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C’è una cosa che odia di Perugia, una cosa che negli anni non è mai riuscito a digerire, sopportare, vivere senza perdere la pazienza. Le strade.
Cunicoli larghi giusto una macchina, e con una macchina si intende una cinquecento, una cinquecento degli anni Ottanta, chiaramente, perché già con una Golf è difficile passare, figuriamoci un suv. E bisogna anche sperare, sperare e pregare che la via sia a senso unico, perché ancora alcune hanno l’audacia di essere a doppio senso, con l’inevitabile retromarcia nello spiazzo più vicino per far passare la macchina che arriva dal lato opposto.
Le strade che trasformano i nemmeno cinque chilometri che separano la casa dal centro un viaggio che sembra tal volte esserne lungo cinquanta. No, questo di Perugia non lo ha mai sopportato, come tante altre cose nella sua vita in realtà; questa forse è il minore dei mali.
Ma ormai è in casa, quindi il problema non sussiste più, nemmeno il problema del parcheggio, perché anche su quello avrebbe da ridire a Perugia, ma si lascia scorrere anche questo. Decisamente meglio lasciar scorrere, soprattutto quando è circondato da addobbi natalizi di ogni genere, ghirlande, lucine, palline ovunque, perché si sa, Natale è sempre stata una grande occasione in casa Giannelli e nemmeno quest’anno potrà essere da meno.
Casa Giannelli ha cambiato forma e diverse accezioni dagli anni, separandosi dal nucleo principale, poi dividendosi su tutta l’Italia. Una casa e una vita in itinere, girando come una trottola per l’Italia fino a trovare punto più o meno stabile a Perugia. Ha decisamente perso il conto di quanti chilometri la targhetta Giannelli sul citofono possa aver fatto.
Ma quest’anno no, forse ancora più degli altri anni non potrà essere da meno, e questo forse dà una concreta spiegazione alla stringa di lucine lungo il perimetro del soffitto del salotto, delle foglie di biancospino che adornano le foto appese alle pareti.
Se l’era immaginata diversa, giunto a questa età, la sua casa. Qualcosa decisamente più grande di un trilocale da cento metri quadri risicati. Un trilocale moderno, certo, ma dopo quattro anni ancora forse troppo trilocale in vendita e poco casa; le pareti sempre bianche e mai personalizzate, la valigia mai messa in cantina ma in qualche angolo dell’appartamento, una destinazione che a ventotto anni non è ancora definitiva.
Sicuro no, non poteva immaginarsi che questo sarebbe stato il futuro che lo avrebbe aspettato, carriera internazionale sempre in movimento. No, sicuro questo non avrebbe mai potuto prevederlo. Ma un qualcuno accanto di fisso, solido, stabile, si, quello si, lo aveva previsto con facilità senza farsene troppi dubbi.
Invece dopo quattro anni in quella casa gli sembra che ci siano ancora troppe cose fuori posto, oppure fin troppo a posto, lo stretto necessario per essere pronto a mettere tutto via negli scatoloni verso la prossima destinazione. Non sa ancora cosa ne pensa a pieno.
“Papà? Vieni a darci una mano con le verdure al forno qui? Abbiamo le mani occupate noi.”
Il dovere chiama, e allora finché ancora può ricavarsi uno spazio prima dell’inevitabile tormento, Paolo lascia da parte tutti i pensieri, case, parcheggi, auto e carte depositate in Comune per raggiungere suo figlio e sua moglie in cucina.
“Quindi? A che ora arriva?” È talmente concentrato sull’essere pungente che a momenti si brucia anche con la teglia nel forno.
Una vita di continuo vagare no, non se la sarebbe mai aspettata, non su ambo i lati. Invece sarà presto un decennio di Simone a casa da solo ad aspettare, di Simone a prendere l’auto e creare i solchi dell’asfalto delle autostrade.
Non sa come Simone sia riuscito a sopportare questo peso in tutti questi anni, come ancora oggi lo faccia dopo due anelli d’oro e l’illusione di iniziare a vivere insieme.
“Se vuoi puoi chiamarlo tu, hai il suo numero.” Simone ride, non ha mai preso sul personale questo astio nei confronti di Ivan, o meglio dire, ha imparato a conviverci meglio negli anni. “Comunque, sono- gli mancherà meno di un’ora a questo punto. Se vuoi mangiare qualcosa, intanto, fai pure.”
