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Keep calm ... and say it with a flower (or twenty-three)

Summary:

Una volta era un caso.
Due volte erano tentativi.
Ma tre ... tre volte, forse, volevano dire qualcosa. E se Isak ed Ekaterina fossero stati un pizzico più svegli forse tutti quei fiori si sarebbero potuti risparmiare.

Tratto da un personaggio uscito dalla mente e dalla penna di LW_Deh: Isak, figlio adottivo di Yaku e Lev della sua serie Future Fic with Babies

Notes:

Salve a tutti!

Sì, non sono rimasta incastrata in qualche caverna strana a diventare brutta e senza capelli (>.>), sono viva e in salute ma il tempo è quello che è e devo scegliere le mie battaglie ... che poi le mie battaglie mi facciano disperare è un altro conto.

Soooo, questa storia è una fanfiction di una fanfiction. Mi spiego:

la mitica LW_Deh, la manager-san del mio cuore, ha scritto una serie: Future Fic with Babies ed è talmente bella, talmente AAAAAAAAAAHHHHHH <-- sì, è proprio così, che ho chiesto se potevo scrivere una storia su un suo personaggio. Lei ha caritatevolmente detto di sì e io, da brava scheggia impazzita, ne ho approfittato per creare QUESTO. Lei ha letto la storia passo per passo ed ha approvato tutto.

Questo personaggio è Isak, figlio adottivo di Yaku e Lev e, dalle parche parole di LW_Deh: "Isak è un ragazzo albino e russo che fa il modello ed è stato adottato quando era adolescente da Yaku e Lev, se avete interesse a conoscere i dettagli di quando è stato adottato la storia è "Prendersi cura si sè" "

Che dire? Buona lettura! Spero possa piacervi!

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Keep calm ... and say it with a flower (or twenty-three)

 

Ekaterina era destinata a doversi far piacere il suo nome.

Non per volontà altrui, in realtà. I suoi genitori erano stati così orgogliosi di aver generato una bambina esclusivamente per avere l'opportunità di appiopparle il nome della città in cui si erano e di cui erano innamorati – e da cui non si sarebbero voluti schiodare per tutte le loro allegre vite di impiegati nevrotici e bibliotecari annoiati.

Il loro amore era nato lì e lì sarebbe morto, a metà strada tra la Iset Tower e il Centro Eltsin, luoghi di spicco in quel di Ekaterinburg. Una capatina alla Cattedrale del Sangue Ekaterina l'avrebbe fatta, anche solo per macabro divertimento.

Loro non avevano giocato pulito quando, all'anagrafe, avevano scandito fieri tutte quelle lettere ridondanti e altisonanti, sordi ai piagnucolii – più strilli da aquila posseduta – sparati dritti nelle orecchie dai suoi polmoncini stranamente allenati, impegnati a sintetizzare un lampante tentativo di rifiuto al destino che stavano scegliendo per lei.

Lei non parlava, non sentiva, non vedeva, non capiva a cosa stessa per andare incontro, ma il sesto senso, quello che l'aveva sempre caratterizzato, male, sin dalla più tenera età, sapeva .

Oh, se lo sapeva.

Il rigurgito biancastro sputato sul maglione preferito di sua madre quando la visione negli occhi – vacui e scarsamente centrati, un blu scuro che prendeva tutto e liquido che riempiva ogni cosa - e sussurrò quel nome con la tenerezza e la felicità delle donne appena diventate mamme, fu quanto di più esplicito potesse accadere.

I suoi genitori non capirono. Risero.

Si sbellicarono di quella bambina che sputava schifo e urlava come un'indemoniata, andando avanti imperterriti per la loro strada e affibbiandole un nome che avrebbe ricordato chiunque, marchiandola allo stesso tempo di anonimo e notorietà.

Perché sarebbe stato troppo noioso per darle la considerazione che avrebbe meritato, ma al tempo stesso decisamente conosciuto per poterle impedire di sfuggire da situazioni particolari.

Come per le interrogazioni di matematica: la sua amica Arundhati – bella, simpatica, indiana – filava via da sotto il naso dei professori con la sicurezza che nessuno di loro riuscisse a pronunciare il suo nome al primo tentativo; Ekaterina – paffuta, sarcastica, russa – veniva placcata con poca delicatezza e raggirata per rispondere a domande per cui non sapeva nemmeno se dovesse studiare qualcosa.

Arundhati era esotica: con i suoi capelli neri lucidi e la pelle calda color moka faceva girare la testa di tutti i ragazzi della scuola. Il suo nome – stella del mattino – era solo un bonus graditissimo.

Ekaterina, dopo essere riuscita faticosamente a dimagrire dal grasso infantile – e quello dovuto a patatine e altre amenità varie tanto buone ma scarsamente salutari -, poteva vantare solo di lisci capelli castani e pelle bianco pallido che con la neve arrivava nella magica impresa di apparire translucida , facendole spiccare le vene come se non vedesse il sole dagli albori della sua esistenza. Il suo nome – pura – l'ennesima presa in giro. All'età di 23 anni di puro non aveva più nemmeno le cuticole, figurarsi altro.

Arundhati era fidanzata da anni con il loro amico d'infanzia, tentativo voluto dai rispettivi genitori e acconsentito vivamente da entrambi appena le si svegliò l'ormone - conviveva con lei, sapeva cosa diceva. Veniva comunque costantemente corteggiata da fior fiori di maschi in tutte le vie possibili e inimmaginabili, dagli approcci sui mezzi pubblici ai tentativi più o meno aggressivi sui sociali. Ekaterina era stata anche lei solo con un ragazzo, ma si era lasciata perché, alla lunga, le sembrava di frequentare più un fratello che un papabile fidanzato e non c'erano altri disperati all'orizzonte disponibili a toglierla dalla miseria.

Il suo nome quindi era una dannazione, ma rimaneva il suo nome: doveva piacerle a tutti i costi.

Alle persone che le ricordavano che poteva cambiarlo in qualunque momento, rivolgeva un sorriso sarcastico e le invitava placidamente a farsi una passeggiata su per gli Urali.

Non era la scoperta del secolo: ci aveva seriamente pensato da quando aveva saputo fosse una possibilità. Ma gli occhi pieni di tristezza di sua madre e l'espressione delusa di suo padre l'avevano convinta che, in fondo, Ekaterina non faceva poi così schifo: il 30% della popolazione femminile si chiamava Ekaterina ma quale poteva essere il problema principale a parte il bisogno intestino di volersi sentire unici? Anzi, con la quantità di omonime c'era un'alta probabilità che le sue sfighe fossero condivise da mezza città, avrebbe decisamente dovuto vedere il mezzo bicchiere pieno.

Comunque, nel discount dove lavorava c'erano altre tre Ekaterina a fare la spola in mezzo agli scaffali, tutte ugualmente in lotta con il mondo per tentare di essere diverso dalle altre – tranne Ekaterina P. A lei non fregava nulla di nessuno e voleva solo tornare a casa per non perdere l'ultimo stream di un certo Kodzuken.

Sospirò.

Erano le otto e mezzo di sera, i clienti avevano svuotato le corsie minuti prima e rimanevano solo tre o quattro ritardatari ad allungare il tempo che la separava dalla fine di una piena giornata lavorativa. Ekaterina voleva solo entrare in una vasca piena d'acqua bollente, voleva rubare tutti i sali da bagno al mango di Arundhati e riempire di schiuma ogni cosa, voleva prendere Orgoglio e Pregiudizio dal comodino e affondare nel calore e nella piacevolezza di vapori fruttati, sfogliando pagine consumate da mille letture e pensando a quanto non avrebbe voluto, nemmeno per tutto l'oro del mondo, stare in mezzo a quella caterva di nevrotici fissati, ché con la sua lingua sarebbe stata espatriata dopo mezza parola messa male e tacciata sicura di blasfemia.

Volevi davvero tutto quello.

E invece non le fu concesso, perché l'ultimo cliente aveva deciso di presentarsi alla cassa e ricordarsi all'ultimo di non avere un portafogli.

“Sarà di sicuro qui da qualche parte.” Lo sentiva borbottare tastandosi la giacca, infilando le mani nelle tasche senza risultato e spremendosi la fronte come a volersi ricordare qualcosa. Era molto pallido, molto alto, occhiali dalle lenti scure sul naso e un forte odore di protezione solare che avvolgeva qualunque cosa.

Era estate ed Ekaterina non capiva il perché della giacca, ma erano passate persone molto più strane sotto il suo sguardo annoiato. Questo ragazzo, però, era bello. Tanto bello. Anche troppo bello per i suoi gusti e le persone belle difficilmente passavano nei sconti poco prima dell'orario di chiusura. A meno che non fossero vampiri e lei non credeva nei vampiri, nonostante quello avesse tutte le carte in regola per esserlo.

Forse dovette scrutarlo un po' più a lungo del necessario, perché il ragazzo incrociò il suo sguardo ed Ekaterina sentì le sue guance farsi rosse d'improvviso. Dannate terminazioni nervose al neon e pelle trasparente.

Quello sorrise imbarazzato. “Posso giurare di averlo avuto con me quando sono uscito di casa.”

“Non ne dubito.” Commentò secca, perché poteva sembrare anche un pomodoro ma quel tizio non sembrava avere intenzione di ovviare al suo errore in alcun modo. “Può pagare con bancomat se può esserle d'aiuto.”

Lo vide mordersi le labbra e scuotere piano la testa. Nulla, non aveva soldi. “Può aspettare un attimo?” Domandò quello con voce cortese e no, Ekaterina non voleva aspettare. Ekaterina voleva tornare a casa per cenare e per tenere fede alla sua serata a base di bagno e libri.

Annuì comunque, perché aveva firmato un contratto molto preciso quando era stata assunta per quel lavoro.

Lo vide sorridere ampiamente e prendere il cellulare dalla tasca – beh, quello a quanto pareva lo aveva. Si allontanò di qualche passo e lo vide portare il telefonino all'orecchio, in attesa di una risposta.

Non arrivò mai: la chiamata fu condita dagli sguardi colpevoli che le vennero lanciati e la chiara agitazione che gli dipingeva la faccia ad ogni secondo di squillo a vuoto, portandolo ad imprecare a bassa voce una volta che cadde la linea.

“Mi scusi, non avrei dovuto.” Mormorò dispiaciuto ed Ekaterina in un primo momento pensò che sì, effettivamente doveva scusarsi per non farle chiudere il locale in tempo. Solo dopo qualche attimo capì che si riferiva alle parole uscite dalla sua bocca. Ne fu stranita: lei stessa ne usava di peggiori.

Lo vide guardare il prodotto stretto tra le proprie mani – del riso bianco e della verza, niente di particolare – e rabbrividire forse inconsciamente. Ekaterina scrutò dubbiosa gli articoli in cassa alla ricerca forse di qualche timer esplosivo quando il tizio la guardò, sorrise e parlò. “Potrei pagarla in followers.”

