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Late-O-Ween

Summary:

Henry organizza una festa di Halloween in ritardo e costringe le sue madri a travestirsi da Caitlyn e Vi di Arcane...

Work Text:

Ovviamente era un’idea di Henry – per nessun altro al mondo avrebbe fatto cosplay. Che Emma avesse accettato non la stupiva. A volte faticava a credere che fosse una donna e non un’adolescente troppo alta.
Ma Henry voleva la sua stupida festa di Halloween. Chiaro, non le dispiaceva che suo figlio volesse festeggiare Samhain. Non che Henry avesse capito appieno cosa significasse davvero quella festa – era un ragazzino americano, dopotutto. Per lui Halloween significava tre cose: costumi ridicoli, dolci e addobbi di dubbio gusto; tradotto nella sua lingua: una figata. In quella di Regina: un modo piuttosto semplice per vederlo sorridere.
Quell’anno, Halloween lo avrebbero festeggiato a metà Novembre. Il 31 Ottobre erano stati impegnati a cacciare un gargoyle da Storybrooke, cosa che Henry aveva trovato comunque appropriata, ma non bastevole. Perciò aveva organizzato insieme ai suoi compagni di classe e, ovviamente, a Mary Margaret e David, una “grandiosa festa di Late-O-Ween”. Niente di troppo strano, considerando Storybrooke e, be’, la loro bizzarra quanto allargata famiglia e tutto ciò che avevano affrontato, gargoyle compreso.
C’erano delle regole:
1. Ognuno DEVE mangiare almeno un dolcetto e ricevere almeno uno scherzetto
2. Tutti DEVONO indossare un costume
3. Divertimento OBBLIGATORIO, niente stress!!!
4. Tutti al Granny’s ENTRO mezzanotte
La suddetta lista era arrivata come un colpo di cannone nel gruppo collettivo di Storybrooke (108 partecipanti) di cui Henry e Violet erano amministratori.
Regina aveva mangiato un cioccolatino fondente e stava cercando in tutti i modi di rilassarsi. Mezzanotte le sembrava un po’ tardi, ma per una sera poteva fare uno strappo alle solite regole, se non altro per rispettare la terza di Henry.
C’era la questione dello scherzetto. Aveva ricevuto il suo: Henry l’aveva obbligata ad approvare la sua scelta del costume che avrebbe dovuto indossare. Regina non ne era stata affatto felice (si sarebbe limitata a mettersi sul viso una maschera da teschio, fosse dipeso da lei), ma Henry aveva sostenuto che il punto dello scherzetto era che, appunto, non ne fosse felice. L’aveva anche rassicurata, dicendole che di sicuro si sarebbe divertita.
A una festa.
Con Snow White e Charming. E tutta Storybrooke. Al Granny’s.
Amava suo figlio davvero moltissimo.
Il suo telefono trillò per l’ennesima volta. Un altro dei mille messaggi che arrivavano ogni minuto su quello stupido gruppo. Lanciò uno sguardo allo schermo illuminato, distogliendo l’attenzione dalla sua immagine allo specchio. Tanto non avrebbe fatto altro che continuare a criticare quello che vedeva.
Notò l’ora: le undici e trentasei.
Era tempo di andare al patibolo.

 

***

 

Non è che Emma si sentisse proprio a disagio. Aveva un po’ freddo, questo sì. Avere le braccia scoperte in pieno inverno non era esattamente il massimo, anche se il resto dell’abbigliamento era piuttosto pesante. E poi, negli ultimi tempi era riuscita a fare un po’ di allenamento. Da quando erano tornati da Neverland ed era finalmente riuscita a scollarsi Hook di dosso, aveva avuto tempo per un po’ di addominali, squat e flessioni giornaliere, perciò tenere il frutto del suo duro lavoro in bella vista non era poi così male. Il problema erano i capelli. Non era sicura che il fucsia fosse il suo colore. E neanche quel taglio. Niente che non avrebbe potuto risolvere togliendosi quella ridicola parrucca, che tra l’altro prudeva come se ci abitasse un formicaio intero, ma non poteva. Henry ne sarebbe rimasto deluso, e l’ultima cosa che voleva era rovinare la festa a suo figlio. E poi doveva sottostare al suo “scherzetto”, e Henry si era fissato con quella nuova serie animata. Lei non l’aveva vista, ma lui le aveva assicurato che era “una bomba”. E che il suo personaggio era “una tipa tosta”. Il che era piuttosto evidente, dal look, dai tatuaggi e dai piercing finti che le aveva fatto mettere al naso e sui padiglioni auricolari. Per non parlare delle cicatrici. Emma aveva obiettato dicendo che forse avrebbe dovuto metterlo Regina quel costume, visto che una cicatrice uguale già ce l’aveva, ma Henry aveva insistito.
