Chapter Text
“No”.
Questa era stata la risposta di suo padre quando un giorno Simone, sette anni compiuti da poco, gli aveva chiesto di poter tenere il gattino che avevano trovato in giardino quel pomeriggio d’estate.
“Ma perché no?”
“Ho detto di no”.
Suo padre non gli aveva mai fornito delle ragioni, ché era troppo piccolo, al tempo, e forse, secondo lui, non sarebbe stato in grado di capire. Oppure, come era più plausibile che fosse, suo padre non aveva alcuna buona ragione per giustificare il suo dissenso e non voleva aprire una discussione che non avrebbe mai avuto fine, perché Simone, degno figlio di suo padre, era testardo quasi quanto lui.
Il gattino – Simone lo aveva chiamato Neve, ché era piccino e di un bianco sporco quando l’avevano trovato che vagava impaurito tra i cespugli in giardino – suo padre non gli aveva nemmeno dato occasione di portarlo in casa. Era rientrato e, sfogliate le pagine gialle, era bastato un colpo di telefono e una conversazione di qualche decina di secondi con un suo amico di vecchia data per trovare una nuova casa a Neve, che Simone non aveva mai più rivisto.
Aveva pianto, quel giorno, e a nulla erano servite le lacrime e le preghiere urlate aggrappato alle ginocchia di suo padre.
“Sei cattivo! Sei proprio un papà cattivo. Se lo chiedevo a mamma, mi diceva di sì”.
“Simone, staccati. Lasciami andare e smettila di fare i capricci”.
Non aveva proferito parola alcuna su Floriana, sua moglie e madre di Simone, che li aveva abbandonati due anni prima a causa di un malore improvviso che l’aveva stroncata nell’arco di pochi giorni.
Simone era ancora troppo piccolo per capire e suo padre – ché ormai solo lui gli era rimasto, oltre a sua nonna, che però abitava fuori Roma e che vedeva solo una volta al mese – si era trovato da solo a gestire una casa troppo grande per essere abitata da sole due persone e una mancanza che non aveva ancora capito bene come riempire. E si era trasformato nell’ombra di se stesso, ché l’affetto che aveva sempre riservato a suo figlio si era inaridito a causa di tutto il dolore che sembrava non riuscire a lasciare andare.
A nulla, dunque, erano servite le suppliche di Simone, che, sotto ordine di suo padre, era rientrato in casa e, preso dalla rabbia dell’ingiustizia, si era chiuso nella sua cameretta così che suo padre non potesse vederlo piangere ancora, ché per lui la delusione di quel rifiuto non era un semplice capriccio.
Era un’ingiustizia. Un’ingiustizia immotivata, e lui Neve non aveva nemmeno potuto accarezzarla, e nemmeno questo era giusto.
“Simone, non toccarlo. È un gatto randagio, porta malattie”.
Ma Neve era piccola, piccolissima, e strillava disperata, in cerca di qualcuno che potesse prendersene cura, e Simone avrebbe voluto tanto.
Avrebbero potuto dormire insieme e l’avrebbe aiutato nei compiti, soprattutto in storia, che tanto detestava. Gli si sarebbe acciambellata di fianco e lo avrebbe ascoltato attentamente mentre lui leggeva ad alta voce dei Sumeri, dei Babilonesi e degli Assiri e cercava un modo per distinguerli l’uno dall’altro.
Avrebbero potuto giocare insieme tutto il giorno, e Simone l’avrebbe mostrata a tutti i suoi amichetti, che avevano tutti un animale domestico, e lui quasi si sentiva tagliato fuori a non averne uno. E poi a casa era sempre da solo: non aveva un fratello, né una sorella, e spesso si annoiava.
Ma non avrebbe potuto fare nulla di tutte queste cose, ché, nell’arco di un’ora, aveva avvertito il rumore di pneumatici farsi sempre più vicino e una macchina scura parcheggiarsi proprio nel vialetto di casa.
Li sentiva distanti, i rumori, ché aveva aperto la finestra quanto bastava per poter sentire la conversazione in giardino senza correre il rischio di essere scoperto a origliare.
“Dante, sono corso subito qui. Come stai?”
