Chapter Text
“Non voglio”
Inzuppò il biscotto.
Si alzò e uscì dalla stanza.
La porta si chiuse alle sue spalle con un tonfo sordo, e fu allora che il panico cominciò a salire dalle viscere, strisciando dallo stomaco fino alla gola.
Ma che ho detto? Ma che ho fatto?
Le domande le rimbombavano nella testa, una dopo l’altra, senza tregua. Si aggrappò al muro, cercando di respirare, ma l’aria sembrava troppo densa, troppo pesante. I suoi pensieri si accavallavano, si rincorrevano, si spingevano, si ripetevano in un loop infinito.
È stata una follia, Imma, ti devi riprendere, è stata solo una follia. Smettila, torna in te, fai la seria.
Eppure non riusciva a smettere di pensarci. Quell’attrazione, quel desiderio che la divorava dall’interno, era come una calamita e più cercava di allontanarsi, ne era più attratta,
All’età tua ancora in preda agli ormoni, si cercava di ripetere, ma dentro di lei sapeva che non era solo questione di sesso.
Scosse la testa, cercando di liberarsi di quelle immagini, di quelle parole che le risuonavano nella mente. Ma più cercava di scappare, più si sentiva incatenata. Senza rendersene conto, si ritrovò a correre, i passi che echeggiavano nel corridoio vuoto. Voleva fuggire, allontanarsi da quella stanza, da quella paura, da se stessa, da questa situazione per lei incomprensibile.
Arrivò in procura con il fiato corto e la voglia di dare di stomaco. Si sedette alla scrivania, le dita che afferravano i documenti con una forza quasi disperata. Compilò scartoffie una dopo l’altra, meccanicamente, come se il movimento della penna potesse zittire il caos nella sua testa. Ma i pensieri tornavano, sempre più insistenti, sempre più ossessivi.
Cercò di concentrarsi sui dettagli, per non pensare: l’inchiostro sulla carta che aveva sbavato, la matita non abbastanza appuntita, le foto non abbastanza equidistanti, il ticchettio dell’orologio, il rumore dei passi dei colleghi.
Tutto inutile.
Più cercava di scappare dai pensieri, più la mente la strattonava al punto di partenza, il pugno allo stomaco peggiorava, la voglia di vomitare aumentava. Era nausata da quella situazione senza controllo, perché lei con tutta quell’emotività in circolo non sapeva proprio cosa farci. E più cercava di scappare, più si rendeva conto che non c’era via d’uscita.
Pensava a Calogiuri, al suo viso affranto, alle parole pronunciate che però non voleva realmente dire. E ogni volta che realizzava di non voler dire davvero quelle parole iniziava un loop senza fine.
Non voglio, ma cosa dici Imma?, non voglio, ma perché lo hai detto?
Otto ore a ripetersi i perché, che non trovava mai.
“Imma, torniamo a casa?”
Non voglio, ma che ho detto, ma perché l’ho detto, non voglio, ma perché lo hai detto?
“Imma?”
Nonvogliomachehodettomaperch…
“IMMA”, urlò Diana, “ti senti male?” continuò con tono più dolce.
Imma alzò gli occhi, lentamente. Ogni movimento era uno sforzo di concentrazione sovrumano. Non aveva nemmeno la forza di rispondere, le parole si interrompevano in gola strozzate dalle lacrime che voleva reprimere. Si sentiva svuotata, consumata, drenata, come se ogni goccia di energia le fosse stata strappata via. Neppure quando aveva partorito si era sentita così esausta. Era come se il suo corpo e la sua mente fossero stati ridotti in frantumi con una sola frase, con una sola dichiarazione d'amore. Le rimanevano solo i pezzi sparsi di ciò che era stata, ma lei non riusciva neanche a vederlo tale era presa dal panico. Il suo stato, in quel momento, era paragonabile alle gravine di Matera: antiche, spoglie, erose dal tempo e dall’abbandono.
E ad abbandonarla era stata sé stessa. Era stata lei a ridursi così, pezzo dopo pezzo, sacrificandosi a un amore che era finito, ad una figlia spesso irriconoscente, ad una suocera che detestava e ad un altro amore che non aveva saputo gestire, perché l'emotività che ne derivava l’aveva consumata più di quanto l’avesse nutrita. E la vita, quella vita che credeva di tenere saldamente in mano, le era scivolata via tra le dita.
