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Era una bella sensazione avere una medaglia al collo, essere sul gradino più alto del podio, finalmente.
Simone non poteva dire di non ricordarsi com’era avere il peso dell’oro sul petto, eppure la fine della stagione precedente gli aveva dato talmente tante batoste da lasciarlo stupito nel vedere l’ultimo pallone cadere nel campo avversario e ritrovarsi confuso in mezzo ai compagni che gli saltavano attorno urlando.
Non si era ancora ripreso del tutto nel post partita. Nemmeno l’aver alzato la coppa, l’averla toccata con mano gli aveva fatto capire del tutto cosa era successo e adesso lì, col microfono di Colantoni davanti, si limitava a ripetere a pappagallo le stesse frasi che da tutta la vita rimaneggiava a seconda dell’occasione. Alla fine, bastava cambiare qualche parola ogni tanto, mescolare un po’ le frasi. Erano pur sempre interviste in italiano, grazie al cielo.
Si stava attorcigliando in un lungo discorso sullo spirito di squadra, aggirando le solite lodi sperticate del giornalista su Leon, quando vide deragliare il suo sguardo verso un punto alle proprie spalle.
Perse il filo del discorso e fece per voltarsi, grato della distrazione, pensando che si sarebbe potuto definitivamente slacciare dalla morsa di Colantoni, mentre invece si ritrovò di fronte a Ivan Zaytsev.
Non riuscì a trattenere una smorfia di disappunto.
C’era sempre stato qualcosa che l’aveva infastidito di Zaytsev, dalla prima volta che l’aveva visto.
Più di qualche cosa in realtà.
Quel suo essere sbruffone, l’aria strafottente, una prima donna che non aveva poi fatto granché per meritarsi tutto quel clamore, dal suo modesto punto di vista. Per non parlare poi della cresta.
«Ecco un altro protagonista della Supercoppa, ciao Ivan» sentì esordire il giornalista e Simone, che si stava per allontanare nella direzione opposta, si voltò di nuovo, incapace di far finta di niente.
«Protagonista oggi…l’anno scorso mica tanto, più panchina che campo se mi ricordo bene» esclamò con un ghigno cattivo.
Vide Ivan stringere le labbra e fulminarlo con lo sguardo, mentre si congratulava con se stesso, senza pensare che quel siparietto stesse andando in onda in diretta tv.
«Se mi ricordo bene, io almeno sono arrivato in finale scudetto» lo schernì l’opposto con un sorrisetto tirato «o sbaglio, Mr. Quarti di finale?»
«Non mi sembra che tu l’abbia vinto alla fine, o sbaglio?»
Ivan sembrava sul punto di saltargli alla gola, quando Colantoni in preda all’imbarazzo decretò chiuso quel match almeno davanti alle telecamere.
«Lasciamo questi due ex compagni di nazionale ai loro bisticci, noi intanto andiamo da Luciano De Cecco!»
Simone rimase ancora con lo sguardo fisso su Ivan, dopo il dileguarsi del giornalista e del cameraman al seguito. C’era caos attorno a loro, eppure sembrava non rendersene conto, preso com’era dalla discussione senza capo né coda che aveva iniziato con lo schiacciatore.
L’ennesima.
Lo vide passarsi una mano tra i capelli, stravolto da quasi tre ore di partita.
«Hai preso il vizio di Osmany per caso?» riprese il palleggiatore, alludendo alla mancanza della medaglia attorno al collo dell’altro «Anzi, peggio, visto che non eri nemmeno sul podio.»
Ivan si limitò ad alzare un sopracciglio e fece due passi verso di lui invadendo il suo spazio personale.
«Attento Giannelli, che a guardare tutto quello che faccio, poi la gente pensa che ti interesso.»
Simone indietreggiò scostandosi e facendo una smorfia talmente disgustata da provocare una risata genuina nello schiacciatore.
«Comunque ero a fare il test antidoping, così non ti preoccupi troppo, tesoro.»
Simone si limitò ad alzare un sopracciglio.
«Come se una cannetta bastasse per migliorare le tue prestazioni» ribatté, scuotendo la testa con un sorrisetto.
Ivan strinse le labbra per sopprimere una risata.
«Se vuoi ne possiamo riparlare dopo delle mie prestazioni, siamo nello stesso hotel o sbaglio?»