Sono le 20:17, ancora non hanno mangiato e suo figlio ha imparato a contare i minuti che ci vogliono per percorrere una strada da oltre 400km.
È un sorriso e un frettoloso ciao Paolo quello che gli viene rivolto prima che si diriga verso la cucina. La cucina aperta, dove non deve neanche sforzarsi per vedere il bacio che Ivan dà a Simone, troppo lungo e lento, seppur casto, per i suoi gusti.
E no, non è mai stato un problema per il partner di vita di suo figlio fosse un uomo, figuriamoci questo. Ma che l’uomo in questione fosse Ivan, questa è tutta un’altra questione.
Ivan che da sempre lo ha abituato ad acconciature al quanto discutibili, più pezzi di metallo in faccia e colore sul corpo di quanti neuroni avesse, almeno, secondo la sua personale opinione. Ivan sempre vestito da teppista con la giacca di pelle e le magliette troppo strette per fare vedere i muscoli, come se poi fosse necessario alle cene di famiglia.
Ivan si, quello è sempre stato un problema. Forse un non-problema che Paolo ha sempre amato rendere un problema, andando sempre contro quell’atteggiamento da sbruffone di Ivan, che da parte sua non si è mai tirato indietro a rispondere con lo stesso tono.
Ivan che invece ora parla con Marisa, un braccio attorno al fianco di Simone, perennemente, il solito sorriso beffardo di sempre. Ivan che si congeda con ancora il borsone sulle spalle, passandogli di fianco, dandogli una pacca sulla spalla, sparendo in un’altra stanza.
Marisa torna da lui con gli occhi lucidi, come se la coppia davanti ai loro occhi non la vedessero insieme da quando il loro bambino aveva diciannove anni.
O forse è proprio quello il problema, il nucleo della questione. Che tutto questo va avanti da quasi un decennio e ancora non sembra trovare una stabilità. Ma sua moglie è sempre stata troppo emotiva.
A cena prosegue tutto regolarmente, con i posti a tavola correttamente assegnati da Simone, che di tattica ne ha sempre fatto un primato, perché di mettere suo padre ed Ivan uno in fronte all’altro non ha mai minimamente osato nel corso degli anni.
Non che non riesca a parlarci, ormai può considerarsi in rapporti amicali con Ivan, socievoli. Sono riusciti a sopravvivere insieme addirittura un fine settimana nella casa al lago, ormai sono oltre il volersi scannare a vicenda. Sarebbe stupido, se non altro per il bene di suo figlio, dover ancora stare a farsi la guerra dopo otto anni ed un anello al dito.
Al dito si fa per dire, al collo, se si tratta di Ivan. La fede tenuta appesa ad una catenina dello stesso colore d’oro, pronta ad essere infilata dietro le magliette, che siano da tutti i giorni o da gara, sempre in bilico tra l’essere presente e lo scomparire, nascondere. Non gli è mai davvero andata troppo a genio questa usanza del genero. Marisa forse non ci ha mai fatto caso, e quando lo ha fatto ha sempre giustificato con motivi lavorativi, si sa, ‘con la quantità di nastro adesivo che si mette il ragazzo’.
Eppure, per Paolo la fede è sempre stata qualcosa da mostrare, da far vedere a tutti, motivo di orgoglio. Non nega di aver pensato più volte che il motivo di quella soluzione, così temporanea a suo avviso, avesse motivazioni ben lontane dal vero significato; dopotutto, gli era facile pensarlo anche prima, quando temeva che vivendo così lontani, un Simone appena ragazzino potesse tranquillamente venir preso in giro. Senza entrare nel volgare.
Si distrae come sempre nei suoi pensieri quando ci sono queste occasioni così importanti in presenza di Ivan. Si distrae tanto da notare solo ora le dita della mano sinistra di Simone costantemente intrecciate a quella di Ivan, i loro posti a tavola più vicini del solito e gli sguardi che si scambiano più spesso. Insieme agli occhi lucidi di sua moglie prima, diventa difficile negare il motivo di questo incontro così formale.
Si ricorda un’occasione simile, ormai cinque anni prima, una partenza per la Russia e una distanza incolmabile dai confini chiusi oltre che dai chilometri.
Paolo non l’ha mai chiesto direttamente a suo figlio, non è mai stato un padre da porre queste domande scomode, ma da come ha osservato, immagina che non se la sia vissuta allegramente questa situazione.