“Armando, ciao. Da quanto tempo… si va avanti. Il gatto è dietro il cespuglio, non si è mosso da quando l’abbiamo trovato”.
“Quel gatto ha un nome” pensò Simone.
“Si chiama Neve, ed è il mio gattino. Che vuole questo signore? Anche lui è cattivo come papà”.
Ma in cuor suo sapeva che non avrebbe rivisto Neve, ché suo padre era stato chiaro, e in casa loro non avrebbe mai messo piede nessun tipo di animale.
Intanto, i due uomini avevano messo Neve in una gabbietta, mentre lei ancora miagolava disperata.
“Grazie, Dante, davvero. Mia figlia sarà felicissima. È da mesi che mi chiede un gattino. Sono felice che tu mi abbia chiamato”.
“E di che, Armando. Figurati, per un amico questo e altro”.
E anche Simone voleva un gattino, e l’aveva detto chiaro e tondo a suo padre. Quindi perché non aveva saputo ascoltarlo?
Papà cattivo, ecco cos’era.
Perché suo padre non poteva essere come Armando? Avrebbe preferito mille volte avere Armando come papà, ecco. Forse, oltre a regalare un gatto alla propria figlia, l’aiutava anche a fare i compiti.
Suo papà non lo aiutava mai e, se non avesse capito un argomento, sarebbero stati fatti suoi. Avrebbe dovuto chiedere alla maestra di rispiegarlo, ché tanto era lì per quello, e avrebbe saputo come aiutarlo.
Armando era un papà buono.
Con la stessa rapidità di quando era arrivato, Armando era andato via, portando con sé Neve.
Simone non li avrebbe mai più rivisti, nessuno dei due.
Con le lacrime agli occhi e il naso gocciolante, aveva chiuso la finestra di camera sua, nonostante facesse tanto caldo quel giorno, e, presi fogli e matita, aveva preso a disegnare.
Dall’astuccio di scuola, aveva afferrato un paio di matite e, con le lacrime che minacciavano di cadere dritte sul foglio e macchiare tutto, col pastello nero aveva preso a tracciare i contorni della figura che avrebbe poi riempito di bianco.
“Finalmente ho capito a cosa serve la matita bianca!” si disse.
Era servita Neve per impararlo.
La matita bianca serviva a riempire il vuoto lasciato da Neve, quel vuoto dai contorni neri e sbavati, un po’ troppo calcati.
Quel vuoto che non avrebbe mai riempito, di una delusione che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Col pastello viola – proprio quello del suo colore preferito – aveva tracciato con l’incertezza di chi aveva imparato a scrivere da troppo poco tempo le lettere storte che componevano il suo nome.
Simone e Neve.
Ché nel disegno, proprio di fianco al micio dalle dimensioni sproporzionate, si era aggiunto anche lui, le linee storte che formavano le gambe e le braccia e sul volto stampato un sorriso enorme, quello che avrebbe avuto se Neve fosse rimasta con lui.
Simone e Neve.
“E questo?”
Simone, diciassette anni ormai compiuti, aveva alzato appena lo sguardo dal libro di letteratura inglese che teneva aperto sulle gambe e, l’evidenziatore giallo ancora stretto tra i denti, aveva rivolto l’attenzione a Manuel, il suo ragazzo da ormai tre mesi.
Manuel, più grande di lui di due anni, frequentava il quarto anno di superiori, anche se avrebbe dovuto essere in quinto, ma era stato bocciato in terzo superiore e si ritrovava, quindi, a essere un anno indietro.
Non che gli dispiacesse, ovviamente. Ripetere l’anno gli aveva dato occasione di incontrare Simone.
Simone lo aveva conosciuto così, infatti: tra i corridoi di scuola, quando Manuel, che quell’anno si era candidato come rappresentante d’istituto, lo aveva avvicinato durante l’intervallo per dargli il volantino della sua associazione e spiegargli perché fosse importante votare.
Gli aveva offerto uno scadentissimo caffè alle macchinette, con la scusa di parlargli delle elezioni imminenti, ma poi aveva finito col chiedergli il nome, il numero e per invitarlo a uscire qualche giorno dopo, ché – come gli aveva poi rivelato dopo essersi messi insieme – “è da quando t’ho visto quella mattina che ho capito che dovevi esse’ er tipo mio”.