Le venne quasi da ridere, perché l’ultima cosa che si aspettava a quell’ora era qualcuno che tentava di fare il simpatico. “Perché non i soldi del Monopoli, allora.” Scosse la testa, sistemando di lato i prodotti per poterli riporre negli scaffali una volta sola. “Signore, l’orario di chiusura è passato da un bel po’, la invito a ripassare domani.” O mai. Quel tizio era una perdita di tempo.

Quello perse il sorriso e, se possibile, sembrò sbiancare ancora di più. “No guardi, sono serio! Potrei fare una pubblicità positiva al vostro …” Si guardò intorno. Gli occhi si posarono sullo scotch vecchio attaccato da secoli alle pareti porose, all’insegna spellata che indicava la zona delle casse servite e ai lampadari opachi al neon, fastidiosi da morire, che non facevano nulla per migliorare il soffitto intonacato. “… locale e le assicuro che i miei followers verranno tutti qui.”

“Dubito che si riverseranno qui tra tutti i luoghi, non crede?”

Lo vide arricciare il naso e strofinarsi la fronte. “Ne ho migliaia, qualcuno dovrà pur passare.” Anche solo per sbaglio. Non lo disse, ma era chiaro che fosse stretto tra i denti solo in attesa di essere liberato.

Ekaterina sospirò. “Può averne quanti ne vuole ma lei dovrà pagare come tutti gli altri. Non può?” Alzò le spalle, guardandolo con falso dispiacere. “Non è un mio problema, vorrà semplicemente dire che uscirà dal locale senza i prodotti.”

“Ho bisogno di queste cose.” La voce aveva una nota d’urgenza stavolta, aveva perso tutta l’apparente calma iniziale. “Non può capire cosa potrebbe succedere altrimenti.”

“Dubito che verza e riso salveranno il mondo questa sera.” Prese i prodotti e li poggiò sul ripiano alle sue spalle, stirando un sorriso falsissimo. “Riprovi domani. Stiamo chiudendo.”

Lo vide serrare le palpebre e, dopo un lungo sospiro di rassegnazione, domandò. “Può concedermi un’ultima possibilità?”

Ekaterina guardò l’orologio con occhio scocciato. 21:47.

Avrebbe dovuto mandare un messaggio ad Arundhati, magari per chiederle se potesse passare a recuperarla con l’automobile. Avrebbe detto addio al bagno tanto agognato a favore di una doccia bollente e bagnoschiuma alla menta spruzzato su una spugna troppo dura, appagante ma non ugualmente piacevole. Avrebbe definitivamente mandato a quel paese il suo tentativo di alimentazione sana ed avrebbe ordinato cinese, ingozzandosi di ravioli al vapore e spaghetti di soia saltati tra le verdure.

Sospirò annuendo velocemente, decidendo che era troppo buona per quel mondo.

Il tizio le sorrise riconoscente, afferrò di nuovo il cellulare e compose un numero.

 

*

 
“Giuro che a volte tu e tuo padre combinate le stesse identiche cazzate.”

Ekaterina rimase sinceramente allibita quando il contatto di emergenza si rivelò essere un signore alto la metà del tizio e con un’aura minacciosa che sembrava avvolgerlo come un manto.

Era arrivato con gli occhiali da sole in testa – non sul viso, ringraziando Dio. Non pensava di poter riuscire a fermarsi dal chiedere perché anche lui li avesse se fuori era buio: quel signore faceva paura.

Il ragazzo sembrò scattare sull’attenti quando venne sgridato e Ekaterina lo capì: la schiena le si raddrizzò d’istinto. “Sul serio, ti ho mandato a prendere due cose. Due. Cose.”

“Hai con te il mio portafogli?” Non capì con che coraggio lo chiese. Ekaterina si sarebbe inginocchiata ad implorare perdono, fosse stata in lui. “Ho preso il cellulare, le chiavi e … ecco, quando ho guardato non c’era da nessuna parte.”

Il signore gli scoccò un’occhiata raggelante e il ragazzo strinse le labbra di riflesso. “Spiegami perché hai preso le chiavi, che non erano importanti, ma non i soldi.”

“Le chiavi sono sempre importanti.” Bofonchiò il tizio stringendo le spalle.

“Ero in casa, non ti servivano le chiavi.” Quel sibilo era terrificante e Ekaterina era indecisa se far accorgere della propria presenza o rimanere saggiamente zitta. Il signore tirò fuori qualcosa dalla tasca del pantalone e un portafogli in pelle salutò i presenti dondolando tra dita severe. “Non voglio sapere perché era nello svuotatasche e non con te.” Lo rimproverò, guardando verso di lei con occhi leggermente più dolci. “Signorina, posso sapere cortesemente a quali danni devo porre rimedio?”

“Yaku-san, non l’ho fatto apposta.” Il ragazzo doveva avere una  vena suicida, perché il tono leggermente lamentoso accese più di un nervo nel signore basso. “Non volevo scomodarti, ma Lev non mi ha risposto!”

“È in mutande sul divano quel lavativo, quando torno lo gambizzo.”

“Ho provato a pagare diversamente, ma a quanto pare non è un’opzione in questo negozio.”

Ekaterina guardò il viso del signore – Yaku-san, come una sorta di mafioso esotico – colorarsi di rosso e girarsi verso il ragazzo con occhi di fuoco. “Ti stavi prostituendo?” Sibilò grave e sia Ekaterina che il ragazzo aggrottarono lo sguardo. “Per della verza e del riso? Isak, cazzo, pensavamo che i problemi fossero risolti!”

Se quello rimase allibito, guardando quello Yaku-san come se gli fossero spuntate due o tre teste, Ekaterina non riuscì a non dire “È qualcosa che succede spesso?” con tono contrariato. Perché a lei erano stati solo proposti dei followers?

La vita non era giusta.

“NO!” Si sbrigò a dire il ragazzo, Isak, alzando le mani come a voler bloccare fisicamente quella conversazione. “No, dannazione, ho proposto di pagare con pubblicità sui social, non mi sono venduto!”

“Vuoi dire che avresti proposto all’agenzia di pubblicizzare questo …” Il signore si guardò attorno, proprio come aveva fatto quell’Isak solo mezz’ora prima. Lui però non fu molto gentile. “… buco?”

“No.” Sibilò Ekaterina seccata, perché lei in quel buco ci lavorava e le fruttava pure una buona paga, quello Yaku-san doveva mettere la sua spocchia da un’altra parte quando si rivolgeva a chi le pagava l’affitto. “L’avrebbe fatto con followers, senza che vedessi rublo.”

Yaku-san spostò lo sguardo su di lei, le guance bianche quando prima erano state rosse e gli occhi enormi allibiti. “Cosa?” Alitò e Isak si stropicciò le palpebre da sotto gli occhiali.

“Lui avrebbe fatto un reel su Intagram o un video su TikTok, o non so cos’altro sinceramente, e forse avremmo guadagnato clienti.” Ekaterina alzò lo sguardo con sufficienza, guardando Isak cercare di sparire stringendo così tanto le spalle che forse dovevano far male. “Non so se sa come funziona, ma non è molto intelligente proporlo ad un discount.”

“Non è intelligente a prescindere.” Sibilò Yaku-san verso Isak ed Ekaterina si ritrovò a sorridere soddisfatta. “Chi ti ha insegnato a fare queste porcate?”

Ci fu un piccolo squittio e un pigolio così simile a Lev che non capì immediatamente cosa c’entrassero i leoni in quel contesto, salvo poi ricordarsi del Lev che non aveva risposto alla chiamata, ma Yaku-san sbatté il portafogli sul petto di Isak e prese il proprio cellulare, cliccando qualcosa e attaccandolo all’orecchio con una pazienza ribollente che sembrava comica.

Non passò nemmeno mezzo secondo. Appena dall’altra parte della linea ci fu risposta, attaccò ad urlare in una lingua sconosciuta che non le permise di capire nulla, ma era accompagnata da toni talmente taglienti e secchi da farla guardare curiosa la scena, dimentica dell’orario semplicemente orribile.

Sembrò scordarsi anche del ragazzo, perché le si avvicinò sussurrando “Mi scusi tanto per tutto, non credevo potesse succedere questo.” e lei si ritrovò a sobbalzare di sorpresa. “Avrebbe potuto omettere la parte dei followers.”

“E perché mai?” Domandò indispettita. “Meglio che si pensasse che si fosse proposto per un giro?”

Isak sospirò con stanchezza, prendendo il portafogli e aprendolo pensoso. Ekaterina batté gli articoli con mano pesante, sistemando tutto in una busta e masticando il totale con fare scocciato. Il ragazzo pagò silenziosamente, prendendo il tutto fluidamente e uscendo dal discount con passo lungo, facendosi seguire dal signore urlante che, intanto, aveva ripreso a parlare russo sibilando parolacce come fossero virgole.

Ekaterina si sbrigò ad abbassare la serranda, stanca di tutto e ufficialmente stufa di quella giornata da buttare.

Avrebbe solo dovuto aspettare che Arundhati arrivasse, poi forse avrebbe potuto finalmente rilassarsi.

 

*

 

Era intenta a spostare una cassa di latte di dimensioni industriali, pesante e raggruppata in un pallet ad altezza uomo, quando una manciata di roba gialla le si piazzò sotto il naso, confondendola per un lunghissimo secondo.

Quel giallo caldo le fece venire subito in mente il sole, il fuoco dolce, i syrniki. Erano tutte cose che associava a calore tenero e familiare e non sarebbe dovuto esistere nel grigio sporco magazzino del discount. Non avrebbe potuto sopravvivere: la luce naturale non sarebbe mai arrivata ad alimentarlo e quel giallo avrebbe vegetato aspettando che qualche raggio lo raggiungesse, tenero e speranzoso. Avrebbe sperato che potesse sforzarsi ed allungarsi, stirandosi verso di lui con un impegno che riteneva necessario, che lo facesse rinascere. Come tutte le cose brutte di quel mondo, avrebbe capito velocemente che la fine sarebbe stata vicina e si sarebbe nascosto in un angolo, ogni giorno più rattrappito e sempre più opaco finché non fosse riuscito a mimetizzarsi con le pareti porose di intonaco grezzo.

Quel giallo profondo non era un colore naturale in quell’ambiente: nemmeno le confezioni più sbarazzine riuscivano a spiccare in quel luogo oscuro illuminato da neon economico, quindi Ekaterina si ritrovò a battere le palpebre stranita ed avvertire la cassa del latte più pesante ad ogni secondo ticchettante del suo orologio mentale.

Alzò lo sguardo e, dietro un mazzo di delicati fiori gialli con nemmeno uno sprazzo di verde, c’era il ragazzo che le aveva fatto perdere la serata solo due giorni prima.