“Fidati, starà meglio a te” aveva detto.
Perciò, eccola lì, al riparo dal freddo invernale dentro al Granny’s, vestita con un costume comprato online dal figlio tredicenne, in mezzo a un mucchio di gente variopinta.
Granny si era vestita da Conte Dracula, quello anziano di Gary Oldman. Si rifiutava di servire qualsiasi cosa non fosse un Bloody Mary, analcolico per i minorenni.
Mary Margaret era Harley Quinn e David, Joker. Era un po’ imbarazzante vedere sua madre con le calze a rete strappate e suo padre che si sforzava di comportarsi da gangster pazzo.
Ruby si era vestita da sposa cadavere.
Leroy era Homer Simpson.
Ashley e Sean erano Shrek e Fiona, in quest’ordine, e la piccola Alexandra una minuscola Draghessa con la magliettina di pailettes viola.
Malefica, all’esterno, si era limitata a trasformarsi in drago e nessuno aveva avuto il coraggio di obiettare, tantomeno lei.
Gold aveva abbandonato la chat di gruppo e non c’era. Belle era vestita da Freddy Krueger.
Geppetto impersonava Pinocchio, August il Grillo Parlante, Archie Geppetto. Le facevano venire il mal di testa.
Henry aveva addosso un complicato vestito da… come aveva detto che si chiamava. Ah, Echo. No, Ekko! E Violet era mezza nuda con una parrucca azzurra e due trecce lunghissime, e una specie di bazooka a forma di squalo appoggiato sulla spalla. Non capiva come non stesse morendo di freddo. Ah, i giovani.
Gli altri ragazzini non riusciva a identificarli, a parte uno vestito da Scooby Doo e un altro da vampiro generico. Dovevano essere personaggi di anime o roba simile. Tre o quattro avevano dei cappelli di paglia in testa e un abbigliamento decisamente estivo.
Emma bevve un altro sorso di Bloody Mary, che comunque non era male, se non altro perché Granny ci stava andando giù pesante con la vodka (probabilmente perché ne aveva bevuti già tre anche lei). Pescò un’altra caramella dal teschio appoggiato sul tavolo accanto a sé e si voltò verso la porta.
Dove diavolo era Regina? Era mezzanotte meno venti e ancora non si era fatta vedere. Dubitava che avrebbe mai deluso Henry non presentandosi, ma iniziava a innervosirsi. Si ficcò la caramella in bocca e giocherellò con le fasce che le avvolgevano le braccia e le mani.
«Com’è che hai detto che si chiama il tuo personaggio?» le chiese sua madre per la decima o quindicesima volta.
Emma la guardò storto e si indicò lo zigomo.
«Ce l’ho letteralmente scritto in faccia, Ma’!»
Mary Margaret rise.
«Ti prendevo in giro, Ems!» Si voltò verso David. «Puddin’! Tua figlia è scorbutica!»
Emma rabbrividì. David, che stava chiacchierando con Geppetto, si voltò, passò lo sguardo dall’una all’altra, poi sorrise e alzò il pollice.
Madre e figlia sospirarono e tornarono a concentrarsi sui rispettivi drink – quello di Mary Margaret era letteralmente agli sgoccioli. «Vado a prenderne un altro» dichiarò. Emma la seguì con lo sguardo fino al bancone, orripilata da quei pantaloncini in spandex rosso e blu. Poi sentì la porta aprirsi e si voltò.
Ebbe un infarto, un aneurisma e un orgasmo contemporaneamente.
Era impossibile che Regina avesse scelto quel costume per sé stessa, doveva essere opera di Henry quanto il suo. Anche se Emma ebbe qualche difficoltà a concentrarsi sugli abiti.
La prima cosa che vide furono le gambe, lasciate in parte scoperte dalla gonna corta, molto corta per gli standard di Regina. Stivali alti, molto alti, che arrivavano a coprire lì dove la gonna non arrivava. Mezzi guanti, ma fin su oltre i gomiti. Una specie di divisa da poliziotta-cameriera stile Ottocento con degli spallacci rigidi. Parrucca blu scuro, lunga, liscia, un fucile di plastica attaccato alla schiena.
Provò a deglutire ma c’era il deserto nella sua bocca.