A me non può scivolare niente fra le mani, io sono Imma, io ho sempre tutto sotto controllo.
Ora non restava che il silenzio, il peso di ciò che era stato e di ciò che non sarebbe mai più stato. E lei, lì, in bilico tra il ricordo di chi era stata e la paura di chi sarebbe diventata.
“Allora?”, disse Diana.
Prese le sue cose e si avviò all’uscita con Diana.
Cercò di nuovo di distrarsi, concentrandosi su altro.
“Diana, com’è andata la giornata?” Voleva pensare ad altro.
Ma come vuoi che fosse andata la sua giornata? Tutto il giorno di fianco a lei a compilare moduli, archiviare pratiche.
“Imma, ma da quando ti interessa della mia giornata?"
“E perché, non si può più fare una domanda?” rispose seccata.
E dai Diana, non ti ci mettere anche tu. Adesso ci manchi solo te che mi fai notare che non ti chiedo mai come stai. E poi lo sai che ho un brutto carattere.
“Ma si può sapere che hai oggi? Sei più stralunata del solito e sì che ultimamente sei stata irriconoscibile”.
“Ah, Diana, andiamo va”
Diana aveva ragione. Imma era stata irriconoscibile anche a se stessa. Ed infatti ogni tanto nella notte si svegliava, fissava il soffitto e si chiedeva chi fosse diventata.
L’aveva chiesto anche a Calogiuri, ma chi sei diventato?, eppure la sua risposta era sicura. Lui era sicuro di chi fosse, lei no, lei non si trovava, non si riconosceva, non si capiva.
Si era mai capita?
Camminò velocemente, col suo passo scattoso e frettoloso da sceriffo di Matera. Imma sapeva che Diana non si meritava quella risposta e neanche Calogiuri.
Imma, continua così e te ne giochi due con una giornata. Imma, sei proprio brava. Adesso non hai solo il senso di colpa per Calogiuri, ma anche per Diana. Ultimamente non ne sbagli una.
Da quando aveva cominciato a parlare così tanto con se stessa? Da quando quella voce interiore, quella coscienza implacabile, era diventata così insistente, così opprimente? E in quel momento, più che mai, Imma era sommersa dai sensi di colpa. Verso tutti, verso tutto. Era come se il peccato del mondo intero pesasse sulle sue spalle, e ogni passo le costasse giudizio. Aveva il dovere verso suo marito, verso sua figlia, verso la legge, persino verso se stessa.
Lei era la donna del dovere, sempre. Il dovere veniva prima di tutto, prima dei desideri, prima della libertà, prima della felicità stessa.
Era la sua regola, mica si diventa Sceriffo di Matera a caso.
Ma poi c’erano i sensi di colpa. Quelli verso sua figlia, per non essere la madre onnipresente che avrebbe dovuto essere. Quelli verso suo marito, per l'amore finito. E persino quelli verso il suo lavoro, perché, alla fine, non aveva mai davvero superato il fatto di essere figlia di Latronico. Quel nome, quel peso, quel corredo genetico era un'onta invisibile.
Adesso era tutto sul piatto, tutte le carte sparigliate e l'unica voglia era quella di fuggire.
Respira Imma.
Si girò per cercare la sua amica che arrancava dietro il suo passo.
“Veloce Diana!”
Certo, veloce Diana non suona come “veloce Calogiuri”. Senti come suona bene. Veloce, Calogiuri! Sette sillabe, con una cadenza perfetta.
