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Cicale. Rumore di fondo - come l’abbaiare dei cani, il gorgogliare delle fontanelle, le risate dei bambini sulle giostrine del parco.
Erano sempre stati lì quei fastidiosi insetti, a scandire ogni secondo per lui con quel loro canto disarmonico? Forse sembrerebbe meno patetico se cominciasse ad allenarsi, anziché attenderlo con lo skateboard in mano.
«Batti la fiacca?»
Kaoru non voleva girarsi di scatto, ma quella voce muove i fili del suo cuore come una marionetta. E quei fili, rossi e crudeli, gli fanno voltare a tradimento le spalle, il collo, la testa, e poi inclinano gli angoli della sua bocca in un sorriso.
«Forse non dovevo farti così tanti complimenti la volta scorsa, ti sei montato la testa.»
Colpevole, ma non è la superbia che gli impedisce di alzare gli occhi verso di lui.
Kaoru non sa dare ancora un nome a quel peccato, non vuole darglielo, ma per colpa di quelle cicale ancora non riesce a spiccicare una parola.
«E Kojiro?»
Sapeva che la domanda sarebbe arrivata, che quell’assenza sarebbe stata notata.
«Ha detto che aveva da fare oggi.»
Si sente stridere qualcosa nel petto, la sua voce che fatica a sovrastare quella dei maledetti insetti che continuano a sfregare quelle minuscole zampe, sottili, come quei fili che gli stanno avvolgendo il cuore, e tutte insieme cantano bugiardo, bugiardo, bugiardo!
«Peggio per lui.»
E poi Adam sorride, e le cicale smettono di cantare.
C’è solo il metallo che stride su altro metallo, plastica su asfalto, respiri affannati.
Quando Kaoru si allenava da solo con Kojiro, quei rumori erano orfani. Presenze solitarie su un foglio bianco, e la riga nera tracciata dal percorso del suo skateboard - ancora, e ancora, e ancora. Una linea netta e decisa che connette due punti.
Da quando c’è Adam, il foglio non è più bianco. Adam è una goccia di colore che gli cola tra le mani. È una macchia che si espande senza controllo, finché non c’è più alcun tracciato, nessuna traiettoria. Finché tutto non diventa nero.
«Kaoru!»
Un vuoto nello stomaco. La gravità, quell’amica spietata, gli ricorda qual è il prezzo della distrazione: una rovinosa caduta. Kaoru chiude gli occhi, cercando di dare la schiena all’asfalto piuttosto che il viso.
Vanesio, anche quando sta per spaccarsi la faccia. Da quando gliene importa così tanto? La risposta la conosce fin troppo bene. Si aspetta il ruvido bacio della ghiaia, ma una stretta morbida gli avvolge la schiena, gli sorregge la testa.
«Tutto bene, Cherry?»
No, non va bene, lasciami. Non voglio farti sentire cosa fai al mio cuore.
«Come mi hai chiamato?»
Adam ha le mani perfette di chi ha sempre vissuto nel lusso. Gli appoggia l’indice sull’attaccatura dei capelli come se stesse accarezzando la seta, gli scosta le ciocche che cadono morbide oltre i suoi zigomi. Una traiettoria perfetta, quella del suo sguardo che gli trafigge il cuore. La macchia nera buca il foglio, gli cola giù, giù nella gabbia toracica, gli toglie il respiro.
«Cherry. Suona bene, no? Non hai ancora un nome per competere.»
Vincere, è questo che fa Adam. È il gusto della sfida a fargli brillare gli occhi, e Kaoru non può far altro che correre più veloce, buttarsi a capofitto in quella corsa folle per raggiungerlo, a costo di schiantarsi e farsi male. Oggi, però, è stato Adam a rallentare.
«Perché proprio Cherry?»
Perché mi tieni ancora tra le braccia?
«I tuoi capelli, sai…»
Adam sussurra, il suo profilo elegante che oscura il sole - ma chi ha bisogno di altra luce?
«Mi ricordano i ciliegi in fiore.»
***
«Si può sapere che fine hai fatto?»
Uno, due, cinque squilli. Dieci chiamate dopo, Kaoru risponde, ma all’inizio sono solo sospiri, e singhiozzi: il fantasma di un pianto.
«Non ho sentito il telefono.»
«Balle, lo porti sempre con te. Che è successo?»
Kaoru tira su col naso, fa un altro sospiro. Kojiro non è un tipo che si preoccupa, ma questo non è normale. Non sono normali tante cose, da un po’ di tempo a questa parte.