E anche se ora non c’è di mezzo un virus e le ore di fuso sono meno, quel timore che suo figlio possa stare male c’è, ancora. Essere divisi in due stati totalmente diversi, ancora, proprio quando sei mesi prima sembrava che quella prima convivenza fosse più vicina che mai. La stabilità, solida, in quella lontana Umbria che per Simone è sempre stata più casa del trentino.
Sa molto bene di non essere un uomo di molte parole a cena, e quindi gli è facile concentrarsi e perdersi nei perché, anche se francamente avrebbe dovuto smettersi chiedere questa domanda anni addietro con Ivan, ne è ben consapevole.
Ma il fatto è che non lo capisce nemmeno il motivo di questo trasferimento. La Russia l’aveva giustificata, l’orgoglio, le tradizioni di famiglia, il padre, il riscatto, certo. Ma la Turchia? No, Paolo non riesce a spiegarsela proprio.
Noia? Se Ivan preferisce cambiare stato piuttosto che stare con Simone… Soldi? Paolo dubita fortemente che in casa Giannelli-Zaytzev, e non il contrario, sia una reale necessità. Sfizio? In tal caso Ivan si confermerebbe ancora una volta il coglione che ha sempre pensato che fosse, e che tal volta continua a pensare che sia.
“Tesoro, vuoi il caffè?” Sua moglie gli stringe la mano per richiamarlo alla realtà, un cenno di capo verso Ivan di fronte a sé.
Anche se fosse solo per far alzare Ivan “Si, certo, grazie.” Già dovrà sorbirlo per tutta la durata della partita accanto a sé il giorno dopo.
Si rende conto di, forse, aver tenuto lo sguardo serio e duro troppo a lungo dal sorriso stretto che gli rivolge Ivan. Ivan con cui negli anni ha sempre faticato a trovare l’equilibrio giusto per un motivo o per un altro. Ivan che nell’alzarsi lascia un bacio tra i capelli di Simone senza mai distogliere lo sguardo.
“…e quindi poi ha vinto i campionati provinciali. Te lo avevo detto a te, Simone, no?” Le chiacchiere di sua moglie sono diventante un sottofondo, non fatica ad ammettere che sia anche un po’ stanco dopo tutte quelle ore di macchina.
“Davvero? Ma che brava. Quanti anni hai detto che ha?” La voce di Ivan è drasticamente diversa con sua moglie rispetto a quando parla con lui.
Paolo li lascia parlare ancora per un attimo della nipotina prodigio in quel campionato di beach volley mentre incontra il sorriso stanco di suo figlio, la testa appoggiata sulla spalla di Ivan, le dita ancora intrecciate sul tavolo, i dettagli oro dell’anello che risplendono sotto le luci del salotto.
Sorriso che si tramuta in fretta in uno sguardo esasperato, in uno sguardo di chi ha rinunciato anni addietro a mettere pace a quella faida immatura che va avanti da troppo, quando vede il padre aprire bocca per parlare.
“E tu invece, Ivan? Ce n’è di sabbia in Turchia per continuare ad allenarti?” Ci ha provato, ma trattenersi una battuta sul beach volley sarebbe stata un’occasione sprecata.
Perché anche questa rientra nella miriade di trovate e idee di Ivan che Paolo non ha mai capito. L’ambizione di quelle prossime Olimpiadi ancora lontane, un lancio nel vuoto solo perché quelle vere gli sono state negate per decisioni dall’alto. Paolo continuerà a trovarla una scelta azzardata, e leggermente ridicola per quanto lo riguarda, a quell’età poi.
Comunque, uno scudetto sotto il sole cocente lo ha vinto. Di questo gliene deve dare atto.
Quel ghigno ironico da parte di Ivan lo ha sempre amato, ne va orgoglioso quando lo vede trattenersi dal dire una parola di troppo verso di lui. Negli anni è migliorato con l’autocontrollo il ragazzo.
“Ce ne sono tantissime, Paolo. Vuoi venire ad allenarti con me? Potrei cambiare partner, che ne dici?”
“Non so, la Turchia è un po’ troppo lontana per i miei gusti, sai.”
La Turchia è decisamente troppo lontana se si è sposati e si dovrebbe finalmente andare a convivere, se significa dover lasciare metà delle proprie cose in delle valige nella camera degli ospiti di un appartamento a Perugia.
Ma Ivan lo sa, sa bene cosa sta cercando di fare Paolo, nonostante sia passato un anno e mezzo da quella promessa fatta davanti a tutti. Ivan lo sa, e mantiene la calma, perché arrivati a questo arrabbiarsi davanti a Simone e a sua madre è davvero eccessivo. Lo ha già fatto in passato, Paolo sa di non aver mai vinto nessuna di queste battaglie.