«Regina?» le uscì ad alta voce. Regina piantò gli occhi su di lei, ma erano diversi. Si rese conto che portava delle lenti a contatto blu. Faceva un effetto strano sul suo viso, ma non spiacevole. Solo diverso.
«Caitlyn Kiramman, vorrai dire, Vi.»
Emma avvampò. Soprattutto perché vide gli occhi ora blu di Regina percorrere lentamente le sue braccia, i capelli, il viso. Un piccolo sorriso le incurvò le labbra piene.
Henry arrivò di corsa e si lanciò ad abbracciare Regina.
«Sei venuta!»
Anche io, pensò Emma, e poi si schiaffeggiò mentalmente per quel pensiero.
Regina sorrise dolcemente al figlio e sollevò la maschera da barbagianni (tale sembrava a Emma) dal suo viso.
«Ma certo. Ti stai divertendo?»
«Sì!» urlò lui.
«Bene.» Regina adocchiò Violet, che aspettava Henry accanto a una riproduzione di cartone di un patibolo con il cellulare in mano. «Vai da lei. Continua a divertirti.» Henry fece un gran sorriso, si infilò la maschera e saltò sullo skateboard pattinando fino a Violet. Emma rimase a guardarli, intenerita, mentre si facevano selfie davanti al finto patibolo. Per questo si accorse un po’ tardi che Regina si era avvicinata.
«Devo supporre che il menù sia molto limitato, stasera.»
Emma la guardò, stupita, poi guardò il bicchiere che teneva in mano, identico a quello di tutti gli altri.
«Ah, sì, Granny è entrata in pieno nel personaggio» commentò. La guardò di sottecchi. «Ne vuoi uno?»
Il Sindaco la guardò dall’alto in basso come al solito (i tacchi la aiutavano), quindi annuì quasi impercettibilmente. Emma si allontanò velocemente verso il bancone, approfittandone per riprendere fiato. Cristo. Già era difficile far finta che Regina non fosse sexy come il Diavolo in persona, ma vestita così… Cristo.
«Ehi, Em!» Ruby arrivò in scivolata accanto a lei, il vestito strappato e macchiato le ondeggiò intorno. I suoi zigomi raggiungevano livelli di altitudine epici con quel trucco. «Bel cosplay.»
«Ciao Rubes. Grazie, ma ha fatto tutto Henry.»
«Aaah! Comunque è bello sapere che finalmente siete canon» Ruby ammiccò come se le stesse confidando un segreto. Emma si accigliò.
«Canon? Tipo, una fotocamera?» le domandò, ma lei era già impegnata a ordinare due Bloody Mary a sua nonna, ordine che Emma ripeté distrattamente; poi si voltò, guardando alle loro spalle.
«Be’, Regina sta da Dio vestita da Cait» disse.
«Aspetta» annaspò Emma, «conosci i personaggi?»
Ruby spalancò gli occhi.
«Ovvio! È fantastica! E poi le shippo troppo!»
Il cervello di Emma inchiodò.
«Eh?»
«Cait e Vi!»
«Cosa?»
«Le shippo.»
«Che… che… Ruby non capisco una parola!»
Ruby scoppiò a ridere. Ringraziò Dracula con un bacio sulla guancia e poi tornò a guardare lei, come se fosse un po’ scema.
«Ems» sospirò, «guarda la serie e fatti un giro su Archive of Our Own. Lo capirai.»
Le sinapsi di Emma erano ancora molto affaticate.
«Ma che cazzo di lingua parli?» domandò con un filo di voce. Ruby ammiccò di nuovo.
«Tu chiamala “cupcake”, dammi retta.»
Prese i suoi drink e se ne andò, veloce e volteggiante come era arrivata.
Emma si voltò verso Regina, che dovette notare la sua aria sconvolta, perché fece un’espressione buffa e confusa.

 

***

 

Quando Emma tornò con il suo Bloody Mary aveva un’espressione talmente sconvolta che la preoccupò.
«Tutto bene, Miss Swan?»
Emma la fissò a lungo, come se dovesse prendere una decisione di vitale importanza e la risposta fosse sul suo viso. Il che, dovette ammetterlo, la mise un po’ in imbarazzo, perché gli occhi di Emma sembravano di un grigio più intenso quella sera e c’era qualcosa in quel look da teppista di strada che le donava particolarmente, anche se il colore dei suoi capelli era ridicolo.
Un’altra cosa che Regina doveva ammettere era che quella sera aveva notato che Emma aveva messo su un po’ di massa muscolare. E quell’ammissione comprendeva il fatto, inequivocabile e incontrovertibile, che la cosa non le dispiaceva affatto.
