Chapter Text
Sogo era felice di avere Tamaki al suo fianco. Non aveva mai sentito un simile appoggio da parte di nessuno prima. La presenza di Tamaki era come una luce calda in un momento buio, capace di dissipare anche le ombre più cupe dei suoi pensieri. Ogni parola di conforto, ogni gesto di sostegno, si accumulava in Sogo come un rifugio in cui sentirsi al sicuro.
Anche in quel momento che stava osservando Tamaki parlare ai loro fans, dicendo che non vedeva l'ora di cantare insieme le canzoni scritte da Sogo, sentì di starsi innamorando sempre di più del suo compagno.
Dopo un breve momento di gentilezza e parole di conforto, Tamaki e Sogo entrarono nel taxi che aveva portato Tamaki allo studio radiofonico. Il silenzio che arrivò nei minuti a seguire era denso e carico di emozioni non dette.
Sogo era ancora scosso dalla vulnerabilità mostrata durante la registrazione e si sentiva ancora esposto, quasi fragile. Tamaki dal canto suo stava pensando a tutto quello che l’altro aveva passato.
«E mio padre?», domandò infine Sogo, rompendo il silenzio.
«Ha detto che la prossima volta che vai da lui devi portare il timbro…», Tamaki ricordò a mala pena, «e qualche documento…».
«Che documenti?».
«Ah, quelli del prestito». Sorrise. «Dopo che ha sentito il programma radio ha deciso di prestarceli».
Sogo spalancò gli occhi sorpreso.
«Visto? Hai fatto bene a parlare a voce alta», disse Tamaki al maggiore.
Gli occhi di Sogo si riempirono di lacrime, facendogli distogliere lo sguardo dal viso dell’altro.
«E basta! Non piangere più!», esclamò Tamaki, incerto su come agire, mentre le lacrime di Sogo non accennavano a diminuire. «Non ho un fazzoletto, ma posso usare la mia manica». Si bloccò a guardarla. «Però sappi che è macchiata di soia».
Sogo stava ancora piangendo. «Tamaki-kun… grazie», disse sorridendo alla fine.
Tamaki ricambiò il suo sorriso e lo guardò teneramente. «Per fortuna hai detto “grazie” e non “scusa”» e così dicendo allungò la sua manica – ancora sporca di soia – per asciugargli le lacrime.
«Visto? È stato merito mio. Sii grato».
Sogo sorrise ancora. «Lo sono. Sempre. Sono fortunato ad averti».
Tamaki distolse lo sguardo arrossendo leggermente e abbassò le sue mani, portandosele ai lati dei fianchi e tornando a guardare avanti.
I due non si guardarono più per qualche minuto e smisero di parlare, inondati da una tensione particolare.
Le mani di Sogo, prima in grembo, imitarono poi la posizione di Tamaki, facendo involontariamente toccare i loro mignoli.
Seguì l’ennesima scossa elettrica tra loro.
Sogo sorrise leggermente, non potendo fare a meno di ripensare al loro primo incontro, il giorno delle audizioni alla Takanashi Productions.
I due si erano incontrati in una strada non troppo lontana dall'ufficio, nella stagione in cui i fiori di ciliegio erano già caduti.
Sogo vide Tamaki da lontano, con un’aria chiaramente smarrita e prima ancora di realizzarlo si fece avanti per aiutarlo.
Parlando, scoprirono di dover andare nello stesso luogo, quindi ovviamente decisero di arrivarci insieme.
Tuttavia, nel momento in cui si avviarono, i due fecero involontariamente toccare le loro dita, finendo per sentire una scossa d’elettricità.
Tirarono indietro le loro mani all’unisono e sentendosi sconcertati, stabilirono un contatto visivo.
Era stata una scarica elettrica fuori stagione, forse dovuta al mutamento stagionale, o forse era solo lo scherzo delle divinità a presagire il destino della coppia.
Quella non era stata di certo l’unica volta in cui toccandosi sentirono scosse elettriche, Tamaki lo sapeva bene.
Era stato proprio a causa di queste scosse abituali che il più giovane si faceva più problemi nel toccare l’altro.