E adesso a chi lo avrebbe detto? Imma cominciò a pensare all’ultima volta che glielo aveva detto. Ma non riusciva a ricordarselo. Glielo aveva detto durante l’ultimo caso? O forse dopo avergli proposto l’antistaminico? Prima o dopo il cane? Prima o dopo il passaggio a livello chiuso? O forse gli aveva messo fretta mentre prendeva il caffè, mentre lei già scalpitava per correre in Procura? Non lo ricordava. E il non ricordarsi le creò un altro nodo allo stomaco, un altro groviglio di ansia che si aggiungeva a tutti gli altri, non ne usciva. Ma lei non ci poteva fare niente. Con l’emotività non andava d’accordo. Non ci sapeva fare. Lei era brava a fare lo sceriffo, a seguire gli indizi, a far rispettare la legge. L’emotività, invece, la viveva come qualcosa di fugace, di superficiale, un'aggiunta di problemi ad una vita già assai tribolata. Fino a quel momento, anzi, fino a qualche anno fa, pensava che l'emotività fosse qualcosa che poteva essere messa da parte, ignorata, come un pacchetto da chiudere a chiave e dimenticare. Aveva un marito, una figlia, una madre. Aveva persino una suocera, anche se non la sopportava. E ultimamente aveva pure un cugino che le stava vicino.
Insomma, si sentiva a posto, socialmente adeguata e accettata. Ora tutto stava venendo fuori, tutto stava crollando sotto il peso della sua incapacità di gestire ciò che sentiva. E tutti intorno a lei sembravano così sicuri.
Calogiuri era sicuro. Pietro era sicuro - di cosa poi fosse sicuro Pietro, lei non lo sapeva, ma lo percepiva saldo, con i piedi per terra.
Lei, invece, a malapena riusciva a stare a galla. E qualche volta, lo ammetteva solo a se stessa, le veniva voglia di affogare. Non vedeva il tesoro emotivo che aveva dentro.
O forse lo scorgeva, ma faceva di tutto per reprimerlo, per seppellirlo ancora più in profondità. Ed era per questo che ogni tanto esplodeva, incontrollabile: alle gravine, all’agriturismo, quando aveva detto “non voglio” ma in realtà voleva, quando aveva preso a schiaffi Pietro e poi si era sentita in colpa, come se avesse esagerato. Se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di essere una dura. Voleva essere quella con un pessimo carattere, quella senza legami, senza debolezze. Ma la verità era che non poteva fingere. Non con se stessa. E questo era il problema più grande di tutti.
Lasciatemi in pace tutti che non vi sopporto più
Arrivare a casa di Diana, quella sera, le aveva dato un sollievo inaspettato. Quel luogo, che sentiva in parte un po’ suo ora, l’aveva vista nel suo peggiore degli aspetti. Aveva lasciato a quella casa la possibilità di accoglierla in una versione che nessuno mai aveva visto. Che poi, mica l’aveva permesso alla casa, ma a Diana, ma questo non lo avrebbe mai ammesso perché… perché sì, lo sceriffo di Matera non si apre.
Eppure Imma non lo sapeva, non poteva ancora vederlo e immaginarlo. Il discorso di Calogiuri, quella richiesta di stare insieme per sempre, aveva crepato la diga della sua emotività in un modo che lei non avrebbe mai potuto prevedere, né tantomeno controllare. Era come se un fiume da anni represso avesse trovato una fessura, e ora l'acqua cominciava a scendere impossibile da fermare. Non poteva saperlo, non poteva immaginare cosa sarebbe successo nei mesi a venire. Ma quel sentore, quella sensazione sottile e inquietante, le sfiorò il cuore quella sera, mentre era sotto la doccia. L’acqua calda le scorreva addosso, cancellando per un attimo il peso del mondo, e lei, senza nemmeno rendersene conto, cominciò a piangere. Non erano lacrime per qualcosa di preciso, erano lacrime per tutto. E in quel momento, mentre piangeva, si sentì stranamente libera. Libera dal dovere, dai sensi di colpa, dalle aspettative. Libera di essere fragile, di essere umana. Fu solo un attimo, un respiro. Poi l’acqua continuò a scorrere, e lei tornò a essere Imma, la donna del dovere, la donna che non poteva permettersi di crollare. Ma qualcosa, in quel pianto, era cambiato. Qualcosa si era incrinato per sempre.
“Imma che mangiamo?”
“Non ho fame Diana”
“Ma qualcosa dovrai pur mangiare”
“Diana, non ho fame, punto”.
Ma è possibile che non sai mai rispondere in maniera cortese? È possibile che devi essere sempre così scorbutica?
Imma non era la migliore amica del mondo, ma sapeva che Diana le voleva bene.
