Work Text:
-ci si guarda, si dubita, e da capo si ricomincia-
C’è una foto, in particolare, tra le tante che sua madre ha conservato in un vecchio album, che lo rappresenta nella sua essenza; ritrae Shoyo a sette anni, un piccolo soldo di cacio, mentre tenta di arrampicarsi su un albero. Le sue braccia e le gambe e non arrivavano non riuscivano a coprire tutta la circonferenza del tronco. Sul viso paffuto ha un’espressione seria, mentre, gli occhi fissano l’obbiettivo della macchina fotografica come a sfidare sua madre a dirgli di scendere.
Sua madre accarezza la foto, con gli occhi colmi di dolcezza. “Non volevi saperne di tornare con i piedi per terra, insistevi di potercela fare,” ride, “eri così serio che non sapevo se ridere o piangere!”
Anche lui ricorda quel giorno. La pallavolo era lontana dalla sua mente eppure già desiderava scalare la vetta per ammirare la vista dall’alto.
“Scusa mamma…” Riesce solo a dire Hinata.
“Non devi scusarti, è per come sei che sei arrivato dove sei ora; non posso essere più orgogliosa.”
Hinata non riesce a dire niente a causa del groppo che gli si è fermato in gola; torna fissare l’album di fotografie. Non sa perché sua madre l’ha tirato fuori, proprio il giorno in cui è arrivato a casa. Però sa quanto ha sofferto nel doverlo lasciare andare.
Non ci ha pensato due volte, Shoyo; la sera stessa in cui Wasjio-sensei gli ha proposto di andare in Brasile per due anni, tornato a casa, ha lasciato il borsone all’ingresso ed è corso in cucina per dare la notizia a sua madre e sua sorella. Nessuna negoziazione, nessuna richiesta un consiglio o di permesso, bensì la comunicazione di una scelta già presa.
Non se ne era reso conto al momento, ora lo sa.
“Scusami mamma” ripete.
La voce di Tobio arriva dalla porta finestra e lo distrae dalla conversazione.
Non può vederlo dal divano ma è certo che, in quel momento, le sue mani grandi stanno giocando con una palla mentre spiega qualcosa, come sempre sulla pallavolo, a Nastu. Lo lascia sempre un po’ sgomento rendersi conto di quanto quei due abbiano legato.
Sua madre gli legge nel pensiero: “Tobio-kun si è sempre impegnato con Nastu per amore tuo.”
“Sul serio?”
La mamma annuisce. “Quando sei partito chiamava tutte le sere, e qualche volta è venuto a trovarci!”
“Ma se non è neanche venuto a salutarmi quando sono partito!” Esclama lui ancora risentito.
Avrebbe voluto vederlo prima di partire stamparsi in testa il suo viso, il suo profumo per averli con sé durante il suo soggiorno a Rio.
Sua madre si mette un dito alla bocca pensosa. “Se ricordo bene, sei stato tu a dire che non avresti mai voluto che saltasse i suoi impegni lavorativi per te.”
Shoyo si imbroncia sapendo di averlo detto più volte le settimane prima di partire. “Fa male lo stesso.”
“È stato penoso anche per lui, eppure non ha mai detto una parola.”
Di nuovo, eccolo a pensare a sé stesso, ai suoi sentimenti; lo ha fatto un sacco di volte perché è un grande egoista.
Ha scelto di mettere al primo posto il suo sogno tra le stelle e relegare l’amore della sua vita al secondo. Poteva ritenersi soddisfatto nel livello che aveva raggiunto e rimanere in Giappone con Tobio; invece, aveva scelto di andare dall’altra parte del mondo. Kageyama tiene per sé i suoi ricordi dolorosi, senza fargli pesare il senso di vuoto che ha provato e continua a provare.
“Mi dispiace.”
“Non è sbagliato pensare ai propri desideri,” sua madre ripone in un cassetto l’album di fotografie, “magari non tutti sono disposti a farsi avanti con la forza bruta come hai fatto tu, ma a volte è necessario per riuscire a ottenere ciò che si vuole.”
Si è accesa una fiamma dentro di lui quel giorno d’inverno; sullo schermo di un televisore in vendita il numero dieci si elevava sopra la rete superando il muro di mani che tentavano di fermarlo. Gli ha mostrato un mondo di possibilità che lo attraeva e stregava.
Shoyo ha faticato a pensare ad altro dopo aver visto il Piccolo gigante volare. Amava ogni forma di sport, ne aveva provati tantissimi, il calcio, il baseball, il tennis, ma la pallavolo mai.
Se ne era innamorato.
Gli piaceva l’idea di affrontare gente più forte e più alta, il concetto stesso di essere un piccolo gigante. Non era una semplice questione d’altezza. Shoyo è stato il più basso della classe fin dai tempi dell’asilo; non aveva problemi ad ammettere d’invidiare le pertiche di due metri; tuttavia, ha accettato la sua statura con tranquillità.