«Vi» disse soltanto. Regina impiegò qualche secondo a capire. Sorrise con gli occhi. Poteva giocare a quel gioco. Dopotutto, lei la serie, a differenza di Emma, l’aveva vista.
«Bene. Ma se farai qualsiasi cosa che possa considerare una minaccia per Piltover, ti arresterò. Chiaro?»
Esultò internamente all’espressione confusa sul viso di Emma. La osservò mentre la squadrava, poi forse intuì qualcosa. Serrò la mascella, facendo guizzare i muscoli sottopelle e incrociò le braccia sotto al petto, contraendo i bicipiti in evidenza, in mancanza della giacca, che aveva notato a pochi metri di distanza, abbandonata sullo schienale di un divanetto. Regina deglutì e si leccò le labbra, costringendosi a concentrarsi sul proprio drink.
«Strano» disse Emma, la voce bassa, confidenziale. «Di solito sono io quella che mette le manette agli altri in questa città.»
Regina le rivolse uno sguardo stupito, incapace di capire se fosse un doppio senso voluto o meno. Quando lo sguardo di Emma lampeggiò verso di lei, sentì il sangue rombarle nelle vene.
«Stai uscendo dal personaggio» la rimproverò.
«Non ne sono sicura…» mormorò Emma. C’era una luce nei suoi occhi che le diceva che c’era qualcosa di più, qualcosa che Regina non sapeva. Inarcò un sopracciglio.
«Quindi conosci questa cosa?»
Emma represse una risata.
«Si chiama serie TV.» Regina la liquidò con un gesto, omettendo la propria consapevolezza riguardo ai contenuti dello show, e lei proseguì: «No» ammise. «Ma Ruby mi ha spiegato una cosa o due al riguardo.»
«Ah sì? E cos…»
«Regina!» I Charmings, capitanati ovviamente da Snow, si introdussero con violenza nella conversazione. «Ma stai benissimo vestita da… da?»
«Caitlyn Kiramman» intervenne Emma, con aria piuttosto scocciata. Regina sentì un moto di simpatia per lei. Almeno non era l’unica a odiarli, quella sera. E poi, che diavolo aveva addosso Snow?! E perché David sembrava la vittima di uno scherzo fatto con i pennarelli indelebili?
«Snow, non pensavo che questo outfit potesse essere nelle tue corde» commentò Regina. Mary Margaret la fissò, divisa tra il dubbio di essere appena stata offesa e quello di aver subito un complimento passivo-aggressivo.
«Come ho già detto e ripetuto, non sono una suora.»
«Lapalissiano.»
Snow si accigliò. David fece un gran sorriso e iniziò a tirarla via.
«Amore, ho sete, tu no? Ci facciamo una foto al patibolo con nostro nipote?»
Regina aveva in mente tante cose che avrebbero potuto fare al patibolo, ma le tenne per sé, per il bene comune. Che poi non dicessero in giro che era cattiva.
I due si dileguarono, grazie agli dèi, e sentì Emma sospirare.
«Non potevano vestirsi da Morticia e Gomez come l’anno scorso?»
Non poté che concordare.
«È MEZZANOTTEEEEEE!» urlò Henry.
«L’ORA DELLE STREGHE!» gli fece eco Violet.
«YEEEE» gridò Leroy alzando il Bloody Mary. Regina alzò di nuovo il sopracciglio. Era piuttosto certa che il nano non fosse un fan delle streghe, in linea generale. Comunque, tutti iniziarono a urlare, entusiasti, e anche lei si unì sollevando il calice. Sentì la voce di Emma alzarsi, acuta e potente, e con la coda dell’occhio la osservò. Aveva decisamente messo su un bel po’ di muscoli. Avevano aperto una palestra, a Storybrooke, di cui non era a conoscenza?
«È ORA DI BALLAREEEEE!» Henry era decisamente su di giri. Digitò in fretta su un portatile appoggiato la bancone del Granny’s e da casse - che nessuno aveva avuto il permesso di montare - partì una canzone - per cui nessuno avrebbe pagato i diritti - : Goo Goo Muck dei The Cramps. Sia Henry che Violet, così come il 90% dei loro coetanei, Ruby, Victor, sorprendentemente anche Leroy e qualche ragazzo più grande, iniziarono a ballare imitando Mercoledì Addams o improvvisando qualche balletto da social.
«Anche no» borbottò Emma. Regina si sentì sempre più affine allo Sceriffo.