Era successo tutto in fretta, tanto che ci era voluto solo un mese prima che Manuel confessasse i suoi sentimenti a Simone. Era stato un mese fatto di flirt continui che Simone non sapeva bene come interpretare e di occasioni infinite per stare insieme, ché Manuel trovava sempre una scusa per rimanere da solo con lui o per stargli incollato, che fosse sfiorargli la mano per sbaglio o cingergli le spalle col braccio mentre erano al bar con i ragazzi dell’associazione, amici di Manuel che erano diventati poi anche amici di Simone.
Era stato un mese di baci sulla guancia ogni volta che si salutavano. Baci sulla guancia che, una sera, nel giardino di casa di Simone, si erano trasformati in un bacio all’angolo della bocca, e poi in una confessione vera e propria da parte di Manuel.
“Senti, è inutile che ce giro intorno. Tu me piaci” gli aveva sussurrato a qualche centimetro di distanza dalle labbra.
“E me piaci pure tanto” si era avvicinato di un passo.
Simone, in risposta, si era avvicinato ancor di più e aveva trasformato quella confessione in un bacio vero e proprio.
“Anche tu. Mi piaci anche tu”.
E da quel giorno non si erano più separati, tanto che Manuel, che in quel momento si trovava seduto alla scrivania della camera di Simone, stava rovistando nel cassetto sottostante al mobile, in cerca di un evidenziatore rosa che il ragazzo, seduto sul letto a studiare, gli aveva chiesto, ché Simone aveva una collezione intera di Stabilo con la quale colorava i libri di scuola.
Giallo per le parole chiave.
Verde per i nomi.
Arancione per i luoghi.
Rosa per le date.
“Come fai a non capire che facendo così si memorizzano meglio le cose, Manu?” glielo ripeteva sempre e Manuel, che i libri non li apriva se non quando era strettamente necessario, gli dava corda, consapevole che il suo fidanzato fosse proprio un secchione.
Non c’è nulla da fare, è proprio vero che gli opposti si attraggono.
“Questo cosa, Manu?”
“Simone e Neve”.
Manuel teneva tra le mani un foglio di carta ingiallito, che aveva trovato per caso nascosto sotto pile di fogli che Simone teneva abbandonate nel cassetto.
“C’avevi un gatto da piccolino?”
“Seh, magari”.
“E allora chi è Neve?”
“Era un gattino che io e mio padre trovammo tanti anni fa tra i cespugli in giardino. Avrei voluto tanto tenerlo, ma lui non ha voluto. L’abbiamo dato via il giorno stesso e ricordo di aver pianto un sacco, quel giorno. Io un gattino l’ho sempre voluto”.
Manuel, ancora seduto alla scrivania, lo stava guardando.
“Simone e Neve” aveva letto di nuovo, questa volta sottovoce. Aveva posato il foglio sotto la pila, proprio dove l’aveva trovato, e poi, finalmente, aveva passato l’evidenziatore a Simone.
“Grazie, Manu. 1492, mo’ lo posso sottolineare, finalmente, ché il rosa è per le date”.
“Il rosa è per le date, il giallo per le parole chiave, eccetera eccetera. Ormai te conosco meglio de tu’ padre, piccolé”.
“Ci vuole tanto”.
Simone e Neve.
Non ne avevano mai più parlato.
“Non ce posso crede che er ragazzo mio s’è diplomato! Col massimo dei voti, poi!”
Manuel lo aspettava all’ingresso dell’istituto, un mazzo di tulipani – i preferiti di Simone – tra le mani e un sorriso che gli andava da un angolo all’altro del volto.
“Er ragazzo mio s’è diplomato!”
Gli era corso incontro appena aveva visto Simone avvicinarsi all’uscita e lo aveva stretto tra le braccia, ché erano passati già due anni da quando si erano messi insieme ma il sentimento era rimasto quello del primo giorno.
“Finalmente è finita!” aveva urlato Simone, preso dall’euforia del momento.
“Stasera se festeggia, ché er ragazzo mio è ‘r migliore de tutti”.