Non gli ha mai chiesto perché si è tolto il piercing e quell’aria arrogante dalla faccia, perché la sua risposta se l’è già data. E nessuno dei due vuole pronunciare quel nome.
«Mi ha risposto.»
Non c’è bisogno di mettere un soggetto a quella frase, perché esiste solo una persona nella testa di Kaoru. Quella che la testa gliel’ha cambiata, gli ha cambiato anche il nome, e ora non lo chiama più.
«Dove sei?»
«Al ponte.»
Non c’è bisogno di spiegazioni, nemmeno stavolta: c’è un solo ponte, uno in cui non sono più andati. Kaoru non ha mai spiegato, perché non spiega mai niente lui, eppure Kojiro sa sempre tutto. Sa che non se n’è andato solo Adam, in America.
Si è portato via Kaoru, e gli ha lasciato Cherry.
Quando arriva al ponte, lo trova appoggiato dietro un pilone. Nascosto. Ha i capelli rosa che ondeggiano selvaggi, e trema come un ciliegio sferzato dal crudele vento d’inverno.
«Ehi.»
«Ehi.»
Kaoru ha il mento appoggiato tra i gomiti, gli occhi lucidi. La curva della sua schiena è gentile persino nella disperazione.
Gli si avvicina come si farebbe a una farfalla, ma qualcosa tintinna, e Kojiro si vede rotolare sotto gli occhi una bottiglia vuota. Non è acqua.
«Mi dici che è successo?»
«Mi ha risposto.»
Ha la voce soffice, ancora rotta dal pianto, e gli occhi rossi, e Kojiro riesce solo a pensare a quanto persino in quel momento Kaoru sia bello da togliergli il fiato. Quello, e poi che vorrebbe spaccargli la faccia ad Adam, ma Cherry non glielo perdonerebbe mai.
«Beh, bene no? Dicevi che non ti risponde mai.»
Balle, balle. Kaoru non lo ha mai detto, non apertamente. C’erano solo occhi sullo schermo, mani sui tasti, e la testa da un’altra parte. “Chiamalo tu”, gli aveva detto una volta, ma Adam non aveva risposto ugualmente.
«Mi ha detto che non devo più cercarlo. Lo distraggo.»
«Che cazzo…»
Kojiro si siede accanto a lui, sospira, e dentro di sé si sente morire perché il suo cuore, quel traditore, ha fatto un salto di gioia.
«Lo so che non ti dispiace.»
Kaoru distoglie lo sguardo, si morde il labbro, ma quel piercing che tormentava quando era nervoso adesso non c’è più.
«Non è vero. Non volevo che finisse così.»
Non è la verità, non è nemmeno una bugia. Non voleva vederlo in lacrime, questo mai.
«Tu pensi solo che sia uno stronzo.»
«Lo è. Un amico non si comporta così.»
Non usa quella parola a caso, amico , ma Kaoru non fa una piega. Sospira, tira su col naso.
«Kaoru, non è colpa tua. Non hai fatto niente di male, lui pensa solo a sé stesso.»
«Lo facciamo tutti.»
«No. Tu non sei così, e nemmeno io.»
Si fa coraggio, gli appoggia una mano sulla schiena mentre ciocche di capelli rosa si rincorrono dispettose sopra il palmo della sua mano. E Kojiro lo capisce perché lo ha chiamato Cherry, ma è crudele dare un nome a un fiore così bello per poi lasciarlo appassire.
«Tu sei gentile solo perché io ti piaccio.»
Sferra quel colpo come un’accusa, e Kojiro se lo sente arrivare dritto al cuore.
Kaoru sapeva, e ha fatto finta di non vedere. Come lui. Come Adam. Il pensiero che possano essere tutti uguali, uniti nelle menzogne che si sono raccontati l’un l’altro, gli dà il voltastomaco.
«Allora, se siamo tutti egoisti, tanto vale stare con chi ti tratta bene.»
«Tipo con te?»
La sente, la rabbia nelle sue parole.
Kaoru lo guarda dritto negli occhi mentre parla e ce lo prende a pugni con quel livore, come se fosse colpa sua, come se quei sentimenti non corrisposti fossero lo specchio della sua condanna. Come se Adam non potesse amarlo perché c’è già Kojiro per lui, e lui non lo vuole.
«Con chi ti pare, ma io non voglio più vederti piangere per uno stronzo che fa finta che tu non sia mai esistito. Ti sembra così assurdo?»
