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Luna

Summary:

Luna, una ragazza introversa e amante dei libri e della notte, vive all’ombra della sorella Celestia, la figlia perfetta. Quando inizia il suo primo anno alla Canterlot High, Luna si scontra con bullismo, insicurezze e un senso di solitudine che la spingono a isolarsi sempre più. Tuttavia, i club scolastici—soprattutto quello di letteratura e teatro—le offrono un’occasione per scoprire il suo valore. L’arrivo di Cadence, una nuova studentessa carismatica e talentuosa, mette Luna di fronte a nuove sfide, ma anche a una possibilità inaspettata di amicizia. Tra conflitti familiari, difficoltà a scuola e il grande spettacolo di fine anno, Luna intraprende un viaggio di crescita che la porterà a trovare il suo posto nel mondo e la forza di essere sé stessa.

Chapter 1: Capitolo 1

Chapter Text

L’estate era scivolata via in un lampo quest’anno. Non sapevo mai se amarla o odiarla. Mi piaceva la tranquillità di quei giorni senza scuola, lontano dal caos delle aule e dalle risatine soffocate che mi lasciavano addosso un senso di vuoto. Ma c’era anche quel caldo soffocante che sembrava volermi schiacciare, e la casa sembrava troppo grande quando ero sola. Il ticchettio dell’orologio in cucina diventava quasi assordante, mentre dalla finestra vedevo Celestia salire in macchina con le sue amiche, ridendo.

Il silenzio si infilava come un coltello nelle mie orecchie.

 

I miei genitori la adoravano. Celestia era la figlia perfetta: ottimi voti, un sorriso sempre pronto, piena di amici e con le idee chiare sul futuro. Io, invece, ero la "strana". Sempre con un libro in mano, la musica nelle orecchie, e un amore inspiegabile per il buio della mia stanza. Non avevo amici. Forse perché non li cercavo. O forse perché loro vedevano in me solo un pretesto per avere risposte ai compiti o consigli sui libri da leggere.

Mi chiamavano "asociale." Era questo il loro modo di dire che ero diversa? Fin da bambina, i miei compagni mi evitavano, e io finivo sempre per sentirmi di troppo. Durante i colloqui, gli insegnanti scuotevano la testa: "Dovrebbe aprirsi di più.”

 

Aprirsi. A cosa, esattamente? A chi? Mi sono sempre chiesta perché dovessi essere io a cambiare. Perché doveva esserci qualcosa di sbagliato nell’essere diversa?

Celestia, poi, non perdeva mai occasione per sottolinearlo. Le sue battute taglienti erano come spilli, piccoli ma incessanti. "Dovresti sorridere di più, Luna," diceva con quel tono che mi faceva ribollire il sangue. A volte mi chiedevo se fossi nata nella famiglia sbagliata, perché il mio mondo sembrava così distante dal loro.

Celestia non perdeva mai l’occasione per mettermi in difficoltà. Fin da bambina, trovava sempre qualcosa da dire su di me: il mio modo di vestire, i miei silenzi, persino i libri che leggevo. "Non ti stanchi mai di leggere storie tristi?" mi aveva chiesto una volta, mentre rideva con un’amica. Io mi limitai ad abbassare lo sguardo, stringendo il libro contro il petto.

Eppure, i miei genitori non sembravano mai accorgersi di quanto quelle parole mi ferissero. Celestia era la loro principessa, la ragazza brillante che riempiva la casa di luce. Io invece mi sentivo come un’ombra, sempre un passo indietro. Forse, se fossi stata diversa—più come lei—avrei potuto guadagnarmi uno sguardo d’approvazione in più. Ma era un pensiero che mi faceva male.

 

Oggi è il mio primo giorno alla Canterlot High. Per Celestia, invece, è l’ultimo primo giorno. Lei sembra sempre sicura di sé, come se niente potesse scalfirla, pronta a chiudere la carriera scolastica con un’altra collezione di successi. Io? Mi sentivo un groviglio di emozioni: agitazione, paura, e quella solita malinconia che non mi abbandonava mai. Non ero nemmeno sicura di voler iniziare. Continuavo a chiedermi: sarà diverso questa volta? O finirò per essere di nuovo quella ragazza strana e silenziosa che tutti evitano?