Simone sgranò gli occhi, preso per un attimo in contropiede, e in quel momento seppe di aver appena perso una partita non meno importante quella sera, almeno dal suo punto di vista.
«Sei sempre il solito stronzo.» concluse, maledicendosi per aver attaccato briga anche quella sera.
Nel frattempo Sebastian l’aveva raggiunto e lo stava guardando con tanto d’occhi.
«Sempre un piacere, Giannelli.» lo salutò Ivan, con un largo sorriso «Ci vediamo domenica per la rivincita!»
Simone gli aveva già girato le spalle, alzandogli il medio e urlandogli un sonoro vaffanculo. Si era rovinato la giornata con le sue stesse mani, una giornata perfetta con una medaglia perfetta conclusa a denti stretti e pugni chiusi. Si sentiva proprio uno stupido.
Incamminandosi verso gli spogliatoi, continuò ad ignorare la presenza ingombrante di Solè che lo stava tallonando.
«Eddai Simo, ancora con Zaytsev? Ma non ti sei stancato dopo tutto questo tempo?»
Si lasciò cadere sulla panca, sfilandosi la medaglia e la maglia e poggiando la testa sul muro, gli occhi già chiusi.
«Sì, ancora, ancora, lo sai che non lo sopporto.» esalò con un lungo sospiro. «Mi escono proprio dalla bocca in automatico, non posso farci niente.»
Sebastian lo guardò come si guarda un set sul 9-24, con inconsolabile abbandono.
«Eppure quando non si sopporta qualcuno gli si sta alla larga di solito.» spiegò il centrale argentino allargando le braccia. «Tu fai tutto il contrario.»
Simone aprì di nuovo gli occhi, aggrottando le sopracciglia.
«Senti, non ti ci mettere pure tu» si lamentò alzandosi, la medaglia d’oro sul borsone lo fissava schernendolo «che non è proprio giornata.»
«Ma se abbiamo pure vinto!» Sebastian sospirò sconfitto, finendo di sistemare il borsone e borbottando tra sé e sé. «Io proprio non ti capisco Simone.»
Nemmeno lui stesso si capiva, la maggior parte delle volte.
«Guarda chi si vede.»
Simone appoggiò la fronte sul vetro della macchinetta, quando sentì la voce di Ivan.
Chiuse gli occhi, inspirò, pregando di essersi addormentato sul letto col replay della partita in sottofondo e non essere davvero lì nel corridoio dell’albergo con quel pallone gonfiato a peggiorargli una serata già abbastanza orrenda.
Si sentiva un idiota anche solo a pensare di star passando una serata così.
Aveva appena vinto la Supercoppa, dio santo.
Eppure dopo che aveva avuto quello scambio al vetriolo sul taraflex con l’opposto della Lube, gli era rimasto un amaro in bocca che difficilmente gli sarebbe passato a breve.
Sebastian l’aveva guardato come un caso perso mentre si chiudeva la porta della stanza alle spalle e raggiungeva gli altri ragazzi a festeggiare in un locale in centro.
Le parole di Ivan gli erano rimaste in testa, come sempre gli succedeva, e non era riuscito a non tornare alla stagione fallimentare che era appena passata.
La partita più brutta della sua vita. E ne aveva perse di partite importanti, lui.
«Che hai, Giannelli? Come mai non sei a festeggiare con gli altri?»
Prese un lungo respiro, facendo un passo indietro, senza smettere di fissare gli snack proposti dalla macchinetta.
Tutta roba che in una serata normale non avrebbe mai e poi mai scelto consapevolmente di mangiare.
«Non sono dell’umore.» disse lapidario, attendendo una risposta caustica dall’altro.
Quando questa non arrivò, si girò e lo vide raggiungerlo e mettersi a fissare anche lui la macchinetta, con sguardo intento.
Gli sembrò meno offensivo, con quegli anonimi pantaloni grigi e quella canotta nera. I capelli freschi di doccia se ne stavano scomposti e morbidi. Tutto nella figura di Ivan urlava relax e questo scaturì in Simone una nuova ondata di irritazione.
Non poteva accettare di stare così dopo una vittoria, mentre sembrava che la sconfitta non avesse scalfito nemmeno un po’ l’altro.
«Tu invece? Gli altri sono in giro per locali, ci sono anche i tuoi di compagni.» esclamò caustico, mentre l’opposto metteva qualche moneta nella macchinetta e si chinava a recuperare due sacchetti di patatine. «Non bevi per dimenticare?»
