nel modo in cui uno comincia quando l'altro finisce.
Le loro gambe sono annodate in un intreccio che hanno inventato tutto loro.

Totale pace dei sensi. Chiude gli occhi.

“Comunque sono felice che tu abbia mangiato l'intera fetta di torta alla fine,” dice Simone con voce leggera. Per quanto possa essere leggera la voce di un rugbista alto un metro e ottantotto, certo. E lui ce l’ha già bassa di suo, figurarsi dopo una lunga serata all’insegna di risate e schiamazzi.

“Non t'ho lasciato manco un pezzo, scusa. Era molto buona.”

“Vabbè, tanto io l'avevo già mangiata prima. E poi ho fregato un pezzo a Manu senza che se ne accorgesse.”

“Ah ecco, allora non ero pazzo! Vedi che me giro n'attimo e me ritrovo la fetta più piccola de quando l'ho lasciata.”

“Che vuoi oh, era il tuo bis.”

“Quel bis era molto importante pe' me.”

“Vi amo tanto, lo sapete?” La voce di Mimmo, appena udibile per via della stanchezza, riesce comunque a interromperli.

Manuel sente un piccolo sorriso increspargli le labbra prima ancora che sia conscio di farlo. Simone gli fa da specchio. “Anche noi. Tanto,” gli sussurra quest'ultimo.

Manuel gli lascia un bacio tra i capelli biondicci, sostandovi di soppiatto per due secondi in più per bearsi del loro profumo, poi gira pigramente la testa di lato e appoggia le labbra sulla pelle alla base del collo di Simone. Semplicemente le lascia lì, come se avesse voluto baciarlo e poi si fosse dimenticato come si fa. In effetti il suo cervello è un po' andato.
Si sente particolarmente in vena di effusioni; forse è solo l’ora tarda e la canna e la pizza e le tre birre che si è scolato durante la serata.
Decisamente.   
 
È sulle note di vorrei che il mondo si fermasse per un attimo, così scendiamo e non ci vedono mai più che Manuel sente le sue palpebre farsi più pesanti fino a che non cade in un sonno che sa di casa.

Notes:

questo è per voi, mia meravigliosa target audience composta da letteralmente 4 persone (cat, vivi, alex & dri) <3

penso che questa sia la cosa più bella che io abbia scritto finora per questo fandom??? ayo ma che cazzo.

comunque la cosa dei miniciccioli mi è successa davvero, a capodanno, solo che quel cretino li ha lanciati prima per terra sulle piastrelle e poi NEL CAMINO. io davvero non-

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