Work Text:
Non si alza.
Resta lì, fermo, a sollevare le gambe per far passare il resto delle persone. Non ha poi tutta questa fretta di andarsene.
Resta lì, con lo sguardo fisso davanti a sé, a cercare di riordinare nella propria mente tutti i pensieri, a cercare di iniziare a mettere insieme delle frasi da poter utilizzare tra un'ora o poco più. Forse non ce ne sarà neanche bisogno.
Resta lì, con il palazzetto ormai vuoto, il silenzio finalmente calato, il rumore delle voci indistinte sul campo fino a raggiungere gli spalti. Non saprebbe nemmeno dire quanto tempo è stato lì, immobile, a non farsi vedere, a cercare di tenere tutto sotto controllo senza dare nell'occhio.
Si alza quando lo vede fare anche a lui, di nuovo in piedi, non più su quella panchina sopra cui è seduto da fin troppo tempo.
Si alza, lo fa soltanto quando lo vede fare i primi passi verso il tunnel degli spogliatoi, i passi lenti e pensanti, l'asciugamano che passa in volto e una mano tra i capelli.
Ivan si alza e sa che dovrà sollevare molto più che il suo stesso peso quella sera.
Non si sarebbe mai piegato al chiedere alla Federazione un accredito, non si piegherebbe per chiedergli nulla. Ma quando si tratta di Simone non guarda in faccia davanti a niente a nessuno.
Non lo fa, anche al costo di risultare arrogante, mentre a grandi falcate passa tra i giornalisti rinchiusi nelle sale media, forse prendendo dentro con le braccia i volontari e il personale nei corridoi.
Deve uscire da lì.
Se ne fregherebbe, fosse stato meno maturo come qualche anno fa, cercherebbe di farsi darsi accesso alla zona atleti sfruttando il suo nome, sfruttando la fama che all'interno di quella bolla lo ha sempre preceduto.
Ma mettere Simone davanti a tutti ha anche sempre significato fare dieci passi indietro.
Allora segue i cartelli rosa attaccati alla parete e va verso l'uscita ad aspettare.
Aspetta, in piedi vicino al cancello uscita atleti, la mente completamente in silenzio, solo immagini che si susseguono a raffica. Palloni che cadono sul lato sbagliato del campo, decisioni prese e sbagliate, sguardi intimiditi ripresi da sorrisi e spenti di nuovo. Cerca di capire, vorrebbe capire cosa é andato storto, trovare un singolo problema a cui imputare il crollo negli ultimi 6 set di quella gara, a cui dare la colpa di quella forza di volontà che non sembra essere stata abbastanza negli ultimi tre.
Aspetta, seduto sul marciapiede di fianco al cancello, sforzandosi di trovare una risposta che non c'é, che non avrà mai. Come non l'ha avuta per Tokyo, come non l'ha avuta per Rio. Perché le risposte razionali a volte non bastano per trovare pace in quello che c'é stato.
Se non fosse che Simone è estremamente razionale, sarebbe più facile farsene una ragione.
Aspetta, alzandosi in piedi nuovamente quando lo intravede uscire, il capo abbassato e le sopracciglia corrucciate di chi ancora non si é dato il permesso di piangere veramente. Aspetta un abbraccio che arriva a metà, le braccia stanche che a malapena lo cingono, i respiri controllati.
Aspettano insieme un taxi verso un altro appartamento dove lasceranno altre lacrime nelle lenzuola di sogni che resteranno tali.
*
La notte avvolge tutto nell'oscurità e nel silenzio, interrotto solo dai respiri profondi, da qualche macchina ancora in giro per la città a sfrecciare tra le strade. Sono fermi, immobili, fianco a fianco, le braccia sulla ringhiera di quel balcone senza vista, senza nulla di particolare da offrire. Potrebbe sembrare qualsiasi città da questa prospettiva, le foglie leggermente mosse dall'aria, le luci delle case che si accendono e si spengono, le finestre che si chiudono. Potrebbero essere ovunque, ed Ivan ancora non ha deciso se è un bene o un male.
Minuti prima erano sdraiati insieme nel letto, stretti, vicini, senza dirsi nulla all'inizio. Le lacrime scivolavano lente, silenziose, le parole non dette ma sentite. Non c'è mai stato bisogno di spiegarsi tra di loro. E poi un crescendo, i singhiozzi sempre più insistenti, le mani di Simone a stringere la sua maglietta, il cuscino bagnato ed appesantito dalle emozioni che aveva, avevano, cercato di trattenere troppo a lungo, lamenti e parole sprecate.
Adesso invece silenzio, mentre il vento leggero muove i capelli e i vestiti, l'aria pungente di agosto a sottolineare ancora una volta come non ci sia niente di giusto in quella giornata. Non escono nemmeno da lui quelle parole, è consapevole di non essere il supporto ideale, ma le parole sembrano davvero non volersi fare strada quella sera.
Di certo non sperava che piangere insieme potesse portare a qualcosa, eppure il vuoto sembra solo essersi fatto più grande, come se si fossero svuotati. Piatti, finiti, la tristezza aleggiante, costante, sottili, nascosta nei piccoli gesti e nei respiri.