Era bello, sorridente e stranamente accattivante sotto la luce artificiale. Sembrava meno il vampiro che aveva pensato e più qualcuno che avrebbe potuto ucciderla nel più completo silenzio e buttare il suo cadavere in qualche canale di scolo schifoso: quegli occhiali mettevano paura, soprattutto nel magazzino difficilmente illuminato dal neon consumato.

Chissà se aveva qualche arma nascosta in mezzo a quei fiori.

Chissà se sarebbe sopravvissuta per raccontarlo.

“Perché lei è qui?” Chiese confusa e leggermente preoccupata, le braccia che facevano male per il peso anormale di quel latte ma troppo occupata a girarsi intorno per vedere se potessero esserci testimoni disponibili a testimoniare per la sua prematura e triste dipartita. “Questa zona è interdetta ai clienti.”

“La stavo cercando e mi hanno indirizzato qua.” Spiegò quello con tranquillità – com’era che si chiamava? Ekaterina non lo ricordava, ma sicuramente era tutta opera di Ekaterina P., che aveva la pessima abitudine di estraniarsi al cellulare e dare informazioni fasulle ai clienti facendoli perdere tra le corsie. Non riuscì nemmeno ad indignarsi della cosa che i fiori le vennero spinti sotto il naso, facendole battere ottusamente le palpebre. “Questi sono per lei.”

Oh. Un bel ragazzo – bellissimo ragazzo dannazione – aveva scelto di addentrarsi nei meandri più oscuri di un discount da quattro soldi e le stava regalando un mazzo di fiori dal colore stupendo.

Mmmh …

“E perché?” Domandò con voce giudicante, senza voler dar segno di poggiare la cassa di latte a terra per prenderli.

Le braccia stavano tremando ma lei era fin troppo abituata a pesi del genere.

Quel tizio a quanto pareva doveva avere un cuore di panna. Lo vide mettere su una faccia preoccupata  abbassandosi velocemente per aiutarla, una mano a reggere il mazzo e l’altra a sostenere la cassa con una forza che Ekaterina non si aspettava. “Non può usare qualche macchinario per tenere questo?” Lo sentì sibilare e cazzo, chi lo aveva mandato a romperle l’anima? Ah sì, Ekaterina P. “È troppo pesante, sento le sue spalle scricchiolare da qui.”

“Mi scusi?” Era un po’ troppo vicino ed aveva un odore costoso, mischiato a quello estivo della protezione solare. Un profumo di quelli che pubblicizzavano i grandi nomi e a cui Ekaterina poteva avvicinarsi soltanto attraverso i negozi specializzati nell’ottenere fragranze equivalenti a meno della metà del prezzo.

Aveva capelli chiarissimi, notò per la prima volta. Biondi pallidi, quasi del tutto bianchi e, insieme alla pelle chiarissima e a quegli occhiali da sole in faccia, si ritrovò ad aggrottare le sopracciglia confusa. Non sembrava tintura, da quel poco che ne poteva capire, e uno scorcio degli occhi da sotto le lenti scure le confermò i tratti dell’albinismo.

Alto, bello e albino. Niente vampiri all’orizzonte, quindi, ma non era detto del tutto. Gli occhi inoltre avevano quella sfumatura rossa che Ekaterina pensava di aver visto da qualche parte, ma non sapeva esattamente dove.

Conosceva quegli occhi, ne era sicura.

“Poggi a terra la cassa, per favore.” La voce del tizio sembrava condiscendente, ma la vibrazione  leggermente nervosa la spinse ad abbandonare la cassa sul linoleum martoriato del magazzino e prendere un respiro di sollievo, le mani libere dal peso esagerato.

“L’ho fatto solo perché non mi sentivo le dita.” Puntualizzò secca e quello aprì la bocca per rispondere qualcosa che si sarebbe meritata assolutamente, salvo poi ripensarci e mordersi le labbra per zittirsi.

Ekaterina ne fu stranamente compiaciuta. “La ringrazio per l’aiuto, ma lei non dovrebbe essere qui nonostante quello che le ha detto la mia collega.”

“Volevo darle questi.” Insistette, porgendole il regalo.

I fiori erano stupendi. Semplici, ampi, sembravano qualcosa che sarebbe potuto nascere nelle zone limpide e libere delle campagne rurali. Poteva vederli benissimo crescere ostinati e naturalmente liberi, giallo intenso e penetrante in mezzo a sterpaglia e papaveri rossi. “Volevo scusarmi per i problemi che le ho creato l’altro giorno, non mi ero reso conto di averla trattenuta oltre l’orario consentito.”

Oh. Un bel ragazzo fin troppo gentile.

Non esistevano persone così se non nei libri e nell’immaginaria realtà della fantasia. Di sicuro Ekaterina non aveva la fortuna di beccarli proprio lei in tutto il mondo conosciuto.

Dov’era la fregatura?

“Non è stato il primo e non sarà l’ultimo, glielo assicuro.” Quello sorrise ed Ekaterina si ritrovò a sorridere a sua volta, gli occhi da lui ai fiori che aspettavano solo di essere presi.

Forse non c’era la fregatura, pensò sentendo le dita prudere per la voglia di allungare la mano ed afferrarli. “Hanno un colore bellissimo.” Le sfuggì, incantata dal colore profondo.

“Sono contento che le piacciano.” Sentì il suo sorriso allargarsi e, dannazione, forse poteva abbassare la guardia che teneva alta per puro dispetto una volta nella sua vita.

Forse si trattava solo di un ragazzo gentile, uno di quelli di cui il mondo era pieno, e lei era la classica persona stronza che non si fidava dei bei ragazzi a prescindere, solo per bassa autostima e pregiudizio.

Forse doveva finirla di aspettarsi il peggio dalla gente e cominciare a fidarsi, perché quei fiori erano stupendi e lei avrebbe dovuto davvero smetterla di pensare di essere l’Elizabeth Bennett del ventunesimo secolo e togliersi la scopa dal culo, come sinceramente avrebbe dovuto fare l’Elizabeth Bennett originale dal principio.

Forse.

Forse, invece, aveva perfettamente ragione lei. “Almeno non sarò ucciso quando tornerò a casa.” Lo sentì ridacchiare ed Ekaterina si ritrovò a guardarlo con espressione piatta, il sorriso raggelato e leggermente storto. “Yaku-san non è stato particolarmente felice della mia uscita sui followers, ancora sputa insulti.”

“Yaku-san?” Domandò oziosamente, mentre l’immagine di un uomo basso e arrabbiato le si apriva nella mente. Certo che sarebbe stata opera di quello Yaku-san. Sembrava l’unico con un po’ di cervello tra i due e il tizio dall’altra parte del telefono, quella sera.

Il ragazzo annuì, sistemandosi gli occhiali da sole poco più in alto sugli occhi. “Non so perché ha voluto che prendessi proprio questi fiori, ma dal momento che le piacciono sono contento così.”

“Davvero?” Continuò Ekaterina, il sorriso raffreddato di parecchi gradi e le sopracciglia alzate di giudizio non così silenzioso. “Le porta il portafogli, la salva da una figuraccia e le consiglia i fiori da portare alla gente per scusarsi dei suoi errori.” Il ragazzo smise di ridacchiare di colpo e si fece serio mentre lei trasformava il suo sorriso in una smorfia risentita. “Sembra che starle dietro sia un lavoro a tempo pieno.”

Una stoccata un po’ troppo profonda. Il ragazzo strinse le labbra e disse piano, con una nota di forzata conciliazione. “Signorina, sta esprimendo un giudizio un po’ affrettato, non crede?”

“Sto descrivendo esattamente quello che è davanti ai miei occhi.” Ekaterina si abbassò e prese la cassa di latte, sistemandola tra le braccia con un grugnito e una rabbia offesa che non pensava di poter mai provare nei confronti di un perfetto estraneo. “Ringrazi Yaku-san per i fiori, ma sono costretta a rifiutarli.”

“Cosa?” Mormorò quello stranito. “Aspetti, non volevo intendere …!”

“Il magazzino è interdetto ai non addetti ai lavori, la prego di recarsi all’uscita.”

“Oh, andiamo! Cosa c’è che non va? Ha detto che le piacciono!”

“Attento a quando esce, potrebbe suonare l’allarme.”

“Cosa dovrei fare con questi ora?”

Ekaterina sbuffò forte dal naso e strinse i denti, ingoiando una parolaccia con la voglia di lanciare la cassa al tizio bello che non la faceva pensare bene. Non si girò nemmeno quando urlò seccata “Sono nasturzi, cazzo, ci si faccia un’insalata!”

 

*

 

La risata tonante di Lev riempì la stanza, piena e sonora come l’abbaio di un cane.

Isak non pensava di averlo mai sentito ridere in quel modo. Se avrebbe mai dovuto prendere ad esempio risate particolari, la prima che gli veniva in mente era quella di Kuroo-san, ragliante e assordante e così rumorosa da far girare più di una testa. Lev di solito aveva molta più grazia in quel frangente – ed era ironico, considerando che si parlava di Lev. Lev era elegante e affascinante solo davanti l’obiettivo di una telecamera o di una macchina fotografica, posizionato strategicamente dal regista e dal fotografo in pose plastiche e seducenti. Il resto del tempo sembrava non sapere come e dove sistemare il suo lunghissimo corpo ingombrante ed ogni suo spostamento creava più caos che altro.

Yaku, invece, sembrava indeciso se arrabbiarsi o ridergli in faccia. Nel dubbio, decise di sbuffare. “Mi piace questa ragazza.” Lo sentì mormorare, prendendo il mazzo di nasturzi in mano e scrutandone i petali pensoso. “Chissà come le è venuta l’idea di farci un’insalata.”

“Certo che ti piace.” Sibilò Isak seccato, facendosi ignorare da Yaku mentre lo guardava allungare la mano verso il cellulare e scatenando quasi l’ululato ilare di Lev.

La ragazza del discount non aveva accettato i suoi fiori di scusa.

Beh, non avrebbe dovuto importargli in fin dei conti. Era stato abbastanza educato da ammettere i suoi errori e chiedere perdono, non importava a nessuno se quella tizia non sembrava essere sulla sua stessa lunghezza d’onda.

A quanto pareva, né Yaku né Lev erano d’accordo con lui. “Perché hai dovuto dirle che era un mio consiglio?” Domandò Yaku scocciato, gli occhi che andavano dai fiori allo schermo del cellulare con sopracciglia corrucciate. “Cosa sei, stupido? Non hai mai parlato con una donna? O fatto altro? Aspetta, sono davvero commestibili! Ma guarda un po’!”

Isak si imbronciò.