Gli piaceva toccare le persone, gli piaceva coricarsi sulle gambe di Iori mentre leggeva o abbracciare Nagi da dietro, ma quando lo faceva con Sogo… c’erano le scosse elettriche che lo turbavano.
E quella volta in macchina non faceva eccezione. Tuttavia, dopo oltre un anno che si conoscevano aveva imparato a farci l’abitudine e quando i loro mignoli si toccarono non solo non si allontanò ma li agganciò anche.
Sogo sentì le sue viscere tremare e cercò di normalizzare il suo respiro. Non si sarebbe allontanato per niente al mondo da quel tocco così gentile e rassicurante.
Almeno così pensò prima che il suo telefono iniziasse a suonare, facendolo sussultare. Alla fine fu costretto ad allontanare le mani.
Tamaki sbuffò frustrato e Sogo cercò di non mostrare la sua delusione in viso.
Schiarendosi la gola il maggiore rispose al telefono: «Pronto? Tsunashi-san».
«Sogo-kun», disse Ryu. «Abbiamo sentito il tuo discorso alla radio e noi… grazie, grazie davvero. Siamo felici di averti fatto sentire in quel modo».
Sogo arrossì, imbarazzato che i Trigger avessero sentito quello che aveva detto, pur essendo stato totalmente sincero.
«Io- grazie a voi», cercò di sorridere. «La mia famiglia ha accettato la mia richiesta quindi tra qualche giorno dovremmo ricevere il prestito».
«Oh! Sono felice di sentirlo! Quindi avete risolto i vostri problemi?».
«Non sa mai quando fare silenzio», borbottò Tamaki.
«Tamaki-kun», lo rimproverò allontanando nel mentre il telefono dal viso per non farsi sentire.
«Beh, forse?».
«Lo spero davvero, Sogo-kun». Comunque mi dispiace averti chiamato a quest’ora, volevo solo farti sapere a nome dei Trigger che siamo felici di averti fatto stare bene con la nostra musica, è la cosa più gratificante per un idol… ma questo lo sai già».
A quelle parole Sogo sorrise per davvero. «Sì, è vero».
«Allora buonanotte Sogo-kun».
«Buona notte, Tsunashi-san».
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Quando Tamaki e Sogo varcarono la soglia di casa, un’onda di calore li accolse. L’aria era intrisa di spezie intense: dall’odore affumicato del peperoncino alle note pungenti dell’aglio.
L’odore di cibo piccante era un’accoglienza molto gradita a Sogo, ma ciò che lo colpì di più fu il brusio di voci che riempiva la cucina.
I restanti Idolish7 erano radunati lì, tutti con espressioni serie, ma anche confortanti, e appena videro Sogo entrare, si alzarono per andare da lui.
Il primo a parlare fu Yamato, che sorridendo leggermente disse solo: «Bentornato a casa, Sou».
«Bentornato», fece eco Iori.
Riku si avvicinò a Sogo sorridendogli. «Abbiamo sentito tutto e… volevamo solo dirti che non sei solo. Noi siamo tutti qui per te», disse Riku.
«Ho cucinato piccante per te stasera!», esclamò soddisfatto Mitsuki.
«Sulla tv è pronto un film di Kokona! Vieni!», intervenne Nagi, tirandolo verso il divano.
«Nagi, non trascinarlo così!», lo rimproverò Mitsuki.
Tamaki scosse la testa affettuosamente, sentendo caldo di fronte a quella scena tanto intima e familiare.
«Yotsuba-san, non vieni?», chiese Iori al suo compagno di classe.
Il suddetto – troppo occupato a fissare Sogo sorridere ai suoi kohai – si ridestò improvvisamente, annuendo e facendosi largo verso il divano. Dopo essersi seduto al fianco del suo compagno, gli diede una leggera spallata affettuosa.
Sogo fu colto di sorpresa da quell’attacco improvviso di affetto. I suoi amici lo circondavano con risate e calore, si preoccupavano per lui, gli volevano bene.
Fu in quel momento che realizzò qualcosa.