Ivan si limitò a fare spallucce, un sorriso sghembo di nuovo sulle labbra.
«Non sono dell’umore.» gli rivolse le sue stesse parole e Simone roteò gli occhi, scatenandogli una risata. «E poi non c’è davvero niente che debba dimenticare»
Simons sbuffò, le parole di Ivan che lo mettevano in discussione, come al solito.
Non aveva proprio la forza di fermare a pensarci, così si ritrovò a stringere i pugni e allontanarsi verso il suo corridoio, «Io torno a vedere la partita, buonanotte.»
Glielo diceva sempre Roberto che parlava troppo.
«No dai» quel maledetto sorriso di scherno nel tono di Ivan l’avrebbe sentito a chilometri di distanza «Stai dicendo davvero che invece di andare a divertirti stai analizzando la cazzo di partita che hai appena vinto?»
Simone rimase di spalle, incollato alla moquette del corridoio, gli occhi chiusi per un attimo a raccogliere i pensieri.
Rabbrividì, perso nell’orrenda sensazione di essere caduto nel ridicolo ancora una volta.
Lui, Simone Giannelli, che sbarca nella squadra più forte d’Italia e affonda ai quarti di Playoff.
Lui, il maledetto MVP degli ultimi mondiali di pallavolo, che vince la Supercoppa e si chiude in camera con le paturnie senza saper fare altro che rivedere e analizzare la partita appena finita.
Avrebbe dovuto dirgli che non si diventava Simone Giannelli per caso, che ci voleva tecnica, costanza, disciplina, che non si poteva uscire tutte le sere, né a ubriacarsi, né a portarsi a letto chissà chi. Oddio, questo particolare nel discorso di Rado non c’era, ma il senso era quello.
Disciplina, tecnica, costanza, e tanta, tantissima autocritica.
Si risolse a rispondere imitando il tono malizioso dell’altro.
«Se vuoi venire, ti spiego tutte le cazzate che hai fatto per perderla.»
Sorrise alla smorfia sulla faccia di Ivan e sentì distintamente sottopelle la soddisfazione di aver appena vinto quel secondo round.
Afferrò al volo uno dei due sacchetti di patatine che Ivan aveva preso alla macchinetta.
«Tieni, mangiatele mentre ti riguardi murarmi.»
Rimase fermo a fissarlo allontanarsi su per le scale, di nuovo solo.
Era a metà del secondo set quando sentì bussare alla sua porta.
Mise in pausa, interdetto.
Passò velocemente in rassegna ogni possibilità e decise che la più probabile era che Solè avesse perso la tessera magnetica della camera.
Con quel pensiero in testa e già con una battuta sardonica sulle labbra, aprì la porta solo per ritrovarsi davanti gli occhi chiari di Ivan a squadrarlo da capo a piedi.
Doveva aveva avere davvero un’espressione a dir poco stupita, perché l’altro sembrava pronto per un nuovo round di botta e risposta.
«Ho pensato che se davvero dovevo ascoltarti blaterare sui miei errori in attacco, avrei avuto bisogno di un po’ di alcool.»
Lo schiacciatore si fece spazio da solo per entrare nella camera, mentre Simone inerme fissava la bottiglia di spumante che Ivan teneva per il collo.
A guardarsi indietro, dopo una catastrofe, si cercava sempre l’evento scatenante, quel piccolo dettaglio all’apparenza insignificante che aveva dato il via alla valanga.
Simone ci aveva provato ad analizzare l’ultima stagione di campionato, dalla fila di vittorie fino a quella semifinale di Coppa Italia, alle sconfitte in Champions e nella corsa per lo scudetto, senza trovare alcuna spiegazione alla caduta più brutta della sua vita.
Chiudendosi la porta alle spalle, si domandò cosa di quella sera fosse andato storto, quale fosse stato il sasso a dare inizio alla frana.
Convenne, come sempre, che era stata colpa sua.
Per aver attaccato briga nel post partita davanti ad un imbarazzato Colantoni.
Per quella battuta in corridoio che evidentemente Ivan aveva colto al volo, chissà perché.
Non aveva davvero imparato niente da quella sera di due anni prima a Tokyo quando, dopo quella che pensava essere la sconfitta più dolorosa della sua carriera, con un paio di cocktail in corpo aveva baciato Ivan e poi ci era finito a letto insieme.