Lui sapeva parlare con le donne. Era circondato da donne che gli parlavano, che civettavano, che ridevano e che gli si posavano addosso per l’ennesimo scatto sexy. Non era colpa sua se lavorare con Lev aveva il lato negativo di farlo sentire a disagio nel fare quel passo in più, perché niente era più castrante di avere tuo padre che ti guardava provarci con qualcuna.

I baci che aveva dato – più ricevuto, in effetti – erano stati più simili a saluti troppo libertini e risultati dubbiamente consensuali di affetto alcolico durante feste discutibili, quelle che finivano sempre con troppo alcool in circolo rispetto il livello base con cui Isak si sentiva a suo agio.

Erano stati belli, alcuni molto interessanti, ma gli avevano fatto capire velocemente che quel mondo non faceva per lui: aveva bisogno di una vita tranquilla e di sicurezza. Il precario filo che lo circondava in quei frangenti lo rendevano irrequieto e agitato, l’unico pensiero che lo assaliva era la voglia di ritornare nel calore della sua casa a ridere di stupidaggini con i suoi genitori, magari davanti una delle decadenti e onestamente esilaranti soap straniere che Lev seguiva con assidua attenzione.

Non riusciva ad abbandonarsi tra le braccia di una ragazza con la consapevolezza di un desiderio passeggero e volatile. Non era qualcosa che faceva per lui.

Lev si asciugò una lacrima, continuando a singhiozzare dalle risate. “È tranquillo quando parla con Alisa.” Lo giustificò tra i singulti, pensando probabilmente fosse una cosa intelligente da dire.

Yaku, ovviamente, lo guardò malissimo, staccando gli occhi dal cellulare solo per dargli uno scappellotto alla nuca. “Alisa-chan è sua zia.”

Lev incassò il colpo e alzò le spalle, come a dire che lui davvero non vedeva la differenza.

Isak arricciò il naso, sperando che quella conversazione morisse lì come era nata. “Cosa stai guardando?”

“Roba sui nasturzi.” Spiegò velocemente Yaku, cliccando un paio di volte sullo schermo del suo smartphone con il suo classico tatto pesante. “Ci sono un sacco di ricette, non pensavo.”

“Ho comprato quei fiori per scusarmi.” Ricordò piccato. Yaku sbuffò. “Sì, beh, non ha funzionato. Usiamoli per altro.”

“Non voglio mangiare le mie scuse!”

“Ti farebbe bene, giovanotto, almeno comincerai ad avere un’idea di quello che hai combinato.”

La risatina di Lev e il suo giovanotto scimmiottato gli fecero andare in fiamme la faccia. Era rabbia, quella, sicuramente, perché erano anni che Isak non provava vergogna per quello che combinava e non avrebbe ricominciato in quel momento. “Yaku-san, non ho fatto niente di male.” Brontolò contrariato.

“Hai letteralmente detto che sei stato costretto a fare delle scuse!” Quello uscì fuori da Lev. Lev.

Non era mai una cosa buona se Lev interveniva per essere la voce della ragione. “Isak, so anche io che l’ultima cosa da dire quando fai qualche regalo è che non era una tua idea.”

“Sì,” Masticò Yaku tagliente. “lo sa per esperienza.

“Ma io volevo davvero scusarmi!”

“Comincia connettendo la lingua e il cervello, allora. Quella ragazza è stata anche troppo educata.”

“Non mi sembra.” Borbottò Isak, alzandosi dalla sedia per andare a recuperare una scatola di mirtilli dal frigorifero. I mirtilli riuscivano sempre a calmarlo e metterlo in uno stato d’animo comprensivo, forse sarebbe riuscito a superare quella conversazione senza dare di matto. “Mi ha detto di mangiare i fiori.” Lo sottolineò con tono acido, appoggiandosi alla porta del refrigeratore con la scatola trasparente in mano.

“Fiori commestibili che danno un bell’aspetto a un’insalata.” Yaku schioccò la lingua soddisfatto, alzando il cellulare per far vedere la foto dell’ultima ricetta trovata. “Non sembra triste come gli ingredienti suggeriscono.”

Isak si ficcò una manciata di mirtilli in bocca, masticando furiosamente e sperando lo facessero stare zitto da qualche uscita infelice. Non ci riuscirono. “Ha comunque detto di mangiare dei fiori.”

“Sei fortunato, te li avrei ficcati in bocca con tutto lo stelo fossi stato io.” La faccia tirata di Lev e lo sguardo improvvisamente perso nel vuoto suggerivano esperienze premorte molto vicine al commento svogliato di suo marito.

Isak guardò Yaku con palpebre strette, portando un singolo mirtillo alla bocca e scrutandolo dubbioso. Lo schiacciò tra i molari e il succo gli riempì la bocca quando domandò con tono leggero “Yaku-san, come mai sei tanto fissato con questa ragazza?” Vide con la coda dell’occhio Lev stringere le labbra, come a trattenere un sorriso senza realmente riuscirci.

Yaku, invece, abbassò il cellulare e incrociò le braccia sul tavolo, alzando il mento di sfida. Isak sorrise. “Non sei mai così insistente quando Lev deve scusarsi con qualcuno -”

“Lev è un adulto con il cervello da poppante e una giornata non ha abbastanza ore per passarle a setacciare qualunque cosa combini.”

“- ma per una volta che succede a me, una singola svista di orario, tutto questo.” Isak prese un altro mirtillo con un risucchio derisorio, guardando Yaku socchiudere leggermente le palpebre. Il sapore leggermente acidulo che gli inondò la gola ed era quanto più simile ad una meritata vittoria. “Cosa ha di particolare quella ragazza?”

Quella posizione era perfetta per avere il quadro del salone.

Poteva vedere gli occhi di Lev, verde chiarissimo tale e quale a quello di alcuni felini, che rimbalzavano tra Isak e Yaku come in una partita di ping pong. Sapeva qualcosa, Isak era certo che sapesse qualcosa, ma non avrebbe parlato: andare diretto alla fonte – notoriamente schietta e brutale – era sempre la scelta migliore.

Yaku non deluse. “Quella ragazza.” Mormorò con tono troppo calmo, quello che risvegliava tutti gli istinti primordiali di fuga e gli faceva venire la pelle d’oca. Quello. “Qualsiasi negozio ha un orario di apertura e chiusura. Alcuni di questi orari sono previsti per legge, lo sapevi?”

Era una trappola.

Era pericolo.

Lev sembrò restringersi sulla sedia ed Isak aveva la sensazione di non essere da meno, lì ancora poggiato contro l’anta del frigorifero. Il pugno pieno di mirtilli rimase fermo a mezz’aria tra la confezione e la bocca, senza osare muoversi di un millimetro.

Yaku si appoggiò allo schienale della sedia, fulminandolo con lo sguardo e schioccando la lingua infastidito. “Quella ragazza, come la chiami tu, avrebbe dovuto abbassare le serrande di quel discount al termine della giornata lavorativa. Ora, non voglio entrare nel merito delle sue ore di lavoro, non so se il suo contratto prevede turni o cos’altro, ma ha degli orari ben precisi e, se non sei interessato ad una vita vera che fuori di quel locale ha i suoi cazzo di impegni da affrontare, potresti pensare almeno alla sua sicurezza.” Isak strinse le labbra in una linea penosa, sentendosi paralizzato.

Yaku affondò il colpo con occhi severi. “Era sera, era tardi, era una ragazza ed ha dovuto sentirsi dire che avresti pagato in fottuti followers!”

Ahi.

Quello faceva male.

Yaku scosse la testa, guardandolo deluso. “Quella ragazza ha un nome. Era scritto sulla targhetta attaccata alla sua divisa da lavoro. Ti sei almeno sbattuto a presentarti, quando ti sei scusato?” No, non lo aveva fatto.

Isak aveva paura anche a prendere un respiro. “Hai pensato di chiederle come si chiamasse? Di domandarle se quella sera avesse avuto dei problemi con i suoi superiori, con la chiusura del locale, nel tornare a casa a quell’orario già indecente, ma ulteriormente tardivo a causa della tua stupidità?”

Rimase zitto, il respiro bloccato a metà strada tra faringe e polmoni.

Non ci aveva minimamente pensato, ad essere completamente sinceri. Non aveva riflettuto nel fatto che un suo sbaglio avrebbe portato così tanti problemi a qualcun altro e, mettendola in quel modo, Isak non aveva la ragione di cui era certo.

Affondò i canini nell’angolo interno delle guance, sentendosi uno schifo.

Yaku annuì. “Ecco perché ho preso a cuore quella ragazza, oltre al fatto che non si è fatta incantare dalla tua faccia schifosamente bella e ti ha rimesso a posto senza problemi.”

Lo vide alzarsi, prendendo i fiori con gesti bruschi e portandoseli in cucina, superandolo senza degnarlo di altro sguardo. “Non ti darò più consigli su come comportarti in questa situazione, evidentemente frequentare quei circoli di modelli ti ha fatto montare la testa -”

“Yaku-san …” Si lamentò Isak con una smorfia, Lev che si faceva uscire un grugnito derisorio e lo guardava incuriosito. Sapevano tutti quanti che aveva smesso di accettare gli inviti alle serate secoli fa, quella era semplicemente perfidia.

Yaku non volle nemmeno sentirlo. “- ma fossi in te cercherei di comportarmi più da persona e meno da merda.”

“È carina almeno?” Domandò Lev con gli occhi scintillanti di malizia.

Isak ripensò alla ragazza – quella che aveva un nome, cazzo. Gli balzarono alla mente un paio di occhi scocciati, azzurro chiaro e dalle ciglia lunghe. Una bocca piccola e gonfia di morsi nervosi, ma rossa e piena. Pelle bianca, che si fece quasi subito di un rosa acceso su guance forse un po’ troppo tonde.

“È … normale.” Mormorò, sapendo che la parola giusta non sarebbe stata nemmeno carina ma qualcosa di più. Non voleva dare troppe informazioni, erano i suoi padri e Lev chiacchierava decisamente troppo.

Yaku lo derise. “Non solo è carina, ma ha la lingua lunga e sa come usarla.” Sentì il rumore secco di forbici robuste che tagliavano lo stelo dei fiori e quello dell’acqua corrente che scorreva dentro un recipiente. Inclinò la testa per guardare Isak, le forbici minacciose in quelle mani dalla personalità sanguigna. “Ci sono in giro persone decisamente più insulse e deludenti, potresti anche provare a fartela amica.”

Isak rabbrividì.

 

*

“Quindi gli hai detto di mangiarseli.”