«Anche no» concordò, e buttò giù una generosa dose di alcolico al pomodoro. Storse il naso, smollò il bicchiere sul tavolo più vicino. «Penso che ci voglia qualcosa di più forte.»
Emma aggrottò la fronte.
«La vodka non è abbastanza forte?»
Regina fissò la finta cicatrice sul suo labbro. Doveva aver usato qualche prodotto professionale, perché sembrava vera.
«Okay, diciamo allora qualcosa di commestibile. Questa è una zuppa, non un drink.»
Lo Sceriffo ridacchiò.
«A me non sembra male.» Come a sottolineare il concetto, ne bevve un lungo sorso. Regina la fissò come si meritava di essere guardata, ossia con disgusto.
«Voi gente di Zaun non avete gusto.»
Approfittò della sua confusione per infilarsi tra i ballerini e raggiungere il bancone. Granny fece per prepararle un altro Bloody Mary, ma lei le rivolse il suo sguardo peggiore.
«Prova a servirmi qualcosa che non sia whisky e ti trasformo in un pipistrello, così il costume è completo.»
La proprietaria le rivolse uno sguardo truce, ma le versò un bicchiere di Johnny Walker. Quando Regina continuò a fissarla, raddoppiò la dose. Regina sorrise.
«Ti ringrazio.»
La sentì borbottare un insulto mentre le voltava le spalle; la ignorò. Le venne in mente che Caitlyn non si sarebbe mai comportata così, ma, hey, Henry poteva farle interpretare Sevika, o magari Silco, se voleva che giocasse davvero bene la sua partita.
Frattanto, la canzone era cambiata in un pezzo rock che Regina impiegò qualche secondo a identificare come parte della colonna sonora di Arcane. Adocchiò Henry: stava ballando con Violet. Più che ballando, si agitavano come se li avesse morsi una tarantola, ma a tredici anni potevano permetterselo.
Si voltò, cercando l’altra “Violet” tra la folla. Emma stava chiacchierando con August/Grillo Parlante, le sue antenne verdi ondeggiavano a ogni sua parola. Risero insieme per qualcosa, poi Emma gli diede un pugno sulla spalla che lo fece barcollare e ridere più forte.
Si domandò quanto effettivamente Emma assomigliasse al personaggio di cui vestiva i panni. Sebbene ormai non potesse più considerarsi tale, dopotutto Emma era stata un’orfana per tutta la vita, e sapeva che aveva vissuto in strada. Sentì una stilettata di senso di colpa trapassarle il petto, ma la scacciò con un bel sorso di whisky e continuò a rimuginare. Anche mentre guardava la serie TV insieme al figlio, il pensiero di Emma l’aveva sfiorata. Era stata così, da adolescente? La tendenza a risolvere tutto a pugni ce l’aveva. E anche quella a voler proteggere e salvare tutti – Regina inclusa. Non per la prima volta, percepì una tensione calda nel petto, una corda tesa e solida che la tirava verso Emma; ma, ovviamente, non poteva davvero avvicinarsi. Sarebbe stato assurdo. Olio e acqua, Henry ci aveva visto giusto con i costumi della prima stagione. Solo che lei e Emma erano davvero incompatibili.
«Regina!»
Si girò, trovandosi Katherine a meno di un metro di distanza, affiancata da Zelena. Costrinse il suo viso ad aprirsi in un sorriso, gettando in un angolo nascosto i suoi pensieri cupi, e si concentrò su di loro. Katherine era travestita da Cat Woman, quella di Michelle Pfeiffer, e Zelena da Poison Ivy. Ma aveva barato: la magia rendeva le piante che la adornavano mobili come serpenti, con tanto di pianta carnivora, sulla spalla, che cercava di azzannare chiunque si avvicinasse troppo.
«Zelena, vuoi far finire qualcuno in ospedale con quell’affare?»
Sua sorella le rivolse un gran sorriso innocente.
«Scusa, lo scopo dei travestimenti di Halloween non è spaventare?»
«Sì. Spaventare, non menomare.»
Agitò una mano smaltata con noncuranza.
«Come sei… Oh, e quello dove l’hai preso? È tutta la sera che cerco di procurarmi un vero drink!»
Regina tirò indietro il suo whisky prima che la sorella glielo rubasse.
«Ho solo chiesto con gentilezza al bancone.»
Katherine subodorò qualcosa e rise coprendosi la bocca con la mano guantata. Regina le sorrise mentre Zel la fulminava con gli occhi.
«Scelta interessante» commentò in direzione dell’amica, che scrollò le spalle.