Ciò che lo entusiasma, ciò che lo ha fatto innamorare della pallavolo, è la possibilità di trovare un modo di combattere a mezz’aria con quel suo corpo e con le sue forze.
Per tutta la durata delle scuole medie ha continuato a provare ad allenarsi senza conoscere sul serio come si giocasse, a parte le nozioni basilari.
Era completamente solo e affamato senza riuscire a rinunciare. Procedeva a tentoni con la forza del suo ceco desiderio; si vergogna un po’, adesso, quando ripensa a come si è comportato alle medie. La verità era che non sapeva quello che stava facendo, nessun piano ben ragionato, faceva quello che le sue scarse possibilità gli permetteva di fare. Spiava le ragazze cercando di rubare con gli occhi e ripetere i loro movimenti, usava i muri, il corridoi, i giardini, i suoi amici quando accettavano di aiutarlo, cedendo alle sue stressanti richieste. Era stato una vera palla al piede, lo ammette senza vergogna.
Shoyo ha capito cosa significa giocare a pallavolo ha avuto una squadra con cui poterlo fare; è nato come giocatore quando ha incontrato i suoi compagni, la sua seconda famiglia, quelli che gli hanno strappato le erbacce dalle gambe, dato acqua per permettergli di germogliare nel cemento, rafforzarsi le ossa e i muscoli per prepararlo alla faticosa scalata fino alla vetta più alta.
“Sai mamma,” dice improvvisamente Shoyo, “non credo di averti mai spiegato perché era così importante per me partire per il Brasile.”
Sua madre sorride accondiscendente: “era importante per te.”
“Si certo,” Shoyo si muove spazientito sul divano, “ma non perché era importante.”
“Allora dimmi, perché?”
“Dovevo cominciare dal basso se volevo arrivare alla vetta. Capisci? Dovevo tornare indietro, per andare avanti.”
“Il mio bambino…” Sua madre gli accarezza il volto con gli occhi lucidi, “lo so, amore mio, lo so.”
La soluzione ai problemi di Shoyo ha avuto una sola risposta: la sabbia instabile, che fa sprofondare i piedi, che rende lenti e goffi i suoi movimenti e al tempo stesso gli ha permesso di imparare a fare tutto quello che non sapeva fare, a ricuperare il tempo perduto.
Perché sulla spiaggia, con il troppo caldo, il vento, a volte a favore, a volte a sfavore, può contare molto meno sui compagni costringendolo a fare le cose da solo. Più campo da proteggere, più palle da schiacciare, da dover alzare o murare.
Il beach volley ti costringe a saper fare tutto, perché non hai nessuna divinità guardiana a proteggerti le spalle, non il tuo amatissimo, e geniale, alzatore che ti serve la palla dove vuoi tu, non hai un muro altissimo, costante e metodico, capace di limitare le possibilità dello schiacciatore avversario; non puoi contare sulla forza e sul sostengo dei tuoi sempai che rimediano a tuoi errori. Si è in due a fare il lavoro di sei.
Non esistono scorciatoie e Shoyo lo sa meglio di chiunque altro; il cammino verso la vetta è irto di spine, è difficile. È dovuto cadere due volte prima di riuscire a raggiungerla.
La prima volta è inciampato durante il campo di allenamento organizzato dall’accademia Shiratorizawa.
La colpa come sempre è sua: non pensa prima di agire, fa le cose perché la fame dentro di lui, brucia, scalpita finché non viene placata. Da adulto responsabile, che è diventato con il passare degli anni, capisce bene che non ci si intrufola agli eventi senza essere stato invitato. Ma nella sua testa di adolescente, poter osservare i giocatori forti, avere la possibilità di capire cosa li rendesse tali era un'opportunità che non poteva perdere.
La realtà gli si è versata addosso come un secchio di acqua ghiacciata.
Non avrebbe partecipato al campo di allenamento, se avesse voluto avrebbe potuto fare il raccattapalle.
“Senza quel giocatore tu, per me, non vali nulla.”
Le parole del Coach Washijō fanno male solo nel ricordarle; avrebbe potuto sentirsi offeso, avrebbe potuto decidere di andarsene via, perché chi non ti apprezza non merita considerazione.
Hinata non l’ha fatto perché ha sempre saputo che l’insegnate aveva ragione.
La ragione per cui giocava al liceo era Kageyama e il suo talento indiscusso.
Hinata non è andato di nascosto in un'altra scuola perché si sentiva degno, ma perché stava cercando la sua strada.
Così è rimasto; ha imparato a trasformare l’istinto in intuizione, a leggere il campo e ha continuato a provare anche dopo, durante gli allenamenti, durante i nazionali fino a quando non ha trovato l’appiglio successivo. Shoyo ha passato mesi bui, prima del torneo di primavera, e quando è riuscito a ricevere la palla, propiziandosi nel modo giusto, è stato come rinascere.