Arundhati uscì dalla cucina portando una vaschetta dalle dimensioni industriali di gelato, una di quelle che di solito si vendevano formato famiglia allargata, e si raggomitolò sul pouf in patchwork che tutti loro pretendevano di chiamare poltrona con due cucchiai stretti tra le dita. Tre gusti diversi dal sapore artificioso nuotavano allegramente nello stesso contenitore di plastica opaca e non sarebbero per niente riusciti a compiere il miracolo facendo calmare Ekaterina, semmai fosse riuscita a rubare una posata e sfogare i suoi bassi istinti sul cibo, ma l’avrebbero ammansita abbastanza da non lasciarle sputare maledizioni su persone troppo belle che avevano la presunzione di pensare di avere tutti ai loro piedi.

E, in tutta onestà, era l’unica grandezza di gelato che potevano permettersi quando Arundhati si faceva prendere dalla fame nervosa ed era capace di spolverare qualsiasi cosa con tre masticate secche.

Ravi, sul divano accanto ad Ekaterina, grugnì divertito.

Aveva le cuffiette alle orecchie e il piglio concentrato, ma Ekaterina sapeva che il suo sesto senso da unico maschio in una casa di pazze era sempre al lavoro per garantire la sua sopravvivenza.

Frequentare ufficialmente come coppia Arundhati da quando lei aveva l’apparecchio ai denti e lui più brufoli che peli in faccia aveva significato sin da subito che la sua relazione a due, in realtà, avrebbe sempre compreso una terza persona, ben lontana dalle attività nella camera da letto – eufemismo, Arundhati non aveva vergogna – ma decisamente presente in ogni aspetto della loro vita. Sì, anche in bagno.

Ekaterina aveva conosciuto Ravi quando frequentavano le elementari, lo stesso periodo in cui aveva incontrato anche Arundhati. Aveva il chiaro ricordo di un ragazzino basso tutto ossa con una vocina delicata e leggiadra, che veniva costretto da genitori con mire matrimoniali ben precise a passare il tempo con quelle due ragazzine odiose che all’inizio non sopportava, sbuffando e lamentandosi in continuazione e fuggendo a giocare a calcio con altri bambini rigorosamente maschi non appena possibile.

Quello sgorbietto era cresciuto per diventare un omone di 1.96 m dalle spalle larghe e barba scura a coprire una faccia che era sempre stata affascinante. La voce si era arrocchita, la palestra lo aveva fatto diventare un armadio e la passione per il calcio si era fermata a quello che vedeva in televisione, il sogno di giocare per la Serie A abbandonato per quello di diventare pasticcere ed aprire un locale tutto suo.

Per arrivare a quell’intento, le sue giornate erano scandite da lezioni pratiche serali, integrate da interfacce didattiche teoriche online e video su YouTube prettamente autoindulgenti, il tutto mentre si guadagnava da vivere come impiegato contabile per una ditta di trasporti.

Le due mocciose altezzose divennero le costanti della sua vita.

Arundhati si innamorò di lui quando ancora lo guardava sforzarsi per riuscire ad arrivare agli scaffali più alti della cucina della madre, divenne ossessionata quando crebbe nel vichingo indiano che parlava di pasta choux e poolish come se entrambe lo capissero. Lo incoraggiava a spada tratta nel suo sogno – e nella visione di lui che montava gli albumi a neve ferma con frusta in acciaio e braccio bionico – e intanto faceva pratica nel customer service nel negozio di fiori dei suoi genitori, dove dispensava sorrisi finti ai clienti e trattava con fornitori e potenziali collaboratori, l’idea di accompagnare il suo uomo nel sogno e nella vita come specchietto tra i clienti e la sua bravura.

Ekaterina si inserì in quell’anfratto sempre presente che tennero aperto per lei senza nemmeno porsi una domanda, spalla dell’uno e dell’altra e parte integrante di una coppia affiatata che non aveva nemmeno avuto bisogno di sceglierla come parte della famiglia: lo era sempre stata.

Arundhati rimaneva comunque la prima migliore amica di Ekaterina e, come ogni migliore amica che si rispettasse, era spietata. “Sei sicura di aver capito bene? Non per qualcosa, ma quando ti incazzi ti si chiude la vena e non capisci più nulla.”

“Sono abbastanza sicura che abbia detto di aver comprato quei fiori sotto costrizione.” Sibilò Ekaterina acida, strappandole un cucchiaio dalla mano e afferrando la vaschetta di gelato. Era ancora duro, troppo freddo a causa di un freezer vecchio e ostinato che tendeva a creare sculture di ghiaccio invece di mantenere semplicemente i cibi, ma ciò non le impedì di affondare il cucchiaio con violenza nel gusto tartufato e usare tutta la poca forza dei suoi deprimenti muscoli per cavare un assaggio degno di quel nome. “Nemmeno li ha scelti lui, era sempre un ordine di quello Yaku-san.”

“Yaku-san.” Canticchiò Arundhati ridacchiando, accostando le sillabe con tono cantilenante come se le trovasse particolarmente piacevoli insieme. Il cucchiaio sporco di fragola stretto tra le gengive e Ekaterina non capiva che superpotere avesse per riuscire a non sbavare. “Sembra il nome di qualcuno della yakuza.”

“Potrebbe benissimo farne parte.” Grugnì quasi, staccando un pezzo di gelato che quasi saltò via dal cucchiaio. Per pura fortuna, riuscì a mantenerlo nella posata. “Fortunatamente non sembra avere voglia uccidermi.”

“Potrebbe cambiare idea ora che hai rifiutato i fiori.”

Ekaterina si bloccò, il gelato che slittava nella conca del cucchiaio. Quello, in effetti, era qualcosa su cui non aveva riflettuto.

Batté le palpebre, tirando su con il naso mentre prendeva il boccone, il cioccolato economico che le si scioglieva in bocca insieme a sentori di fragola congelata. “Non ho rifiutato i suoi fiori, ho rifiutato quelli di quel ragazzo.” Precisò stizzita.

“Che si è comportato da stronzo, ma che ne sai come ragionano i mafiosi.”

“Yaku-san non è un mafioso.” Uscì più stridulo di quanto lo intendesse, perché il gelo le andò in gola e le freddò le pareti della laringe in modo fastidioso. Ravi decise che era arrivato il momento di togliersi le cuffie ed intervenire, scoccando un’occhiata di avvertimento ad una ridacchiante Arundhati. “Smettila, si sta innervosendo.”

Non è vero!

“Kat, cambia qualcosa se i fiori erano un regalo di quello Yaku-san?” Sia Ekaterina che Arundhati si girarono a guardarlo, ognuna con il proprio livello di indignazione. Ravi, fin troppo abituato, non si scompose. “Il tizio ti ha fatto perdere tempo, ma anche quello Yaku-san, no? Si è presentato con il portafogli e si è messo a litigare al telefono in birmano.”

“Sono abbastanza certa fosse giapponese. Almeno all’inizio.”

“Aveva lo stesso dovere di quel ragazzo di farti delle scuse. Anche se, diciamocelo, dovere è relativo.” Lo vide fare una smorfia e grattarsi la barba, la cuffietta che pendeva dal palmo a dondolare incurante. “I clienti sono dei bastardi che credono sia tutto dovuto, quando mai qualcuno si è scusato per qualcosa?”

Arundhati si schiarì la voce con fare seccato. “Non riesco a capire dove vuoi andare a parare, ma non penso mi stia piacendo.” Avvertì con tono dolce, rubando una cucchiaiata di gelato alla fragola e succhiando pensosa. “Perché il ragazzo non avrebbe dovuto scusarsi? Perché il ragazzo ha fatto lo stronzo e ha dovuto dire che non era una sua idea?”

“I nasturzi non erano una sua idea.” Precisò Ravi, calciando leggermente la coscia di Ekaterina per scuoterla dal suo tunnel di cioccolato e fragola e negazione. “Non avevi detto così? Intendo prima, quando eri troppo incazzata per inventarti cose e Arundhati non ti aveva ancora caricata di stronzaggine.”

Avvertì Arundhati sbuffare secca dal naso senza vederla davvero, tentando di scavare un po’ di gelato dal bordo leggermente più sciolto della vaschetta. “Ha detto che i fiori non erano una sua idea.” Brontolò piano con l’ostinazione odiosa di chi non voleva accettare compromessi, ma a pensarci bene non era andata proprio in quel modo.

Il tizio alto e bello aveva detto che i nasturzi erano un’idea di Yaku-san? Cazzo sì.

Il tizio alto e bello e profumato di crema solare e roba costosa le aveva detto che voleva scusarsi? Beh … sì.

Il tizio alto e bello e profumato di crema solare e roba costosa con degli occhi che aveva già visto da qualche parte ma non capiva dove ed erano così particolari, così unici, così indescrivibili le aveva detto che voleva regalarle dei fiori? No. O, almeno, non l’aveva detto esplicitamente.

Era stata una conversazione molto veloce, quella. Quando Ekaterina aveva iniziato ad infastidirsi per qualcosa che non aveva capito nemmeno lei, ma che le aveva acceso tutti i nervi nello stesso momento come se spingesse l’interruttore giusto solo per, appunto, chiuderle la vena e permetterle di sentire solo mezze frasi, quelle sbagliate …

… Ecco, a pensarci bene Ekaterina non aveva le ragioni che aveva creduto con così tanta convinzione. E stava cominciando a sentirsi leggermente in colpa.

A freddo, con lo zucchero del gelato in circolo a pomparla di endorfine, su un divano in tessuto bitorzoluto in cui il suo sedere si era impegnato per anni ad imprimere la sua forma in una conca comoda e rassicurante e il calore sicuro delle pareti della sua casa, poteva ammettere che non era andata esattamente nel modo in cui la raccontava Arundhati.

O, meglio, nel modo in cui l’aveva raccontata lei stessa.

Dopo vari respiri zen era abbastanza padrona di sé da riconoscere, almeno nella privacy della sua testa, che il ragazzo semplicemente aveva avuto un’uscita infelice di cui nemmeno doveva essersi reso conto finché non gli era scoppiata addosso.

E chi era lei, poi, per pretendere delle scuse? Non pensava nemmeno che potesse esserci qualcuno disposto a farne, e ne aveva subite di sgarbatezze in tutti gli anni in cui lavorava nel discount. Anche al di fuori, a voler essere onesti.

“In realtà non credevo di rivederlo.” Borbottò pensosa, il cucchiaio stretto tra le labbra e gli occhi che andavano dal gelato al cioccolato tartufato a quello alla fragola con scatti lenti, ponderando di mischiarli con il terzo gusto alla crema che si ergeva fiero tra i due. “Con dei fiori, poi.”

“Oh cazzo, Kat! Gli stai dando ragione?”

“Avevo completamente rimosso l’episodio ed Ekaterina P. me lo manda senza avvertirmi, ero impreparata!”

“Quello là ti ha portato dei fiori che non voleva portarti!”

“Ha detto che gli sono stati consigliati i nasturzi.” Ripeté Ravi, rimettendosi le cuffie e cliccando sul tablet, ritornando nel suo magico mondo di abbattitori e cottura a bagnomaria. “Almeno la prima versione è stata raccontata così.”