Sogo da un po’ di tempo credeva di non sentire più la mancanza di una famiglia talmente si era abituato a stare solo, quasi non facendoci più caso. O almeno così credeva, perché in quell’istante che seppe di essersi sbagliato.
Non sentiva più la mancanza della sua famiglia biologica, questo perché aveva trovato nei suoi amici un legame così forte che non poteva essere chiamato in altro modo se non famiglia.
Sogo aveva trovato in loro sei una famiglia.
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Quella sera, Sogo bussò alla porta di Tamaki, aspettando una risposta.
«Entra», rispose il suddetto, apparentemente confuso. «Sou-chan?», chiese una volta visto il suo compagno.
Sogo accennò un sorriso. «Tamaki-kun».
Il giovane, seduto ancora sul letto, si iniziò a preoccupare ma cercò di non darlo a vedere. «Che succede?», chiese pacatamente.
Sogo abbassò lo sguardo, iniziando a torturarsi le mani. «Mi chiedevo se… beh se non è un disturbo-». Si bloccò di colpo. «Ma solo se per te non è strano!». Scosse la testa freneticamente. «Scusa, è stupido non avrei dovuto chiedere in primo luogo-».
«Sou-chan!», lo interruppe Tamaki, alzandosi. «Non hai ancora chiesto niente», gli fece notare. «E non è strano, lo sai che puoi chiedermi qualsiasi cosa».
Sogo alzò la testa ma non riuscì a dire altro.
Tamaki lo osservò un lungo istante, poi azzardò: «Vuoi un abbraccio?».
Sogo spalancò gli occhi e dopo un breve silenzio annuì.
Tamaki sospirò, avvicinandosi di un passo al più grande. «Sou-chan non c’è bisogno di rendere tutto così difficile. Ti abbraccerò ogni volta che vorrai».
Tamaki spalancò le braccia e sorrise gentile. «Su, vieni».
Sogo sentì gli occhi pizzicare e senza aspettare oltre si tuffò tra le braccia di Tamaki.
Il ragazzo vacillò solo un momento, preso alla sprovvista da tutto quello slancio, poi riprendendo l’equilibrio avvolse le braccia intorno a Sogo.
Il suo corpo era caldo e morbido e Tamaki segretamente lo adorava. Normalmente aveva una postura molto rigida, e apparentemente solo quando veniva abbracciato rilassava le spalle.
Tamaki avrebbe voluto vederlo così rilassato più spesso. E pensò che se questo avrebbe dovuto significare abbracciarlo di più si sarebbe sacrificato volentieri per una simile causa.
Il suo flusso di pensieri fu interrotto da un Sogo che iniziò a singhiozzare.
Tamaki non disse nulla e si limitò a stringerlo forte e accarezzargli la schiena.
«Non credevo che ti avrei mai visto piangere così tanto, sai?».
«Mi-»
«Non scusarti. Va bene piangere»
Sentì Sogo prendere un grande sospiro, poi sussurrò: «Grazie».
Una volta che si fu calmato, Tamaki – senza sciogliere l’abbraccio – iniziò ad indietreggiare, per poi sedersi di nuovo sul letto, stavolta con Sogo tra le sue braccia, che si mise a sedere accanto a lui.
«Sou-chan, sei stato bravo, lo sai? Sei anche riuscito a convincere tuo padre».
«Quello è stato merito tuo».
Scosse la testa. «Non ho fatto niente se non urlargli un po’ contro», ammise.
Sogo strinse più forte il suo compagno mentre le sue spalle si tesero. «Non puoi urlare addosso a chiunque», sussurrò lui. «Ci sono persone potenti che non esiterebbero a farti del male».
«Ma non è successo».
«Devi stare più attento».
«Sou-chan~»
«Promettimi che starai attento», disse Sogo lentamente. «Per favore», aggiunse poi.
Tamaki si rese conto di quanto preoccupato fosse il più grande, quindi non ci pensò due volte ad accontentarlo. «Lo prometto».
Sogo fece un verso soddisfatto e finalmente rilassò di nuovo le spalle.
«Ma anche Sou-chan deve fare una promessa».
«Quale?».
«Promettimi che farai solo quello che ti fa stare bene senza preoccuparti di tutti gli altri».