Aprii l’armadio e fissai i vestiti come se potessero darmi una risposta. Alla fine, optai per qualcosa di semplice: una maglietta nera e un paio di jeans. Lasciai i capelli sciolti, troppo pigra per sistemarli davvero, e infilai nello zaino le mie cuffiette—le mie uniche vere compagne.

Scendendo le scale, sentii il vociare provenire dalla cucina. Il profumo del caffè era invitante, ma l’idea di trovarmi faccia a faccia con Celestia mi fece rallentare il passo. Inspirai a fondo, cercando di calmarmi. "Solo sopravvivere al primo giorno," mi dissi. "Non è così difficile… giusto?”

 

Quando entrai in cucina, Celestia era già lì, seduta al tavolo con la sua solita eleganza disinvolta. Indossava un abito leggero che sembrava fatto apposta per lei, e stava finendo il suo caffè. Mi guardò appena, poi sfoderò un sorriso ironico.

«Buongiorno, bella addormentata,» disse, scrutandomi dall’alto in basso. «Non dirmi che hai passato la notte a leggere. Sembri uno zombie.»

Mi fermai per un istante, le cuffiette strette nella mano. Decisi di ignorarla, e mi versai il cappuccino nella tazza, concentrandomi sul liquido caldo che scorreva.

«Celestia!» intervenne nostra madre con tono di rimprovero. «Potresti essere più gentile, per una volta?»

«Sto solo scherzando,» rispose Celestia con un’alzata di spalle.

Mi sedetti senza dire nulla, concentrandomi sul cappuccino davanti a me. Il suo calore mi confortava, ma la presenza di Celestia sembrava riempire l’aria di una tensione sottile.

«Luna, sei pronta per il tuo primo giorno?» mi chiese nostra madre, con un sorriso incoraggiante.

Non sapevo cosa rispondere. «Credo di sì,» dissi infine, anche se il nodo allo stomaco diceva il contrario.

Mio padre, seduto a capotavola con il giornale piegato accanto, mi mise una mano sulla spalla. «Non preoccuparti, Luna. Supererai anche questa sfida. Devi solo credere in te stessa.»

«E magari essere più socievole,» aggiunse Celestia, ridacchiando. «Altrimenti anche qui ti considereranno una stramba asociale.»

Il mio cuore accelerò. Sentii il sangue ribollire nelle vene, ma prima che potessi rispondere, i miei genitori la fulminarono con lo sguardo.

«Quello che tua sorella stava cercando di dire,» iniziò nostra madre, cercando di attenuare la tensione, «è che dovresti essere più aperta. Cerca di fare come lei.»

 

Stringendo il manico della tazza, finalmente alzai lo sguardo verso di loro. «Non mi pare di essere un mostro,» dissi, con un filo di voce tagliente. Poi presi un biscotto e aggiunsi: «Non siamo tutti uguali. Fortunatamente.» Lanciai un’occhiata a Celestia, che mi guardava con un sorrisetto divertito.

«Io voglio essere me stessa, e penso che non ci sia nulla di sbagliato in questo. Non ho mai chiesto a nessuno di cambiare per me, e non vedo perché io dovrei farlo.» Mi alzai, infilai lo zaino sulla spalla e aggiunsi: «Se non gli piaccio, non è un problema mio.»

Mia madre restò ferma, con una tazza in mano, fissandomi con un misto di preoccupazione e sorpresa. Mio padre mi guardava in silenzio, come se cercasse le parole giuste da dire. Celestia, invece, abbassò lo sguardo sul cellulare, ridacchiando.

 

Il rumore del clacson ruppe il silenzio che si era creato in cucina. Mi voltai verso la porta, sapendo che il bus era arrivato.

«Mi raccomando, passate una bella giornata,» disse nostra madre con il suo solito tono premuroso. Poi si avvicinò a Celestia, abbassando la voce, ma non abbastanza da non farmi sentire: «Stalle vicino.»

Celestia roteò gli occhi con un’espressione esasperata, aggiungendo un vago: «Va bene.»

Non risposi. Aprì la porta e uscii di casa senza dire nulla, lasciando che la porta si chiudesse alle mie spalle. Celestia mi seguì, e mentre percorrevamo il vialetto fino alla fermata, sentivo il suono dei suoi stivali sull’asfalto, regolare come un metronomo.