“E non è la stessa cosa?”

“Sssh, voglio capire come cristallizzano lo zucchero.”

Arundhati si girò verso Ekaterina con occhi di fuoco. “È la stessa cosa, vero?”

Beh, no. Consigliare un dono e consigliare una tipologia di fiori poteva essere molto differente.

Ekaterina arricciò il naso e prese una cucchiaiata enorme di gelato alla crema, riempiendosi la bocca sorda al lamento strozzato di Arundhati. “Ti sei fatta abbindolare!”

“Perché te la stai prendendo così? Fino a poco fa mi prendevi in giro.”

“Un tizio ha fatto lo stronzo con la mia migliore amica, potrei essere capace di spezzargli le rotule e prenderti in giro nel frattempo.” Le puntò il cucchiaio addosso, la coda sbilenca che ondeggiava minacciosa. “L’ho già fatto in passato.”

“Pretendevi lo facessi io, quegli stuzzicadenti che hai per braccia possono fare ben poco.” Mugugnò sofficemente Ravi, aggrottando lo sguardo e cliccando per ripercorrere un procedimento confuso.

“Continua a isolarti su youtube e non rompere tu.”

“Sono sincera, non mi è piaciuta la sua uscita … ma forse ho esagerato un po’.” Prese un respiro forte, l’odore appannato di cioccolato freddo che le invadeva le narici e quello più leggero della crema, imbastardita da sentori di fragola sintetica, la calmarono abbastanza da passare la vaschetta ad Arundhati, che cominciò ad attaccare il gelato sbuffando come un piccolo vitello furioso. “È inutile parlarne ancora, non è che lo rivedrò.”

“Ci deve solo provare.” Ad Ekaterina piaceva quando la sua migliore amica prendeva le sue difese, ma in quel momento riconosceva che Arundhati voleva solo essere ostinata e averla ragione senza alcun motivo logico. Non era stata lei quella che era rimasta nel discount oltre l’orario di chiusura, in fin dei conti.

Ravi si fece sfuggire un lamento improvviso ed Ekaterina allungò il collo, sorridendo per la pubblicità che bloccò il video su YouTube per i prossimi secondi.

Era la classica promozione senza senso di un profumo, quella in cui una donna stupenda mezza nuda e un uomo senza camicia facevano cose prive di logica per una storia che non aveva né capo né coda, in quel caso nei pressi di un porto circondati da gabbiani.

Solo che questa volta era diverso.

Questa volta, il primo piano dell’uomo non la riempì di fastidio annoiato. Il filtro scelto non toglieva del tutto la sfumatura rosea di quella sclera, né il pallido rosso che circondava la pupilla, né le ciglia bianche e i capelli così chiari che … no, non era tinta quella. Non era tinta.

Riconosceva quei cazzo di occhi.

Merda!

 

*

 

C’era qualcosa di ironico nel ritrovarsi nuovamente dalla parte giusta di una cassa specifica nel discount che gli aveva dato più problemi - e pensieri, fastidiosi e stuzzicanti – di qualsiasi altro locale avesse frequentato in, probabilmente, tutta la sua intera esistenza.

Chiunque avrebbe potuto prenderlo come uno scherzo della vita.

Il pesante pacco di riso bianco e la busta con una singola pianta di verza stretti nella mano di Isak parlavano, invece, di premeditazione e un pizzico di presa in giro.

La ragazza, quella che lo aveva praticamente mandato a passeggiare per prati e brucare nel frattempo l’ultima volta che si erano visti, non lo aveva notato subito. Poteva capirlo dall’espressione annoiata e i movimenti morbidi e rilassati con cui batteva i prodotti, dai tasti della cassa che schioccavano meccanici come bottoni automatici quando digitava cifre e stampava scontrini con gesti ripetitivi e dalla pelle bianca pallida con nemmeno un accenno del rosa che Isak voleva vedere più di quanto fosse necessario.

Quel pensiero lo portò ad insultarsi mentalmente, perché quelle guance rosse e quegli occhi grandi e indignati spuntavano ad avvelenargli i pensieri quando meno se lo aspettava, soprattutto nei momenti meno indicati e, davvero, doveva darsi una calmata.

Capì immediatamente di essere riconosciuto quando arrivò il suo turno.

Le dita della ragazza si irrigidirono appena non appena si allungò per afferrare la busta di riso, lo sguardo che andava velocemente sulla verza per un singolo attimo. Era bastato il tempo minimo per mettere insieme i pezzi la vide bloccarsi per un rapido istante: un’esitazione appena accennata, quasi un avvertimento intestino prima di ricominciare a pieno ritmo il suo lavoro e uno sbuffo di naso seccato e nervoso.

Le guance, però, le si fecero rosee e la bocca si strinse in una linea ferma. Alzò gli occhi solo per un secondo, il tempo di scorgerlo e confermare la sua impressione, dopodiché abbassò il capo e tutto venne coperto dalla frangia scura. Non consentì a Isak di scorgere altro.

Non gli interessava, in realtà.

La targhetta con il nome spiccava sul petto, ben agganciata alla divisa, e il pennarello economico citava EKATERINA F. con andatura leggermente inclinata, il punto finale sbavato per la fretta di inserire il cartellino dentro la plastica protettiva senza permettere all’inchiostro di asciugarsi appieno.

Isak si morse il labbro, pensando che quel nome potesse adattarsi veramente bene a poche persone e qualcosa dentro di sé gli suggeriva che fosse perfetto per quella ragazza contraddittoria.

Come in quel momento: due spinte secche di cassa e la sentì snocciolare il dovuto con voce asciutta, tutto il contrario di pelle rosa e occhi nascosti.

Chissà se lo avrebbe mandato a quel paese se gli avesse riproposto i followers. “Pago con carta.” Le sorrise sornione e l’angolo delle labbra si alzò appena verso le guance, in una stilla di divertimento inaspettato. Prese la carta di credito e la strisciò con gesti sicuri. “E vorrei scusarmi. Di nuovo.”

“Non c’è bisogno, non è successo nulla.” Lo disse velocemente, quasi senza dargli il tempo di finire ed ecco di nuovo quel rossore. Più acceso ora, un rosa vivace che le colorava le guance in un pomello irregolare e le attraversava il ponte del naso con una spolverata accennata. “Vuole una busta?”

“Voglio darle questi.” Erano rimasti dietro la schiena per tutto quel tempo, in attesa solo di quel momento. Il piccolo bouquet sporgeva adesso oltre il plexiglass della cassa, colorato e implorante e la ragazza – Ekaterina – batté gli occhi velocemente, quasi non capendo.

Quando lo fece, divenne definitivamente rossa. E irritata. “C’è fila.” Sibilò stizzita, occhieggiando l’unica persona in attesa dietro di lui che sembrava tutt’altro che dispiaciuta. Era una signora che doveva aver raggiunto la pensione da anni, almeno a giudicare dalla ragnatela di rughe che le dava personalità al viso. Il sorriso largo e compiaciuto parlava di pettegolezzi immagazzinati in modo certosino nella sua mente allenata e della contentezza che una delle scene più dementi delle sue soap preferite si fosse magicamente materializzate nel bel mezzo della sua spesa settimanale: sembrava estasiata.

Isak le rivolse un sorrisino storto e quella ammiccò salace. “Non sembra dispiacerle.”

“Non lo faccio.” Gorgogliò appunto arraffando alla cieca un pacchetto di caramelle dallo stand accanto, come per sottolineare che era troppo indaffarata per dar loro la considerazione che credevano.

Se Isak ridacchiò, Ekaterina attivò il nastro con sguardo leggermente incattivito. “Signora Egorova, deve smetterla di aspettarsi drama di qualsiasi tipo qua dentro.” Batté un pacco di caffè con forza e il bip della cassa risuonò allegro nell’aria. “Non funziona così, non siamo in Efrosinya.”

“Tesoro mio, l’ambiente è più da Tainy Sledstviya, non credi?” E Isak la vide scoppiare a ridere, il naso arricciato e gli angoli delle labbra così curvi verso le guance piene che non sapeva perché, ma cazzo se era carina.

Più che carina, a dover essere onesti.

Non seppe benissimo quanto tempo aspettò. Forse una decina di minuti, forse qualche secondo scarso, ma la signora Egorova gli batté una mano sulla spalla spingendolo leggermente per passare e all’improvviso erano solo loro, con verza e riso ancora senza busta e un mazzo di fiori senza senso nella sua mano sudata.

Ekaterina, in tutto ciò, sembrò improvvisamente prendere possesso di sé stessa.

Isak la vide guardarsi attorno velocemente ed alzarsi, spingendo il busto verso di lui con aria di sfida. Non si era mai reso conto che, in piedi, gli arrivava a malapena al collo. “So chi sei.” Sbottò brusca, il viso ancora acceso per poco prima e le formalità platealmente abbandonate. Imbronciò le labbra e Isak seguì l’operazione come un idiota. “Non capisco perché sei venuto qui, di nuovo, ma ti assicuro che non c’era bisogno di scusarsi fin dall’inizio, quindi puoi smetterla.”

A quelle parole, Isak riacquisì un minimo di contegno. Per quanto possibile, almeno. “Scusami?”

“No, guarda, ti ho visto su YouTube - non ti sto stalkerando, davvero -, Ravi stava seguendo una qualche ricetta strana e sei comparso tu con questa ragazza bellissima ed eri a petto nudo a fartela con un profumo – ma non ti stavo stalkerando, giuro! – ed ho capito in quel momento la cosa dei followers, credevo fossi un cazzone che voleva fare il furbo ma davvero, puoi smetterla, è stato un errore, ok?”

Ok? Ok?

No che non era ok!

Isak era riuscito a capire solo due cose da tutta quella roba vomitata alla velocità della luce: la prima era che aveva visto una sua pubblicità, cosa che non lo imbarazzò per niente – maledizione ai registi che pensavano che profumo e nudità ingiustificata fossero un’accoppiata vincente - e l’altra era qualcosa di cui voleva essere sicuro.

Si schiarì la voce, leccando piano le labbra prima di chiedere “Chi è Ravi?” con un tono morbido, calmo e controllato.

Non c’era motivo di essere infastiditi. Non c’era motivo che la risata derisoria di Lev gli rimbombasse nel cervello sbattendo contro le pareti del cranio, il suo “È carina almeno?” che perdeva ogni traccia di curiosità ammiccante ad ogni rimbalzo e diventasse sempre più derisoria.

Non c’era alcun motivo. Era andato lì per scusarsi, in fin dei conti, non per chiedere di uscire a qualcuno.

Il fatto che quella ragazza lo incuriosisse particolarmente non aveva niente a che vedere con quella domanda totalmente disinteressata.

