Work Text:
«Papà?»
«Papà!»
«Papà ci sei?!»
Il bambino che sta urlando per attirare la mia attenzione è cookie, mio figlio.
Qualche tempo fa non avrei mai pensato di ritrovarmi nel ruolo di padre, e d'altronde, non sapevo neanche cosa significasse averne uno.
Mio padre morì in seguito a una scossa di terremoto, cercando di aiutare la mia gente.
Lui lavorava all'interno di una miniera con i suoi più cari amici; loro speravano di trovare le riserve di Acqua Mew.
Era un progetto privato, lontano dalle orecchie di Deep Blue, ma non andò a buon fine.
Perse la vita insieme ai suoi compagni, lontano dalla famiglia e dalla sua casa, lasciando dietro di sé resti irriconoscibili.
Sin da piccolo ho fatto di tutto per assomigliargli, prima con la pettinatura: capelli lunghi raccolti in due codini penzolanti ai lati del collo -a lui stavano molto meglio che a me- poi diventando un soldato esperto, pronto a proteggere il mio popolo e la mia terra.
E alla fine ci sono riuscito, anzi, l'ho addirittura superato. Sono partito per una missione al di là dell'immaginabile: La riconquista della Terra.
Finalmente ero la sua fotocopia, il ritratto perfetto dei racconti di mia madre; lei non aveva mai conosciuto altro amore, se non quello per me e per mio padre.
Ed era proprio questo che sognavo per la mia futura famiglia: forgiata dalla lealtà e dall'amore reciproco.
Quando partì per questo viaggio ultragalattico ero emozionato, ma con piani ben costruiti, e con alle spalle l'appoggio della mia terra.
Mi sentivo invincibile.
Questo almeno finché non mi scontrai con la dura realtà.
Continuavo a perdere¶e a subire umiliazioni; nonostante le mie capacità nettamente superiori a qualsiasi terrestre.
Tutto a causa delle Mew Mew, le nostre nemiche giurate durante la guerra sulla Terra.
Neanche con gli sforzi di Pie e Tart riuscimmo a sconfiggerle nella battaglia finale.
O meglio, quanfo avevamo la vittoria in pugno, ci rendemmo conto dei crimini di profondo blu. Anche nei confronti del nostro stesso pianeta.
Abbiamo trovato la Mew Acqua in quantità sufficienti per salvare la nostra di Terra, e rifarci una vita sul pianeta in cui, tanti anni fa, fummo costretti ad abitare.
Tornammo a casa, e vennero messe sù nuove politiche.
Quando partì, non vedevo l'ora di tornare a casa.
Ma non appena giunse il giorno del mio ritorno, capì che cosa mi sarei lasciato per sempre alle spalle.
Sapevo che non sarei più tornato sulla terra, non c'era più nulla da fare lì, nessuna motivazione per rimanere.
Nessuno per cui rimanere.
Anche mentre salivo le scalette dell'astronave, sentivo una forza inarrestabile trascinarmi fuori.
Tutto mi sarei aspettato, anche di morire, ma certo non di innamorarmi.
-Strawberry-
Non era solo un rinomato frutto del pianeta Terra, ma il nome di una ragazza.
Una dodicenne solare ed estroversa, ma coraggiosa e con solidi ideali.
Io ero un po' più grande di lei, e la mia mente correva in ogni tipo di scenario: dal più roseo, al più sensuale.
Ero considerato di bell'aspetto nel mio pianeta, e lo sono tutt'ora.
Ma lì sulla terra, nessuno aveva le mie orecchie o il mio incarnato pallido.
Le mie caratteristiche estetiche, e le mie abilità di controllo della materia, avevano contribuito a rendermi un alieno anche agli occhi della ragazza di cui ero innamorato.
Aveva paura di me all'inizio di ogni battaglia, poi iniziava a fidarsi sempre più dei suoi poteri, combattendomi a dovere.
Tutte le mie avance erano inutili, e nonostante io stesso ne fossi consapevole, non riuscivo a smettere di cercarla.
Mi sentivo così frustrato ogni volta che perdevo, e così orgoglioso tutte le volte in cui si migliorava.
Quando tornai a casa fui sommerso dai pianti di gioia, dalle risate, e da feste in mio onore, che aiutarono solo in parte a superare la morte di mia madre.
Mi dissero che successe in seguito a un avvelenamento di un'alga scaduta.
Veloce e indolore, ma a me faceva ancora male.
Prima di partire immaginavo di non rivederla più a causa della mia morte, e mi odiavo alla prospettiva di farla soffrire ancora una volta.
Invece è stata lei a lasciarmi, senza che neanche me ne rendessi conto.
Magari era un qualsiasi giorno in cui avevo flirtato con la mia nemica, o litigato con Pie e Tart, mentre la mia povera madre moriva in silenzio.
Superai con dolore e sofferenza il lutto, ma la vicinanza dei miei nuovi amici fú d'aiuto, e mi diede un motivo in più per andare avanti.