«Mah, non direi, è un classico. La tua lo è, a dire il vero.»
Regina sospirò.
«Lo ha scelto Henry, non io.»
Katherine annuì.
«Capisco.» I suoi occhi azzurri saettarono verso destra prima di illuminarsi di na luce maliziosa. «E immagino abbia scelto anche quello di Emma.»
Regina mantenne la sua migliore faccia da poker.
«Pare di sì. Ultimamente è ossessionato da questa serie TV, quindi…» Lo indicò con un cenno del capo. «Lui e Violet l’hanno guardata circa dieci volte di fila, non so come non si siano ancora stancati.»
«A me sembra chiaro che tuo figlio abbia preso da te i comportamenti ossessivi» borbottò Zelena, guadagnandosi un’occhiataccia.
Il volume della musica decrebbe velocemente, spingendole a guardare verso Henry e Violet. Quest’ultima puntò il suo Bazooka verso il soffitto, poi tirò il grilletto. Partì un colpo tonante e poi una pioggia di coriandoli blu e fucsia esplose nel diner. Urla eccitate, poi Henry prese la parola.
«È ORA DEL KARAOKEEEEEEE!»
«Oh, no!» gemette Regina mentre sua sorella, nello stesso istante, esultava: «Era ora!» tirandosi dietro Katherine. Finì il whisky in un sorso che le bruciò la gola. L’alcol le incendiò lo stomaco. Henry aveva preso possesso del microfono insieme alla sua ragazza, stavano cantando una canzone in francese – anche quella veniva da Arcane, ne era sicura. Lo osservò, incapace di fare altro se non sorridere. Henry sembrava davvero felice, anche se la sua voce non azzeccava neanche una nota – Violet compensava per lui – e stava diventando roca.
Uno sguardo a Emma la informò che si era seduta insieme al Club della Falegnameria, come li chiamava nella sua testa, e stavano giocando a una versione ristretta del Beer Pong. Geppetto doveva essere riuscito a rimediare qualche birra da Granny. Non era l’unica con una certa influenza, a quanto pareva. Notò che persino Pongo era in costume: aveva un mantellino da Superman sul garrese. Riportò l’attenzione sul figlio, ormai alla fine della canzone. I fidanzatini si presero gli applausi inchinandosi – applaudì anche lei, ovviamente - e Henry lasciò il microfono alla zia.
«Sta migliorando.»
Regina trasalì. Emma era apparsa accanto a lei, così, come se avesse usato la magia per spostarsi. Ma sapeva che non lo aveva fatto, o l’avrebbe percepito subito come una scarica di adrenalina. Era lei a essersi distratta osservando il figlio.
Emma aveva gli occhi leggermente lucidi, probabilmente per la quantità di alcol ingerito.
«Nel canto? Direi di no» le sfuggì, poi rise rendendosi conto di essere stata un po’ dura col figlio, anche se lui non aveva sentito. Forse l’alcol stava facendo effetto anche su di lei. Anche Emma scoppi in una risata stupita.
«No, hai ragione. Per niente» commentò continuando a ridere. Regina scrollò le spalle.
«Ha altre qualità.»
«Infatti.»
Nonostante il caos che regnava intorno a loro – chiacchiere, risate, Zelena che cantava usando tutta l’aria che aveva nei polmoni – cadde un silenzio fin troppo imbarazzante. Regina si schiarì la voce, poi indicò a Emma un tavolo libero, un po’ in disparte.
«Ti va di sederti?»
«Oh» Emma arrossì appena. «Sì. Sì, certo.»
Regina si sforzò di apparire disinvolta mentre prendeva posto. Emma trascinò come suo solito la sedia sul pavimento e vi si buttò sopra, le gambe divaricate in linea con l’abbigliamento, a dirla tutta.
«Quindi, questa serie TV…» cominciò lo Sceriffo, ma fu interrotta dall’arrivo di Henry, che saltò giù dallo skateboard a un millimetro dal tavolo di alluminio, facendo prendere mezzo infarto a Regina.
«Mamme!»
«Henry!» lo rimproverò Regina. Lui capì cosa intendeva senza bisogno di ulteriori spiegazioni e le rivolse un sorrisone colpevole.
«Scusa. Comunque, vi piace la festa?»
Violet, alle sue spalle, continuava a sparare coriandoli colorati seguendo il ritmo della canzone che, ora, stava cantando Leroy. Un brano degli AC/DC. Leroy non era minimamente all’altezza, ma erano comunque tutti entusiasti e cantavano con lui.