Sprofondò sul divano, si massaggiò le tempie chiudendo gli occhi e sperando che il mondo finisse lì. Una lacrima riuscì a scapparle. Una sola, piccola, quasi impercettibile. Ma Imma non fu abbastanza rapida né per reprimerla né per asciugarla. E Diana se ne accorse. La vide scivolarle lungo la guancia, un frammento di fragilità che Imma non avrebbe mai voluto mostrare. Diana rimase in silenzio, ma era preoccupata. Voleva chiederle cosa stesse succedendo, cosa le stesse accadendo davvero da qualche mese a questa parte. Sapeva che non era solo per il matrimonio, percepiva che ci fosse qualcosa di più profondo, qualcosa che Imma teneva nascosto e non le voleva dire. Voleva sapere, voleva aiutare, ma come fare a scavare? Come superare quella barriera di chiusura che Imma aveva costruito mattone dopo mattone? Non era facile. Imma non era una persona che si apriva facilmente, e Diana lo sapeva.
Così, invece di parlare, sospirò.
Si sedette accanto a lei, sul divano, e accese la tv. Il rumore di sottofondo riempì la stanza e l'elefante nella stanza non fu affrontato neanche stasera.
Mangiò il suo toast in silenzio, guardando lo schermo senza davvero vedere. Domani sarebbe stato un altro giorno, si disse. Avrebbe trovato un modo ma per ora, Diana sarebbe stata lì presente, silenziosa, aspettando.
Imma si fece un bicchiere di vino e salì a dormire.
Voleva solo sprofondare nel letto e dormire fino a quando tutto quel casino non fosse finito, o in alternativa, fino a quando non avrebbe sviluppato la capacità di tornare indietro nel tempo e iscriversi a lettere antiche invece di giurisprudenza.
Così avrei fatto l’insegnante e risolviamo tutti i problemi alla radice.
Non voglio. Ma che ho detto? Non voglio. Ma perché l’ho detto? Non voglio. Ma perché lo hai detto? Ma basta, basta, basta, voglio una ghigliottina per tagliarmi la testa.
Alla fine, si alzò. Aprì la finestra e si affacciò. Matera, all’una di notte, era silenziosa. Almeno la città era tranquilla, pensò. Almeno qualcosa, fuori da lei, era in pace. Mentre osservava una coppia di ragazzi seduti su una panchina, il suo pensiero corse a Pietro. A quando erano giovani, innamorati, pieni di quella spensieratezza che ora le sembrava così lontana. Sentì un’onda di nostalgia, ma capì subito che non era Pietro quello che le mancava. Le mancava la routine, la sicurezza emotiva, la tranquillità di sentirsi a posto. Di essere giusta, ordinata. E invece, come le aveva detto Pietro, faceva la quindicenne a casa di Diana.
“Non dormi?”
La voce di Diana la fece sobbalzare. Imma si voltò, sorpresa.
“No.”
“Come mai?”
“C’ho i pensieri, Dià.”
Diana si avvicinò, incrociando le braccia. “Ma tu c’hai sempre i pensieri, ultimamente. Si può sapere a che pensi?”
Imma rimase in silenzio, lo sguardo perso nel vuoto. Come poteva spiegare qualcosa che nemmeno lei riusciva a capire?
Eh, e come te lo spiego Diana a cosa penso. Come faccio a spiegarti che mi sento come una zattera in mezzo al mare senza punti cardinali. Stasera non ce la faccio, domani te lo dico.
Si rimise a letto, sistemandosi con una compostezza quasi innaturale, e guardò Diana. Con lei c’era lo stesso modo di comunicare che per tanto tempo c’era stato con Calogiuri, un linguaggio segreto fatto di sguardi, di silenzi, di dire senza dire. Diana si sdraiò accanto a lei.
Rimase in silenzio per un attimo, poi, con una voce calma, chiese: “Imma, cosa vorresti ora?”
Imma chiuse gli occhi, come se cercasse dentro di sé la risposta.
Quando finalmente parlò, la sua voce era un sussurro, quasi un segreto confessato al buio: “Tornare ad essere serena.”
Diana non rispose, appoggiò una mano su quelle di Imma e per oggi, la giornata poteva finire così. Con quel silenzio, con quel contatto, con la promessa non detta che, qualunque cosa fosse successa, Diana promise che non avrebbe mai lasciato sola Imma.