«Perché non mi lasci perdere?»
«Per lo stesso motivo per cui tu non lasci perdere Adam.»
Silenzio. Qualcosa dentro Kaoru cede a sentire quel nome, lo sente da come i muscoli delle spalle si rilassano, da come lascia che la sua mano gli scivoli fino alla vita.
«Mi dai consigli che non segui.»
E cede tutto insieme, la testa e il cuore. Kaoru si stringe a lui, infila il viso nell’incavo del suo collo che sembra fatto apposta per accoglierlo.
«Io non ti tratto bene, e tu sei qui lo stesso.»
«Non ti lascio solo.»
Lo stringe a sé, ancora più vicino. Gli cinge la vita sottile con le braccia per farlo smettere di tremare, e Kojiro vorrebbe solo che quel momento non finisse mai.
Siamo tutti egoisti.
«Ti chiamerei anche dall’altra parte del mondo. Anche di notte, mentre dormi. Non avresti pace. Non vorresti più sentire la mia voce.»
Kaoru ride, ancora nascosto tra le pieghe della sua giacca, e quella risata assolve Kojiro dal senso di colpa, perché si può essere egoisti in molti modi.
«Non dovrei farmi consolare da te.»
«Lascialo decidere a me, Kaoru.»
Kaoru alza gli occhi, ancora rossi - ancora splendidi. Cerca qualcosa, come l’ombra di qualcuno che avrebbe potuto amare, la speranza che potrebbe funzionare, in un modo o nell’altro. E Kojiro gli guarda le labbra, perché non può farne a meno.
«Non sarebbe giusto.»
Ora è la vergogna che gli fa tremare la voce, perché nemmeno Kaoru è un egoista, perché per lui è disonesto desiderare di essere il coltello per smettere di sanguinare.
«A me va bene così.»
«Io non ti amo.»
Fa male, ora che lo sente da quelle labbra, ora che si guardano negli occhi. Faceva male anche quando lo vedeva stretto ad Adam, quando quei sorrisi dolci non erano mai per lui. Ma Adam non c’è, e tanto vale che sia lui la benda che gli stringe il cuore. Gli va bene così.
«Lo fai a modo tuo.»
«Non è abbastanza.»
«Lo farò io per tutti e due.»
Quando Kaoru lo bacia, gli manca il respiro. La sua bocca è dolciastra, sa di alcool scadente e disperazione. Ogni respiro che fa sulle sue labbra gli affonda nel petto, gli incendia il sangue. È crudele, sleale, ma beve quel bacio come veleno, finché non lo sente staccarsi da lui. Gli gira la testa, gli batte il cuore.
«Non posso, Kojiro. Non te lo meriti.»
Kaoru appoggia la fronte sulla sua, e Kojiro pensa solo che vuole di nuovo avvelenarsi con quelle labbra. Si chiede se quella bocca Adam l’abbia mai baciata, se ha buttato via quella delizia. Raccogliere un fiore per poi calpestarlo, e a lui sono rimaste solo le spine.
«E se a me non importasse?»
«Importa a me. Non voglio usarti.»
«Perché?»
«Perché ci tengo troppo a te.»
«Troppo, ma non abbastanza.»
L’amore non ha senso, è questo che pensa Kojiro. È un paradosso crudele, quello che lo costringe a stare a distanza, perché questo rispetto per i suoi sentimenti non ha nulla della pietà ai suoi occhi. È una condanna.
«Siamo amici, Kojiro.»
«Lo saremmo comunque.»
«E se finisse? E se rovinassi tutto?»
«E se non lo facesse?»
«Non posso perdere anche te.»
Quando la vede, la paura nei suoi occhi, si placa. Lo capisce.
Non è questo l’amore di cui Kaoru ha bisogno, non adesso. Sospira, si guarda le scarpe. Se vuole vedere di nuovo quei fiori, dovrà farlo sopravvivere all’inverno. E allora lo stringe di nuovo tra le braccia, ma non lo guarda. Gli lascia appoggiare la testa sul petto, finché i loro respiri non sono più stravolti da tutto quello che si sono detti - finché non si caccia di nuovo dentro al petto tutto quello che non è riuscito a dirgli nemmeno stavolta.
«Ho capito.»
«Davvero?»
«Sì.»
Affonda il naso nei suoi capelli, e pensa che almeno Adam quel profumo non gliel’ha portato via.
«Kaoru.»
«Sì?»
«Hai un buon odore, sai?»
E non ha bisogno di dargli un altro nome.