«È grandiosa!» esclamò Emma, e Regina si riscosse, sorrise.
«Davvero splendida, Henry. Tu e Violet avete fatto un gran lavoro.»
Henry annuì e sorrise, il viso arrossato sotto al trucco ormai sbavato.
«Grazie!»
«Sì, ma ancora non ho capito perché hai fatto fare a me quella con la cicatrice sul labbro se avevi tua madre già pronta.»
Regina guardò Emma con un certo stupore, senza comprendere lei stessa il perché. Forse non si aspettava davvero che Emma l’avesse notata, talmente era abituata a vederla nello specchio. O magari non si aspettava che ne avrebbe mai parlato apertamente. Nessuno lo faceva mai. Ma Emma se ne stava lì, ginocchia larghe e gomiti sulle cosce, a fissare candidamente il figlio dal basso col ciuffo fucsia sugli occhi e quei dannati bicipiti in vista.
Henry rivolse alla madre uno sguardo scettico di cui Regina si sentì molto fiera.
«Caitlyn non si siederebbe mai così.»
Emma guardò giù, aprì le mani fasciate come se non capisse quale fosse il problema. Regina non riuscì a trattenere una risata.
«E comunque» proseguì Henry, serissimo, «Vi ce l’ha dall’altro lato, la cicatrice.»
«EKKO!» la voce di Violet, l’altra, si innalzò acuta dal centro della sala. Henry si voltò e salì sullo skateboard.
«Io vado, ciao!» E sparì nella calca.
Regina scambiò un’occhiata con Emma, che pareva ancora piuttosto confusa. Poi un paio di mani maschili afferrarono quelle dello Sceriffo, tirandola in piedi.
«Ora tu vieni a cantare con me.» Era August. Regina sentì un moto di puro odio verso di lui, ma lo tenne per sé.
«No, Augie, non ci penso nemmeno!»
«Non esiste “no”. Muoviti!»
La trascinò letteralmente verso il microfono, gli anfibi di Emma che stridevano sul linoleum. Regina si appoggiò allo schienale, rassegnandosi ad assistere al karaoke fino alla fine. Aveva anche finito il whisky.
August costrinse Emma a cantare un pezzo di Sia che Regina era sicura sarebbe stato un disastro. Emma, sorprendentemente, aveva una voce splendida. Ricevette così tanti applausi – compreso il suo – che si sentì in obbligo di cantare un’altra canzone, stavolta suggerita da Henry. Era una degli Evanescence, un pezzo lento e malinconico, e Regina rimase incantata ad ascoltare la sua voce vibrarle, acuta ma morbida, nel petto.
Zelina sgusciò tra gli astanti, si avvicinò e si lasciò cadere sulla sedia al suo fianco, la sedia di Emma.
«Oddio, sono distrutta. Non ho più l’età per fare queste cose a quest’ora. Dovrebbero renderlo illegale, dopo i trent’anni.»
Regina la guardò.
«E tu li hai superati da un pezzo.»
Zelena fece una smorfia.
«Anche tu, sorellina.»
Regina sorrise.
«Ma io non sono affatto stanca.»
«Oh, vaffanculo.» Sorrise. «Con affetto.»
Regina represse un sorriso.
«Certo.»
Katherine riuscì a requisire il Tris alcolico, e passarono l’ora successiva a sfidarsi a suon di shot di whiskey, per gentile concessione di una Granny-Dracula non trasformata in pipistrello.
Alla fine, Katherine diede forfeit, dopo che Zelena si era addormentata sullo spigolo del tavolo. Le sarebbe rimasto il segno per un bel po’.
Regina si alzò, leggermente traballante sui tacchi. Si guardò intorno. La gente spiluccava caramelle o salatini, molti si erano seduti e giocavano a carte, altri si sfidavano a freccette. Non vide Emma, però. E dire che con quella parrucca era piuttosto vistosa.
Ricontrollò, ma non c’era da nessuna parte. Tuttavia, Regina era seduta praticamente accanto all’uscita, perciò l’avrebbe notata, se fosse passata di lì. Che fosse alla toilette? Attese, ma non la vide spuntare. Allora chiuse gli occhi, si concentrò. Emma emanava un’aura magica del tutto particolare, e lei non aveva mai fatto fatica a percepirla, anzi. Perciò, la trovò in fretta.
La ritrovò sulla terrazza buia, sdraiata sul cornicione con una gamba piegata e una penzoloni, il ciuffo della parrucca dritto e una mano sulla pancia con il cellulare tra le dita, e un braccio sotto la nuca. Il respiro usciva in sbuffi bianchi dal naso, su cui scintillava il finto piercing. I lampioni più in basso disegnavano appena la sua silhouette, ma era abbastanza per mozzarle il fiato.