Quella sera avevano festeggiato e l’estate era passata velocemente, tra giornate passate insieme al mare e giornate rintanati in casa di Simone, l’aria condizionata sempre accesa, e la testa sui libri, Manuel a preparare gli esami dell’università – ché alla fine si era convinto e si era iscritto a filosofia – e Simone a prepararsi per i test d’ingresso alla facoltà di matematica.
Avevano già deciso che, dopo il diploma di Simone, avrebbero cercato un piccolo appartamento vicino all’università, anche se non sapevano come avrebbero fatto a permetterselo.
Manuel aveva trovato un lavoretto in una libreria in zona, mentre Simone aveva iniziato a dare ripetizioni di matematica ai ragazzini del primo anno di superiori, e così avevano messo da parte qualche soldo.
Dante e Anita – la madre di Manuel – li avrebbero aiutati, per i primi tempi, questo era ovvio. Tutto pur di vedere i loro bambini felici.
Era per questo che, il primo di settembre, Manuel si trovava a casa di Simone circondato da valigie e scatoloni, tanto che il pavimento della camera quasi non si vedeva più e lo spazio per muoversi non c’era.
“Amò, questo? Che faccio, lo metto in valigia?” Manuel teneva in mano un vecchio modellino di Audi che da anni prendeva polvere su una delle mensole della camera.
“No, Manu. Che ce ne facciamo di questo? Dobbiamo prendere solo l’essenziale”.
“Va be’, allora mi spiccio, che così possiamo iniziare a carica’ la roba in macchina”.
Simone si era poi diretto al piano di sotto per prendere ciò che mancava e aveva lasciato Manuel da solo a frugare tra armadi e cassetti per raccattare le ultime cose.
Le prime settimane nel nuovo appartamento erano passate in fretta e abituarsi a quella nuova realtà era stato difficile per entrambi.
Non erano mancate le liti, che, per due come loro che non litigavano quasi mai, erano estenuanti, così come non erano mancati i momenti in cui, entrambi risucchiati dal senso di colpa, si chiedevano scusa infinite volte prima di suggellare la pace e l’armonia ritrovata con un bacio, un kebab ordinato dal locale lì all’angolo, e un film sdolcinato, di quelli che Simone amava e che Manuel faceva finta di odiare.
Ed era proprio in una di quelle sere che, con la testa poggiata sulla spalla di Simone, mentre guardavano Love Actually, Manuel si era ritrovato a dirgli: “Lo sai che ti amo, ve’?”
Simone non aveva messo in pausa il film. Aveva girato la testa nella sua direzione e con sguardo leggermente allarmato gli aveva risposto: “Lo so, Manu, e ti amo anche io. Ma perché me lo dici?”
“Oh, ora non posso manco di’ ar ragazzo mio che lo amo?” e intanto ridacchiava.
“Certo che puoi dirlo, ma di solito quando lo fai così all’improvviso è sempre perché hai qualcosa da nascondere o perché hai combinato qualcosa”.
“Io? Combinato qualcosa? Tu pensi troppo, amò”.
E con questo si era conclusa la loro conversazione.
E le insinuazioni di Simone si erano rivelate vere un giorno che, tornato a casa dall’università, l’aveva trovata vuota.
Manuel non aveva lezioni quel giorno e non avrebbe dovuto essere nemmeno in libreria, ché il giovedì non lavorava mai.
Aveva lasciato lo zaino a terra, Simone, nonostante Manuel lo rimproverasse sempre, ché “lo zaino va sul mobiletto all’ingresso, che l’abbiamo comprato a fare sennò?”
Si era diretto verso il frigo – ché moriva di sete e lui beveva solo acqua fredda, anche d’inverno – quando aveva notato qualcosa di strano. Accanto alla lavagnetta magnetica dove appuntavano le cose da comprare e le spese imminenti (e dove qualche volta Manuel scarabocchiava un “S+M” che faceva sempre sciogliere il cuore di Simone) e la calamita che avevano comprato un anno prima, quando erano andati in vacanza a Malaga insieme, due magneti rossi e circolari tenevano fermo un foglio ingiallito che Simone conosceva molto bene.
Un foglio ingiallito che non avrebbe dovuto trovarsi lì, ma sotto pile di altri fogli, lì dove Simone lo aveva lasciato tanti anni prima.
Simone e Neve.