«Tamaki-kun, non posso-».
«Almeno che metterai i desideri di tutti gli altri in secondo piano», ribatté Tamaki, non ancora pronto a demordere.
«Io… ci proverò».
«No», negò Tamaki. «Devi promettermelo, va bene?».
Sogo annuì. «Te lo prometto».
Tamaki sorrise soddisfatto e prese ad accarezzare la testa di Sogo.
Il più grande arrossì prepotentemente ma non disse altro.
Nessuno disse altro e rimasero abbracciati in un confortevole silenzio, finché dopo un tempo indefinito Tamaki si rese conto che il ragazzo di cui era innamorato si era addormentato, ancora con il mento sulla sua spalla.
Sogo quella notte dormì in camera di Tamaki perché il suddetto non ebbe cuore di svegliarlo per cacciarlo dalla sua camera.
Pensò che non sarebbe mai successa di nuovo una simile occasione, quindi semplicemente si stese, con Sogo ancora stretto tra le sue braccia, e si mise a dormire.
Quella notte Sogo sognò di star abbracciando un peluche gigante, uno di quelli che avrebbe sempre voluto da ragazzino ma per cui ormai, a detta dei suoi genitori, era troppo cresciuto.
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Tamaki dormì beatamente, ancora abbracciato a Tamaki. Tuttavia quando si svegliò scoprì di essere a disagio poiché il corpo caldo del suo Sou-chan non era più accanto a lui.
«Che diavolo~», biascicò, ancora assonnato – e ora anche triste.
«Dovresti davvero sistemare la tua camera, lo sai?».
Tamaki sussultò e quasi rotolò giù dal letto per la sorpresa.
«Sou-chan!», esclamò vedendo il ragazzo seduto a terra.
Lui sorrise. «Buon giorno Tamaki-kun. Hai dormito bene? Voglio dire, mi dispiace essermi addormentato qui, devo esserti stato addosso tutta la notte».
Sogo non disse di aver avuto la notte più riposante della sua vita, accanto alla persona di cui era così disperatamente infatuato e Tamaki non disse che era stato felice di aver dormito con lui.
Non sapendo bene cosa dire, Tamaki disse solo: «Non è stato un problema».
Avrebbe voluto dirgli che se solo volesse Sogo avrebbe potuto dormire in camera sua ogni singola notte. Ma ovviamente non lo fece e non si parlò più di quella notte prima.
«Dovresti prepararti per la scuola o arriverai in ritardo», fece notare Sogo, alzandosi in piedi. «Ti aspetto in cucina per la colazione». E così dicendo lasciò la stanza.
Tamaki lo fissò andare via e si prese la testa tra le mani, sofferente. La sua cotta per Sogo peggiorava di giorno in giorno.
D’altra parte anche quella di Sogo per lui, ma ovviamente Tamaki non ne era a conoscenza.
Il più giovane si affrettò a lavarsi e vestirsi per la scuola e si fiondò in cucina, dove erano già presenti i fratelli Izumi.
«Oi, Tamaki!», esclamò Mitsuki vedendolo arrivare – quasi correndo. «Hai fame vedo. Dammi altri due minuti e la colazione sarà pronta».
«Oh… grazie, Mikki», rispose lui sorridendo ampiamente.
Mangiarono loro quattro da soli, gli altri stavano ancora dormendo, e Mitsuki diede poi il bento ai due studenti, salutandoli.
Iori era già oltre la soglia di casa, aspettando Tamaki che stranamente stava ancora indugiando sulla porta. «Yotsuba-san?», domandò lui confuso.
«Uff~», sospirò lui. «Arrivo».
Sogo scosse la testa affettuosamente e si avvicinò a salutare Tamaki. «Fai il bravo a scuola e segui le lezioni».
Il ragazzo si imbronciò, gonfiando le guance. «Sono sempre bravo».
Il più grande, intenerito, mise la mano sulla testa di Tamaki e gli accarezzò gentilmente la testa. «Bravo ragazzo», mormorò, per poi voltarsi immediatamente e tornare in cucina.