Quando si accorse di lei, si tirò su e Regina le si sedette accanto, ma a distanza di sicurezza. Meglio non avvicinarsi troppo, soprattutto dopo averla vista sdraiata. Restarono entrambe in silenzio per un po’. Tirava un’aria strana. Regina si domandò se durante la serata non fosse successo qualcosa che avesse turbato lo Sceriffo, a sua insaputa.
«Tutto okay?» si decise a domandarle.
Emma annuì. Si voltò, mettendo un piede sul cornicione e abbracciandosi la gamba piegata, il mento sul ginocchio.
«Ho letto la trama di Arcane su Wikipedia.»
Regina sorrise distogliendo lo sguardo, sentì un lieve bruciore sulle gote.
«È una bella serie» affermò. «Il modo in cui hanno curato ogni dettaglio… una passione del genere è straordinaria.»
Emma rimase in silenzio e lei si voltò a guardarla. Aveva una strana luce negli occhi, o forse era solo il riflesso dei lampioni in strada, o quel ciuffo fucsia sulla fronte.
«L’hai vista tutta?»
Regina annuì. Mantenne l’espressione neutra. Sapeva cosa voleva dire Emma, Google era svelto a fornire i risultati meno opportuni. Per un attimo, quella scena le baluginò dietro agli occhi. La scacciò, prima che si sovrapponesse a pensieri che non avrebbero dovuto affollarle la mente ogni volta che Emma era nei paraggi.
O anche quando non c’era.
Tornò a focalizzarsi sulla realtà. Emma aveva ancora quell’espressione indecifrabile a illuminarle lo sguardo. Le sue guance erano arrossate. Doveva essere per il freddo. La giacca di ecopelle scadente, che si era decisa a indossare, non la copriva a dovere, e anche Regina inizia ad accusare i rigori invernali.
«A volte penso che siamo olio e acqua anche noi» sussurrò Emma. Il cuore di Regina si fermò. Doveva aver fatto di più che leggere la trama su Wikipedia. La fissò. Pupille dilatate, respiro rapido che usciva, bianco come nebbia, dalla bocca dischiusa. Quel rossore sulle gote. Aveva interpretato male. Non era il freddo. Pensava di saper riconoscere la paura, ma si sbagliava. Forse perché questo tipo di paura non l’aveva mai visto davvero. «Però credo…» continuò Emma. «È che quando stai cosi in alto, saltare fa paura.» Deglutì, la lingua passò rapida sulle labbra. I suoi grandi occhi grigi si spostarono, schivi, ma Emma li costrinse a tornare su di lei e Regina vide il cambiamento. Vide la paura trasformarsi in coraggio in quegli occhi meravigliosi. «Non siamo né acqua né olio, ‘Gina. Al massimo, noi due siamo benzina e fuoco. E a me non importa di cosa pensano gli altri, tranne Henry, e Henry… be’.» Tirò il bavero della giacca rossa. Un sorriso sghembo sulle labbra. IL cuore di Regina si perse qualche battito. «Henry l’ha sempre saputo, è chiaro. Però tu… tu devi dirmi se vuoi fare questo salto, Regina.»
Allungò la mano, palmo verso l’alto, le bende che sembravano azzurre nella luce fioca.
Regina non respirava, non ci riusciva. Lo stupore la paralizzava.
«Emma…» Deglutì. Gli occhi di Emma si aprirono un po’ di più, disegnando solchi d’attesa sulla sua fronte seminascosta. Regina vide che diceva sul serio. Vide quanto fosse sincera, le vene che pulsavano rapide sul collo arrossato dal freddo, quella meravigliosa paura nei suoi occhi chiari.
Capì che non poteva rinunciare. Capì che anche lei doveva trovare il coraggio di fregarsene di ciò che avrebbe pensato l’intera Storybrooke, che non era quello l’importante. Che insieme avrebbero potuto affrontare qualsiasi cosa, e questo lo aveva sempre saputo.
Capì che quel salto aveva sempre voluto farlo.
Scostò la mano, si avvicinò di un passo lasciando solo pochi centimetri a dividerle. Sentì il suo ginocchio sfiorarle la gamba. Le prese il viso tra le mani, la guardò ancora per un istante, imprimendo quel momento nella propria memoria per sempre.
Il giorno più bello della sua vita.
Poi si chinò e posò le labbra sulle sue.