C'erano tante cose da fare, o a cui pensare; dunque il tempo per il riposo, e la malinconia era conservato per la sera.
Così passarono le settimane e i mesi, facendo diventare la terra sempre più piccola ai nostri occhi.
Nel frattempo conobbi una ragazza più giovane di me, stavolta del mio pianeta.
Anche lei era una guerriera, acida e introversa, ma con rabbia calda che le scorreva nelle vene.
All'inizio era un po' invidiosa di me, e dei miei successi, ma col tempo cominciò ad apprezzarmi.
Duellavamo insieme, anche intere giornate, e godevamo della reciproca compagnia, senza tuttavia volerlo ammettere.
A volte tentavo di convincermi di aver solo idealizzato Strawberry, e che se l'avessi conosciuta meglio mi sarei reso conto delle sue debolezze, e a quel punto tutto sarebbe crollato.
Ma non mi sarei mai stancato di Olive.
Era forte e indipendente, non aveva bisogno di un cavaliere azzurro, perché sapeva esattamente come prendere in mano un coltello.
In cuor mio, sapevo di volerle bene, e di amarla.
La desideravo, e sognavo di avere una famiglia con lei.
Ma nulla mi impediva, ogni ultimo giorno del mese, di recarmi al punto di approdo delle astronavi, vicino a un tronco solitario.
Quel pezzo di legno senza foglie era come una tomba, andavo lì per ricordare.
Bastava che mi sedessi giù per terra, e la mia mente sarebbe corsa a pensieri illeciti.
Non amavo più Strawberry, non come prima almeno.
Era un ricordo sbiadito dal tempo, pieno di momenti confusi e sostituiti da altre esperienze.
Quella sulla terra non era stata la mia prima guerra, ma non l'ultima.
Eppure, non mi ero innamorato di altre nemiche, anche se la mia indole da spaccone faceva sempre il suo gioco.
Lei era diventata un fantasma, e non la vedevo più da tanti anni.
Nei momenti di stallo, a volte mi chiedevo che fine avesse fatto.
Chissà con chi parla, o con chi passa il tempo.
Che faccia della Luna guarda ogni notte?
Io da qui la Luna neanche la vedo.
Come se la passa?
Sorride ancora agli sconosciuti, o passa avanti perché non può più trattenersi a lungo?
Prima dormivo più che potevo, poi ho cominciato a sognare ad occhi aperti, finché non mi sono del tutto svegliato.
Fino a quando si può pensare all'assenza di qualcuno, senza sentirsi stupidi?
A volte me lo chiedevo, e mi rispondevo che era solo voglia di provare qualcosa di diverso.
Sensazioni abbandonate da tempo, e sostituite da altre.
Nonostante non amassi più Strawberry, ricordavo la sua goffaggine con affetto.
Forse mi piacevano i suoi capelli, o il suo essere sempre in ritardo per qualcosa.
Era strano per me vedere qualcuno sorridere con tanta naturalezza, e ciò che mi attraeva di lei era quanto fosse diversa da me.
Perché a volte le scocciava difendersi.
Capitava che rimandasse l'inevitabile, vivendo al giorno come una sciocca.
Ma le andava bene così.
«Sei proprio come tua madre, non stai mai fermo», dissi sorridendo verso mio figlio.
«Che posto è questo?», mi chiese indicando il tronco spoglio di qualsiasi colore.
«Serve per vedere, basta chiudere gli occhi», gli dissi accarezzando i lunghi capelli verdi scompigliati dal vento.
«E vedere che cosa?», mi domandò confusamente.
«Quella pianta carnivora che ti aveva regalato zio Tart, e che hai perso dopo due giorni, ad esempio.
O il ricordo di una bella giornata.»
A quel punto chiuse forte gli occhi, stringendo le mani in due pugnetti, per poi sbuffare sconfitto.
«Io non vedo niente»
«Perché provi a vedere con gli occhi, ma quelli sono chiusi e non puoi usarli.
Quindi devi arrangiarti.»
Cookie allora premette i palmi delle mani sugli occhi, e credendo di non esser visto, allargo leggermente lo spazio fra le dita per sbirciare il cielo.
«Hai ragione Papà, adesso vedo!»
«Forse non sei così simile a tua madre»
Ghish non sapeva che dall'altra parte del mondo, durante una calda notte estiva, una donna dai capelli rossi era appena rientrata a casa da una stressante giornata lavorativa.
Si era tolta il cappotto appena entrata, appendendo all'ingresso, mentre poggiava le chiavi di casa sulla credenza in marmo, accanto gli occhiali da sole.
La sua unica figlia femmina, anch'essa coi capelli rosso rubino, giaceva distesa sul letto insieme al padre, e come ogni sera lei li raggiunse esausta.
Strawberry non guardava più la luna da sola, e non aveva un solo pensiero per il suo passato da Mew Mew.
Ha tolto le orecchie e la coda, ed è felicemente un'umana.