"Perché? Perché deve sempre succedere così?"
Simone è sempre stato bravo ad interrompere i silenzi.
Silenzi che Ivan non è mai riuscito a colmare davvero, non con parole che intendesse veramente, con parole che fossero la verità, silenzi colmati con bugie bianche a fin di bene, per proteggere un Simone allora piccolo, per proteggere se stesso allora già grande da quell'inadeguatezza che negli anni è riuscito a farsi scivolare addosso.
Ma Simone ora non è più piccolo, non lo è da un po', ed Ivan si è stancato di rifugiarsi in frasi fatte, in tutti quei giri di parole filosofici vuoti di significato, vuoti come rimarranno quei centimetri conservati per quella scatolina blu. Anche se la voglia rimane di dirgli che, a suo modesto parere, se fosse stato da solo allora ne avrebbe già vinte tre di Olimpiadi.
"Non lo so, Simone, non lo so."
Forse Simone preferisce quella come risposta, senza lasciare spazio ad analisi e sovranalisi di parole che andrebbero ad aggiungersi al caos che ha in testa, al peso che sente dovrà portare sulle spalle per molto tempo.
È un altro respiro, profondo e spezzato, che lo porta a riavvicinarsi a Simone, a suo marito, intrecciando le dita di quella mano piena di promesse, il metallo freddo a contatto con la propria pelle, illuminato dalle poche luci della città.
Restano ancora lì, a guardare nel vuoto, le dita intrecciate e strette, come Ivan teneva le proprie negli ultimi punti fino a farsi diventare bianche le nocche. Guardare nel vuoto e guardare Simone, gli sembra essere quasi la stessa cosa nell'oscurità di quella sera, mentre i pensieri vagano verso domande che non si osa porre, verso risposte che non trova il coraggio di dare, mentre gli sembra che la mente di Simone se ne vada sempre più lontano.
Vorrebbe riportarlo a terra, farlo distrarre, eppure lo sguardo si sofferma quelle luci dei palazzi, le luci dorate degli appartamenti a scandire vite in una semplice sera di agosto. Ed Ivan se lo chiede, come possa mai essere questa una normale sera d'agosto, senza sentirne il peso, quello di quattro anni di lavoro sfumati nel giro di un'ora e mezza, di tre ore. Quattro anni di sacrifici, di sogni costruiti e poi infranti, di progetti che sembravano soldi e certi, svaniti tra passi falsi e inciampi.
Eppure avrebbe dovuto farci l'abitudine, al fatto che la vita va avanti, che non si ferma all'ultimo fischio dell'arbitro. Che il mondo continua a girare, che nulla si ferma, nulla cambia, tutto prosegue, come dovranno fare anche loro. Anche se proseguire dovesse significare aspettare che torni chiaro, rimanendo a fissare la città in movimento, anche se dovesse significare rimanere sveglio tutta notte ad ascoltare i singhiozzi di Simone.
"Lo sai dove saremo tra qualche giorno?"
Si gira a guardarlo, la mascella tesa e le sopracciglia ancora corrucciate, gli occhi gonfi che riesce ad intravedere solo grazie alla lampada alle loro spalle rimasta accesa sul suo comodino, una delle poche magliette che si era portato in valigia rubate e indossate appena entrato nella stanza, per togliersi dalla pelle tutto ciò che potesse ricondurre a quelle ore che gli passeranno e gli ripasseranno nella mente per mesi, se non anni.
"Bali. Bali, la memoria c'è. Quella non l'ho persa, ancora."
Una battuta semplice, forse un po' forzata, come quella piccola risata amara a cui si lascia andare senza celare il dolore che difficilmente se ne andrà a breve, ma spezzando tutta la tensione accumulata nel silenzio tagliente.
Rimane a guardarlo Ivan, aprendosi in un ghigno, stringendogli ancora la mano, osservando l'espressione del viso cambiare distendendosi i in un leggero sorriso, affaticato, gli occhi ancora a seguire le linee dei tetti all'orizzonte.
"Bali. Lontano da tutti. Possiamo spegnere tutto, sparire dalla faccia della terra. Staccare. Solo io e te."
Che avessero prenotato quel viaggio nella speranza di festeggiare è difficile da nascondere, come tutto il film che Ivan si era costruito in testa. La chiusura di un cerchio e l'inizio di un altro, uno che in realtà Ivan sperava, spera, essere una linea retta, quelle che non finiscono mai, come gli hanno ripetuto fino alla nausea a scuola. Così si immaginava questo nuovo inizio, lineare, tranquillo, calmo, tendente all'infinito.
"A me basta che ci sei tu, è sempre stato così."
Perché in fondo loro infiniti forse lo sono sempre stati, nonostante le distanze, i risultati, i pregiudizi, le rivalità, le medaglie vinte e quelle perse, insieme e non. Perché in fondo l'unico metallo davvero importante è quello che indossano ogni giorno entrambi, quello che sente ancora di più ora che Simone ricambia la stretta di mano.