Tamaki era rimasto immobilizzato a fissare la schiena della sua cotta allontanarsi, poi si schiaffò le mani in faccia per riprendersi e uscì dall'appartamento.
Non gli sfuggì come appena chiusa la porta Mitsuki urlò: «COSA DIAVOLO ERA QUELLO?!», ma tutto il resto sì.
La sua testa non riuscì a connettere nessun tipo di informazione per tutto il giorno, e non fu in grado di seguire le lezioni come aveva detto a Sogo, era troppo impegnato a pensare a lui.
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Il resto della settimana si svolse in modo lineare.
Il rapporto di Tamaki e Sogo non aveva subito davvero nessun cambiamento; i due continuavano a parlare in modo tranquillo e a bisticciare di tanto in tanto, senza che la serata passata insieme pesasse sulla loro relazione.
D’altro canto entrambi erano consci della cotta imbarazzante per l’altro ma dubitavano che si potesse capire da una sola serata passata insieme.
Tuttavia… Tamaki e Sogo non sapevano ancora che quello non sarebbe stato un caso isolato.
Era infatti giunta molto presto l’occasione di passare del tempo accoccolati nuovamente. Era – come piaceva chiamarla a Nagi – la “Serata Kokona”, una serata dedicata alla maratona degli ultimi tre film di Kokona, tutti insieme. O meglio, quasi tutti insieme poiché Yamato era a dormire ubriaco sul divano e Mitsuki e Iori erano tornati dalla loro famiglia quel fine settimana.
E quindi eccoli là insieme nella stanza di Nagi, la stanza piena di poster e action figures che popolavano ogni superficie.
Le luci soffuse creavano un’atmosfera accogliente, mentre l'odore dei popcorn riempiva l'aria.
La serata fu molto piacevole e i film – che avevano già visto – erano stati commoventi, tuttavia passata la mezzanotte Riku, Sogo e Tamaki iniziarono a ciondolare stanchi. Nagi dal canto suo era ancora perfettamente sveglio ed eccitato.
Sogo fu il primo ad addormentarsi, poggiato sulla spalla di Tamaki.
Il più giovane si ritrovò ad osservare l’altro con molta tenerezza.
Passò un po’ di tempo e rendendosi conto sia del fatto che Sogo probabilmente non si sarebbe più svegliato e sia del fatto che lui stesso di lì a poco si sarebbe appisolato, decise di accompagnare Sogo nella sua stanza.
Dopo aver salutato quindi un Riku mezzo sonnecchiante e un Nagi triste per averli lasciati prima del tempo, Tamaki mise il braccio di Sogo intorno alle sue spalle e tenendolo dai fianchi lo sollevò.
«Tama…kun?», sussurrò nel sonno.
Il cuore di Tamaki fece un salto. «Ti sei addormentato», spiegò con voce dolce. «Ti porto in camera tua».
«Mh~», rispose lui.
Arrivati nella camera di Sogo, il suo compagno lo posò sul letto e assicurandosi che fosse comodo gli rimboccò le coperte.
Tamaki guardò il ragazzo dai capelli viola con affetto, incerto sul da farsi.
Avrebbe dovuto andarsene immediatamente, tuttavia il suo cuore lo implorava di restare un altro po’.
Avrebbe voluto passare una mano nei suoi capelli e desiderava tenerlo tra le sue braccia e dargli piccoli baci su tutto il viso. Non lo avrebbe fatto naturalmente, ma avrebbe davvero voluto.
Tamaki bramava intensamente il suo tocco in quel momento.
Dopo qualche minuto riuscì ad accettare l’idea di doversene andare, quindi chinandosi si concesse un lieve tocco innocente su una mano di Sogo. Gli disegnò piccoli cerchi con il pollice e sussurrando «io vado, Sou-chan» fece per allontanarsi.
Quello che non si aspettava fu che Sogo – in realtà sveglio da quando era stato portato via dalla stanza di Nagi – gli bloccò la mano, deciso a non lasciarlo andare.
A Tamaki prese un colpo. «Sou-chan??».
«Rimani», sussurrò l’altro.