 

Il viaggio in autobus fu breve, ma sembrò durare un’eternità. L’interno era affollato di studenti che parlavano e ridevano, riempiendo l’aria di un’energia caotica che mi metteva a disagio. Celestia si sedette subito con le sue amiche, che iniziarono a chiacchierare animatamente.

Io mi trovai un posto vicino al finestrino, infilai le cuffiette e mi persi a osservare il paesaggio. Il vociare intorno a me si mescolava alla musica, trasformandosi in un sottofondo confuso.

Quando arrivammo alla Canterlot High, l’edificio mi apparve imponente. Era grande, con muri di mattoni rossi e finestre luminose che riflettevano il cielo. Il cortile era pieno di studenti divisi in gruppi, ognuno con il proprio spazio e la propria dinamica.

Tutti sembravano sapere esattamente dove andare, come muoversi, con chi parlare. Io mi sentivo come una macchia fuori posto in quel quadro perfetto.

Celestia passò accanto a me senza neanche voltarsi, diretta verso un gruppo di ragazzi che la accolsero con sorrisi e abbracci. Lei non aveva bisogno di cercare il suo posto: il suo mondo era già lì, pronto ad accoglierla.

Inspirai a fondo e mi costrinsi a fare un passo dopo l’altro verso l’ingresso. La folla di studenti sembrava inghiottirmi, e le loro voci si mescolavano in un brusio confuso.

L'interno della scuola era luminoso e pulito, con armadietti colorati che si estendevano lungo le pareti. L’aria era carica di voci e risate, ma ogni tanto captavo qualche sguardo che mi faceva sentire osservata.

Durante il cambio d’ora, mentre cercavo la mia prossima aula, passai accanto a un gruppo di ragazze più grandi. Una di loro mi squadrò con un sorrisetto. «Ma quella è Luna? Non sembra nemmeno parente di Celestia.»

Le altre risero, e sentii il sangue salirmi alle guance. Abbassai lo sguardo e continuai a camminare, fingendo di non aver sentito.

 

Quando il professore fece l’appello in classe, risposi timidamente con un «Presente,» e subito dopo sentii delle risatine alle mie spalle. Mi ritrassi sulla sedia, cercando di rendermi invisibile.

La mia compagna di banco, invece, sembrava non avere problemi. Parlava in continuazione, commentando ogni cosa: il vestito di una compagna, il cellulare nuovo di un’altra, persino il taglio di capelli della professoressa. Non ascoltavo davvero, annuendo di tanto in tanto mentre scrivevo gli appunti.

Alla mensa, mi ritrovai con il vassoio in mano, cercando un posto. Alla fine mi sedetti con la mia compagna di banco e altre ragazze della classe. Loro parlavano e ridevano, ma io mi sentivo come un pesce fuor d’acqua.

«Non dici mai niente,» mi fece notare una di loro.

«Già, sei sempre in silenzio,» aggiunse un’altra, ridendo.

Mi guardai intorno, cercando un’ancora di salvezza. In lontananza vidi Celestia, seduta con le sue amiche. Ridevano in armonia, come se niente al mondo potesse turbare il loro equilibrio.

Non potevo farcela. Mi alzai di scatto, borbottando qualcosa sull’andare in bagno.

 

Nel bagno, mi chiusi in uno dei cubicoli e lasciai che le lacrime scorressero. Era solo il primo giorno, e già sentivo il peso di tutto. Volevo sparire, tornare a casa, chiudermi nella mia stanza e dimenticare tutto.

Quando la campana suonò, asciugai in fretta le lacrime e mi diressi alla prossima lezione.

 

A fine giornata, tornai a casa con Celestia. Lei sembrava di ottimo umore, chiacchierava di quanto fosse contenta di rivedere i suoi amici. Io rimasi in silenzio, annuendo ogni tanto.

A pranzo, i miei genitori ci chiesero com’era andata.

«Tutto bene,» rispose Celestia con il suo solito sorriso.

Io abbassai lo sguardo sul piatto. «Normale.»

Dopo aver finito di mangiare, mi ritirai nella mia stanza. Mi sdraiai sul letto, infilai le cuffiette e lasciai che la musica mi avvolgesse, cercando di allontanare i pensieri della giornata.

Quando arrivò la sera, mi rigirai nel letto, incapace di dormire. La mente continuava a tornare ai sussurri, alle risate, agli sguardi. Finalmente, il sonno arrivò, e tutto si fece buio.