Ripensandoci è passato troppo tempo da quella sconfitta che ha davvero pesato sui cuori di entrambi per la prima volta, Ivan lo sa bene, perché nove anni prima non si sarebbe sognato di emozionarsi a quelle parole. Di tirarlo da un braccio per tenerselo contro, in un abbraccio di quelli stretti stretti, dove nasconde il viso nell'incavo del suo collo, sussurrando ti amo più e più volte, mentre sente il corpo di Simone rilassarsi sempre di più contro il suo. Nove anni prima non si sarebbe neanche sognato di essere ancora insieme, nel bene e nel male.
Restano lì, come da ore a questa parte, a restare, rimanere, perpetuamente, con la paura di spostare troppi tasselli e coinvolgere il momentaneo equilibrio creatosi. E allora restano ancora per un po', con le lacrime trattenute, le braccia che stringono per proteggere, le menti troppo offuscate per davvero parlare di quanto è successo. Ivan ha sempre avuto troppa paura a farlo per primo, troppa paura di mettere il coltello in una ferita ancora troppo viva.
"Non stanchiamoci troppo in vacanza. Lo sai cosa ci aspetta dopo."
Un sorriso tirato, le labbra nei capelli del marito a sussurrare quelle parole. Perché se tanto è vero che tutto prosegue, che sono una linea infinita che non si arresta mai, allora tanto vale pensare avanti, cercare di non concentrarsi su un presente sempre troppo crudele.
Ma Simone si sta lasciando andare all'interno di quell'abbraccio, ritrovando silenzio anche nella mente, calore tra le braccia, la guancia appoggiata contro la sua spalla e gli occhi chiusi, la mente spenta ed un semplice "Mmh?" mugugnato sulla maglia.
"A me basta che ci sei tu, e poi neanche ti ricordi del trasloco." Una leggera risata a cui si aggiunge anche quella di Simone, fioca, mentre le braccia iniziano ad allentarsi. "Io ormai casa di là l'ho venduta, quindi o mi lasci per strada..."
È vero, è vero."
Simone resta lì, in una risata timida e un po' spezzata, il corpo rilassato contro quello di Ivan a concedersi un attimo di tregua, la fronte che si distende, il respiro che rallenta, la schiena che si lascia andare, forse un po' di peso sollevato da quelle risate.
Ivan resta lì, con la guancia appoggiata sul suo capo, gli occhi ad inseguire le ultime luci della città accese, le ultime luci di Parigi accese. Rimane lì e cerca di mettere ordine nella sua mente, di capire come agire quando tornerà a stare male, quando ai singhiozzi si aggiungeranno le parole di rabbia, di analisi, di stanchezza, quando dovrà saperlo riportare con i piedi per terra per evitare che affondi, quando ancora una volta non avrà le parole giuste per farlo.
È sempre stata questione di quando e non se in questi momenti per Simone.
Poi tutto cade di nuovo, il nodo stretto in quell'ultima ora, forse in quegli ultimi giorni, che si scioglie all'improvviso. Il corpo di Simone che trema leggermente contro il suo, i respiri spezzati dai singhiozzi, le lacrime a scendere lente lungo il viso ora che era rilassato. Tutto lo sforzo per mantenere la calma sgretolato in pochi istanti.
Resta lì, allora, Ivan, in silenzio, senza dire nulla, ancora no, mentre i singhiozzi si fanno sempre più forti e la presa attorno al corpo di Simone si fa più forte. Senza chiedre, sentendo il peso di ogni lacrima, di ogni volta che la mano si stringe di più attorno alla sua maglietta, il peso di tutte le immagini che sa stanno passando nella mente di Simone, il peso della rabbia e della confusione.
Resta lì, ripensando alla mattina prima, di quel messaggio scritto e mai detto a voce alta per non disturbare la quiete prima della tempesta, un ti amo, grazie, come risposta e poi il silenzio lasciato per concentrarsi.
Aveva pensato a tutto il discorso che gli avrebbe detto se avesse vinto, abbracciati in camera e ridere. Gli avrebbe detto che finalmente ha sorpassato l'età che lui stesso aveva quando si sono conosciuti, che ora si può finalmente ritenere grande, che forse così gli altri avrebbero smesso di fargli le battute, di dirgli quanto siano stati irresponsabili sin da subito. E conoscendolo, Simone sarebbe andato avanti a ridere, a dare ragione a chi gli ha dato degli irresponsabili, ma lo avrebbe rassicurato che ormai dopo un anno di matrimonio non si può più tornare indietro, a prescindere dall'età.
E invece no.
Restano lì, tutte le parole e i discorsi che avrebbe voluto fargli, rimarranno lì finché non se li dimenticherà e dovrà crearne altri nuovi tra quattro anni.
Restano lì, abbracciati sul balcone, tra il freddo di agosto, i singhiozzi di simone e il pensiero dei giorni successivi da affrontare.
Restano lì, come lo sarà sempre l'anello su cui Ivan passa le dita.
Come quel buon compleanno che si aggiunge alle parole che quest anno non potrà dirgli.