Il più giovane sentì le sue gambe diventare molli come gelatina e non ebbe la minima forza per opporsi. Strinse quindi la sua mano e rispose solo: «Va bene».
E così dicendo si mise sotto le coperte con lui.
Tamaki sorrise quando, ancora una volta quella sera, la testa di Sogo si poggiò sulla sua spalla.
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Dopo quella serata Sogo decise di mettere un po’ di spazio tra sé e Tamaki.
Sogo voleva davvero tanto dormire ancora con lui, tuttavia non era stato affatto carino forzarlo a stare con lui quella sera.
A sua discolpa, Sogo aveva ancora la mente annebbiata dal sonno quindi non stava esattamente pensando lucidamente.
E così passarono due settimane.
Sogo non dormì più da Tamaki e Tamaki non dormì più da Sogo.
Il più grande era triste ma anche fiero del suo autocontrollo, Tamaki era solo triste. Ovviamente nessuno dei due parlò della cosa e decisero silenziosamente di far finta di niente.
Questo non durò a lungo.
Infatti sedici giorni dopo dalla fatidica notte qualcosa cambiò.
Sogo, che era ormai addormentato da un po', ricevette un bussare alla sua porta che lo svegliò.
«S- Sou-chan?», chiese Tamaki.
Sogo si alzò di scatto, andando ad aprire la porta. «Tamaki-kun? Che succede?», chiese preoccupato.
«I- Isumin oggi mi ha raccontato questa storia di fa- fa- fantasm-».
Sogo capendo immediatamente, si avvicinò e cautamente porse la mano al più giovane, che la afferrò prontamente.
«Non riesci a dormire quindi?».
Tamaki scosse la testa freneticamente.
Sogo sbuffò una risata. «Vuoi dormire qui?», chiese, per poi rendersi conto solo dopo qualche istante di cosa avesse ppena proposto.
Tamaki si bloccò sorpreso, poi annuì, leggermente imbarazzato ma soprattutto grato.
Sogo, che non aveva più la possibilità di rimangiarsi questa sua folle idea, semplicemente annuì e tirò il giovane dentro la sua stanza.
Fortunatamente la luce era spenta e Tamaki non sarebbe riuscito a vedere il rossore sulle sue guance.
Tamaki ebbe lo stesso pensiero, grato che Sogo non avrebbe visto quanto stesse arrossendo.
Ancora tenendosi per mano, i due ragazzi si misero a sedere sul letto.
Nessuno dei due si mosse.
«Da- da quale lato vorresti dormire?», chiese Sogo, cercando di prendere in mano la situazione.
«È uguale», rispose Tamaki.
Sogo annuì e prendendo coraggio – e molta aria nei polmoni – si stese dalla parte del muro. Seguendolo, anche Tamaki si stese sul letto.
I due erano imbarazzati ma il silenzio tra loro non era imbarazzante.
Sogo era nervoso. Pensò a lungo a cosa dire per rompere il ghiaccio, a cosa dire per rassicurare Tamaki sui fantasmi.
Non sapendo come avrebbe dovuto iniziare, lo chiamò semplicemente.
Fu con non poca sorpresa che si rese conto che Tamaki si era già addormentato.
Sogo rimase un attimo incredulo, poi sorrise al ragazzo accanto a lui.
Alla fine i due ragazzi si addormentarono tenendosi per mano e si svegliarono tenendosi per mano.
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Da quel giorno, nei mesi seguenti, Tamaki e Sogo si accordarono silenziosamente di passare più notti a dormire insieme. Inizialmente non capitava più di un paio di volte al mese, che lentamente divennero qualche paio di giorni a settimana.
Ogni volta che si ritrovavano a condividere il letto, erano presenti le tanto familiari scosse elettriche, scosse elettriche che ormai donavano ad entrambi un senso di pace.
Quando c’erano scosse elettriche Sogo aveva qualcuno che lo abbracciava, quando c’erano scosse elettriche Tamaki aveva qualcuno che gli accarezzava la testa. Quando c’erano scosse elettriche c’erano parole dolci nell’aria e carezze sulla pelle.
Quando c’erano scosse elettriche Tamaki e Sogo erano insieme.