Fu quasi fiero di sé di come pose la questione che si ritrovò a battere le palpebre maledicendosi quando Ekaterina si fece sfuggire un lamento. “Non prendertela con lui!”

A quanto pareva, non aveva il totale controllo delle sue espressioni vocali come realmente redeva.

La vide stropicciarsi gli occhi e strofinarsi la fronte sotto la frangia, scuotendo la testa. “Sai che c’è? Dovresti fare causa a YouTube che blocca i video in punti strani per mettere pubblicità discutibili ma aspetta, mi sa che tu ci guadagni, sono io che mi scoccio a vederle.” Sembrò pensarci su un secondo soltanto, poi agitò le mano, scrollò le spalle e prese una busta. “Arundhati mi ha insultato in entrambe le lingue a causa tua, sappilo. Era così contrariata che avessi conosciuto un modello e lei no. O attore?” Lo guardò con occhi enormi e confusi, il tutto mentre imbustava il riso con la sciolta familiarità di chi compieva quell’azione tutti i giorni. “Cosa sei? No, aspetta, mi sto facendo gli affari tuoi, lascia stare.”

“Ravi è un tuo amico?” No, non era quella la domanda giusta dannazione.

O meglio, lo era. Ma forse non in quel momento, non in quel punto della discussione, non in quella situazione in generale. “Il tuo … ragazzo?”

“Cosa? No!” La vide arricciare il naso, un ew neanche troppo silenzioso che le uscì dalla gola. “Però è lui che stava vedendo il video e sei apparso tu là in mezzo al porto con i gabbiani e quella strafiga, oddio e stai qui a parlare con me! Vai da lei!”

“Non so se capisci che quello è lavoro.” Isak cominciò a ridacchiare, scuotendo la testa e guardandola scoccargli un’occhiata scocciata. “Non so nemmeno di quale pubblicità stai parlando, figurati la partner di quel momento.” Sospirò improvvisamente stanco, togliendosi gli occhiali da sole e tirandoli su tra i capelli. Scosse i fiori, vedendoli per la prima volta sotto il neon economico del discount fare a pugni tra di loro con colori che cozzavano in maniera vergognosa. “L’ultima volta … non sono stato delicato.”

“L’ultima volta non sarebbe dovuta nemmeno esistere, in quanti ti riconoscono?” Ekaterina lo bloccò di nuovo, in uno schema che sembrava stranamente intimo. Cominciò leggermente ad irritarsi per essere stato interrotto di nuovo, salvo poi vederla inclinare la testa e mettere su un’espressione preoccupata. “Vieni perseguitato? È per questo che hai gli occhiali da sole?” La guardò farsi seria, gli occhi larghi di apprensione. “È sicuro per te stare qua?” Sussurrò circospetta, scrutandosi attorno con fare guardingo. “Ci sono guardie del corpo? Sei più a tuo agio in magazzino?”

“No, Dio no!” Stava andando tutto storto. Tutto fottutamente storto.

Si pizzicò il ponte del naso, prendendo un respiro profondo. “Non sono una celebrità.” Chiarì secco, fissando un punto che doveva rimanere fermo. “Non sono conosciuto come pensi e l’unica persona che potresti pensare che sia un mio fan è un ragazzino giapponese che ho visto crescere, praticamente un fratellino.” Sapeva quello che diceva: Kea era sempre il primo a commentare i suoi post su Instagram. Era adorabile. “Porto gli occhiali perché la luce è, beh, abbastanza irritante per me e, ti prego, accetta questi fiori.”

Non c’era stato l’aiuto di Yaku-san questa volta.

Isak aveva fatto le sue ricerche, spulciando i siti più strani e dannandosi nel frattempo: WikiHow era stato parecchio inutile, con consigli decisamente stupidi che sarebbe stato stupito se veramente potessero funzionare; i blog a cui era arrivato in modo del tutto casuale sembravano scritti da maniaci sessuali in erba con solo una cosa in mente e pagine web leggermente più serie sfoggiavano situazioni che parevano uscite fuori da qualche film da quattro soldi che andava per la maggiore sotto il periodo di Natale.

Isak si era quindi ritrovato a tornarsene con la coda tra le gambe alla scelta di offrire dei fiori, sperando che la sua faccia disperata e la sua richiesta lagnosa “Potrebbe consigliarmi qualcosa che implori scusa, perdono, mostri rispetto e chieda una possibilità al tempo stesso?” fosse traducibile con una composizione decente ed effettivamente realizzabile.

Il fioraio – un buon uomo che sembrava aver visto di tutto nella sua vita - gli aveva riso in faccia senza pena, ma lo aveva poi guardato con tenerezza piazzandogli davanti vari colori di una tipologia di fiori di cui non ricordava assolutamente il nome, ma di cui spiegò il significato con pazienza e un pizzico di divertimento. Isak decise di prendere un esempio di ogni variante e ficcarli in un mazzo esteticamente orribile solo per tornare in ginocchio nel discount.

Erano belli, presi singolarmente. Insieme, era più simile ad un’accozzaglia di boccioli intervallati da foglie color vite che sembravano non poter coesistere tra di loro. Il fiorista era stato anche troppo buono nel non commentare quella decisione oscena e cercare di salvare il suo lavoro creando qualcosa di accettabile, nonostante le ovvie limitazioni.

Ad Ekaterina non sembrò importare che quei fiori fossero cromaticamente agghiaccianti.  

La vide mordere il labbro inferiore, trattenendo appena il respiro e non pensando a quanto dovesse far male quel morso, se Isak stesso poteva scorgere la pelle diventare bianca per l’affondo dei denti.

“Non ci sono stati aiuti, questa volta.” Chiarì svelto, la voce leggermente agitata alle sue stesse orecchie. Ekaterina stirò le labbra in un sorriso divertito, ancora strette nella morsa degli incisivi, e Isak si sentì incoraggiato a continuare. “Non so nemmeno se ti piacciono i fiori in generale o … altro, in particolare, forse ho sbagliato …”

“Mi piacciono.” Lo bloccò svelta e con voce bassa. Sentì un peso sparire dal suo petto e fu quasi stupito dal fatto che, fino a quel momento, aveva sentito un’apprensione che non aveva riconosciuto come tale. Il sollievo fu così improvviso che si trovò a rilassare le spalle e scoprire che dolevano leggermente. “I fiori sono belli.” Continuò Ekaterina, guardando i petali pensosa. I denti avevano lasciato segni sotto il labbro inferiore e si erano trascinati sul rosa scuro, facendolo sanguigno lì dove avevano tracciato il percorso. Isak si morse appena la guancia, giusto per non fare qualcosa di idiota. “Non riesco a mantenerli vivi a lungo ma Arundhati … la mia amica intendo, mi può aiutare.”

Non li prendeva, però.

Continuava a guardarli, come se potessero dirle qualcosa da un momento all’altro. Le dita erano strette a pugno, quasi a trattenersi dall’allungare la mano e afferrarli, come se fosse certa che, se solo si fosse concessa quella debolezza, sarebbe accaduto qualcosa che l’avrebbe fatta pentire.

 “Quindi …” Cominciò Isak, cercando di capire come muoversi. Capiva come potesse sentirsi Ekaterina, ma quello era territorio inesplorato anche per lui. Soprattutto quando gli occhi gli cadevano su quel labbro lucido e martoriato, il pensiero ostinato e inopportuno di voler conoscere sapere come sarebbe stato sotto le sue dita. O contro la sua bocca.

Ragazze brille e curiose che gli stampavano baci nella speranza di qualcosa di più lo avevano cullato in un falso senso di sicurezza, certo che difficilmente avrebbe avuto difficoltà qualora ci fosse stato un reale … interesse? Dubbio? Fastidio?

Quei maledetti e se di cui Yaku-san gli aveva raccontato, quelli che lo avevano perseguitato quando Lev insisteva, insisteva, insisteva talmente tanto da aver fatto l’impossibile per non fargli distruggere tutto, tanto da riuscire a seguirlo fino in Russia e costringerlo a dar l’occasione da cui Yaku stava scappando.

“Mi chiamo Isak.” Sbottò, spingendole i fiori tra le braccia e costringendola così a prenderli senza darle modo di rifiutare. La vide prendere il bouquet in automatico per non farlo cadere, le guance rosa – troppo piene, troppo rosa – che le illuminavano il viso e gli occhi che lo guardavano confusi e allibiti, come se non si aspettasse nulla del genere.

Isak sperò non lo prendesse per pazzo – ancora - e sbuffò imbarazzato. “Mi chiamo Isak e avrei dovuto presentarmi molto prima di oggi.”

Ekaterina aprì la bocca, sicuramente per dire il suo nome e lui la anticipò. “Il tuo nome, Ekaterina … penso sia bellissimo.”

Avvenne tutto in un attimo.

Le guance le si raffreddarono, facendosi di nuovo bianche. Persero quella gradazione piacevole e le sopracciglia le si aggrottarono appena, una scintilla di fastidio che non riusciva a comprendere.

La vide sorridere con un angolo di labbra, soffiando una risata priva di allegria. “Il mio nome …” Borbottò amara e Isak si irrigidì, non capendo perché reagisse in quel modo. “Davvero, sul serio, non ho aspettative verso di te.” Cominciò a dire ma la voce era fredda, asciutta e Isak si sentì istantaneamente infastidito. “Ti ringrazio per i fiori, questa volta li accetto, ma non devi inventarti roba per … per … per cosa? Hai qualche colpa intestina da espiare e hai deciso che la commessa sfigata era un ottimo modo per ripulirti la coscienza? Cosa stai cercando di ottenere qui? Perché non capisco.”

Contraddizione.

Era quello, forse, il motivo che lo teneva ancora lì, che lo portava ancora lì, a cercare l’attenzione di qualcuno così ovviamente disincantato da insistere nel cacciarlo, di nuovo, per conclusioni sbagliate che si era dato da solo.

Perché lo erano, cazzo. Lo erano assolutamente.

“Spiegami esattamente come sei arrivata a questo.” Sibilò Isak, guardandola accigliarsi senza che gli importasse affatto. “Come puoi pensare che sia venuto qui, abbia puntato il dito a caso e ti abbia scelta per … per … che cos’era? Espiare colpe intestine?

“Vuoi dirmi che non è vero?” Lo sfidò, alzando il mento.

“Non so nemmeno che significa!” Isak non capiva se volesse essere difficile per qualche motivo particolare, ma stavolta non era disposto a tollerare altro. “Mi piace il tuo nome, cosa dovrebbe esserci di subdolo in questo?”

“Oh, andiamo. Ekaterina.” Le sfuggì un verso di scherno, scuotendo la testa con espressione irrisoria. “Ti piace un nome banale che nasce per la città in cui vivo e in cui verrò probabilmente sepolta male per qualche incidente cretino, cosa può esserci di più noioso del mio nome?” Ekaterina incrociò le braccia, il fruscio della carta crespa che avvolgeva i fiori forte per il movimento improvviso. Li stava stringendo così forte che tremavano. “Isak, vero? Isak. Scegliti una stronzata più credibile la prossima volta.”