Sua madre gli batte una mano sulla gamba, e si alza. “Basta chiacchiere, devo iniziare a preparare la cena!”
“Vuoi una mano?”
“No tranquillo,” risponde sua madre, “pensa solo a rilassarti.”
Sua sorella e suo marito sono ancora nel giardino a palleggiare come due adolescenti; parlano fitto o, meglio, Nastu parla della lega turca e Tobio ascolta, dicendo la sua ogni tanto.
“Fate giocare anche me?”
“E chi lo dice?” Risponde serafico, “nessuno mi ha spiegato le regole.”
Kageyama sbuffa cercando di nascondere il sorriso che gli sfiora le labbra. “Era palese che fosse schiaccia tre!” Recupera il vecchio pallone di Shoyo.
“Ma non si chiama schiaccia cinque?” Chiede Nastu.
“Non ci possiamo giocare perché siamo solo tre” risponde “quindi schiaccia tre.”
Nastu si sistema la cosa di cavallo. “Non ha molto… Senso?”
“Perde chi fa cadere la palla per primo?” Corregge il tiro Kageyama.
Si è preso questo? Tobio è entrato nella sua famiglia come se fosse sempre stato uno di loro. Hinata non ha potuto vederlo accadere. Gli dispiace, ma senza le sue scelte non avrebbe mai potuto mantenere la promessa che ha fatto a Kageyama anni fa.
Gli basta recuperare e il tempo perduto, al meglio della sue possibilità.
La perfezione non è mai esistita, ciò che conta davvero è rimediare agli errori, perdere la strada e saperla ritrovare. Solo così si cresce e si diventa persone migliori.
L’avidità lo ha reso incauto, forzando il suo corpo fino al limite massimo durante la partita contro il Kamomedai. La sua scenda caduta, quella definitiva; La febbre ha distrutto l’ambizione di vincere i nazionali, al Karasuno ha perso ai quarti di finale.
Mangiare bene, riposarsi il giusto, rafforzare i muscoli è stato il suo obbiettivo successivo.
Lo yoga e la meditazione sono diventate attività quotidiane che Hinata adora fare.
Il Brasile gli ha insegnato la pazienza; procedere passo dopo passo, alzando l’asticella dei propri limiti sempre più in alto, allo stesso modo in cui preparatore atletico aumenta il peso del bilanciare perché lo sforzo è diventato semplice.
La palestra è ampia e spaziosa, gli attrezzi erano disposti in bella mostra dall’alta parte del bancone. Shoyo e Lucio si fermano alla reception.
La ragazza dietro il bancone li coglie con un sorriso. “Oi, Lucio!”
“Oi Ana! Come stai?”
“Bene, cosa posso fare per te?”
Lucio spinge Shoyo davanti e lo presenta. “Lui è Hinata Shoyo, di cui ho palato con Alejandro.”
Ana si sporge per guardarlo meglio e gli fece l’occhiolino. “Ah, que fofo!” Shoyo non capisce una parola ma sente di dover arrossire.
“Te lo chiamo subito.”
Alejandro è un uomo copulato dalla pelle scura e il petto villoso. La sua stretta di mano e potente e calorosa. “Finalmente ecco il tuo nuovo allievo venuto dal Giappone,” esclama gioviale, “è un piacere conoscerti, Shoyo.”
Hinata si piega quasi a novanta gradi. “Il piacere è mio, si preda cura di me!”
“Ahahah! Sicuro, amico.”
“È importante per te sviluppare maggiormente la massa muscolare,” spiega Lucio. “Alejandro è uno dei personal trainer migliore in circolazione.”
L’uomo ride di cuore e diede una pacca sulla spalla di Lucio. “Non esagerare! Comunque, r prima cosa stabiliremo un piano di allenamento individuale; ti insegnerò l’utilizzo dei macchinari e come fare gli esercizi, e appena sarai pronto potrai allenarti in autonomia. Sei pronto ragazzo?”
“Signorsi!”
Una mano compare sul suo campo visivo. Una sorella e Kageyama lo fissano divertiti.
“Ti abbiamo chiamato tre volte,” lo prende in giro Nastu, “da quando ti perdi nei ricordi nostalgici?”
Shoyo osserva il suo uomo bellissimo.
Ci ha messo abbastanza tempo prima di mantenere la sua promessa. Per prima cosa ha indossato le scarpe giuste, poi, passo dopo passo, appiglio dopo appiglio è diventato quello che voleva essere.
“Niente affatto,” una mezza bugia non troppo distante dalla realtà. “Sto pensando al futuro.”
La pallavolo è quello sport in cui si guarda sempre in alto e sempre davanti a sé.
“Sarebbe?”
“Le olimpiadi di Parigi!”
Kageyama ricambia il suo sguardo e sorride.