“Non preoccuparti, è più vicina di quanto pensi.” Di nuovo un sorriso a labbra strette.
Non c’è bisogno che nessuno al tavolo dica altro, non quando Ivan si alza, gambe contro lo schienale della sedia, le mani sulle spalle del compagno, marito, a guardarlo dall’alto verso al basso, un sorriso che diventa leggero quando si piega in avanti per baciare Simone. “Sparecchiamo?”
Paolo ha sempre tentato di fargli la guerra, in ogni modo, ogni anno, ogni occasione buona per cercare di dissuadere suo figlio da questa scelta che forse mai accetterà a pieno. No, no accettare no. Comprendere si, perché ancora una volta, nella scena davanti a lui, non ha bisogno di parole per sapere che Ivan voglia più bene a suo figlio di quanto lui stesso mai ne vorrà.
E Paolo, nonostante tutto, darebbe l’anima per suo figlio.
Passano in fretta gli ultimi momenti della serata, veloci saluti prima di lasciare Simone a riposarsi e concentrarsi per il giorno dopo, prima di lasciare quella casa che durante le prossime visite avrà qualche valigia in più e una persona in meno.
Vengono accompagnati in strada da Ivan, vero gentiluomo che ha voluto portare giù fino al baule il pacco del loro regalo di Natale. Ivan che abbraccia Marisa, che rimane nell’abbraccio per un po’, ridendo tra di loro in una battuta che Paolo non riesce a sentire. A Marisa è sempre piaciuto Ivan, sempre tanto, figuriamoci ora quando mette in piedi anche tutta quella scena per aprirle la portiera.
Paolo prende un respiro, uno di quelli profondi, quando vede arrivare Ivan verso di sé con quella faccia da sbruffone e il sorriso saccente, lo conosce bene ormai, quel sorriso che gli rivolge mentre gli spiega in mille modi diversi quanto lui stesso abbia ragione e come chiaramente Paolo ha torto.
“Grazie per la serata, Paolo.” Sa che è uno di questi momenti, la mano di Ivan sulla spalla che stringe quei giusti due secondi prima di diventare minacciosa come in realtà spesso intende essere, poi un altro sorriso, il solito sorriso bastardo che conosce a memoria.
“Simone è grande ormai, va bene? Lo sai anche tu, che è anche più grande di quanto tutti noi possiamo immaginare, non è più un bambino.” Ha anche il coraggio di appoggiarsi alla portiera aperta con quel braccio tatuato. “Abbiamo preso questa decisione insieme, non credere che lo abbia scoperto dai giornali come tutti quanti.”
Se lo augura Paolo. Ma nella diffidenza generale che ha, e sempre avrà per Ivan, di questo non dubita. In fin dei conti, ancora non ha fatto un passo falso nei confronti di suo figlio. Nei suoi di confronti invece tanti, troppi, tanti di quei non-problemi che in cuor suo rimarranno sempre problemi e basta, come il sorriso esasperato che Ivan gli rivolge in quel momento, cercando per l’ennesima volta di giustificarsi.
“L’ho sposato. È mio marito, Paolo. Di certo non lo sto abbandonando solo perché vado cinque mesi in Turchia, no? Stai tranquillo.” È passato più di un anno, eppure sentire Ivan riferirsi a Simone come suo marito ha sempre un certo effetto. Che sia positivo o negativo, Paolo non ne è ancora troppo sicuro.
Replica solamente con un cenno del capo ed un sorriso prima di sedersi in macchina, la portiera ancora tenuta aperta da quel braccio tatuato. Neanche quegli stupidi fiori rosa ha mai tollerato.
“Ci vediamo domani al palazzetto. Puntuale, mi raccomando. Sai come è Simone se no, poi a casa devo sopportarlo io con le sue infinite lamentele.”
Sfacciato come sempre, anche in quel ghigno prima di lasciare andare la portiera e dirigersi di nuovo verso casa. Casa che è sempre stato un concetto che non ha mai associato ad Ivan e Simone, non insieme, no.
I pensieri vengono interrotti dalla risata di sua moglie, una risata che aumenta quando Paolo si volta verso di lei confuso, convinto di essersi perso ancora una volta qualcosa.
“Sai, alla fine, tu ed Ivan siete proprio simili.”