“Ekaterina è un nome perfetto.” Non voleva innervosirsi. Non voleva andasse in quel modo, ma diavolo se quella ragazza non riusciva a portarlo in punta di piedi ogni volta che si rivolgevano la parola. “Ekaterina è un nome che associo a casa, che mi dà sicurezza.  Ekaterinburg è il posto in cui ho trovato Yaku e Lev, anzi, mi hanno trovato. È la città che mi ha fatto diventare quello che sono, che mi ha reso questo. E noo, non un modello, cazzo, ma me stesso.”

Isak si stropicciò la fronte. Aveva improvvisamente voglia di mirtilli, voleva sentire il succo esplodere sotto i molari e il sapore acidulo leggermente zuccherato che inondargli le vene e calmarlo.

Aveva voglia anche di scuotere quella ragazza per le spalle e dirle di smetterla di pensare che stesse giocando, perché non credeva di essere mai stato più serio di quel momento.

Ekaterina,” Continuò, notando appena il piccolo singulto sorpreso che le sfuggì. Lo guardava con occhi spalancati, le braccia strette ma il bouquet fermo. Non sembrava tremare più. “non ti sto prendendo in giro. Penso davvero che il tuo nome sia bellissimo, penso che poche persone possano sfoggiarlo nel modo in cui fai tu, così appassionato. E penso che sia tu a non riconoscergli la giustizia che merita.”

“Non mi conosci nemmeno.” Sbottò, non aggressiva come poco prima ma abbastanza battagliera da non voler cedere.

“Penso che tu mi abbia mandato a quel paese un po’ troppe volte per non essermi fatto un’idea.” Ci fu qualche secondo di silenzio prima di sentirla ridacchiare, addolcendo il viso e facendogli sentire qualcosa svolazzare nello stomaco. Aveva una bella risata, pensò sorridendo. Trillante e sorpresa.

Forse non era solo curioso, capì inclinando la testa e guardandola districare le braccia per osservare i fiori rapita. Forse voleva davvero conoscerla di più.

“Vorrei offrirti un caffè.” Lo disse prima di pensarlo e non lo stupì come avrebbe dovuto. “Anzi, un pranzo. Non sono delle scuse!” Anticipò, vedendola scrutarlo sorpresa. “Ti ho comprato troppi fiori per questo, il mio l’ho fatto.”

“Wow, come vero maschio alpha.” Ekaterina ridacchiò, sedendosi alla cassa nel momento in cui scorse dei clienti avvicinarsi curiosi. “Mi piacerebbe, in realtà.” Confessò piano e le guance ritornarono rosa acceso. La cosa lo riempì di strana soddisfazione. “Non dovrebbe, ma mi piacerebbe.”

“Penso che tu debba riconsiderare parecchio cosa dovrebbe o non dovrebbe essere, ma che posso saperne? Ho scoperto solo da poco quanto è buona un’insalata di nasturzi.” Ekaterina scoppiò a ridere e, davvero, era carina da morire.

“Sapevo che eri uno stronzo, sotto tutta quella faccia da modello.” Lo informò con espressione furba.

“Sapevi che ero uno stronzo dal momento in cui ho scordato il portafogli a casa.” E aveva tentato di rifilare followers al posto di rubli. Dio, Kea non avrebbe mai dovuto saperlo. “Posso avere l’onore di portarti a pranzo, allora?”

“Ho una pausa molto breve.” Non lo guardò quando lo disse, abbassando la testa sui prodotti da battere per coprire guance troppo calde, ma la signora che stava servendo gli scoccò un’occhiata divertita che sprizzava approvazione da tutti i pori.

“Vorrà dire che avremo un pranzo veloce.” Un fischio da lupo si alzò da qualche reparto ed Ekaterina si girò di scatto verso destra, ringhiando rabbiosa “Maledetta Ekaterina P.” tra labbra strette.

La vide prendere una penna con gesti secchi, scarabocchiando qualcosa su un post-it. “Sembra sia difficile dirti di no.” Borbottò scoccandogli uno sguardo laterale, ma sogghignava e Isak  capì che le piaceva fare la difficile.

Sorrise di rimando risistemando gli occhiali sul naso, occhieggiando l’orario del discount agganciato alle porte d’entrata. “È difficile solo se non ci credi davvero. Ci vediamo fra due ore?”

“Tre.” Gli lanciò la carta rosa shocking appallottolata e, davvero, una mira da schifo. Dovette quasi uccidersi per non farla cadere. “Là c’è il mio numero, signor cazzone. E non portare roba da conigli!”

“Insalata di nasturzi sia!”

Si sentiva stranamente leggero mentre usciva dal discount con la risata allegra di Ekaterina che lo accompagnava. Il passo giocoso, la pancia invasa di roba svolazzante, le guance che dolevano dal sorriso che non ne voleva sapere di smontarsi.

Aprì il post-it e segnò immediatamente il numero in rubrica, il pollice che si librava sulla tastiera digitale per l’indecisione di mettere un’emoticon subito dopo quel nome pieno di belle sensazioni.

Un fiore, decise d’istinto.

O tanti, un piccolo bouquet colorato accanto a qualcosa che sembrava avere il sapore di casa.

 

*

 

“… Mi ha chiesto di uscire con lui.” Arundhati, dall’altra parte della linea, cominciò a strillare come un’aquila. “Cioè, mi vuole offrire il pranzo, ora non so …”

“Kat, non rompere il cazzo, ti ha chiesto di uscire!!!” Le guance le facevano male, dannazione. Il sorriso le si era cementato in faccia da prima che Isak uscisse dal discount e si sentiva tremare, di anticipazione  o chissà cos’altro, ma non vedeva l’ora che quelle ore passassero alla velocità della luce. “E dimmi, si è reso ridicolo come le altre volte?”

“Mi ha portato dei fiori.” La sentì scoppiare a ridere ed Ekaterina ridacchiò a sua volta, guardando il bouquet appoggiato alla cassa con occhi inteneriti. “Di nuovo. Avrà qualche abbonamento da qualche parte?”

“Convincilo a farne uno da me, almeno ci guadagno qualcosa.”

“È un mazzo di lisianthus.” Crescere con Arundhati e la sua impresa di famiglia l’aveva portata inevitabilmente ad avere una cultura più approfondita dei fiori di quanto avesse mai pensato di ottenere. Una vera e propria infarinatura che le consentiva di riconoscere parecchie varietà ad una prima occhiata pigra, solo per poi rimanere incapace a farle sopravvivere per più di una settimana. “Sono belli.”

“Ma dai?” Sentiva Arundhati divertita mentre preparava le composizioni, il rumore rotante dei nastri che si srotolavano e quello secco delle cesoie che tagliavano gambi troppo lunghi. “Che colore?”

Ekaterina esitò.

Non c’era un unico colore, lì in mezzo. Bianco, blu acceso, viola profondo, lilla e rosa brillante, giallo. Un esempio di ogni tipologia, ramoscelli dalle foglie verde spento che intervallava ogni singolo fiore, cercando di portare un senso di unità in qualcosa che visivamente faceva a pugni con sé stesso.

C’era qualcosa di attraente in quella eterogeneità, però, che cercava di urlare parole che Ekaterina non riusciva a sentire. “Tutti? Non lo so, quanti ce ne sono?” Prese un respiro forte e sfiatò. “Ha detto che gli piace il mio nome. Il mio nome, capisci? Ha detto che sono io a non saperlo apprezzare.”

Ci fu un minuto di silenzio statico. Nemmeno un respiro proveniva dall’altra parte ed Ekaterina allontanò il cellulare per controllare non fosse caduta la linea.

“Ci sei?” Domandò confusa.

“Oh mio Dio.” Ekaterina batté le palpebre, sentendo Arundhati seria per la prima volta in tutta quella conversazione. “Oh mio Dio, è cotto!”

“Cosa? Non dire stronzate, abbiamo litigato solo tre volte.” Aggrottò le sopracciglia, riflettendo. “E ci siamo incontrati altrettante volte, direi che il bilancio non è dalla mia parte.”

“Ti ha chiesto di uscire vedendoti vestita prettamente con quello schifo di divisa che vi passano al discount.” Il tono giudicante era una seconda pelle per Arundhati. A volte Ekaterina la odiava. “Ci vuole coraggio, amore.”

“Hey!” La divisa non era schifosa! Certo, le stava particolarmente male e l’arancione non era decisamente il suo colore, ma niente di così orribile. Cercò di scorgere un riflesso fattibile contro le porte vetrate d’entrata, vedendo un’immagine pallida innaturalmente accesa dai bordi sfocati e duplicati. “È davvero così brutta?”

“Fottitene, sei riuscita ad arraffare un modello! Che ti frega se la divisa è oggettivamente orribile?”

“Mi ha solo offerto il pranzo.” Sibilò Ekaterina, le guance che cominciavano a scottare di imbarazzo ed emozione. Dannate terminazione nervosa al neon e pelle trasparente. “E lo so che sei ripartita con i tuoi decennali progetti di doppio matrimonio, fermati subito!”

Arundhati strillò di nuovo ed Ekaterina la maledisse, guardando l'orologio digitale dello schermo della cassa e sentendo il sorriso allargarsi nuovamente verso le guance.

Mancavano meno di due ore, notò prendendo un respiro profondo e leccando il labbro inferiore, mordendolo forte.

Chissà se la minaccia dell'insalata di nasturzi sarebbe stata vera.

 

Notes:

Efrosinya – melodramma russo

Tainy Sledstviya – poliziesco russo, letteralmente Indagini Segrete

 

Il nasturzio ha il significato anche di resistenza, di non arrendersi, di lotta e di buon auspicio per tutti quelli che stanno per iniziare un'avventura difficile.
Si può mettere nell'insalata

 

Lisianthus

Questo fiore per la sua forma e il suo nome greco "eustoma" porta con sé un significato molto preciso nel linguaggio dei fiori. Fin da quando è conosciuto, è stato infatti simbolo di apertura nel senso di un'apertura di tipo sentimentale verso la persona che lo riceve.

Il linguaggio del Lisianthus

In generale, quando si regala un Lisianthus si vuole comunicare leggerezza e positività al suo destinatario, oppure si sta dicendo che bisogna lasciarsi andare. Non solo, viene spesso utilizzato per esprimere gratitudine, ammirazione e affetto verso una persona cara.

Si tratta di un fiore che è simbolo di sentimenti molto positivi perché quando si riceve un bouquet di Lisiahtus, questo simboleggia la forza e il coraggio per cominciare una nuova avventura.

 

Grazie mille per aver letto!!!