E quasi gli sembrava uno scherzo, che perché quel foglio fosse proprio lì, come ci fosse finito per l’esattezza, proprio non riusciva a spiegarselo.
Ma non ebbe il tempo di farsi domande che sentì la porta della loro camera aprirsi e Manuel chiamarlo a gran voce.
“Amò, sei tornato?”
Prima di raggiungerlo in cucina, si era chiuso la porta di camera alle spalle.
“Sì, Manu. Stavo bevendo. Vuoi acqua?”
Manuel aveva fatto cenno di no con la testa.
“Mi spieghi, poi, che ci fa questo attaccato qui? Da dove l’hai tirato fuori?”
“L’ho trovato prima mentre rimettevo in ordine le mensole in soggiorno, ché c’è sempre ‘n disordine. Era carino e ho pensato che sul frigo ce stesse proprio bene. Non pensi?”
Simone, non troppo convinto, aveva annuito.
“Che poi, dobbiamo proprio compra’ na cornice per metterce quella foto nostra, quella de quando te sei diplomato”.
Simone era confuso, non capiva dove volesse arrivare Manuel. Perché gli stava nascondendo qualcosa, ne era sicuro, e aspettava solo gli rivelasse cosa.
“Sì, è proprio una bella foto, anche se io sono uscito con gli occhi chiusi e la faccia coperta dai fiori”.
“Socchiusi, te correggo. E poi erano proprio belli quei fiori”.
Simone non aveva la pazienza necessaria per tenere il gioco al suo fidanzato, che, adesso ne era sicuro, gli nascondeva qualcosa.
“Manuel”.
“Ao, da quando me chiamo Manuel io? Non me chiami mai così”.
“Manu, dimmi che c’è. Mi stai facendo tutti questi discorsi: i fiori, la foto, il disegno… Che mi vuoi dire?”
Manuel sorrise.
“Oh, certo che con te se deve andà subito dritto al sodo. Come sei impaziente!” e, detto questo, era andato via, verso la loro camera, e si era chiuso di nuovo la porta alle spalle.
“Manu? Dove vai? Non te la sarai mica presa? Vedi che mi dispiace! Non volevo essere così brusco. Manu?”
E, mentre Simone, il bicchiere d’acqua a mezz’aria, lo chiamava a gran voce, la porta di camera loro si era aperta di nuovo e Manuel ne era uscito fuori tenendo in mano una coperta scura, che, avvolta su se stessa, nascondeva qualcosa che Simone ancora non riusciva a vedere.
“Non ti ho mai fatto un regalo vero e proprio il giorno in cui te sei diplomato. Quindi, ecco, questo è per te”.
Non aveva fatto in tempo ad avvicinarsi, Simone, che aveva sentito un miagolio distinto provenire dalle braccia di Manuel. Aveva visto spuntare un paio di orecchie, poi. Orecchie bianche.
E poi l’aveva visto.
“Manuel…”
Manuel teneva in braccio un gattino bianco piccolissimo, che, inghiottito dalla coperta, a stento si vedeva.
“Questo è per te, Simo”.
Simone e Neve.
“Non ci credo… Tu sei pazzo! Sei proprio pazzo!” e intanto si era avvicinato a Manuel e, riuscendo a trattenere a stento le lacrime, l’aveva finalmente visto con i suoi occhi, quel gattino che l’aveva di colpo riportato a tanti anni prima, a lacrime di delusione che adesso avevano assunto una nuova valenza.
Lacrime di dolore che adesso erano lacrime di gioia, e Manuel, che era l’amore della sua vita, e Neve, che non l’aveva mai abbandonato e che, in un modo o nell’altro, aveva aspettato solo il momento più opportuno per ricomparire in una forma nuova nella sua vita.
“Ecco, tienila tu. Si è svegliata da poco”.
“Ma è nostro? Cioè nostro nostro? Cioè possiamo tenerlo?”
Manuel, che non aveva smesso nemmeno un attimo di sorridere, rispose: “Sì, Simo. È nostro nostro. Rimane qua con noi”.
E Neve, ché per forza così avrebbe dovuto chiamarsi, continuava a miagolare e Simone, con lei, a piangere.
Simone e Neve.
Simone, Manuel e Neve.
Era più corretto così.
